La transizione energetica puzza di gas

di Mario Agostinelli

L’Accordo per limitare a 1,5 °C l’aumento di temperatura al 2030 ha suggerito alle lobby fossili il rilancio del metano come “rimedio” a sostituzione dell’eccesso di emissioni dovute alla combustione di carbone e petrolio. Il punto di forza, a dire dell’ENI (v. https://www.eniday.com/it/education_it/gas-contro-carbone-cambiamento-climatico/) sta nel fatto che, mentre il carbone produce CO2 in ragione di 350-400 grammi per kWh, il gas «si ferma solo a 200 grammi/kWh». Quindi…a tutto gas! La verità è che il gas naturale inquina meno di petrolio e carbone ma inquina, eccome! Come “soluzione ponte” per approdare alle rinnovabili non ha ragione di esistere: anzi, chiudere un occhio sul metano, corrisponderebbe a mancare l’obbiettivo più importante di totale decarbonizzazione per la metà del secolo. Qui sotto illustro tre motivazioni per non ricorrere al gas, pena il non raggiungimento degli obbiettivi ritenuti necessari dall’IPCC.

1. Si è recentemente scoperto che il metano (per oltre il 99% componente del gas naturale) è anch’esso un potente gas serra (una tonnellata di metano equivale a 25 tonnellate di anidride carbonica) ed è aumentato nell’atmosfera non solo come prodotto di esalazione di paludi, allevamenti bovini, risaie, discariche, ma soprattutto come fuoriuscita da depositi superficiali e, in particolare, da attività minerarie dirette proprio all’estrazione di combustibili fossili. Si libera in maggior misura in atmosfera nella forma di CH4 sia quando si ricorre a perforazioni non convenzionali sia quando si estrae shale gas. Le ricerche più accurate affermano che nell’ultimo decennio la dispersione di metano dall’attività mineraria supera quella proveniente da fonti biogeniche (v. https://www.biogeosciences.net/16/3033/2019/ ). In definitiva, chi suggerisce – o impone! – l’impiego massiccio della fonte fossile “meno sporca”, si limita a una comparazione di emissioni di CO2 alla combustione, ma glissa sul fatto che all’estrazione e nel corso della trasmissione venga disperso gas metano, ancor più pericoloso per il clima dell’anidride carbonica (le perdite dai tubi dei metanodotti non sono mai inferiori al 3%).

2. Non basterà sostituire gas al carbone per arrivare a 1,5° C. Si calcola che, se tutto il carbone fosse sostituito da metano, usando le esistenti centrali a ciclo combinato, diminuiremmo le emissioni di CO2 di 15 milioni di tonnellate. Se invece la stessa quantità di elettricità venisse prodotta da nuove fonti rinnovabili, le ridurremmo di 26 milioni di tonnellate (v https://themasites.pbl.nl/publications/pbl-2017-summary-trends-in-global-co2-and-total-greenhouse-gas-emissions-2983.pdf ). Non basterà quindi il passaggio dal carbone al gas, ma occorrerà – e questo non lo si vuole ammettere – puntare su tecnologie di sequestro sottoterra della CO2 prodotta in eccesso. Questa scommessa rischiosa ignora che non è affatto provato che le tecnologie di sequestro funzionino. Servono solo come specchietto per le allodole per ritardare l’adozione di misure immediate e, qualora fossero messe a punto, comporterebbero un onere economico ingiusto per le generazioni future e aumenterebbero significativamente l’insicurezza alimentare e idrica. Infatti, un gas letale e inodore come la CO2, più pesante dell’aria, sarebbe una minaccia incombente, dato che eventuali fughe non sono avvertibili ai nostri sensi ed i terreni coltivabili sotto cui porre in custodia il prodotto di una follia umana diventerebbero inservibili (v. https://www.globalwitness.org/sv/campaigns/oil-gas-and-mining/overexposed/).

3. Anche sotto il profilo dei costi il vantaggio del gas non regge. Oggigiorno l’energia rinnovabile può ormai sostituire profittevolmente il carbone come generazione di massa, risparmiando nel contempo il denaro dei consumatori. In una proiezione futura il confronto gas-rinnovabili è ancor più penalizzante per il primo. Le infrastrutture multimiliardarie del gas eventualmente messe in opera oggi verrebbero progettate per funzionare per decenni a venire. Si tratta infatti di infrastrutture ad alta intensità di capitale che richiedono lunghi periodi di funzionamento per remunerare gli investimenti. Una volta che il capitale è stato impiegato, l’operazione è destinata a continuare finché i ricavi superano i costi operativi marginali. Ma la crisi climatica ha tempi bruschi e la sua precipitazione suggerisce di evitare di mettere in opera nuovi progetti sul gas, le cui emissioni “a vita intera” non rientrerebbero nei bilanci del carbonio previsti dall’accordo di Parigi e tanto meno dai suoi aggiornamenti (v.http://priceofoil.org/content/uploads/2019/11/iea_gas_briefing_final_r2.pdf).

Possiamo concludere che in Italia il gas come risorsa di transizione non ha ragione di essere.

Purtroppo, non è quello che sta scritto nel Piano Clima (PNIEC) del governo: v. http://www.rinnovabili.it/energia/piano-nazionale-energia-clima/. La percentuale del gas fossile rimane il 37% del totale del fabbisogno primario e solo per il 2040 si prevede una riduzione della sua percentuale al 33%. Le fonti rinnovabili crescono solo dal 18% al 28%. Intanto è confermata la partecipazione di Snam ed Eni ai nuovi metanodotti, come la necessità di dotarsi di nuovi terminali (“gassificatori”) di importazioni di GNL (gas liquefatto) anche da Paesi impegnati nell’estrazione di “shale gas”. Che fare allora della TAP (Trans Adriatic Pipeline), del progetto di riconversione a gas del carbone di Civitavecchia e della metanizzazione della Sardegna? A chi giova un errore di previsione così incomprensibile a fronte dei dati forniti dalle previsioni climatiche?

Mario Agostinelli ha un blog su “Il fatto quotidiano” on line

 

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