Qatar 2022: aggiornamenti / 14

La “bottega” continua a denunciare i mondiali della vergogna (64 partite e 6500 morti) ma oggi proviamo ad “allargare” il discorso e a tenere conto di una obiezione che alcune pesone avanzano in buona fede.

Una puntata un po’ atipica (ma forse necessaria) di questa “rubrica” per allargare il discorso. A ridosso delle denunce contro il duo Fifa-Qatar e/o degli inviti al boicottaggio molti chiedono: ma perchè stavolta e non…? (aggiungete un nome a piacere). La maggior parte di quelli che parlano così sono in malafede per almeno due motivi: 1) voi siete stati zitti SEMPRE, noialtri no; 2) chi pensa che tanto nulla può cambiare è un demente e/o un venduto. Però c’è una minoranza che invece intende: bisognerebbe parlarne più spesso, anzi ogni giorno, perchè la critica allo sport “del capitale” riguarda le vite di tutte/i.

Io vorrei cogliere questo invito “a essere critici ogni giorno” e PROVO ad aprire una non facile discussione.

Anni fa mi capitò di scrivere per la rivista «Cem mondialità» (e per codesto blog) un dossier che forse dava qualche spunto interessante. Così ne ripropongo qui sotto alcuni frammenti. E ora dite la vostra che io ho detto la mia.

db (cioè Daniele Barbieri)

E LO SPORT SI FECE MONDO

Sono circa 170 anni che lo sport “moderno” è con noi. Nel quasi vicino 1996, proponendo alcuni testi per parlarne a scuola, io e Riccardo Mancini azzardammo come titolo «E lo sport si fece mondo». E’ sempre più vero. Anche senza Sky, mio  figlio e i suoi amici (…e amiche, lo sport è sempre più anche “l’altra metà del mondo”) possono scegliere in tv, a ogni ora, il calcio o il basket di metà pianeta ma ci sono anche le dirette per quasi ogni sport, un canale tutto sul biliardo e chissà cos’altro.
Un trionfo. Sembra che sport e musica siano gli unici linguaggi quasi universali; è più probabile che tunisine/i, svedesi e pakistane/i siano unite/i nel sapere chi ha vinto gli ultimi 10 mondiali di calcio piuttosto che nel conoscere l’essenza della “Dichiarazione sui diritti umani”.
«L’era dello sport»: così, nel 1994, Stefano Pivato scrisse (per la collana “XX secolo” della Giunti-Casterman) un eccellente libretto riassuntivo. Pivato non è il tipo di cervellone senza corpo che disdegna i piaceri del gareggiare, giocare, sudare insomma fare sport e guardarlo. Eppure gli ultimi due paragrafi – come si leggerà fra poco – del libro rimandano a un fallimento di fondo mentre, per quel che riguarda i corpi, la citazione di Baudrillard sancisce una ossessione diffusa.
«Alla fine del Novecento lo sport, dopo un itinerario di quasi un secolo e mezzo, sembra dunque aver perduto le motivazioni ideali che ne erano state all’origine. In gran parte dispersa la valenza educativa e morale che costituiva la base ideologica del gentleman amateur inglese, il tramonto delle ideologie sembra aver definitivamente fatto naufragare anche l’deale sportivo concepito come affermazione della identità e della supremazia nazionale. Anche l’olimpismo, preso atto di una irreversibile metamorfosi dello sport, sempre più soggetto alla logica del mercato, ha ormai abdicato alla romantica concezione del dilettantismo.   E il corpo, non più luogo e metafora di ideologie, sembra agire attraverso la riproduzione di se stesso. O, come osserva Jean Baudrillard, essere ormai il “solo oggetto sul quale concentrarsi, non già come parte di piacere ma come oggetto di smodate attenzioni, nella continua ossessione della decadenza e della cattiva prestazione. Il corpo è il canovaccio di uno spettacolo la cui strana melopea igienistica si dispiega fra gli innumerevoli centri di potenziamento muscolare, club di culturismo, stimolazione e simulazione che esprimono una ossessione collettiva asessuata”».
Eads e Ptsd
Dialogo fra un Eads (ex appassionato di sport) e un Ptsd (perenne tifoso senza dubbi) non tanto immaginari visto che abitano entrambi nel mio palazzo.
Eads: Gli sponsor sono ingombranti.
Ptsd: Ma necessari.
Eads: I campionati più importanti sono truccati.
Ptsd: No, solo qualche partita ogni tanto.
Eads: Comunque con tutti quei soldi vincono sempre i soliti.
Ptsd: Può succedere di tutto, nessun risultato è scritto in anticipo.
Eads: Gran parte del tifo è violento e razzista.
Ptsd: Macchè, si tratta di pochi idioti.
Eads: Le grandi gare vengono vinte in farmacia.
Ptsd: Un po’ di doping esiste da sempre ma i veri campioni trionfano sempre.

