Nicaragua: dal somozismo al sandinismo e ritorno

Le pratiche di Daniel Ortega, che nel 1979 aveva liberato – con gli altri sandinisti – il Nicaragua dal fascismo somozista, oggi sembrano ricalcare proprio le orme della famiglia Somoza.

ln questo dossier un articolo tratto da Subversiones, una riflessione di Aldo Zanchetta (dal mininotiziario “America latina dal basso”, una dichiarazione di solidarietà con il popolo del Nicaragua ripresa da Pressenza, una presa di posizione di Leonardo Boff e un lungo articolo dedicato ad analizzare le ragioni delle proteste di piazza.

Il Nicaragua non è il Venezuela

Traduzione dal testo di María Campo foto di Rafael Conrado, pubblicato il 18 giugno 2018 su https://subversiones.org/archivos/132655

Dal passato 18 di aprile è comune leggere o ascoltare comparazioni tra le proteste in Nicaragua e quelle in Venezuela. Alcune persone vanno oltre e sentenziano che in Nicaragua si sta realizzando un golpe bianco o una rivoluzione colorata come quella in Egitto (2011) o Ucraina (2013) e aggiungono che sono finanziate dagli Stati Uniti.

La realtà merita una interpretazione all’altezza della complessità dei fatti.

Il manuale di Gene Sharp sulla lotta nonviolenta.

Gene Sharp è un accademico statunitense che nel 1993 scrisse un libro intitolato “Dalla dittatura alla democrazia”. Il testo descrive, tra le altre cose, metodi non violenti per abbattere regimi politici. Alcune persone sostengono che Sharp elaborò un manuale per realizzare golpe bianchi utilizzati dalla Cia per destabilizzare governi che non godono del suo favore. Non è una sorpresa che i tentacoli degli Stati Uniti siano dietro a movimenti controrivoluzionari come avvenne in Nicaragua negli anni ’80. Tuttavia non è possibile aggiudicare a Sharp tutto il merito di una lotta molto più vicina ad altre esperienze di lotta locale che a un piano strategico della CIA.

Chi fa più ricorso nel citare Sharp sono i media russi, che hanno chiamato golpe bianchi i movimenti che hanno forzato la caduta di presidenti in Paesi come la Serbia (2009), Ucraina (2005), Kirghizistan (2005) e Georgia (2003).

Curiosamente tutti i presidenti destituiti in questi paesi menzionati erano filorussi.

In Venezuela il chavismo ha collegato Otpor alle proteste contro il presidente Maduro. Otpor è stato un movimento studentesco serbo che nei primi anni del 2000 chiedeva le dimissioni del presidente Slobodan Milošević che anni dopo venne accusato di genocidio.

Secondo il canale ufficiale TeleSur, giovani venezuelani vennero addestrati da leader di Otpor, che entrarono in Venezuela nel 2004 sostenuti dalla NED, CIA, SAID e Freedom House, con il fine di realizzare un programma di destabilizzazione per generale un golpe bianco.

La sollevazione dei settori popolari.

Chi pretende di collegare le proteste di inizio aprile del 2018 al manuale di Sharp o agli interessi della CIA segue lo stesso copione utilizzato dal chavismo in Venezuela per disinformare. Tale campagna è diretta principalmente a persone, partiti o organizzazioni che simpatizzano o si considerano di sinistra.

I complottisti sostengono che gli Stati Uniti finanzino le proteste in Nicaragua attraverso l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo (USAID) e la Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED) che promossero per diversi anni forum della società civile, seminari di leadership e programmi di consolidamento della democrazia tramite ONG.

Ciò, secondo loro, ha portato l’addottrinamento di giovani borghesi da parte della destra. Assicurano che attraverso le reti sociali si sia iniziato a sviluppare un golpe con la promozione di hashtag che hanno molte similitudini con altre esperienze destabilizzatrici (l’hashtag maggiormente usato in rete è #SOSNicaragua).

