La Fantascienza a confronto – 2

di Mauro Antonio Miglieruolo (*)

Passiamo ora all’esame comparato con l’altro grande genere di lettura popolare tutt’ora in pieno vigore: il romanzo poliziesco-giudiziario che, in quanto a vastità di seguito, è secondo solo alla Pornografia (stima a naso, provvisoria, non fondata su cifre).

Considerato il cerebralismo insito in ogni Giallo che si rispetti ci si sentirebbe autorizzati a ipotizzare un ancor più intimo imparentamento con la Fantascienza, genere che più d’ogni altro si abbandona alla ginnastica mentale; o che volentieri ha accettato di lasciarsene contaminare. A rafforzare tale possibile errore vi è poi il ruolo svolto dal Mistero il cui scioglimento è affidato all’acume e all’esperienza dell’Investigatore Privato e a volte Pubblico: le fantasiose modalità che utilizza, la progressiva astrazione dalla realtà delle procedure in essere ricordano da vicino alcune maniere proprie alla Fantascienza. Anche in essa il Mistero è di casa, anche in essa è praticata la fuga dalle condizioni reali di esercizio della scienza (e delle sue procedure); anche in essa si passa a volo radente sulle condizioni reali che determinano la vita. Ma basta questo ad avvicinare i due generi? A stabilire paragoni, a considerarli fratelli nel tutt’uno della cultura della quale sono i fermenti?

Di per sé l’interrogativo non mi avvince. Come non mi appassionano i romanzi d’investigazione. Leggo sempre volentieri Chandler, Hammet e ho quasi tutto quello che ha pubblicato Camilleri; essendomi raramente capitati tra le mani, non avverto alcun bisogno di andare a ripetere l’esperienza cercando Simenon, Chesterton, Christie e loro sodali. I miei bisogni intellettuali sono soddisfatti da tutt’altro che da queste letture di pacificazione, di forte inquietudine in vista della normalizzazione, nelle quali l’irruzione del delitto, che dovrebbe spezzare il tranquillo procedere dell’esistenza, non fa che richiamarlo (la soluzione del Giallo è integralmente tesa a ottenere questo risultato: il ritorno allo status quo precedente). Il Giallo, chiunque ne sia il protagonista, qualunque sia il suo grado di comprensione della realtà in cui opera (suo scetticismo e a volte cinismo) approda sempre alla conferma del principio di autorità, alla sopravvalutazione del ruolo dello specialista (un “tecnico” della repressione) e all’affermazione dell’inevitabilità del crimine in funzione della difesa dell’opportunità-necessità degli apparati di repressione del crimine.

Il massimo a cui può arrivare è una visione sconsolata della nostra realtà; una realtà fatta d’ambiguità e disdoro, di soli vizi e bassifondi, di ricchi avviliti dalla loro ricchezza, poveri impoveriti dalla loro povertà e ferocia che sconfina nella malattia mentale (in Camilleri almeno c’è la scapataggine di Montalbano, le sue solenni mangiate, il sole della Sicilia, l’idea di un ambito vitale nonostante i residui di mentalità arcaica, nonostante la politica, nonostante la mafia, nonostante tutto). Le miserie umane e poco altro.

Al contrario essi (bisogni intellettuali) sono pienamente soddisfatti dalla Fantascienza la quale, ponendosi molte domande, suggerisce l’opportunità e possibilità di altrettante risposte; suggerisce l’opzione di ripudiare il presente (troppo piatto, banale e invivibile) in favore di un futuro da costruire e modificare con l’ottimismo della volontà e pessimismo della ragione; possibilità offerte dai diversi bivi, molteplici occasioni che si aprono1 per noi senza interruzione. L’eroe di Fantascienza da questo carico di possibilità (che spesso sono impossibilità) può essere travolto. Può non farcela con l’assassino di turno (Grande Dittatore, Scienziato Pazzo, Invasore Spaziale, Robot Efficientista o Mutante che sia). Può smarrirsi e farci smarrire nei meandri dei suoi incubi, nei labirinti delle sue inaudite visioni (Dick). Di questo futuro egli sempre però sperimenta la ricchezza e così cresce, amplia la sua visione delle cose (lo fa per procurare stimoli al lettore). Arricchito da tale ampia apertura, il procuratore-lettore ritorna al presente, dopo l’ebbrezza della fuga nella fantasia, con capacità critiche accresciute. Torna non per accettarne i limiti, ma per meglio conoscerlo nel suo cieco contraddittorio procedere e per potervisi destreggiare. L’Investigatore di Fantascienza in effetti è più che altro un esploratore, un viaggiatore nelle foreste vergini dell’attualità, dalla quale dipendiamo e dalla quale, buoni aborigeni, traiamo di che vivere, ma la cui gran parte poco conosciamo. Compito dell’Investigatore è dunque di rappresentarcela per permetterci di muoverci più agevolmente in essa.

