Qualche scor-data: 21-24 novembre

21 novembre 1920: una prova generale a Bologna

22 novembre 1963: Ah, Sk, Jfk e altro

23 novembre 1973: Argo-16 fra Gladio e Vicino Oriente

24 novembre 1848: il papa che scappò vestito da prete

«Impediremo ai socialisti di issare il loro cencio rosso sul palazzo comunale». Lo avevano detto le squadracce fascista di Leandro Arpinati e tentarono di farlo. Così il 21 novembre 1920 al palazzo d’Accursio di Bologna vi furono 10 morti in strada e uno dentro il consiglio comunale. Non esiste una ricostruzione storica da tutti accettata. Ma prima di arrivare a quel 21 novembre è bene capire il clima e gli antefatti.

Nella provincia di Bologna dal 1920 (dopo l’occupazione delle fabbriche che si conclude in settembre) si svolgono grandi lotte dei mezzadri che vogliono aumenti salariali e le 8 ore. Scioperi possenti, ma anche scontri sanguinosi, che si chiudono in ottobre con la vittoria dei contadini. Gli agrari ma anche gli industriali, una parte dei commercianti e la borghesia più ricca non si sentono abbastanza tutelati dallo Stato e varano una nuova formazione politica, «Associazione di difesa sociale», che parla di organizzare l’auto-difesa. Un invito a nozze per i fasci da combattimento che sono stati riorganizzati quell’anno da Leandro Arpinati non solo per «difendere i valori patriottici dileggiati dai socialisti» ma più concretamente per organizzare crumiraggi, assaltare le sedi della sinistra e praticare lo squadrismo.

Però a Bologna i socialisti sono forti, stravincono le elezioni. Si arriva al 21 novembre, il giorno in cui si deve insediare il nuovo Consiglio comunale. Quando il sindaco, Ennio Gnudi (un socialista dell’ala detta massimalista) si affaccia al balcone su Piazza Maggiore, i fascisti sfondano a bastonate il cordone – forse compiacente e comunque debole – delle guardie. E’ il kaos. Da qui le versioni divergono. C’è chi dice che a sparare e a lanciar bombe sono solamente i fascisti con qualche isolato socialista e comunista a difendersi; altri invece sostengono che, quando la folla in fuga invade il cortile del Palazzo D’Accursio, bombe a mano vengono tirate dalle Guardie Rosse (cioè da nuclei, forse organizzati, di autodifesa delle sinistre) nel timore di un assalto fascista: 9 operai e un’operaia rimangono uccisi. Anche dentro il Comune si scatena l’inferno: viene assassinato un consigliere della destra, Giulio Giordani, e un altro rimane ferito.

Un tribunale compiacente deciderà poi che a sparare furono solo i socialisti e alcuni consiglieri vengono condannati per «complicità» anche per la morte di Giordani (l’autore del delitto non venne individuato). E’ probabile, vista la dinamica dei fatti, che quel giorno si sparò da tutte le parti: fascisti soprattutto, socialisti e Guardie regie.

Quel che importa è che il Consiglio comunale viene sciolto; un risultato forse programmato dai fascisti e dai loro burattinai. Ma soprattutto quell’assalto squadrista è una sorta di prova generale per i mesi successivi. Gli agrari, poi seguiti dagli industriali, hanno scelto il loro cavallo.

Ah, Sk, il presidente Jfk e Dallas

Il 22 novembre 1963, come molti ricordano, muore lo scrittore inglese Aldous Huxley, autore del famoso «Il mondo nuovo»ma anchedi «I diavoli di Loudon», «La scimmia e l’essenza», «L’isola», di numerosi altri romanzi, racconti, saggi nonché di una guida per chi sta perdendo la vista e di un resoconto sui suoi esperimenti con il peyote.

Immagino il sopracciglio alzato di chi sta leggendo: nessuno si può ricordare della morte di Huxley visto che quel giorno a Dallas venne ucciso John Fitgerald Kennedy, il presidente degli Stati Uniti.