Quello che sfugge ai cospiratori è che, nonostante il ruolo della rete sia stato fondamentale a fini organizzativi e di documentazione, a livello nazionale la copertura di internet è di appena il 20%. Pertanto molte città insorte non attesero le reti sociali: iniziarono la loro resistenza venendo a saper del massacro che si stava commettendo. Il Nicaragua è un Paese piccolo, con una popolazione di appena 6 milioni di abitanti. Nella zona del Pacifico e del centro e soprattutto nelle regioni urbane e nelle comunità più grandi le notizie viaggiano più velocemente attraverso il passaparola.

Ai cospiratori sfugge anche che il Nicaragua ha sofferto nella sua storia molteplici attacchi e invasioni da parte degli USA. Nel 1856 si registrò la prima e nel 1980 l’ultima, sotto il governo di Roland Reagan. Sicuramente alcuni nicaraguensi simpatizzano con la politica estera statunitense, ma la stragrande maggioranza ha qualche familiare assassinato o desparecido nella guerra degli anni ’70 ’80 promossa dagli Stati Uniti.

Per questa ragione Ortega si è sempre avvalso di ravvivare i sentimenti anti-yankee nei suoi discorsi; sa che esiste ancora un risentimento e rancore verso lo stato nordamericano.

Pertanto non sarebbe logico pensare che questa volta la maggioranza dei nicaraguensi possa accettare senza problemi l’ingerenza degli Stai Uniti, quando i fantasmi della guerra auspicata dalla politica nordamericana aleggiano ancora.

L’esperienza della rivoluzione popolare sandinista del 1979.

 Esistono molte più similitudini tra la Nicaragua del 2018 e la Nicaragua del 1979 rispetto a qualsiasi esperienza di golpe bianco. Una foto di una barricata in Nicaragua comparata con una guarimba venezuelana non è una prova sufficiente per sostenere che in entrambi i Paesi si stia applicando lo stesso schema da parte dello stesso attore (gli USA).

Di fronte agli attacchi dei paramilitari che terrorizzano molte città del Nicaragua, la popolazione si è organizzata nei propri quartieri per ostacolarne l’entrata. Si sono costruiti veri muri nelle stesse strade in cui durante la rivoluzione popolare sandinista del ’79 i guerriglieri insegnavano alla popolazione come costruire le barricate, sono stati gli stessi adoquines (sanpietrini ndt) che si sono utilizzati.

Sono i papà e i nonni della generazione millenium che hanno trasmesso le capacità organizzative i giovani. In città come Masaya famiglie intere resistono dalle loro case agli attacchi costanti della Polizia Nazionale e delle milizie para-policiales affini al governo. Questa città è stata simbolo di lotta oggi, così come durante la rivoluzione popolare sandinista. In questa cittadina si torva il quartiere indigeno di Monimbó, conosciuto per la resistenza che dimostrò durate la colonizzazione spagnola e durante la dittatura somozista. Non è un caso che quando iniziarono le proteste questo quartiere sia stato uno dei primi nel Paese a sollevarsi.

I masayas (abitanti di Masaya ndt) contano altrettanto su una buona organizzazione, ogni anno organizzano festività molto importanti e celebrazioni popolari in cui tutti vengono coinvolti fin dalla tenera età e crescendo assumono un ruolo che li rende partecipi di una rete comunitaria. Nello stesso modo gli abitanti di questa cittadina sono uniti nella lotta contro la dittatura.

Noi nicaraguensi proviamo una sensazione di flashback tra l’insurrezione che stiamo vivendo e quello che successe nei decenni scorsi. Secondo i cospiratori invece dietro a tutto questo ci sono gli statunitensi, non considerano nella loro narrazione che siano stati i settori popolari i primi a insorgere.

Allo stesso modo che a Monimbó la crisi attuale è esplosa quando gli studenti di tre università pubbliche di Managua (UNA, UNI, UPOLI) sono scesi in piazza a protestare contro una misura approvata dall’amministrazione Ortega in relazione alla previdenza sociale. Ciò che avvenne in seguito è l’orrore: la polizia e i gruppi para-policiales assassinarono studenti e manifestanti.

