L’inferno della città

Alcune considerazioni semi-inattuali sul concetto di città in «Dark City» di Alex Proyas.

di Fabrizio Melodia, l’«astrofilosofo»

«L’inferno dei viventi è già qui […] lo abitiamo tutti i giorni. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte […]. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» (Italo Calvino: «Le città invisibili», Einaudi, 1972).

Ti risvegli in una vasca da bagno, completamente nudo, in una stanza assolutamente vuota, senza alcun segno caratteristico, immerso nella semi-oscurità, tranne una lampadina che produce una luce non tanto forte, ma che in quel buio pare quasi fare male come un punteruolo infilato nelle orbite.

La prima cosa che ti viene in mente è che non sai chi sei e nemmeno cosa ci fai lì.

Ti alzi, lentamente, ancora attonito, cerchi qualche cosa che ti informi sulla tua identità, ma trovi solo vestiti asciutti e nessuna spiegazione possibile di cosa tu abbia fatto o di come sei arrivato in quel luogo, non ricordando neppure alcun luogo del tuo quotidiano o della tua infanzia, niente di niente.

Un telefono suona, una voce calda e concitata t’informa di essere il dottor Daniel Schreber, sembra conoscerti bene, ma la prima cosa che ti dice è di fuggire immediatamente perché alcuni individui ti stanno braccando.

Incredulo, stai per mandare a farsi friggere l’inopportuno dottore, quando vedi una donna morta nella vasca da bagno, con strani segni a spirale incisi sul corpo e un coltello sporco di sangue, il suo sangue ovviamente.

Colto dal panico, non puoi far altro che fuggire, incrociando strani individui intabarrati di nero, con cappello nero calato bene sulla testa calva. Sai che sono gli Stranieri e che devi dartela a gambe levate, come se avessi il diavolo alle calcagna.

Nella concitazione, rammenti dolorosamente di chiamarti John e che hai una moglie di nome Emma, oltre al ricordo di essere braccato dall’ispettore Bumstead e dalla polizia per una serie di omicidi che dovresti aver commesso ma di cui non hai memoria.

Durante la fuga da questi Stranieri che sembrano dotati di strani poteri, tu stesso scopri di possedere questi particolari “doni” psicocinetici, che sfrutti abilmente per la tua fuga, creando in questo modo un mezzo macello.

Muovendoti per la città sempre immersa in una oscurità urbana totalizzante e opprimente, scopri che le persone a mezzanotte in punto cadono in uno stato comatoso, il lasso di tempo con il quale gli Stranieri modificano l’architettura dell’intera città e iniettano falsi ricordi nella mente delle persone, grazie all’aiuto del dottor Schreber. Non fidarti di nessuno diventa per te un imperativo categorico da seguire alla lettera.

Il film «Dark City» (1998) scritto e diretto con mano sicura e concitata da Alex Proyas è un affresco tremendo di un mondo alieno senza precedenti, memore forse proprio delle parole di Italo Calvino riguardo alla città inferno e prigione, con gli esseri umani che il più delle volte scelgono di essere consapevoli ma menzogneri carcerati, altre volte semplicemente plagiati o per giunta ingannati.

Nel film infatti si arriverà a scoprire che gli Stranieri sono parassiti extraterrestri che hanno portato via sulla propria astronave la razza umana, cercando di studiarne l’individualità connaturata alla mente, per ora senza successo.

La lotta finale porterà John a combattere gli alieni con i loro stessi poteri psicocinetici e a impadronirsi del segreto per modificare la realtà artificiale della gigantesca astronave-mondo su cui ora viaggia l’umanità rapita.

E’ una parabola forte: filosofia e utopia si sposano con immagini di rara potenza e lo spettatore viene condotto in un incubo verosimile, in cui sappiamo per certo essere già immersi.

La regressione culturale e sociale in cui da tempo versa il nostro Paese è quanto meno uno specchio fedele di ciò che viene riportato nella pellicola, soprattutto quando l’umanità si addormenta e vengono pompati ricordi artificiali nella personalità di ciascuno di noi.

 

«… alla dimora della prigione, e la luce del fuoco che vi è dentro al potere del sole. Se poi tu consideri che l’ascesa e la contemplazione del mondo superiore equivalgono all’elevazione dell’anima al mondo intelligibile, non concluderai molto diversamente da me […]. Nel mondo conoscibile, punto estremo e difficile a vedere è l’idea del bene; ma quando la si è veduta, la ragione ci porta a ritenerla per chiunque la causa di tutto ciò che è retto e bello, e nel mondo visibile essa genera la luce e il sovrano della luce, nell’intelligibile elargisce essa stessa, da sovrana, verità e intelletto» (Platone in «La Repubblica» libro VII, 517 b – c; traduzione di Franco Sartori).

Ecco dunque come il mito platonico della caverna riporta la riflessione alle considerazioni di Calvino, l’essere umano deve necessariamente partecipare a ciò che sta fuori della prigione in cui viene tenuto prigioniero, lottare per la conoscenza, utilizzare gli stessi poteri (psicocinesi) dei suoi totalitari oppressori, che tentano disperatamente di carpire il segreto dell’individualità e della libertà senza davvero mai scalfirla.

Essi infatti sono prigionieri del mondo sensibile medesimo, hanno totale condivisione fra di loro, non ci sono angoli personali o diversificazioni, tutto è calato in un manto urbano e nero, tutto deve essere sacrificato alla ragione totalizzante, che – completamente oscuro – imprigiona in strette gabbie, per poi cercarla inconsapevolmente.