Infatti. Il 223 novembre la notizia oggettivamente più importante arriva da Dallas. Anche se, almeno dal punto di vista intellettuale, dovremmo ringraziare più il dimenticato Ah del famoso presidente Jfk.

Non è per far pubblicità ma in questi giorni un altro scrittore ballonzola in ogni vetrina della libreria e proprio a proposito di John Kennedy. Il nuovo romanzo diStephen King si intitola per l’appunto «22/11/’63»,ladata dell’uccisione. Non rivelerò segreti – vista la pubblicità martellante – spiegando che il protagonista è Jake Epping, il quale attraverso un passaggio temporale (siamo dalle parti dei viaggi nel tempo, dunque fantascienza) può tornare al 1958 e dunque fermare Lee Oswald che a Dallas sta per sparare al presidente. Altro non dirò.

L’idea di mettere Jfk al centro di un romanzo fantascientifico non è inedita e anzi se fossi nei panni di Pierfrancesco Prosperi forse denuncerei King per plagio. Infatti il suo «Seppelliamo re John» (del 1973, ma ristampato 3 anni fa) si basa su un’idea simile, costruita su quattro linee temporali (2062, 1980, 6422 e 1966). C’è stato poi il cattivissimo James Ballard che ha smontato, frantumato e ri-raccontato il fattaccio di Dallas tra science fiction e pornografia del dolore.

Abbandoniamo la fantascienza (sempre un utile esercizio però cimentarsi con il «e se…») per vedere cosa sappiamo di Jfk e del suo assassinio.

Glorificato come un martire della democrazia (e poi chi muore da giovane è caro agli dei) il presidente non sembra al di sopra di ogni sospetto.

Come racconta, a esempio, «Alla corte di re Artù» (tradotto da Eléuthera nel 1994) di Noam Chomsky, sottotitolo italiano «Il mito Kennedy» mentre quello originale era «Jfk, la guerra del Vietnam e la politica culturale negli Usa». Immagino un altro sopracciglio alzato e l’obiezione: ma Chomsky è un anarchico, un iper-critico, insomma non fa testo.

Prendiamo per buona l’obiezione e allora vediamo come parla del clan Kennedy, e in particolare di John Kennedy, un tipo che si presenta così: «Sono un americano religioso, eterosessuale, di destra, sembra quasi che sia nato in un’altra epoca. Non penso che il mondo collasserà a breve, non penso che l’America sia una forza diabolica, ma penso che l’America prevarrà nel mondo della geopolitica. Sono un cristiano nazionalista, militarista e capitalista». Insomma non proprio un sovversivo: è James Ellroy, uomo dai molti bestseller. Se avete letto «American tabloid» dovrete ammettere che Jfk fa una figuraccia ma anche i militaristi, i capitalisti e in definitiva gli Stati Uniti fanno paura e ribrezzo. E’ un romanzo si dirà. Oh certo.

Ma di quel 22 novembre ’63, di chi uccise Kennedy e dei suoi eventuali mandanti, esattamente cosa sappiamo? Tutto e nulla: nel 1991 il regista Oliver Stone scelte un titolo polemicuccio anziché no: «Jfk: un caso ancora aperto». Come è noto il film si basa sulle indagini di Jim Garrison, all’epoca procuratore distrettuale, che mise in dubbio la tesi ufficiale (della Commissione Warren) per cui il solo Lee Oswald preparò ed eseguì l’attentato a Jfk. Ad aumentare i dubbi sulla ricostruzione vi fu la statisticamente improbabile epidemia di morti – più o meno violente – che colpì alcuni testimoni chiave. Ricordo bene Dario Fo (non saprei dire su due piedi in quale spettacolo) spiegare che il perché di quei testimoni morti era ovvio come pure la spiegazione dell’apparente contraddizione di un solo fucile (quello di Oswald) che spara contro Kennedy da due direzioni diverse: mimando la scena da par suo, Dario Fo, faceva notare come un proiettile possa rimbalzare quasi all’infinito e dunque colpire qua e là a Dallas ma anche, sempre balzellon-balzelloni, in altre parti degli Stati Uniti nei mesi successivi.