Questi omicidi accesero la scintilla dell’indignazione e più quartieri e più città si unirono alla protesta realizzando cacerolazos e alzando barricate.

Anche questa volta sono stati i settori popolari a manifestare, incluse città considerate bastioni del sandinismo come León e Matagalpa.

Le dimissioni del presidente Ortega.

Una cosa deve essere chiara: le proteste non sono state una mera reazione spontanea di fronte alla brutalità con cui il presidente Ortega e sua moglie – la vicepresidente Murillo –  hanno represso la popolazione. Sono stati molti i malcontenti accumulati durante gli 11 anni di governo Ortega: la legge del canale interoceanico che priverebbe delle terre numerose famiglie di contadini e distruggerebbe la biosfera naturale; la mancanza di libertà di espressione e manifestazione; la corruzione e malversazione di fondi; la perdita dell’autonomia universitaria dal potere politico; l’aumento di prezzo del carburante e delle tariffe dell’energia elettrica tra le altre.

Le proteste in Nicaragua scarseggiano di una leadership visibile, il che gioca a nostro favore. Nelle negoziazioni sviluppatesi nel Dialogo Nazionale intavolato dal governo si trova una coalizione di distinti settori: studenti, contadini, accademici, associazioni di diritti umani e della società civile, del movimento femminista tra gli altri. Sono i e le rappresentanti del popolo e, nonostante esistano alcune figure che spiccano di più, esse non sono l’avanguardia. Coloro che capeggiano la lotta sono trincerati nelle università o nei diversi tranque (blocchi stradali costituiti da barricate ndt) che ostacolano il traffico sulla Panamericana e in altre strade.

Dire che in Nicaragua un movimento guidato da settori popolari, senza nessun partito politico di mezzo, sta gestendo un golpe equivalere a dire che la rivoluzione popolare sandinista del 1979 è stata allo stesso modo un golpe, come diceva il dittatore Somoza.

I colpi di stato per definizione rappresentano una presa del potere repentina in forma violenta. In questo caso la presa del potere non sta avvenendo in forma repentina né violenta, infatti durate il Dialogo Nazionale si è presentata un’agenda che propone la democratizzazione del Paese e l’uscita di scena pacifica e ordinata di Ortega.

Esiste una base giuridica per la destituzione di Ortega che non è incostituzionale come invece è stata la sua rielezione illegale del 2011.

Non sono stati nemmeno il manuale di Gene Sharp o i forum di leadership che hanno fatto scattare un piano per destabilizzare il governo Ortega. Delle quasi 200 persone assassinate dal governo, fino a questo momento, la maggior parte erano cittadini di quartieri emarginati o studenti di università pubbliche. Nessuno di questi coincide con la descrizione dei cospiratori di leader borghesi indottrinati dall’USAID e dalla CIA. Non sarebbe nemmeno possibile stabilire un nesso tra questi ragazzi martiri e l’USAID.

Le dimissioni di Ortega non sono richieste dall’esigenza di un élite, è una richiesta popolare e chi è stato maggiormente penalizzato dal regime di Ortega sono state le città e i paesi considerati di maggioranza sandinista, allo stesso modo che molti quartieri della capitale. Che ironico sarebbe che un golpe bianco guidato dalla CIA si stesse mettendo in atto nelle stesse strade che videro protagonista la lotta anti-somozista.

