Nostra matria è il mondo intero

un percorso di letture con due box (*)

Nel Paradiso terrestre Eva è sola e si annoia. Così quando parla con dio si lamenta: «Vorrei un po’ di compagnia. Perché non crei un essere simile a me?». Dio si impegna e prende una costola di Eva per tirar fuori da lì la nuova creatura. Poi le annuncia: «Ho mantenuto la promessa. Il nuovo essere è pronto, lo chiamerò uomo. Però ha molti difetti, soprattutto mi è venuto molto permaloso e dunque Eva mettiamoci d’accordo: non dovrà sapere che lui è nato da una tua costola, ci rimarrebbe troppo male. Deve rimanere un segreto fra noi due… tra donna e donna».

La storiella che da tempo gira in ambienti femministi – se ha un’origine precisa non è nota – ci ricorda che il maschio è imperfetto (colpito) e permaloso (affondato) ma soprattutto che la divinità potrebbe essere femminile.

Che dio fosse donna doveva essere un segreto… ma abbiamo le prove che fra il nono e il quarto millennio prima di Cristo la verità era trapelata. Quasi ovunque era diffuso il culto della Dea madre: Iside, la greca Gaia, ma anche le tante Marie Vergini Nere che arrivano dall’Africa: fra queste la Madonna nera di Czestochowa, prediletta da Karol Wojtyla. Più lontano nel tempo o nello spazio la Dea prende altri nomi: Kubaba, Nanna Anahita, l’assira Anaitis, Ishtar in Babilonia, la Cibele anatolica, Ilamtecuhtli fra gli aztechi, Akua’maa (divinità nera della Guinea), la dea luna dei sumeri Inanna, la cartaginese Tanit. Fra loro riaffiora l’ombra di Lilith che, secondo le credenze popolari, non volle sottomettersi ad Adamo e perciò scappò via. Ancora in altri luoghi la Dea rivive nelle grandi madri dei bantu (Songi) e del popolo cinese (NuKwa), o nella dea-bufalo dei Kiowa nel Nord America… Sotto diverse spoglie però chi torna è sempre lei: la santa Madre, la Terra (o la Natura) materna, colei che semina il raccolto, dà rifugio, assicura eros-amore oppure morte-pianto-ritorno. Comunque nutrice di ogni civiltà.

Quando le religioni “maschio-centriche” prevalsero ecco la vendetta. I simboli fallici al posto dell’onda, della losanga, dei segni doppi. Impossibile una gilandria – gunè (donna) e aner (uomo) legati insieme – cioè l’equità fra i sessi. Ha da essere patriarcato, deve prevalere il maschio. Che rivendica apertamente: in una cerimonia azteca un donna vestita come la dea Ilamtecuhtli viene decapitata e la sua testa data a un sacerdote. In una versione babilonese il dio-re Marduk dichiara guerra a Tiamat «madre di tutte le cose» e la distrugge, creando poi il mondo a partire dai pezzi del suo corpo. Fra i Kikuyu del Kenia si tramanda che i maschi presero il potere violentando tutte le donne. E in India i sacerdoti di Shiva per migliaia d’anni sono usciti nudi per intimare alle donne di baciare «i sacri genitali» del dio.

L’alleanza fra le religioni organizzate, i poteri e gli storici negò, vilipese e, ove possibile, cancellò ossessivamente le tracce della Grande Madre. Eppure i ricordi riaffiorano persino oggi. «In Marocco, dove predominano berberi e beduini, si vedono gli zerbini con l’occhio della Dea e con l’impronta della sua mano. I tappeti e i tessuti di queste donne riproducono simboli riconoscibili della cultura della dea Madre, gli stessi trovati nelle caverne: la spirale simbolo della vita e del divenire, le onde del mare, il triangolo pubico…» racconta Lella De Marco (labottegadellacreta@libero.it) che a Castel Maggiore, vicino Bologna, ha proposto pubblicazioni, mostre, incontri «sulle orme della Dea».

Le seguaci della Grande Madre compaiono, inconsapevolmente a volte, nelle cosiddette eresie come nei riti del Carnevale dove è “consentito” mettere il mondo sotto-sopra, sbeffeggiando il potere maschile-divino. Sibille, guaritrici – «le donne delle erbe»– e streghe sono, nei vari passaggi storici, alcune tra le tante fedeli all’antica Madre, custodi di antichi saperi e poteri (il più pericoloso dei quali per il Padre Padrone è il controllo della fertilità) dunque ribelli all’ordine del dio-maschio. Le femmine sono le migliori alleate del diavolo, sanciscono gli inquisitori; in un concilio si discute se esse abbiano l’anima.

I tempi corrono e nuove varianti del «padre nei cieli» occupano la scena ma quando le donne si riuniscono fra loro fanno paura: devono nascondersi perché la repressione del dio maschio è pesante, soprattutto quando scopre i simboli e i riti della Grande Madre che sopravvivono, resistono, si travestono per non essere subito scoperti. Da noi si nota al Sud e nelle isole in modo particolare: «la Sardegna è un tesoro, perché lì si può vedere bene l’origine africana di questi riti» scrive Lucia Chiavola Birnbaum: chi conosce bene l’isola ricorda sculture ancestrali, rituali, feste catto-pagane coi fantocci dei santi travestiti da donne, i carrasegase – carnevali – barbaricini e di Bosa. E alla Sicilia e alle sue «comari», cultrici delle Madonne nere, Chiavola Birnaum dedica molte pagine del suo «La madre o-scura». Carlo Levi nel «Cristo si è fermato a Eboli» le descrive come divinità femminili pagane derivanti dalla terra. Altrove si nega perfino l’evidenza. Un sacrestano del duomo di Siena spiega alle visitatrici: «non erano madonne nere ma sporche». Alcune antiche immagini sacre vengono sbiancate. Invece a Tindari la madonna resta scurissima però l’antica iscrizione «Io sono nera e bella» è stata deturpata sostituendo un razzista «ma» al posto della «e».