Il cammino verso Shell Beach, la spiaggia di cui non è rimasto altro che un cartello stradale, porta John e i suoi persecutori a lacerare direttamente la scenografia della città artificiale, trovandovi lo spazio esterno e i macchinari con i quali viene controllata l’umanità.

Con i suoi nuovi poteri mentali, dopo quindi la contemplazione e la comprensione attiva e pratica delle Idee, del Mondo Vero, l’uomo si può elevare contro l’oscurantismo e la ragione dei dittatori, i quali affermeranno una volta sconfitti di aver sempre studiato la mente umana, ma di aver cercato il senso della libertà e dell’individuo nel posto sbagliato.

Alla fine John trasformerà la città oscura nella bellissima spiaggia delle conchiglie, ritrovando la moglie e incamminandosi insieme verso un futuro costellato dal sole, la rappresentazione platonica del raggiungimento della contemplazione, l’Idea del Bene, che tutto rende buono e giusto.

Non nel senso escatologico di un Dio che tutto salva e prevede, emblema questo degli Stranieri, che rappresentano i carcerieri, l’Altro completamente da Sè, il Dio Persona che invece di liberare l’uomo, lo condanna alla solitudine e a essere schiavo di un esperimento che dovrebbe conferire a questo “Dio” la tanta sconosciuta quanto bramata individualità.

Ecco come persino Platone acquisisce un significato completamente altro da quello propinato dal platonismo, termine accostato da Schopenhauer al cristianesimo, una volgarizzazione per le masse ignoranti e beote.

In realtà Platone non mira a un Dio, non mira alla salvezza in un IperUranio dove riposeremo tutti felici e contenti nelle stelle fisse, a contemplare il Vero.

E’ una metafora chiara e netta, esemplificata e potenziata dalla fantascienza filmica dell’uscita dalla città oscura, nuova selva di dantesca memoria, non a contemplare l’amor che muove il cielo «e l’altre stelle» ma a trasformare attivamente il mondo, con la propria fantasia, intelligenza delle idee e partecipazione attiva al tutto, dove nessuno può sentirsi chiamato fuori.

Chiunque si estrania, non partecipa, alla fine rimane per sempre prigioniero della casa fasulla, con memorie non sue e azioni che non gli appartengono, vittima inconsapevolmente dei capricci di una divinità legittimata dalla non azione umana.

Platone si ritrova rivoltato alla radice, portato fuori dalla caverna delle mistificazioni e delle ipocrite interpretazioni di cui è stato fatto oggetto, per ritrovare, non solo nel cinema di fantascienza, la propria genuina cultura rivoluzionaria e sovversiva.

Come tutta la science fiction, la quale propone mondi diversi per scuotere le coscienze dai luoghi comuni e dalle prigioni del linguaggio mediatico e dell’antipolitica, becera e qualunquista.

«La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi» (Platone: «Apologia di Socrate», cap. 21).

E’ dunque necessario tornare a partecipare, proponendo sogni e speranze, la vera essenza stessa dell’individualità e della libertà, la possibilità di scegliere, per operare concretamente alla costruzione di un mondo diverso, migliore e più giusto.

L’essenza della fantascienza medesima assurge a ruolo primario; Platone in realtà è un grande e incompreso autore di SF, in cui la vena utopica trova concretezza e spazio sistematico, in una riflessione sull’agire dell’uomo, sull’essere demiurgo del proprio destino e, con la partecipazione attiva, del destino della propria città-mondo.

La vera essenza dell’uomo che l’Altro da Sè non potrà mai comprendere.

 

Postilla astrofilosofica assolutamente indispensabile

Questo scritto parte direttamente dalla mia passione per Platone e per il cinema di fantascienza con la tematica da me visceralmente amata dell’inconsistenza del reale. Altri autori l’hanno trattata, seguendo più o meno consapevolmente la metafora platonica.

Questo scritto comunque deve molto della sua esistenza al meraviglioso libro «Al cinema con Platone. Breve viaggio “filmosofico” intorno al Simposio» di Aldo Castelpietra, Franco Angeli Edizioni.

Ne consiglio caldamente la lettura a tutte/i. Penso che il mio viaggio per aiutare a comprendere la filosofia per mezzo della fantascienza e viceversa, sia in buona compagnia.

E voi siete meravigliosi e unici compagni di viaggio su questa nave lanciata verso l’ultima frontiera. Un grazie di cuore dal vostro Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico.

Redazione
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2 commenti

  • Lucia Guidorizzi

    Magnifico!!!!! Quella citazione di Calvino dell’inizio tratta dalle Città Invisibili me la ripeto come un mantra ogni giorno per affrontare l’assurdità quotidiana, il paradosso del vivere…Questo viaggio in cui filosofia e fantascienza si coniugano lo trovo davvero entusiasmante, è una sfida che induce a ripensare sotto angolature diverse ogni aspetto dell’esistenza. Il film Dark City non l’ho visto, ma l’atmosfera evocata rende davvero bene l’idea di come estasi e orrore, utopia e distopia procedano affiancati….forse siamo tutti dei pigri nervosi, come diceva Baudelaire che fin dall’infanzia provava l’estasi e l’orrore per la vita al tempo stesso…

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