Il dialogo fra sordi potrebbe continuare a lungo. Eads è troppo pessimista ma sul quadro d’insieme sembra difficile dargli torto. Ptsd non crede che lo sport (bello oltre che necessario) sia persino più contaminato della politica (bella di rado ma necessaria sempre) e “coerentemente” si appassiona al primo e disdegna la seconda, compreso però l’agire sociale e culturale nel luogo dove vive.
C’è forse un solo terreno sportivo sul quale Eads e Ptsd potrebbero concordare e incontrarsi: il football dei campetti, le gare a scuola o nel quartiere insomma lo sport senza sponsor e con riflettori spenti.
Il discorso si chiude qui? Le belle pagine e persino le positive letture politiche dello sport (fatte, tanto per dire due nomi famosi, da Julio Cortazar ed Eduardo Galeano) appartengono al passato?
L’errore di Eads è credere che lo “scontro” – termine un po’ guerriero, allora diciamo “match” – sia definitivamente perduto, mentre intorno allo sport (persino al calcio) si continuano ad agitare diverse opzioni culturali e di valori. L’ errore  di Ptsd è fermarsi alla vetrina in primo piano senza verificare se altre offerte (non adulterate) potrebbero ridare allo sport molto del fascino originale. Ambedue dubitano – parafrasando il noto slogan, quasi passato di moda – che un altro sport sia possibile.

Grandi chiacchiere e piccoli fatti
Fra i tanti, un paio di esempi.
Il primo rimanda a Samuele, poco più di 20 anni: sta tormentando tutti qui a Imola per creare una squadra di pattinaggio dove lui possa allenare (gratis) soprattutto i ragazzi della cosiddetta “seconda generazione” – insomma figli delle migrazioni – e anche attraverso lo sport favorire un dialogo.
Il secondo esempio è nell’armadio davanti a me. Una t-shirt, che d’estate indosso spesso, con i disegni di tre cervelli identici e sotto ognuno la didascalia “europeo”, “asiatico” e “africano”; la quarta didascalia è “razzista” ma lo spazio resta vuoto: me l’hanno regalata anni fa alcuni ultras del Modena, ironici ma decisi a non regalare le curve agli “scervellati”.
Credo che di Samuele ce ne siano tanti (e tante). E ogni anno in Italia si svolgono i Mondiali Antirazzisti.
Insomma il risultato finale non è scritto, perfino nel calcio dove dominano le due s: sponsor e santità (cfr il box «Liturgie del calcio»). La squadra avversaria – i razzisti delle curve, per restare su questo esempio – sono indubbiamente in vantaggio; ma fingiamo una intervista a metà partita con qualche spett-attore fiducioso a dirci: «se ci impegniamo possiamo ribaltare il risultato».
Nello spirito delle “piccole cose” – di Samuele o degli ultras del Modena – credo che sia utile riprendere un libretto (pubblicato nel 1999 nellla collana “minori” della Unicopli) di Raffaele Mantegazza e intitolato «Con la maglia numero sette» e il sottotitolo «Le potenzialità educative dello sport nell’adolescenza».