Il padre-dio continua a stare nei cieli, la grande madre resiste ovunque.

 

PRIMO BOX: UN MESE DI INCONTRI

«Il nome stesso del nostro continente riflette un’idea al femminile con Cadmos che nel cercare la sorella Europa, rapita da Zeus, emigra verso Occidente portando con sé, dall’Oriente, l’alfabeto e il commercio» rammenta Giuseppe Goffredo, nel presentare gli incontri che dall’8 marzo e per tutti i week-end del mese ruoteranno su «Madriterranee. Le rive della Dea Madre». Ogni settimana all’interno di questa cornice si ragionerà – fra Taranto, Bari, Crispiano, Cisternino e Martina Franca – con relatrici e relatori su temi diversi: i dolori della pace, i diritti delle donne, la poesia verso la Dea… Con Lucia Chiavola Birbaum ci saranno Vittorio Pozzo (Libano), Lucy Ladikoff, Somaya al-Shurata, Mohammed Abusharekh (Palestina), Hagit Back (Israele), Rachel Radmilli (Malta), Annamaria Farabbi, Monica Maggi, Vittorino Curci, Anna Puglisi, Toni Maraini e altre/i. Previsti film, mostre, letture. Il programma completo si può chiedere a Progetto Poiesis (la.poiesis@tiscalinet.it, 333 5816638, 080 4321032).

SECONDO BOX: INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Per chi non potesse recarsi ai seminari di «Madriterranee» ecco qualche sentiero di lettura. Oltre ai libri di Lucia Chiavola Birnbaum e di Maria Gimbutas, precorritrice di questi studi («Il linguaggio della Dea», Neri Pozza) fra gli altri testi vale almeno segnalarne una mezza dozzina: «Le grandi Madri» di Tilde Giani Gallino (Feltrinelli), «L’ordine simbolico della madre» di Luisa Muraro (Editori Riuniti), «Il pensiero materno» di Sara Ruddick (Red), «Le donne prima del patriarcato» di Francoise Deaubonne (ormai solo nelle biblioteche) e «Diventare dea» (edizioni di Comunità) di Bruce Lincoln, toh un maschio. L’idea di una grande dea si incrocia con la disputa storica sulle società matriarcali, altro tema su cui la paura (o la presunzione?) maschile fabbrica falsi, roghi, censure. Al riguardo vale leggere in rete – su www.universitadelledonne.it , voce MitoReligioni – almeno «La società matriarcale: definizione e teoria» di Heide Goettner-Abendroth.

(*) care e cari

la piccola redazione del blog si riposa un pochino: dal 23 dicembre al 6 gennaio (date forse un po’ banali) non sono previsti i soliti tre “pezzi” al giorno. Ma ovviamente chi di noi vorrà potrà postare qualcosa che appare urgente. Forse lo farò anche io. Ma intanto, per non lasciare troppo bianco in blog, ho recuperato dal mio archivio una quindicina di miei articoli (del 2006-7-8) che non mi sembrano troppo invecchiati e li posto, uno al giorno senza un particolare ordine di data o di argomento. Questo mio articolo per esempio è uscito nel 2008 (spiacente x i pignoli: non ho annotato mese e giorno) sull’inserto domenicale del quotidiano «Liberazione». Mi è sembrato utile riproporlo anche in relazione al post (del 10 novembre 2012) «La messia fa chiarezza» di Maria G. Di Rienzo.

Dal 7 gennaio in blog si torna allo schema abituale. Restano gli appuntamenti fissi: il lunedì Mark Adin (ore 12); martedì fantascienza (io e Fabrizio Melodia); il mercoledì appaltato a Miglieruolo; il giovedì le finestre di David; venerdì Rom Vunner, in possibile alternanza con Maia Cosmica; sabato «narrativa e dintorni» con un racconto o una poesia, le vigne(-tte) di Energu e altro; domenica la neuro-poesia di Pabuda ma anche Alexik. Tutti i giorni molto altro, a partire dalla (da noi amatissima) Maria G. Di Rienzo e dalle urgenze.

C’è una novità nella quale vorremmo coinvolgere… chi se la sente. L’idea è di partire dall’11 gennaio con una «scor-data» al giorno; speriamo di farcela. Se siete da poco nel blog e non sapete cosa sono le «scor-date» … fate prima a leggerne qualcuna che io a spiegarlo. Oppure leggete un libro meraviglioso come pochi: «I figli dei giorni» di Eduardo Galeano, tradotto da Sperling & Kuperf pochi mesi fa (e recensito in blog). Ovviamente una «scor-data» al giorno (e ben fatta) è davvero un impegno gravoso. Perciò cercheremo di dividerci i post fra la redazione e un po’ di esterne/esterni. Se qualcuna/o si candida ad aiutarci e/o ha proposte GRAZIE in anticipo e si faccia sentire (su pkdick@fastmail.it) così ne parliamo.

Mi fermo qui.

Abrazos y rebeldia per un 2013 di intelligenza, dignità e sovversione. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Mi permetto soltanto di aggiungere alla bibliografia un titolo di recente pubblicazione della già citata Marija Gimbutas:
    La civiltà della Dea (Stampa Alternativa)
    Tradotto e curato da Mariagrazia Pelaia

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