Il Gigantismo di Van Vogt

di Mauro Antonio Miglieruolo

La sua forza è costituita dai simboli trascendenti (Alexei e Cory Panshin)

 

È il piede dal quale zoppica lo scrittore canadese naturalizzato americano: il gigantismo. L’argomento è stato commentato tante volte che sembrerebbe superfluo aggiungere parole. Almeno non senza incorrere nel sospetto che aggrapparsi all’ovvietà dell’argomento nasconda la velleità di dire … in assenza di contenuti effettivi da esporre.

Ho detto ovvietà. Ma attenzione all’ovvio, non sempre effetto di pigrizia mentale, a volte è condizione necessaria per produrre l’impigrirsi. Trovo, a proposito di Van Vogt, che gli addetti ai lavori si siano afferrati a essa per trarsi d’impaccio. Commentare sul “gigantismo” di Van Vogt è stato per alcuni il modo per facilitare la propria attività critica. Trattandosi di un autore apparentemente semplice, pochi hanno voluto adoperare l’energia mentale necessaria a penetrarlo; non tutti si sono messi in gioco, mettendo in gioco la dovuta apertura mentale che la pagina esige per essere intesa. Andare di là dall’apparenza. Aprire nuovo spazi all’esplorazione. Essere fantascientisti fino in fondo.

In proposito ritengo errato ricondurre una specifica maniera stilistica alla personalità di un autore, quasi che la pagina fosse lo specchio d’una anima che, se pure non descritta per flash, ne fornisce in ogni caso i lineamenti decisivi. Mi sembra piuttosto che essa possa meglio essere descritta vedendola quale parziale riflesso dello spirito dei tempi i quali, entrando in una personalità ben disposta ad accoglierli, si trasformano e poi manifestano (nel caso) nei fuochi di artificio letterali che ben conosciamo. Saltando a pie’ pari vani psicologismi che per altro non sono alla mia portata, posso e debbo attribuire alla combinazione, punto di congiuntura letteraria, fra il concreto dei dati oggettivi che conosciamo, cioè il dato esperenziale di ogni artista (nello specifico l’essere umano sociale denominato Van Vogt, con le sue fatiche televisive, le vicissitudini personali, le manie e credenze personali – vedi Dianetica) a partire dalla spinta che l’attività letteraria (la Fantascienza) produce in lui; con il secolo in cui vive e a cui, vivendo, apporta il proprio contributo.

Gran parte di ciò che si attribuisce a Van Vogt non è altro dunque ciò che lui percepisce della realtà fattuale, ciò che raccoglie è quello che la fantascienza vive, moltiplicata varie volte in seguito al trasferimento. La Fantascienza, con tutto il suo bagaglio di mediocrità e splendori, caos parte di un cosmo costruito apposta per ospitarlo.

Dare allora a Van Vogt ciò che è di Van Vogt. Ma dare anche al Novecento (e alla Fantascienza) ciò che è del Novecento.

Osservazione che fonda il merito attribuibile a Van Vogt; il quale, se pure fruga nel ciarpame narrativo emergente nei decenni della sua gioventù artistica, ciarpame in cui è possibile trovare di tutto, dal capolavoro al meno leggibile e più improbabile racconto; impone a quel ciarpame una forma tale da farla diventare tutt’altro, il parto di un genio, prodotto di assoluta e sicura fascinazione al quale spetta grande omaggio. Padre Dante non ha fatto nulla di sostanzialmente diverso. Ha preso dalla mediocre e sterminata tradizione medievale sull’Aldilà, gli elementi necessari, una volta che siano stati rielaborati artisticamente, per elaborare un viaggio dimensionale nello spazio e nello spirito i cui contenuti affascinano ancora oggi. Ed è curioso che illustri suoi contemporanei – fra gli altri gli stessi Boccaccio e Petrarca – si siano ritenuti in dovere di obiettare, sia pura sommessamente. Dante è stato accusato di scrivere su argomenti da osteria. Nelle osterie infatti si raccontava degli inferni che attendevano i peccatori. Nelle osterie si è comunque continuato a raccontarle, ma ormai nella forma dell’Alighieri; e si raccontano a tutt’oggi, ovunque sia possibile raccontarle. Nei campi, in TV, nei teatri, da braccianti, ciabattini, agricoltori. Per merito di fini dicitori, di comici, illustratori, ma anche di altri poeti. Della Comedia non si smetterà mai di parlare. Si smetterà invece di ricordare Grosvenor, Hedrock, Innelda Isher?