Può anche non acciuffare mandanti e/o esecutori materiali. Esserne addirittura vittima. Non ci lascia alla fine, come avviene nel Giallo – Perry Mason e Poirot permettendo – con un pugno di mosche consolatorie in mano (la soluzione trovata). Ci ha dato invece di che di mettere in funzione l’attività cerebrale con qualcosa in più dei soliti quesiti da Settimana Enigmistica (dei quali per altro siamo pieni) e con i quali assurdamente si pretende di calcolare il quoziente intellettivo. La Fantascienza non misura niente. Si preoccupa di prendere il lettore così com’è per portarlo in luoghi dove, se vuole, se non tentare concretamente di aumentare il suo quoziente intellettivo, quantomeno può dargli di che nutrirsi.

(*) La prima puntata (sui rapporti tra FS e pornografia) è qui: La fantascienza a confronto – 1. Fra 14 giorni in “bottega” la terza e ultima puntata: saranno a confronto Fantascienza e Western.

1

E purtroppo si chiudono rapidamente.

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

5 commenti

  • Francesco Masala

    d’accordo con Mauro Antonio Miglieruolo, ma dopo il giallo poi c’è il noir…

    …Molto spesso nel noir la figura dell’investigatore passa in secondo piano, l’importante è raccontare, attraverso l’indagine poliziesca, gli aspetti oscuri di una città o della collettività. Se il giallo classico è rassicurante (il caso si risolve sempre in maniera felice e tutto torna come prima), il noir colpisce e destabilizza il lettore…
    (https://noiritaliano.wordpress.com/2012/06/29/facciamo-chiarezza-sul-noir/)

  • Ringrazio per la precisazione, che allarga le prospettive di uno scritto fin troppo sintetico

  • Pierluigi Pedretti

    Bravo Miglieruolo, e giusta la precisazione di Masala.

  • Riflessione molto ricca, che invita all’approfondimento e che appassiona nei suoi aspetti propositivi.
    Incantano alcuni passaggi che fanno risplendere lo stile fantascientifico, da uno dei suoi migliori interpreti.
    Dispiace la critica alle letture definite “di pacificazione”. Il tema più ricorrente nelle opere di Simenon è la solitudine, che spesso si accompagna a quello della stanchezza di fronte al male e alla sconfitta. In una città di solitudini, oggi più che in altri momenti, i romanzi di Simenon sono preziosi. Quindi non concordo con quanto sottolineato “Il massimo a cui può arrivare (il giallo) è una visione sconsolata della nostra realtà; una realtà fatta d’ambiguità e disdoro, di soli vizi e bassifondi, di ricchi avviliti dalla loro ricchezza, poveri impoveriti dalla loro povertà e ferocia che sconfina nella malattia mentale…”
    Il diffondersi dell’amore pel romanzo poliziesco è stato spesso definito un vizio, accanimento verso il terrificante, o per impreziosire il commento, verso il terrificante algebrico, al problema enigmistico del crimine, alla spietata caccia di un cervello ad un altro cervello. Ogni rappresentazione viva, se interessa, solleva
    l’inconscio mimetismo, che è in ciascuno di noi.