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MININOTIOZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO n.6/2018 del 24 luglio 2018

di Aldo Zanchetta

Riportiamo la parte dedicata al Nicaragua:

“Credo che tutti abbiate letto qualche notizia degli avvenimenti in Nicaragua e non scenderò nei dettagli, segnalando però tre articoli, uno dei quali non descrittivo dei fatti ma significativo del modo di pensare di una parte della sinistra messo in evidenza dalla reazione di fronte agli avvenimenti di queste settimane nel paese, è riportato tradotto qui sotto. Gli altri due, di Raúl Zibechi e Éric Toussaint rispettivamente (una informazione molto esaustiva nel secondo), sono leggibili,  in italiano il primo sul sito di Antonio Moscato (antoniomoscato.altervista.org/: La sinistra ed il Nicaragua: i silenzi che uccidono) , in spagnolo sul sito del CADTM il secondo (che, se non ho capito male, dovrebbe apparire pure tradotto sul sito di Moscato). La trasformazione del sandinismo sotto Ortega e Murillo allo scrivente apparve già chiara fin dalla seconda metà dell’ultima decade dello scorso secolo. Già alcune notizie provenienti dal paese attraverso persone attendibili mi avevano messo in allerta. Nel ’95, dopo un paio di lunghi colloqui avuti a Roma, in occasione di un incontro internazionale di solidarietà con l’America Latina, con una militante nicaraguense, che mi parve credibile al punto di decidermi a dare un buon contributo in denaro perché il suo gruppo potesse affiggere un proprio manifesto in occasione delle elezioni. Successivamente le informazioni attraverso persone e media da me ritenuti credibili si fecero più numerose ma da questa sinistra di cui dicevo sopra, il silenzio è sempre stato assordante.  Anche da parte di amici certamente in buona fede, ma “sterilizzati” ideologicamente contro le “infezioni” sovversive. La difesa dell’ortegasandinismo (nulla a che fare con il sandinismo originale, ovviamente) insiste, ultima ratio, sul fatto che siamo di fronte ad un complotto reazionario. Certo, nessuno dubita, avvoltoi a stelle e strisce stanno sorvolando, e anche planando, su Managua. Ma l’odore nauseabondo che emana dal territorio ha origini precise. A proposito, sentiste il silenzio assordante quando si seppe che l’eroe della rivoluzione Daniel Ortega, aveva stuprato la figliastra? Oh, si, dettagli certo! Cose private …

Pure assordante il silenzio, anzi no: la solidarietà espressa, dei partecipanti lo scorso anno all’annuale Foro de Saó Paulo, che riunisce ogni anno centinaia di rappresentanti di partiti e movimenti di sinistra latinoamericani, che si riuniva proprio a Managua, ospite appunto del governo Ortega-Murillo. Foro che si è riunito negli scorsi giorni a La Avana e che non ha mancato di confermare la sua solidarietà alla coppia governante. Poi ci si chiede come mai la sinistra è in crisi …”

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Dichiarazione pubblica di solidarietà con il popolo nicaraguense (tratta da Pressenza)

Alcune forze politiche progressiste cilene hanno rilasciato questa importante dichiarazione sui controversi avvenimenti accaduti in Nicaragua di cui poco e male si parla in questo momento in Italia. Abbiamo ritenuto quindi particolarmente importante questa chiara presa di posizione di chi è vicino al popolo nicaraguense.

La redazione italiana di Pressenza

1 – Esprimiamo la nostra assoluta solidarietà al popolo nicaraguense, che nei decenni scorsi è stato un punto di riferimento rivoluzionario in tutta l’America Latina e che oggi, purtroppo, sta attraversando una crisi sociale e politica che speriamo possa essere presto superata.

2 – Esigiamo che si ponga fine alla repressione e alla violenza. A questo proposito, riconosciamo la responsabilità dello Stato nell’attuazione di una politica di repressione sistematica delle proteste sociali.

3 – Chiediamo la fine dei gruppi civili paramilitari, siano essi governativi o oppositori, che contribuiscono a un’escalation di violenza che ostacola la possibilità di una soluzione pacifica. Chiediamo pertanto che si indaghi e si chiariscano le eventuali violazioni dei diritti umani commesse, con le relative sanzioni per i civili, le autorità di polizia e politiche  responsabili, e che si attuino misure di riparazione e di giustizia per le vittime.