Sport e pedagogia: le stazioni di una passione
«E’ facile – scrive Mantegazza – decodificare e mettere in ridicolo la retorica del campione progandata dai media: più interessante e difficile cercare di rispondere alle seguenti domande.
1. Per quali motivi tali immagini hanno una presa immediata sui giovani, i quali sono ben coscienti del carattere mercantile e corrotto della pratica sportiva professionistica ma affiancano a questa operazione di cosciente demistificazione un vissuto emotivo di condivisione e di identificazione con i grandi personaggi del mondo sportivo? […]
2. Quanto dei modelli proposto dai media penetra anche nelle pratiche di allenamento, nelle metodologie di training, nelle posture, nell’abbigliamento, nel tono di voce dell’allenatore? […]
3. Che cosa c’è di così potente a livello simbolico de emotivo nella logica dello sport che fa sì che si incontrino ragazzi che obbediscono all’allenatore e mandano a quel paese genitori, insegnanti, catechisti e altri adulti: teppistelli da strada che abbassano lo sguardo davanti al cartellino giallo dell’arbitro; genitori che riscoprono la capacità di fare sacfrifici del proprio figlio?».
Subito dopo Mantegazza ragiona di materialità, ritualità, emotività. Siamo nel primo capitolo («le stazioni della passione»). Il successivo si muove su «qualche coppia di opposti»: gruppo-sinmgolo; accoglienza-espulsione; differenziazione-omologazione; regola-trasgressione; fantasia-realtà; vittoria-sconfitta; corpo-organismo; gesto-prestazione. Il terzo capitolo sul «rito magico della partita» è diviso in tre ampie sezioni: lo spazio; il tempo; i corpi e i rituali. Il quarto e ultimo capitolo è sul tifo.
Ho letto in questi anni molti libri intorno allo sport e al suo fratellino gioco: ma dovessi consigliarne uno (a chi non vuol perdere le speranze) sceglierei questo.

Ci sono molte storie sportive che la retorica e/o le censure hanno cancellato e almeno un paio possono essere utili per completare questo dossier.

Medaglie e perline di vetro
La prima è di un uomo che ha avuto tre nomi, molte medaglie (tolte) e un destino infame. Jim Thorpe ovvero Wa Tho Huch cioè Sentiero lucente. Nativo, indiano d’America, pellerossa se preferite. […]

Il maratoneta teppista
La seconda storia è vera solo nel mondo parallelo della letteratura e del cinema ma è concreta per chi ami correre e/o non si senta a suo agio fra la gente «per bene».
«Perchè, vedete, io non gareggio mai: io corro soltanto e in qualche modo so che dimentico la gara e mi limito a tenere un buon passo finchè non so più che sto correndo (…) e mi domando se sono l’unico corridore al mondo con questo sistema di dimenticare che sto correndo perchè sono troppo occupato a pensare». Una pagina indimenticabile di «
La solitudine del maratoneta» di Alan Sillitoe: paura e gioia di star solo, di correre, di pensare […]