Un ultimo tassello sul mistero-Jfk. Esiste negli Usa una legge (nulla di simile in Italia) che obbliga, dopo un certo numero di anni, a rendere pubblici i documenti segreti. E’ noto come «Freedom Act» e Bush junior (ma anche Obama) ha proposto di abolirlo. E’ grazie al Freedom Act – non a King, Fo o Ellroy – che sappiamo, del passato recente, veramente tutto. Che gli Usa hanno organizzato i golpe in Iran, Guatemala, Cile; che hanno persino distribuito gratis eroina nei ghetti come nei campus per “deviare” le rivolte degli anni ’60. Ma il presidente degli Stati Uniti può chiedere, in casi eccezionali, che il segreto non venga tolto, insomma che su una singola questione il Freedom Act non scatti automaticamente. Dagli anni ’70 a oggi è accaduto su una sola questione che tutti i presidenti (democratici o repubblicani) degli Usa abbiano messo il veto. Sì, sul delitto di Dallas.

Argo-16 fra Gladio e Medio Oriente

Ai tempi del Watergate, quando i bravi statunitensi persero l’innocenza, circolò un teorema (molto intrigante): se la memoria non mi fa brutti scherzi recitava che «per quanto tu sia paranoico, rispetto agli affari di Stato spesso la realtà è anche peggiore di quel che tu temi».

A proposito di memoria, vi dice qualcosa Argo 16? E’ il nome in codice di un aereo (modello Douglas C-47 Dakota) della tricolore Aeronautica militare che precipitò a Marghera il 23 novembre 1973. Morirono i 4 dell’equipaggio ma se l’areo fosse caduto un poco più in là – sul Petrolchimico per intendersi – l’espressione «disastro ambientale» sarebbe apparsa una stupida barzelletta.

Casualità o sabotaggio? E nella seconda ipotesi chi aveva interesse a colpire quell’aereo in quel giorno?

Quando venne interrogato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, l’ammiraglio Fulvio Martini fu prodigo di notizie generali: l’aereo era soprannominato Argo in riferimento al gigante mitologico dai 100 occhi e «che tutto vede» perché svolgeva missioni speciali per il Sios e aveva il compito di spiare (o forse sabotare) la rete radar di quel Paese che allora si chiamava Jugoslavia.

Quasi subito circolò la voce che a bordo di Argo (il 16 presuppone che vi fossero o vi fossero stati almeno 15 fratellini?) si trovasse qualcosa di strano: armi o persone? Si sussurrò di un sanguinoso avvertimento dei servizi segreti israeliani ai colleghi italiani colpevoli di aver “coperto” alcuni terroristi (o così giudicati) palestinesi.

In seguito, quando cioè l’Italia apprese – con una quarantina d’anni di ritardo – dell’esistenza di Gladio si riparlò, da più parti, di Argo-16. Vennero avanzate molte ipotesi. Si disse, a esempio, che l’areo era diretto a capo Marrangiu dove c’era un deposito segreto di Gladio, o che a bordo vi fosse qualcuno legato a quelle operazioni, oppure che i “gladiatori” si fossero vendicati di qualche sgarbo. In un estenuante ping pong si ripropose anche la pista israeliana. Nel marzo ’97 il giudice istruttore Carlo Mastelloni incriminò 22 persone per aver soppresso, falsificato e sottratto atti e documenti concernenti la sicurezza dello Stato in riferimento ad Argo-16 e dintorni: 9 degli indagati furono poi rinviati a giudizio. In quell’occasione Zvi Zamir, ex-capo del Mossad, e Asa Leven, suo rappresentante a Roma, vennero incriminati per strage.