  • Nessuno si stupirà, ritengo, se concordo con Diego Rossi, che ha individuato un punto debole della mia argomentazione. Se, infatti, mantengo immatata la valutazione delle tendenze globali del giallo, sono anche in obbligo di riconoscere che avere definito un “massimo” entro cui lo stesso può svilupparsi e sbagliato criticamente e scientificamente. Non è il genere a limitare la creatività, ma una limitata creatività a rinchiudersi nei limiti di un genere. Simenon rompe lo schema, bene: probabilmente altri lo ha fatto, o lo farà. Quello che è deisivo, grazie per l’occasione che mi è stata offerta di dirlo, è la concordanza tra l’ambito giudiziaziario entro cui finiscono per confluire determinati tipi di storie e la caratteristica fondante dell’ideologia dominante; che è ideologia giuridica, osserva il mondo da quel lato, a quel lato vuole ancorarlo. Esemplifico: Rossini canta la “calunnia è un venticello”; ma la calunnia cosa è se non sentenza passata in giudicato, critica, giudizio e condanna insieme? Da dove nasce tutta questa passione per i processi se non in quanto nel fondo di ognuno l’idealogia corrente ha piazzato un giudice che tutto sanziona e tutto condanna (beninteso: tutto quello che non produce sottomissione, profitto e smodato consumo). Io potrei voler sapere dei fatti del vicino per scoprire se ha necessità di soccorso, di una parola buona, un aiuto materiale; e quindi attivare l’umano che sonnecchia in me per rendermi utile. Perché invece mi appassiono tanto per sapere se è colpevole o innocente? anzi, di meno, molto di meno: se è dichiarato tale da un potere che buonafede vorrebbe si adoperasse per risolvere i problemi, non per produrne di nuovi, producendo ulteriori occasioni di sentenze. Lo fa proprio per la presenza di quel giudice che costantamente va a processo e vuole che tutti vadano a processo. Lo scopo non è capire, risolvere, curare chi c’è da curare, isolare chi deve essere isolato. Lo scopo è la gran commedia del giudizio, attraverso il quale l’ufficialità affermata solennemente, il potere, che è potere sulle vite e sui corpi, propaganda se stesso. Tutti gli altri elementi sono subordinati a questo e io neppure riesco a immaginare, tantomeno praticare un modo diverso di comportarsi.
    Ricordo nel ’68, il quel perdurare – nonostante tutto – degli anni Trenta Sovietici, la difficoltà che si aveva nell’applicazione del principio di critica-autocritica. Nell’impedire che ogni confronto diventasse automaticamente un processo. Perché non erano in ballo, allora come ora, la colpevolezza o meno del compagno di strada o compagno di gruppo, ma la presenza di radici di pensiero estraneo (al comunismo) che determinava questo o quell’errore politico o comportamentale. Lo scopo non era dunque emettere una sentenza, sanzionare, punire. Lo scopo era un confronto che aiutasse a trovare insieme queste radici, radici che interessavano TUTTI, per neutralizzarle, affinché TUTTI dessero quel passo avanti senza il quale il movimento non poteva procedere. La scoperta di queste radici (di pensiero borghese in noi) annullava l’errore commesso, non dava luogo a sanzioni (se non dopo ripetute infrazioni dello stesso genere, il che testimoniava di un radicamento troppo forte dell’errore). Era tramite aggiustamenti continui, non tramite letture di carte e aule di Tribunali, che si approdava alla verità. Faticosamente, per errori e correzioni, con un avvicinamento asintotico a essa che chiamavamo “punto di vista proletario”. Non diversamente fanno le scienze.
    Sia chiaro: non ci sono colpevoli. Vi sono idee sbagliate e formazioni conseguenti (sbagliate). Vi sono uomini cresciuti male (tutti: chi più, chi meno), che bisogna raddrizzare mediante il tutore della comprensione, della discussione, dello studio, della riflessione e del LAVORO. Ma già, tutto è lavoro…
    Concedetemi un aneddoto che forse può aiutare: mi è stato raccontato tempo fa il modo con il quale ancora oggi nei territori di cultura Maya si amministra la giustizia (la piccola giustizia, beninteso. Di quella grande si occupa lo Zocalo). Un tizio che la notte precedente si era ubriacato, commettendo le solite prodezze da ubriaco, riceve la mattina dopo la visita dell’Alcalde, il quale gli descrive brevemente il suo cattivo comportamento e lo invita a recarsi in prigione, dove si rinchiuderà volontariamente per i prossimi giorni. Il tizio, dopo aver cercato di negare, non si ricorda bene ecc., mogio mogio si reca in carcere, si infila in una cella e vi rimane per il tempo stabilito. Ricompenserà con il lavoro coloro che sono stati danneggiati. Il tutto senza tribunali, manganelli, atti processuali, dichiarazioni di colpevolezza. E senza residui.
    Tuttavia lo sappiamo, lo sappiamo bene, i Tribunali e la mentalità che li giustifica, ci vogliono. Una società fondata sul furto, non può vivere senza la continua affermazione che non si ruba, senza il freno costituito dal manganello, esploderebbe altrimenti.
    Poi però ci sono coloro che se ne infischiano della manutenzione delle barre di refrigerazione che tengono sotto controllo la fusione atomica. Una o più voci fuori dal coro. Che guastano il bel compitino di Miglieruolo che quasi ci si commuove vedendo quanto fosse scorrevole e sintetico.
    Grazie a Simenon, certo. Ma anche all’interlocutore che dell’autorevolezza di Simenon ha saputo avvalersi.

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