Kurdistan: il silenzio dell’Europa…

… sui detenuti politici in sciopero della fame

di David Lifodi

Quando Abdullah Öcalan, leader e fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), giunse a Roma nel novembre 1998 per portare a conoscenza dell’Unione Europea la questione curda e proporre una roadmap negoziata che conducesse alla pace, H.D. aveva appena tre anni. Eppure oggi ha le idee ben chiare sui motivi che lo hanno convinto ad unirsi, dal carcere minorile in cui si trova,  alla protesta di centinaia di detenuti kurdi, quasi settecento, che dal 12 settembre scorso sono in sciopero della fame. Il più giovane tra i prigionieri politici kurdi a scegliere questa forma estrema di protesta spiega di essersi unito allo sciopero della fame per denunciare l’isolamento a cui è sottoposto Öcalan (da tredici anni sepolto nell’isola-carcere di Imrali, dove ai suoi avvocati è stato vietato l’accesso dal luglio 2011) e rivendicare l’utilizzo della lingua madre.

Chi cerca il Kurdistan nella carta geografica non lo troverà, quella terra appartiene oggi a Siria, Irak, Iran e Turchia, e proprio quest’ultimo stato rischia di essere responsabile della morte di quei prigionieri politici ormai da sessantuno giorni in sciopero della fame. I kurdi per la Turchia non esistono: lo scoprì a sue spese Leyla Zana, unica deputata kurda eletta nel 1991 al Parlamento turco. Bastò che Leyla, in occasione del giuramento sulla Costituzione, denunciasse che nel testo della carta era negata l’esistenza del popolo kurdo, per essere imprigionata. Sul verbale della seduta di quel giorno, quando Leyla lesse in turco la formula del giuramento per poi aggiungere, in lingua kurda, che era stata costretta  a farlo,  è ancora scritto che il suo discorso fu pronunciato in un idioma sconosciuto. I kurdi – amava spesso ricordare Dino Frisullo (il militante pacifista italiano storicamente impegnato nella sua attività solidale con i kurdi, fino ad essere incarcerato per quaranta giorni nelle prigioni turche, fondatore dell’associazione Azad e collaboratore di manifesto e Avvenimenti) –  sono gli zapatisti d’Europa e del Vicino Oriente: cacciati dalla loro terra, bandita la loro lingua, senza nemmeno la possibilità di avere borse, vestiti o fazzoletti con i tre colori della loro bandiera, in Turchia non esiste una questione kurda, così come il Messico nega l’esistenza di una questione chiapaneca. Eppure, la drammatica protesta dei prigionieri politici kurdi non si limita a chiedere il riconoscimento dei diritti linguistici e la libertà per Öcalan, ma apre uno squarcio sui ripetuti maltrattamenti a cui vengono sottoposti i detenuti kurdi nelle carceri turche. Lo sciopero della fame, che rischia di essere portato alle estreme conseguenze, ricorda quella di Bobby Sands e degli altri detenuti nordirlandesi nel blocco H della prigione di Maze nel 1982. Allora Margaret Thatcher diceva che quei detenuti non rappresentavano nessuno, così come oggi il premier turco Erdoğan li insulta quotidianamente sostenendo che i detenuti stanno compiendo solo uno “show politico ad uso e consumo dei media”. Non solo: per Erdoğan la possibilità che Öcalan possa difendersi in lingua kurda nei tribunali turchi è pura utopia. Anzi: il premier turco ha fatto capire che il leader kurdo dovrebbe accontentarsi di marcire in prigione: un sondaggio sbandierato ai quattro venti dalla stampa turca chiede infatti che sia ripristinata la pena di morte (abolita da anni) solo per condannare Öcalan. Le agenzie riportano l’ intenzione di Erdoğan di  guidare il paese fino al 2023, grazie ad una riforma della Costituzione presentata pochi giorni fa dal suo partito, l’Akp (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) di orientamento islamico-nazionalista-conservatore o, per dirla più brutalmente, una sorta di “fascismo verde”. La Turchia è tornata ad essere una prigione a cielo aperto, per i kurdi, ma non solo: durante le manifestazioni a sostegno dei prigionieri politici la polizia è intervenuta duramente. Dalle istituzioni europee fino a questo momento sono giunti in Turchia solo flebili voci di richiamo ad Ankara, e sulla stampa turca le notizie in merito allo sciopero della fame arrivano con il contagocce: del resto non esiste una questione kurda, in Turchia vige il motto “una lingua, uno stato, una nazione”, quindi il problema viene ignorato. I media internazionali si sono allineati e hanno deciso di soprassedere sull’argomento: la Turchia è l’ultimo baluardo della Nato prima del cosiddetto Medio Oriente, in realtà vicino Oriente per l’Europa. Poche righe sulla lotta dei prigionieri politici anche in Italia, nemmeno un accenno alla delegazione dei rifugiati politici kurdi che lo scorso 7 novembre ha consegnato alla Commissione per i Diritti Umani del Senato un dossier sui prigionieri in sciopero della fame. Eppure il nostro paese è di fatto responsabile della prigionia di Öcalan : quando  il leader kurdo sbarcò a Fiumicino, accompagnato dall’allora deputato di Rifondazione Comunista Ramon Mantovani, si consegnò alla polizia italiana e fu arrestato.  Il suo soggiorno romano si protrasse fino alla metà del gennaio 1999 nella speranza di ricevere quell’asilo politico che D’Alema e l’intero governo italiano gli negarono,  violando l’articolo 10 della Costituzione che regola il diritto d’asilo, e, nonostante le manifestazioni in suo favore, lo costrinsero ad un umiliante tour per i cieli di mezzo mondo, spedito come un pacco postale indesiderato da un paese all’altro dell’Europa fino all’arresto presso  l’ambasciata greca di Nairobi, Kenia, grazie al dispiegarsi dei servizi segreti turchi e statunitensi.

