Narcopolitica e desaparecidos: l’agonia del Messico

di David Lifodi

È il 2006 quando il presidente Felipe Calderón dichiara guerra al narcotraffico: da allora, segnala il collettivo Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en México (Fundem), fino al febbraio 2013, nel paese sono state registrate ufficialmente 26.121 sparizioni. Di recente, l’emittente televisiva Al Jazeera ha paragonato i massacri degli islamisti dell’Isis a quelli dei narcos messicani: ne emerso che nel 2014 i cartelli messicani hanno ucciso oltre 16mila persone rispetto alle 9mila eliminate dallo stato islamico. Questa macabra contabilità, riportata dal giornalista uruguayano Raúl Zibechi nell’articolo Un estado fallido planificado, scritto per Alainet.org, evidenzia come lo stato messicano si sia trasformato in un’organizzazione criminale dove narcotrafficanti e politica istituzionale si sono uniti per controllare militarmente la società. Il loro scopo è quello di evitare che scoppi una seconda rivoluzione messicana in un paese che ormai è sul punto di esplodere, come è accaduto durante una delle tante manifestazioni di protesta contro il massacro di Ayotzinapa nella città di Chipalcingo, capitale del Guerrero, dove la sede del Partido Revolución Democratica (Prd) è stata incendiata dai dimostranti.