Interessante a questo proposito è l’immagine che produce in noi (in alcuni di noi) la combinazione fra la lettura delle sue opere e le opere critiche su di lui, che battono sul medesimo tasto della mediocrità. In molti è diffuso il pregiudizio che la fama di Van Vogt sia immeritata, ch’egli più che grande scrittore sia grande prestidigiatore, che dietro il roboante dell’opera sua non vi sia altro che la capacità di inganno del giocatore di poker. Quando invece – prendo posizione e la prendo con vigore – siamo di fronte al più tipico degli scrittori di fantascienza; a colui che meglio ne ha interpretato il modulo, le aspirazioni, la propensione all’audacia speculativa. Un interprete autentico (molto più significativo di Dick) di quel grande fenomeno letterario detto Fantascienza, cresciuto dal basso, che ha sotterraneamente condizionato la cultura e il costume dei nostri tempi. Di là dai suoi limiti (ogni uomo ne è condizionato) possiamo tranquillamente affermare che Van Vogt è il più vicino a realizzare l’autodefinizione che la fantascienza ha dato di sé stessa, fusione di scienza (mito scientifico) e fantasia. Van Vogt rappresenta dunque una sorta di paradigma della nuova sensibilità emergente, paradigma della science fiction, paradigma delle pulsioni sotterranee che percorrono la prima età dell’imperialismo. Per cui diminuire Van Vogt equivale a diminuire la fantascienza.

Qualunque sincera prima e seconda lettura delle opere di Van Vogt non può che mettere in evidenza l’indiscutibile, straordinaria capacità di coinvolgimento e di creare un amalgama vincente fra l’ancestrale e il contemporaneo, ra i miti eterogenei dell’immortalità, l’ebreo errante, il volo (nel caso volo intergalattico), la psiche, la teoria del Big Bang e la presupposta capacità di auto risanamento del capitalismo; fra la suggestione sulle illimitate forze della natura e il gigantismo borghese, cioè la tendenza a riprodursi utilizzando il ricorso alle grandi imprese, a sua volta effetto dell’immensa vertiginosa quantità di capitale accumulato, che impone all’umanità un terribile dispotismo che sovrasta anche le volontà dei singoli agenti del capitale, per quanto alta sia la loro quota di partecipazione alla ricchezza accumulata da questi ultimi. Van Vogt rispetta in pieno l’idea di alcuni che la fantascienza sia letteratura di idee (qualunque cosa questa frase significhi: ognuno la può interpretare come vuole); ma soprattutto canta come pochi altri la poesia del glorioso avvenire a cui la borghesia tende: il Capitale futura Disumanità! (oltre che attuale Disumanità).

Nessun altro, dentro e fuori dalla fantascienza, ha saputo/voluto fare più e meglio. Dopo di lui, ch’io sappia (ma c’è molto da sapere) ancora nessuno. Nessun altro ha glorificato con altrettanta adeguatezza la “necessità” di una classe giunta al culmine/termine del suo percorso storico. La logica dei Negozi d’Armi, la logica dell’Impero, nonostante la palese corruzione dell’Impero, sanabile mettendoci una pezza; nonché la logica dell’Imperialismo («I Ribelli dei 50 Soli»)… Verrebbe da completare allora la definizione con Van Vogt poeta dell’Imperialismo: colui che ha cantato le audaci imprese, includendo prospettive e sogni, della propria classe di appartenenza. Uguali in questo ai tanti nostri padri, che si sono esercitati nell’elevare, glorificare, esaltare il potere di questa o quella casata, o gruppo sociale al potere. Con una differenza significativa: che prima si faceva ricorso a un passato ancora più lontano; e Van Vogt invece veicolato, anzi costretto dalla pratica fantascientifica, cercava la gloria (l’apoteosi, il trionfo) del proprio “committente sociale” nel lontano futuro.

Nei suoi propri limiti, abbiamo accennato. Limiti propri a Van Vogt e propri al secolo al quale appartiene. Limiti perduranti: il positivismo, lo scientismo, la fiducia, che non conosce limiti, nello strapotere della tecnica – illimitato (da cui il famoso o famigerato gigantismo) – lo sconfinato di una espansione qualitativa e quantitativa della quale noi, meno fortunati? invece iniziamo a temere gli effetti.