Nel finale Eads e Ptsd incrociano Domc
Continuano a litigare Eads (ex appassionato di sport) e Ptsd (perenne tifoso senza dubbi). Li sento da qui.
Eads: Ti fai ingannare dalla messinscena del sudore, dallo stereotipo di giovani contro vecchi, di ex, fedelissimi e traditori, campioni e brocchi…
Ptsd: Ma io amo i polpacci in azione, le smorfie, sconfitta o vittoria, rabbia, guizzi, concentrazione, tensione, sorpresa… Che c’è di male?
Eads: Tutto per scopi fasulli. Vendere un prodotto, mascherare l’ideologia dominante, distrarre l’attenzione da altri problemi. A questo si è ridotto lo sport.
Ptsd: Non è vero. E poi la vita è davvero una gara. Perciò sudar sangue, correre rischi, esibirsi, migliorare il corpo sono qualità positive. Perchè non dovrei ammirare chi in questo diventa un campione? Trucchi? Come nella vita ogni tanto si imbroglia, è normale.
Eads: Una volta tanto avevano ragione i latini, «Mens sana in corpore sano». A te sembra che il corpaccione dello sport sia sano?
Ptsd: Sì. E’ accessibile a tutti, donne comprese. E molte minoranze (etniche o sociali) si rendono visibili attraverso lo sport. Fare sport giova alla salute e guardarlo … male non fa. Dove sono tutti questi problemi?
Eads:  Lo sport mima i conflitti sociali ma al suo interno regna un’ambigua unanimità.
Ptsd: A me pare che oggi persino la politica abbia eliminato il conflitto, mica vorrei darne la colpa allo sport?
Stanco di sentirli litigare, decide di intervenire Domc (Daniele occasionale mediatore culturale) rubando – al solito – idee qua e là. «E se ci potessimo riprendere il gioco e lo sport? Tentiamo una prima ipotesi. Favorire la sperimentazione e la consapevolezza di sè, la partecipazione e non solo il consumo. Dare a tutti eguali possibilità pur riconoscendo le differenze. Acquisire abilità, migliorare la propria immagine non è in contraddizione con il riconoscere i propri limiti. Se le regole sono condivise bisogna accettarle. Che ne dite? E’ una base chiara o ambigua? Troppo debole?». Si apre una discussione (nè apocalittica nè integrata) che … magari continua anche qui.

Le due vignette sono di Benigno Moi.

NOTA DELLA “BOTTEGA”

Da quando la FIFA ha assegnato al Qatar i mondiali almeno 6500 lavoratori sono morti mentre costruivano le infrastrutture per le gare.

In Qatar i diritti umani sono quotidianamente calpestati. Ma il Qatar è così schifosamente ricco che i grandi media italiani (schifosamente servi) vedono solo tiri, parate, gol. Problemi? Sangue? Giustizia? Dignità umana?

Lo spettacolo a ogni costo.

Questo piccolo blog ha scelto di stare contro ogni fascismo e questi Mondiali ne sono parte. Abbiamo scritto Boicottare (ogni giorno) i mondiali di calcio in Qatar e così faremo fino al 18 dicembre. Grazie a chi ci segnalerà riflessioni, notizie e iniziative ma anche le punte massime dello “schifezzario” che passa per giornalismo.

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Raffaele Mantegazza

    È sempre più difficile fare quello che richiedeva Pier Paolo Pasolini cioè distinguere realmente la vibrante passione per la pratica sportiva dal mercato sconcertante e mortificante che è stato costruito attorno allo sport, forse l’azienda più immorale e più vicina alle logiche perverse del capitalismo. Quando Pasolini diceva di conoscere a memoria le formazioni di tutte le squadre e di non doversene vergognare, il calcio, pur essendo già un fenomeno che arricchiva ingiustamente almeno i più forti tra i giocatori, non era diventato come oggi il perno di un mercato senza regole all’interno del quale bambini di 8/9 anni vengono venduti come merci, allenati secondo logiche che non hanno assolutamente nulla di educativo, attratti in questo finto paese dei balocchi da Lucignoli che non si trasformano in asini ma in ricchissimi procuratori. E’ difficile capire da dove partire per riumanizzare il calcio. Anche i campetti di periferia sono ormai appestati da allenatori esaltati e genitori che scavalcano le reti per picchiare gli arbitri, i bambini avversari o anche il proprio se ha sbagliato un rigore. La palla che entra in rete regala sempre un’emozione? Ma è solo l’emozione della merce? Ora che sono passati più di vent’anni dagli altrettanti impiegati ad allenare i ragazzini nel basket, non saprei davvero cosa rispondere

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