Lo sciopero della fame, iniziato il 12 settembre da nove donne prigioniere politiche nel carcere di Dyarbakir, si è presto esteso ai membri del Pkk (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) in carcere e vi hanno aderito anche molti politici del Partito della Pace e della democrazia (Bdp), l’unico filo-kurdo presente nel Parlamento di Ankara. Il numero reale dei prigionieri politici kurdi è sconosciuto, ma per i sessantaquattro che hanno intrapreso lo sciopero della fame fin dal 12 settembre possono esserci danni permanenti o la morte. Gli avvocati che stanno seguendo i detenuti in sciopero riferiscono che molti di loro cominciano ad accusare vertigini, mal di testa, nausea, vomito, stanchezza e difficoltà di parola. Per alcuni la situazione è ancora più grave: non sono più in grado di parlare e perdono spesso conoscenza, ma nonostante tutto i prigionieri politici non sono intenzionati a sospendere una protesta non violenta ma che ogni giorno diventa più difficile da sopportare fisicamente e psichicamente. In molte prigioni l’amministrazione carceraria ha negato ai detenuti la vitamina B1, somministrata solo in alcuni casi e dietro pagamento.  Per gli stessi avvocati che si occupano di difendere i prigionieri politici kurdi la vita è divenuta una roulette: sanno che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. Il solo Öcalan ne ha cambiati trentasei, tutti finiti dietro le sbarre. Il conflitto tra la Turchia e il movimento di liberazione kurdo avrebbe bisogno di incamminarsi verso un percorso di pace  ed Öcalan dovrebbe svolgere la funzione che in passato hanno ricoperto Gerry Adams o Nelson Mandela: la libertà del leader kurdo, al pari di quella dei prigionieri politici, rappresenterebbe una svolta per il processo di pace in Kurdistan e per la democrazia in Turchia.

Gli ultimi lanci Ansa dicono che il numero dei prigionieri politici kurdi in condizioni critiche cresce di ora in ora, al momento sarebbero 144: l’Europa, se c’è, batta un colpo.

Redazione
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  • Francesco Cecchini

    Informazione importante! L’ aver consegnato Okalan ai turchi che tra l’ altro lo torturarono e’ stata responsabilità di un governo di centro sinistra appoggiato da Rifondazione Comunista. O sbaglio?

  • Ho ricdvuto ieri – da ambienti della solidarietà- questo msg (db)

    In un comunicato scritto per conto dei detenuti appartenenti al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e al Partito per la Liberazione delle Donne del Kurdistan (PAJK), Deniz Kaya ha annunciato oggi che essi metteranno fine alla loro protesta in risposta all’appello del leader del PKK Abdullah Öcalan.
    Il leader kurdo Öcalan ha inviato il messaggio tramite suo fratello Mehmet Öcalan, incontrato ieri sull’isola di Imralı.