Ma andiamo all’essenziale che interesserebbe Van Vogt – fosse ancora vivo – e sicuramente interessa i possibili lettori di questo scritto (speriamo ve ne siano). Cioè all’abilità inventiva che sottostà a tutto questo, alle capacità straordinarie di cantastorie: una rarità, che è alla base del suo successo e ha permesso di produrre testi che sono nella memoria di molti. Hedrock l’Immortale, Anno 2650, Crociera nell’Infinito, Il Segreto degli Slan, I Ribelli dei 50 Soli, Il Villaggio Incantato ecc. Lavori che hanno segnato in profondità il Novecento e continuano a produrre effetti culturali.

Nonostante di lui sia stato detto (Damon Knight): come scrittore Van Vogt non è un gigante come si dice: è solo un pigmeo che usa una gigantesca macchina da scrivere. Buona come battuta, anzi ottima. Ma, con tutto il rispetto, non è con un motto di spirito che si può dare conto di un autore, nè lo si può legittimamente aumentare o diminuire. Né è utile a spiegare, mantenendosi nella onestà intellettuale, come sia stato possibile che altri autori – del calibro di Frederik Pohl e Philip Dick – da un pigmeo si siano lasciati influenzare e orientare. Come può inoltre una macchina narrativa, per quanto gande ed eccellente, fornire materiale sul quale meditare a autori della sua medesima stazza? Autori di grande inventiva e grande fantasia, alieni alla ripetitività. Dico di più: non è Van Vogt a essersi assiso sulle spalle di Dick e da piccolo farsi grande; ma è Dick che si è servito del “pigmeo” per innalzarsi alle alte vette che gli riconosciamo. Per altro sedendosi sulle spalle di Van Vogt il gigante Dick non solo non lo ha occultato ma reso persino più grande. Dick, il fiore che dispiega la bellezza di una pianta sulla quale cresce.

Una pianta che essenzialmente è favola, sogno, volo pindarico, creazione del possibile, è capacità di legare alla pagina, di coinvolgere e celebrare senso e valori comuni. Van Vogt ottiene tutto questo, lo dona a noi. Non è tutto ma è quello che dobbiamo chiedere a un contastorie. I geni assoluti, i Dante, i sistemi, i punti d’arrivo formali, l’eleganza e la pregnanza seguiranno. Ammesso (e non concesso) siano in ritardo.

Non nascondo l’effettiva presenza in lui di limiti stilistici e formali/contenutistici (ma quanti ne dovremmo condannare, nella Fantascienza, perché colpevoli di uguale colpa letteraria?). Altrove forse perderò il mio tempo, e il vostro, discettandone anche io. Perché Van Vogt è grande nonostante questi limiti; e forse proprio in ragione di essi. Per il momento circoscrivo l’analisi, scegliendo nell’immenso suo armamentario stilistico, a una fascinosa leggerezza concettuale che, nel subito delle prime letture, pur avendomi sedotto, appena giunto all’età della ragione decisamente infastidisce. Al Connettivismo, a quel sistematico ricorso al buon senso che Grosvenor spaccia per scienza; e che secondo alcuni oggi è adatto a inaugurare una nuova stagione fantascientifica. Ma il Connettivismo, per come lo spiega e pratica Grosvenor, non è altro che l’intensificazione di quel che in effetti gli scienziati già fanno; una soluzione tecnico-amministrativa a problemi di filosofia scientifica, di epistemologia, più che di scienza. Glissiamo poi, per carità di patria, sui metodi manipolatori che adopera, sul disprezzo istintivo e profondo della democrazia. Ma di questo è sicuro che parlerò altrove.

NOTA: per meglio intendere Van Vogt rammento alcuni elementi del “gigantismo” borghese, in questa fase caratterizzato da tendenziale perdita di aderenza alla realtà fattuale, perdita di aderenza veicolata attraverso i media. Ed assistiamo ai trionfi dell’aleatorio, del relativismo culturale, del pensiero unico che si combinano per soffocare scienza e ragione. Non a caso assistiamo sbalorditi ai perduranti trionfi del liberismo, pura ideologia economica, religione non scienza. Per il pensiero borghese, comunque declinato, grandioso non solo è proficuo, ma anche bello. Mille TAV e altrettanti Ponti sullo Stretto incombono. Nonché agglomerati urbani sempre più grandi, gli ecomostri, i quartieri alveare, le superpetroliere, il gusto fascista per il “grandioso” che non cessa di mietere vittime. E l’accumulare capitali, esseri umani, cemento, grattacieli, la tecnica contro le persone… credo possa bastare.

 

La Bottega del Barbieri

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