Vivos se los llevaron, vivos lo queremos, lo slogan gridato nelle piazze del paese per chiedere verità e giustizia per i 43 normalistas della scuola rurale di Ayotzinapa desaparecidos dallo scorso 26 settembre, il giorno della mattanza degli studenti avvenuta nella città di Iguala grazie al lavoro sporco congiunto di narcos e polizia, rischia di rimanere una richiesta inascoltata. Ormai i desaparecidos sono divenuti un tratto acaratterizzante del Messico contemporaneo e non necessariamente, o quantomeno non solo, per motivi politici. Spariscono i migranti centroamericani alla frontiera con il Messico, preda dei narcotrafficanti, e quelli che sono intercettati dalle squadracce di estrema destra a stelle e strisce al confine con gli Stati Uniti, ma anche semplici lavoratori che gli stessi narcos utilizzano per le proprie necessità: è il caso di un ingegnere delle telecomunicazioni rapito dai cartelli della droga per obbligarlo a lavorare al loro servizio. Malgrado le recenti sollecitazioni giunte al governo federale ed ai governi statali sul caso dei desaparecidos e sull’alto grado di penetrazione nelle istituzioni raggiunto dal crimine organizzato, a Los Pinos hanno fatto sempre orecchi da mercante, da Vicente Fox a Felipe Calderón fino a Enrique Peña Nieto. Eppure la narcopolitica fa parte ormai della vita del paese. Il massacro dei normalistas, come del resto alcune delle più atroci stragi nel recente passato del paese (Acteal nel 1996 e San Salvador Atenco nel 2006), sono state derubricate dal governo a semplici conflitti di carattere etnico. Raúl Vera, vescovo di San Cristóbal de las Casas sulle orme di Samuel Ruiz e adesso nella città di Saltillo (stato di Coahuila), sostiene che il massacro di Ayotzinapa sia un messaggio mafioso inviato alla società civile, una sorta di avviso ai naviganti per dimostrare di cosa sono capaci i narcos. Ben prima della strage dei normalistas, Carlos Fazio, in un articolo scritto su La Jornada il 30 giugno 2012, evidenzia come lo stato di diritto in Messico si sia ulteriormente deteriorato quando nel paese è arrivato Oscar Naranjo, divenuto uno dei fedelissimi del presidente Enrique Peña Nieto, tanto da raggiungerlo dalla Colombia, suo paese natale, dove era uno degli arquitectos de la actual narcodemocracia colombiana. Lo stesso Washington Post ha ammesso che almeno settemila militari colombiani siano stati addestrati dai loro omologhi colombiani. In Messico, e nel caso specifico del massacro di Ayotzinapa nel Guerrero, è in atto da anni una guerra sporca contro qualsiasi opposizione sociale per stroncare sul nascere eventuali nuovi leader come Lucio Cabañas o Genaro Vázquez Rojas. Ana Esther Ceceña, docente presso l’Universidad Nacional Autónoma de México (Unam) ed esponente dell’Observatorio Latinoamericano de Geopolítica, ritiene che in Messico ci siano dei vuoti giganteschi nello stato di diritto: mentre la società civile chiede giustizia, le istituzioni trattano il caso di Ayotzinapa e altri dello stesso tipo alla stregua episodi di cronaca nera. La fragilità dello stato, unita alla collusione di una buona parte della classe politica con i narcos, si riversa principalmente sui giovani, come hanno capito anche i ragazzi delle università private, tra cui quelli dell’Iberoamericana, la stessa che aveva contestato duramente la visita di Enrique Peña Nieto durante la sua campagna elettorale per le presidenziali, tra le prime a scendere in piazza dopo la caccia allo studente avvenuta a Iguala. In Messico, riflette ancora Ana Esther Ceceña, ci sono due società contrapposte: da un lato una che crede fortemente nella democrazia, dall’altro un’accozzaglia di criminali fatta da uomini politici e narcotrafficanti. La cartina di tornasole, ancora una volta, riguarda ancora la reazione della politica a seguito del massacro di Ayotzinapa. Chiamati ad esprimersi sul destino di Ángel Aguirre, il governatore del Guerrero tra i principali responsabili di quanto accaduto a Iguala, gli esponenti di primo piano del Partido Revolución Democratica si sono espressi a larga maggioranza affinché il personaggio in questione non venisse sollevato dall’incarico. Ancora più surreale la dichiarazione di un deputato perredista, Fernando Belaunzarán: “Né lo condanniamo, né lo assolviamo”. Paradossalmente i sicari del cartello della droga Guerreros Unidos, quelli che hanno ucciso gli studenti dopo averli torturati, non hanno tutti i torti quando sostengono che non sono gli unici responsabili del massacro di Ayotzinapa. Il Prd, che in teoria rappresenterebbe l’opposizione di centrosinistra alla doppia destra priista e panista, ha scelto di seguire la linea presidenziale, che è quella di incolpare, sempre e comunque, i narcos. Il Prd, come Peña Nieto e tutto il sistema politico messicano, ha preferito invece fingere di non vedere l’alleanza sempre più profonda tra crimine organizzato e partiti politici. Eppure, il Messico agli occhi di tutti continua ad apparire come un paese democratico: ufficialmente non c’è una dittatura né ci sono guerre in corso. In realtà tutti sanno che lo stato messicano non è certo garante dei diritti umani e, prima di difendere i suoi cittadini, a Los Pinos la priorità principale è quella di tutelare il modello economico neoliberale tuttora vigente. Anche le guerre non mancano: soltanto i conflitti legati all’estrazione mineraria e alla costruzione di centrali idroelettriche sono centinaia. Inoltre, la narcopolitica non è più una prerogativa esclusiva del Partido Revolución Institucional (Pri), ma, come ormai acclarato, anche del Prd e delle sue correnti, tra cui quella di Nueva Izquierda, il cui presidente del Congresso statale, nel Guerrero, è Bernardo Ortega, segnalato come capo del cartello della droga Los Ardillos. Il Messico si è trasformato, grazie anche alla lenta penetrazione nel paese dei narcos colombiani, nella rotta della droga più importante verso gli Stati Uniti, e a farne le spese sono gli stati più poveri del paese (Guerrero, Tamaulipas, Oaxaca, tra gli altri), dove maggiore è l’esclusione sociale e in cui le politiche privatizzatrici neoliberiste si sono affermate più facilmente a danno della popolazione.

“Il Messico è una tomba senza nome dove cadono tutte le vittime e i desaparecidos”, hanno scritto un gruppo di intellettuali guidati Elena Poniatowska, Juan Villoro e Paco Ignacio Taibo II: chissà se una nuova rivoluzione messicana, nel segno di Zapata, è di nuovo alle porte?

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