Secondo quanto riferito dal generale Gianadelio Maletti (ex capo del reparto D, cioè il controspionaggio, dei servizi segreti) al giornalista Daniele Mastrogiacomo l’aereo tornava dalla Libia dove aveva appena scaricato 5 palestinesi. Anche il sempre poco attendibile Francesco Cossiga (gladiatore ed ex tutto, compreso ex presidente della Repubblica) in un’intervista disse che l’areo fu abbattuto dai servizi israeliani.

Ma il processo si concluse, il 16 dicembre 1999, stabilendo che l’aereo cadde per un’avaria o per un errore del pilota. Resta però che alle indagini di Mastelloni era stato opposto il segreto di Stato.

In un libretto («Gladio», Edizioni Associate del ’91) e poi in alcune interviste il generale Geraldo Serravalle – a capo di Gladio dal ’71 al 1974 – fece il nome di Vincenzo Vinciguerra in relazione ad Argo-16. Il neofascista (e reo confesso della strage di Peteano del 31 maggio 1972) Vinciguerra voleva far capire che i “gladiatori” non sarebbero stati buoni? In una situazione politica incandescente come quella all’inizio degli anni ’70. Anche l’ex presidente della “Commissione stragi”, Giovanni Pellegrino, indagò in quella direzione. Senza concrerti esiti.

Dunque la verità su Argo-16, come accade quasi sempre in Italia in molti e svariati campi, non sembra accertata. Potrebbe davvero essersi trattato di un incidente o di un errore del pilota ma allora perché opporre «il segreto di Stato»?

Ieri la «scor-data» ricordava che negli Usa c’è il «Freedom Act» ovvero i documenti segreti vengono (dopo un certo numero di anni e secondo criteri noti) regolarmente resi pubblici. Sarebbe bello avere una legge simile in Italia.

Il papa che scappò vestito da prete

Spaventato dai moti popolari Giovanni Mastai Ferretti (più noto come papa Pio IX) scappa da Roma la notte del 24 novembre 1948. Si traveste da prete e prende posto nella carrozza offertagli da una nobile dama riparando a Gaeta, presso i Borboni, e lì aspetta il momento della rivincita.

Nell’orgia di celebrazioni dei «150» uno dei tabù è parlar male del papato; persino la breccia di Porta Pia oggi viene celebrata come una conquista catto-risorgimentale e si piange solo per qualche “zuavo” vaticano sbadatamente ucciso (19 i morti) da imprecisati cattivi o forse da italiani di mira scarsa (i quali comunque ebbero 49 vittime; dunque non fu proprio una sparatoria simbolica).

Il marchigiano (e imolese d’adozione visto che in quella città fu vescovo) Mastai Ferretti, poi Pio IX, fu il più inconciliabile nemico dell’unità italiana ed è una verità storica impossibile da rimuovere.

Non era partito male come papa perché nel 1846, prendendo il posto del reazionario Gregorio XVI, concesse un’amnistia ai condannati politici e arrivò a «benedire l’Italia» dal balcone di san Pietro. Il 14 marzo 1848, concesse una sorta di Costituzione, assicurò diritti agli ebrei e parziale libertà di stampa.

Molti interpretarono queste mosse come appoggio all’Italia indipendente e rimasero stupiti dal voltafaccia del 1848. Con un comportamento quasi schizofrenico prima Pio IX lasciò partire due battaglioni di volontari in appoggio a Carlo Alberto che, sotto la pressione popolare, aveva dichiarato guerra all’Austria ma poi con l’enciclica del 29 aprile proclamò suoi figli austriaci e italiani. A Roma iniziò a covare la rivolta e scoppiarono moti popolari: il 15 novembre venne ucciso il suo ministro Pellegrino Rossi e pochi giorni dopo il pontefice preferì dileguarsi.

