Indocumentados: il Messico agisce come gendarme degli Stati uniti

L’odissea dei migranti provenienti dal Triángulo Norte deportati nei loro paesi dalla polizia messicana

di David Lifodi

El Salvador è il paese più piccolo dell’America centrale, ma quasi tre milioni di salvadoregni su poco più di sette vivono negli Stati uniti. Gran parte di loro decisero di emigrare soprattutto nel periodo compreso tra il 1980 e il 1992, in fuga dalla guerra civile, dalle tortura e dalla violenza degli squadroni della morte areneros (Alianza Republicana Nacionalista). Oggi, almeno tre aerei dagli Stati uniti e altrettanti autobus dal Messico ogni settimana si occupano di deportare i salvadoregni che cercano di raggiungere il sogno americano, ieri per scongiurare le atrocità della guerra e oggi per scappare dalle violenze delle maras e da un futuro di povertà e miseria.

Secondo le ultime statistiche, nel 2017 è cresciuto il numero di persone deportate dagli Stati uniti e dal Messico che, con buona pace della fratellanza latinoamericana, si è trasformato nel gendarme di Trump. Oggi il Messico può essere considerato a buon diritto il patio trasero degli Usa., nonostante Trump abbia imposto la costruzione del muro al confine con gli Stati uniti e Trump abbia trattato Peña Nieto alla stregua di un semplice vassallo. Fin dal 2016, segnala Amnesty International, le deportazioni dei salvadoregni dagli Stati uniti e dal Messico sono cresciute del 200%, quelle di guatemaltechi e honduregni del 150%. Di fronte alla crescita del numero di persone in fuga dal cosiddetto Triángulo Norte e alla mobilitazione delle organizzazioni per i diritti umani contro il muro che sorgerà alla frontiera sud tra Messico e Stati uniti, le autorità messicane si sono messe all’opera affinché i migranti centroamericani in transito verso gli Usa non si fermino in Messico. Solo nel corso dell’ultimo anno il governo messicano ha deportato circa ottantamila persone, nonostante le palesi violazioni del diritto internazionale e senza contare i rischi a cui vanno incontro coloro che vengono ricondotti con la forza nei loro paesi d’origine. Gran parte dei centroamericani che sono riusciti a raggiungere il Messico per chiedere asilo dopo aver ricevuto minacce di morte nei loro paesi di provenienza sono stati deportati da dove erano venuti e l’Istituto nazionale di migrazione non ha informato i migranti in transito sui loro diritti, a partire proprio da quello di poter presentare richiesta di asilo. Denominata come refoulement o devolución, la pratica della deportazione coinvolge gran parte della circa 500mila persone che ogni anno cercano di entrare in Messico dal Centroamerica.

Nonostante tutto, il desiderio di fuggire da violenza, miseria e povertà, spinge i centroamericani ad essere disposti a tutto pur di lasciare i loro paesi. David Antonio Pérez ha trascorso cinque anni di detenzione in un centro per indocumentados negli Stati uniti. Ad interessarsi alla sua storia l’agenzia giornalistica Ips Noticias, che ha raccolto la sua storia di immigrato giunto senza soldi negli Stati uniti e deportato di nuovo al suo paese, El Salvador, dove si troverà di nuovo in una situazione drammatica. Prima di essere rimpatriato per la seconda volta in El Salvador dagli Stati uniti, David Antonio Pérez aveva lavorato in fast food statunitensi al nero per circa 16 ore al giorno. Non esistono dei dati esatti sul numero di salvadoregni costretti a vivere illegalmente negli Stati uniti, ma in El Salvador nel 2017 sono giunti oltre cinque milioni di dollari in rimesse dai migranti che si sono stabiliti negli Usa. Per coloro che sono deportati nel proprio paese le prospettive di lavoro sono incerte. Se in El Salvador il salario minimo si aggira intorno ai 200 dollari al mese per la raccolta del caffè e della canna da zucchero e sui 300 per coloro che sono impiegati nei settori dell’industria o dei servizi, si capisce facilmente il motivo per cui i salvadoregni e più in generale i centroamericani decidano di abbandonare i loro paesi. Ad esempio, ha spiegato David Antonio Pérez ad Ips Noticias, il salario per la professione di netturbino negli Stati uniti è migliore rispetto a quello bassissimo nei paesi del Triángulo Norte.

L’arrivo di Trump alla presidenza degli Stati uniti ha solo contribuito ad acutizzare una situazione drammatica per centinaia di migliaia di persone in fuga non solo dalla povertà, ma anche dal crimine organizzato dilagante nel Triángulo Norte. È il desiderio di libertà a spingere i migranti a fuggire, consci che nei loro paesi le politiche per tutelare i cittadini sono inesistenti e che la militarizzazione delle frontiere viene preferita alle problematiche sociali. America latina e Centroamerica continuano ad essere tra le regioni del pianeta più diseguali e violente del mondo e le istituzioni, sfruttando strumentalmente il discorso della sicurezza, si rendono complici delle peggiori violazioni dei diritti umani.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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