    I prigionieri politici kurdi erano in sciopero della fame da più di due mesi. Centinaia di detenuti politici nelle carceri turche, per la maggior parte kurdi, avevano dato inizio il 12 settembre 2012 ad uno sciopero della fame irreversibile e a tempo indeterminato per chiedere l’eliminazione degli ostacoli riguardanti l´istruzione scolastica e la possibilità di difesa durante i processi in lingua madre, il rispetto dei diritti democratici della popolazione kurda e la libertà del loro leader, Abdullah Öcalan, come percorso verso una soluzione pacifica della questione kurda in Turchia.
    Gli aderenti alla protesta erano aumentati giorno dopo giorno, fino a raggiungere il 5 Novembre l’impressionante cifra di 10.000, prendendo così parte all’azione numericamente più grande della storia di questo paese. Le loro condizioni di salute erano divenute estremamente critiche e molti di loro erano ad un passo dalla morte nell’assordante silenzio dei mass-media e dell’opinione pubblica internazionale.
    La chiusura al negoziato decisa dal governo AKP di Erdoğan ha causato una profonda crisi. Le migliaia di arresti di rappresentanti kurdi, inclusi parlamentari, sindaci, membri dei consigli cittadini, giornalisti sindacalisti, studenti e molti altri attivisti della società civile si sono tramutate in un vero e proprio massacro politico. A nulla sono valsi finora gli appelli per i negoziati finalizzati alla soluzione della questione kurda, che deve imprescindibilmente includere Abdullah Öcalan, detenuto da tredici anni sull’isola-prigione di Imralı e da quindici mesi in completo isolamento.
    domenica 18 novembre 2012

  • segnalo che è online e aggiornato quotidianamente il sito
    http://www.retekurdistan.it

  • DAL KURDISTAN, IL PAESE CHE NON C’E’
    ESODO IMPOSTO E ASILO NEGATO
    LA LINGUA TAGLIATA

    Appello ai candidati alle elezioni politiche 2013

    Le Associazioni che sottoscrivono questo appello ai candidati e ai futuri eletti nel Parlamento della Repubblica Italiana accompagnano da decenni, nelle loro pacifiche rivendicazioni, la lotta di un popolo senza patria, cui non viene riconosciuto il diritto alla sua lingua e alla sua storia: il popolo kurdo.

    Un tema che non rientra nel dibattito politico pre-elettorale, e neppure lo sfiora, ma che dovrà vedere impegnati i futuri parlamentari in un serio lavoro di studio e conoscenza di ciò che accade al di là del Mediterraneo; che non riguarda solamente i Paesi della Primavera Araba, o l’annosa e grave questione Palestinese, ma anche la “democratica” Turchia, sul cui territorio viene sistematicamente negato il diritto di esistere ad una minoranza di persone (i 20 milioni di cosiddetti “turchi della montagna”). Turchia che se da una parte chiede ancora di entrare in Europa, dall’altra aspira a diventare potenza regionale di primo piano, ergendosi a paladina dei diritti dei palestinesi o dei siriani, mentre prosegue con l’oppressione del popolo kurdo all’interno dei propri confini.

    La comunità kurda in Italia è numerosa, ma è difficile stabilire con esattezza il numero dei kurdi presenti in Italia poiché questi non vengono registrati in quanto tali ma come cittadini dei paesi di provenienza, vale a dire come turchi, iracheni, iraniani o siriani. In Italia si calcola siano circa 6.000, concentrati soprattutto in Emilia Romagna, Toscana e Lombardia. A Roma sono non più di 500, per lo più richiedenti asilo e lavoratori.

    La questione kurda è tra le più censurate e dimenticate dai mezzi di informazione. Un popolo-nazione di 40 milioni di persone senza stato, che vive diviso tra l’Anatolia e la Mesopotamia su quattro stati (Turchia, Iran, Iraq, Siria) che negano la loro identità, la loro cultura, la loro lingua. 4mila villaggi distrutti, durante la guerra negli anni ’90, oltre 120mila vittime, milioni di sfollati interni e di profughi verso l’occidente. La repressione nei confronti del popolo kurdo continua oggi sorda, strisciante ma non per questo meno violenta. Al momento ci sono circa 10.000 persone in carcere tra parlamentari e amministratori eletti, attivisti, sindacalisti, studenti, giornalisti, semplici cittadini e la gran parte di loro è kurda.

    La vita quotidiana del Medio Oriente è dominata da numerosi conflitti che spesso appaiono incomprensibili agli occhi occidentali. Lo stesso vale per la questione kurda, uno dei conflitti più complessi e sanguinosi del Medio Oriente che a differenza di altri non gode dell’attenzione dell’opinione pubblica. Questa mancanza di conoscenza e di attenzione si traduce spesso in un’analisi unilaterale e superficiale che non consente di trovare una soluzione.