Vi fu allora la breve storia della Repubblica romana (diretta da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini) che emanò una delle Costituzioni più avanzate dell’epoca, pur lasciando ampie guarentigie (come si diceva allora) al papa. Dall’esilio Pio IX si appellò alla Francia la quale inviò 7000 soldati: il 30 aprile 1849 i francesi vennero sconfitti da Garibaldi nella battaglia di Porta Cavalleggeri ma grazie ai rinforzi aprirono una breccia nelle mura del Gianicolo. Il 30 giugno conquistarono Roma per riconsegnarla, l’anno dopo, al papa che subito abrogò le riforme da lui concesse due anni prima. Sulle ultime ore della Repubblica romana esiste un bel racconto di Valerio Evangelisti: lo si può leggere in «Controinsurrezioni» (Oscar, 2008).

Un altro episodio rese Mastai Ferretti odioso agli occhi degli italiani (e non solo). Nel 1852 l’Austria per poter uccidere il patriota don Enrico Tazzoli ne chiese la sconsacrazione ma il vescovo di Mantova la negò. Ma sconfessandolo, Pio IX ordinò la sconsacrazione, permettendo l’impiccagione del sacerdote. Da quel momento Garibaldi definì il papa «quel metro cubo di letame».

Con 1800 anni circa di ritardo la Chiesa decise che la Madonna era immacolata e Pio IX proclamò quel dogma l’8 dicembre 1854; non è chiaro perché tutt’oggi quel giorno sia festivo anche per lo Stato italiano e in ogni caso questo dogma ha acceso polemiche infinite fra i cristiani.

Fra i pochi meriti di Mastai Ferretti il sistema delle ferrovie: la linea Roma-Frascati venne inaugurata il 14 luglio (toh) 1856 e da allora è rimasta praticamente identica…. ma questo è evidentemente un altro discorso. Tre anni dopo7 è la volta della più lunga Roma-Civitavecchia.

Intanto il potere temporale si sfaldava: Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna si ribellarono al papa-re. Alcune rivolte vennero represse, anche grazie agli austriaci, in modo sanguinoso. Quando il 14 giugno 1859 insorse Perugia Pio IX inviò 2mila mercenari svizzeri comandati dal colonnello Schmidt e il cardinale Antonelli (segretario di Stato di Pio IX) autorizzò il saccheggio che destò impressione anche fuori d’Europa. Imperturbabile il papa-re promosse Schmidt a generale di brigata.

Nel settembre 1869 le truppe piemontesi sconfissero gli svizzeri e conquistarono Marche e Umbria che poi votarono con un plebiscito l’annessione al Regno d’Italia. Il papa-re stava per essere detronizzato: gli restava solo Roma.

Finito il potere temporale Pio IX volle rilanciare quello spirituale con il dogma dell’infallibilità papale.

Fino alla sua morte il Papa continuò a definirsi «prigioniero dello Stato italiano». Era così odiato dal popolo che nel 1878 il suo funerale si svolse di notte: per motivi opposti, gli anticlericali e i seguaci del papa organizzarono manifestazioni pubbliche e si scontrarono. Al grido di «gettiamo nel fiume il papa porco» il corteo funebre venne attaccato con sassi e bastoni. I sostenitori del papato risposero utilizzando come mazze le fiaccole accese per la processione.

In definitiva, se si tolgono gli inizi del pontificato, il papa fu il più acerrimo nemico dell’unità d’Italia ma anche il più saldo sostegno alla reazione: il suo «Sillabo» dell’8 dicembre 1864 (nell’anniversario della proclamazione dell’Immacolata Concezione) resta un macigno contro ogni idea di progresso e di libertà.

Significherà qualcosa rispetto alla modernità del Vaticano che nel 2000 il papa re, l’infallibile Pio IX, sia stato proclamato santo.

UNA PICCOLA NOTA

Care e cari, da quando è nato Il Dirigibile (www.ildirigibile.eu) mi impegno – non da solo però – in una rubrica quotidiana (salvo sabato e domenica) di scor-date. Eccone alcune… se le avete perse; altre (mie e non) ne trovate lì, sul colonnino di sinistra alla voce «Circostanze». (db)

Redazione
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