4 – Respingiamo tutte le iniziative di destabilizzazione e di intervento politico da parte di agenti esterni (del Gruppo Lima, degli Stati Uniti, dell’OSA o di qualsiasi altro), che a nostro avviso cercano di approfittare dei disordini sociali che il popolo nicaraguense sta vivendo, per porre la destituzione del governo e l’intervento internazionale al centro del conflitto per ragioni geopolitiche, piuttosto che per risolvere i problemi del paese.

5 – Prendendo ispirazione dalle idee di liberazione del sandinismo, chiediamo al governo di Daniel Ortega e Rosario Murillo di porre fine alla corruzione e al nepotismo che esistono oggi al loro interno, nonché alle politiche e agli accordi neoliberali con il conservatorismo ecclesiastico con cui hanno governato. Sono state proprio le ultime riforme delle pensioni, l’opposizione alle richieste femministe e i problemi sociali e ambientali che la matrice economicista ha sviluppato, tra gli altri fattori, che hanno prodotto oggi un legittimo esercizio di protesta sociale. Di fronte a ciò, riaffermiamo il nostro rifiuto dell’esercizio della violenza come risposta da parte dello Stato.

6 – Allo stesso tempo, respingiamo l’idea che la legittima mobilitazione e la protesta sociale debbano essere strumentalizzate dagli interessi delle forze politiche di opposizione che cercano di aggravare la situazione di violenza e destabilizzazione, favorendo così un possibile intervento internazionale. Al contrario, la mobilitazione sociale deve servire a far avanzare le trasformazioni politiche e sociali che la gente richiede.

7 – I tentativi di destabilizzazione e il rifiuto di porre fine all’uso della violenza rendono più difficile il raggiungimento di un accordo politico e sociale. Pertanto, invitiamo tutti gli attori a cercare una soluzione democratica che consideri il dialogo e dia vitalità a una soluzione pacifica del conflitto, nel rispetto dell’autodeterminazione del popolo nicaraguense.

Partido Humanista de Chile

Dirección Nacional Movimiento Autonomista

Movimiento Político Socialismo y Libertad

Per finire, due articoli in lingua spagnola:
Un intervento del teologo Leonardo Boff:

Queridos compañeros y compañeras del Cenidh y querido José Argüello Lacayo:

Como Presidente de honor de nuestro Centro de Defensa de los Derechos Humanos de Petrópolis, Río, me uno al Centro Nicaragüense de Derechos Humanos que con su Comunicado de apoyo a los Obispos, hace una justa critica al gobierno que está perseguiendo, secuestrando y asesinando sus propios compatriotas. Repito las palabras del Papa Juan Pablo II: no hay guerra santa, ni guerra justa, ni guerra humanitaria, porque toda guerra mata y ofende a Dios. Lo mismo vale para quien comanda semejantes práticas contra su pueblo.

Estoy perplejo por el hecho de que un gobierno que condujo la liberación de Nicaragua pueda imitar las prácticas del antiguo dictador. El poder existe no para imponerse a su pueblo, sino para servirlo en justicia y en paz.

Nicaragua necesita del diálogo, pero antes de todo necesita que las fuerzas represivas cesen de matar, especialmente a jóvenes. Esto es inaceptable. Nicaragua necesita paz y de nuevo paz.

Cito la más bella definición de la paz, consignada en la Carta de la Tierra, que reza:

“La paz es la plenitud que resulta de relaciones correctas consigo mismo, con otras personas, otras culturas, otras vidas, con la Tierra y con el Todo mayor del cual somos parte’ (n.16 f). Es decir, la paz no existe en sí misma. La paz es la consecuencia de relaciones correctas en todas las instancias personales y sociales. Esta paz, fruto de tales relaciones, es lo que más deseamos al pueblo, al Gobierno y a toda Nicaragua.

Con la solidaridad del Centro de Defensa de los Derechos Humanos de Petrópolis, Río, y la mía personal, nos sentimos unidos a todos ustedes también en oración delante del Señor, príncipe de la paz.

Leonardo Boff, teólogo y presidente del CDDH de Petrópolis, Río de Janeiro.

Petrópolis 21 de julio de 2018.

Le immagini sono tratte da Subversiones
Redazione
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