Il commercio delle armi tra Germania e Messico

Le imprese belliche tedesche sfruttano la crescente militarizzazione del paese fin dall’inizio della fallimentare guerra al narcotraffico iniziata nel 2006

di David Lifodi

Dietro alle stragi, ai massacri e agli omicidi compiuti ai danni di leader indigeni, studenti, comunità contadine, giornalisti, donne, difensori dei diritti umani e attivisti sociali messicani ci sarebbero imprese tedesche specializzate nel commercio delle armi. A riportare la notizia il sito web Rebelión, che evidenza come gli affari dell’industria bellica tedesca in Messico abbiano subito un’impennata soprattutto a partire dal 2006, quando l’allora inquilino di Los Pinos Felipe Calderón dette vita alla fallimentare guerra contro il narcotraffico.

Negli anni successivi, fino all’attuale presidenza Peña Nieto, le industrie che fabbricano armi hanno potuto contare su introiti sicuri dal Messico, grazie alla crescente militarizzazione del paese, che ha permesso la crescita di un fiorente mercato dal punto di vista degli armamenti. Solo per fare un esempio, nelle sedi della polizia di Iguala furono trovati 56 esemplari dei fucili G36, utilizzati per la strage del 26 settembre 2014, quando avvenne una vera e propria caccia all’uomo contro gli studenti normalistas della Escuela Normal Rural “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, 43 dei quali sono tuttora desaparecidos. Quei fucili, di fabbricazione tedesca, nel Guerrero non avrebbero nemmeno dovuto arrivarci, poiché, insieme agli stati di Chihuahua, Chiapas e Jalisco, quelli dove sono registrate la maggior parte delle violazioni di diritti umani in tutto il Messico, la Germania vieta la vendita ed il commercio delle armi da parte delle industrie belliche del proprio paese. Peraltro, si tratta di una legge comunque discutibile, poiché gli altri stati messicani, in fatto di violazioni dei diritti umani, non sono da meno, si pensi alle mattanze dei civili nel Michoacán o al massacro di Tlataya, avvenuto nello stato di México il 30 giugno 2014, quando i soldati del 102° Battaglione di Infanteria di San Miguel Ixtapan, uccisero 22 ragazzi all’interno di un magazzino.  La stessa María Escobedo, impegnata nel difendere i diritti delle donne, fu freddata il 16 dicembre 2010 mentre stava portando un manifesto di protesta di fronte al palazzo del governo dello stato di Chihuahua per denunciare i femminicidi, a partire da quello di sua figlia, uccisa a soli 16 anni da un fidanzato geloso. Anche in quel caso, ad armare la mano del sicario che assassinò la María Escobedo, fu una pistola di fabbricazione tedesca.

Ad accomunare questi due episodi il fatto che le armi provenissero dalle imprese tedesche H&K e Sig Sauer. Quest’ultima,  la cui sede principale si trova ad Eckernförde (Germania), vanta anche un distaccamento negli Stati uniti, nello stato del New Hampshire, un punto strategico per inviare le armi nel vicino Messico, paese che vive in una sorta di conflitto armato permanente a causa della presenza di narcotrafficanti, gruppi paramilitari e contractors privati al servizio delle multinazionali. Sig Sauer, descritta come una tra le imprese belliche di maggiore esperienza, anche per quanto riguarda la capacità di trovare scappatoie legali al fine di esportare le armi in Messico e delocalizzare alcune delle sue fabbriche in altri paesi della Nato dove le leggi sono più permissive, ha inviato alla sua filiale in New Hampshire pistole, fucili, mitragliatrici e molti altri materiali del genere per un valore di 266 milioni di dollari, come ha sottolineato il giornalista tedesco Wolf-Dieter Vogel. Il materiale è stato distribuito alla Marina messicana, alle forze federali e statali e alla famigerata Sedena, la Secretaría de Defensa Nacional.

Quanto alla H&K, si trova sotto processo per la denuncia dei genitori di Aldo Gutiérrez Solano, normalista di Ayotzinapa tuttora in coma a seguito dei fatti del 26 settembre 2014. Furono i fucili G36 della H&K ad essere utilizzati dalla polizia per reprimere gli studenti. La stessa impresa, di recente, è stata coinvolta in uno scandalo in cui è rimasto coinvolto il suo presidente, Peter Beyerle. Già presidente del tribunale di Rottweil, la cittadina dove si trova la sede di H&K, al momento di andare in pensione Beyerle è divenuto amministratore dell’impresa bellica e per questo è finito sotto processo. Per il caso dell’ex presidente del tribunale, giudicato dallo stesso tribunale regionale, occorrerebbe una dura condanna. In caso contrario, si tratterebbe di una farsa, ma c’è da aspettarsi di tutto in un paese dove una terza impresa specializzata nel commercio delle armi, Hmp, è attualmente impegnata nella produzione di fucili d’assalto FX05, la cui vendita è indirizzata, ancora una volta, al Messico.

Tutto ciò avviene in un momento in cui nel paese è entrata in vigore la Ley de Seguridad Interior, frutto sia della crescente militarizzazione del paese sia delle politiche securitarie e anti-narcotraffico riprese dagli Stati uniti. Definita come un’emanazione di una dittatura civico-militare, la Ley de Seguridad Interior rappresenta una triste riproposizione della legislazione repressiva tipica delle dittature latinoamericane degli anni ’70-’80. Presentata da César Camacho Quiroz (politico di basso livello del Pri, il Partido Revolucionario Institucional per 70 anni alla guida del paese per poi ritornarci con Peña Nieto) , l’iniziativa di legge intende accrescere la presenza militare nella vita pubblica, a partire da tutta una serie di attribuzioni destinate ad accrescere il potere delle forze armate. Fu da queste premesse che, in gran parte del continente latinoamericano, presero piede le sparizioni forzate e le esecuzioni sommarie extragiudiziali, tutte pratiche che peraltro il Messico non ha mai spesso di sperimentare. Infine, segnala l’esponente della Die Linke tedesca Jan Van Aken, in Germania l’industria bellica ha sfruttato le ambiguità giuridiche dell’Unione europea, che permette l’esportazione di armi il cui uso può essere destinato sia a scopi civili sia per obiettivi militari. Ad esempio, introdurre un regolamento che obblighi le imprese che fabbricano armi ad istituire un fondo nel caso in cui l’utilizzo sconsiderato degli armamenti provochi vittime civili, potrebbe rappresentare un disincentivo per le imprese tedesche ad investire in Messico.

Per il momento, in attesa che venga posto un freno al dilagare di armi tedesche in Messico, la democratura messicana e le imprese belliche ringraziano.

 

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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