    Il rapporto diffuso in questi giorni dal’Associazione turca per i diritti umani (IHD) indica in 21.107 le violazioni accertate dei diritti nella regione kurda per l’anno 2012. Nonostante il grande successo ottenuto dagli esponenti del movimento kurdo alle elezioni del Parlamento turco del giugno 2011, permangono lo stato di detenzione e i processi nei confronti di centinaia di esponenti politici e amministratori locali kurdi.

    Una campagna mondiale di raccolta firme lanciata dall’Iniziativa Internazionale per la libertà di Öcalan – leader incarcerato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – a cui viene negato il permesso di incontrare i suoi avvocati da moltissimi mesi, è attualmente in corso e sta mostrando come anche in Europa e in molti Paesi di tutti i continenti i cittadini esprimano la loro simpatia e il loro sostegno al leader kurdo in carcere in isolamento dal ’99, figura chiave per l’avvio di un negoziato tra i rappresentanti del popolo kurdo e il governo turco.

    Inoltre oltre ottanta parlamentari iracheni – kurdi, arabi, cristiani, sunniti, yezidi e sabei – hanno lanciato una campagna di raccolta firme per chiedere la libertà di Öcalan, mostrando di considerare la sua libertà e i negoziati con lui una condizione per una soluzione pacifica della questione kurda. Le firme verranno consegnate allo Stato turco, all´Unione Europea e ai Paesi Arabi.

    Interessi economici, militari e finanziari che legano la Turchia e l’Unione Europea rallentano il processo per una risoluzione pacifica della questione kurda. Si può parlare di una “doppia coscienza” dell’Unione Europea? I diritti di 40 milioni di persone aspettano una risposta. Chiediamo di sottoscrivere questo appello da amici della Turchia. L’appello è aperto nei confronti dello sviluppo democratico del paese, ma non può chiudere gli occhi di fronte a nessuna delle parti in gioco. Senza una soluzione della questione kurda, che può realizzarsi solo se tutte le parti siederanno al tavolo del negoziato, non ci sarà mai pace ai confini dell’Europa.

    Da anni abbiamo relazioni e rapporti con le comunità kurde in Italia e siamo sicuri della loro totale volontà di perseguire un disegno di promozione sociale e proprio miglioramento economico battendosi per la convivenza civile e pacifica fra kurdi e turchi e perché possa essere raggiunta una soluzione equa e democratica della questione kurda in Turchia.

    Allo stesso Öcalan, leader del PKK, imprigionato da oltre tredici anni in Turchia in condizioni che ne mettono a rischio l’incolumità fisica, è stato riconosciuto, seppur dopo il suo arresto e la sua uscita dall’Italia, il diritto all’asilo politico.

    Ha scritto di recente Abdullah Öcalan: “Alla società turca offro una soluzione semplice. Chiediamo una nazione democratica. Non siamo contrari né allo Stato unitario, né alla repubblica. Accettiamo la repubblica, la sua struttura unitaria e il laicismo, ma crediamo che debba essere ridefinita come uno Stato democratico che rispetti i popoli, le culture e i diritti. Su questa base i kurdi devono essere liberi di organizzarsi in modo tale da poter vivere la propria lingua e cultura e da potersi sviluppare economicamente ed ecologicamente. Kurdi, Turchi ed altre culture potrebbero così vivere insieme in Turchia, sotto lo stesso tetto di una nazione democratica. Ciò è possibile soltanto con una costituzione democratica ed una struttura giuridica avanzata che garantisca la pace in Kurdistan”. Tutto questo è praticato in Kurdistan, e si chiama “autonomia democratica”, un autogoverno che può fungere da modello anche per altri popoli del Medio Oriente e del mondo che vivono attualmente situazioni di conflitto e di carenza di democrazia. Il confederalismo democratico è una proposta di modello alternativo globale di società: si può affermare che i kurdi non si limitano a una rivendicazione della “propria” identità, ma propongono e sperimentano una concezione del pluralismo identitario come fattore propulsivo della intera dinamica socio-politica, come peraltro si va definendo anche nella regione kurda in territorio siriano.

    Chiediamo ai futuri parlamentari un impegno concreto per il blocco dei rimpatri, il ritiro, da parte della Turchia, delle espulsioni che hanno colpito gli italiani che si recano nelle città kurde, la liberazione del leader kurdo Öcalan, una fattiva collaborazione perché si creino occasioni di incontro e confronto sulla questione kurda che parta della proposta di Abullah Öcalan di confederalismo democratico.

    Rete Kurdistan Italia; AZAD; Senzaconfine – Roma; Comitato di solidarietà con il popolo del Kurdistan – Sardegna; ASCE – Associazione Sarda Contro l’Emarginazione; Verso il Kurdistan – Alessandria; Senza Paura – Genova

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