«Quali alternative al capitalismo?»: a …

. Impruneta l’incontro annuale della «Rete nazionale Freire-Boal» (18-21 agosto). A seguire due testi di Paulo Freire.

INCONTRO RETE NAZIONALE FREIRE BOAL

«Quali alternative al capitalismo?»

Quando ci riuniremo?
Dal 18 al 21 agosto. 

Dove?
Ad Impruneta, nei dintorni di Firenze. Ci ospiterà la Casa per la Pace.

Così Roberto Mazzini racconta la nascita della «Rete»

La «Rete nazionale Freire e Boal» è una realtà completamente informale. Mantiene in contatto oltre 300 persone che vivono in diverse regioni d’Italia e all’estero, interessate ad Augusto Boal o a Paulo Freire, o ad ambedue.

E’ nata su iniziativa di qualcuno di Giolli come me e Maria Paola Rottino di «Popoli in Arte» (una associazione di volontariato che lavora molto ad Haiti e localmente, sui diritti) perché amiamo i due autori, li riteniamo nostri padri fondatori e ispiratori: ci sembrava però strano che i due mondi non si intrecciassero, in Italia e forse anche nel mondo. E’ vero che ci sono gruppi e persone che conoscono sia Boal che Freire, con pratiche ispirate a entrambi, ma molti fanno riferimento a uno solo dei metodi.

Così abbiamo organizzato un primo incontro nel 2010 in Liguria, a cui hanno partecipato anche alcuni brasiliani. La cosa ha preso piede man mano, usando sempre luoghi diversi per contaminarsi con gruppi locali. Gli incontri estivi residenziali, di tre-quattro giorni, si sono susseguiti regolarmente una volta all’anno dal nord al sud Italia con un nucleo stabile di partecipanti e altri che sono intervenuti solo occasionalmente: coinvolgono fra le 40 e le 60 persone che si impegnano a usare gli strumenti offerti dai due autori, adattandoli a tematiche diverse come la partecipazione, la politica dal basso, il conflitto sociale e altro. Esiste un gruppo organizzatore che si incarica di curare il percorso a distanza, lungo tutto l’anno, e di organizzare e condurre l’incontro. Il gruppo ha struttura orizzontale e ogni pochi anni qualcuno dei vecchi lascia per aprire a nuovi ingressi.

Ci impegniamo ad usare il consenso secondo la logica della nonviolenza, a dare attenzione ai rapporti e alla coerenza, con tutti i limiti dati dalle molteplicità e dalle diversità che si confrontano.

La “bottega” segnala volentieri questo incontro. La «Rete» prepara il suo incontro a partire da due testi di Freire che riproponiamo qui sotto. Il primo è preso da  «Pedagogia della Speranza», pubblicato nel 1992; il secondo è tratto da «Il diritto e dovere di cambiare il mondo, per una pedagogia dell’indignazione» (un insieme di suoi scritti pubblicati postumo).

Capita che la lotta è una categoria storica. Possiede, perciò, storicità. Cambia nello spazio e nel tempo. La lotta non nega la possibilità di accordi o di aggiusti tra le parti antagoniste: gli accordi fanno parte anch’essi della lotta.

Ci sono momenti storici in cui la sopravvivenza di tutta la società spinge le classi alla necessità di capirsi, anche se ciò, lo ripeto, non significa che viviamo un nuovo tempo storico senza classi sociali o senza i suoi conflitti. Un nuovo tempo storico, questo sì, in cui le clas­si sociali continuano ad esistere ed a lottare per i propri interessi.

Al posto del semplice adeguamento “prammatico” la leadership dei lavoratori deve ricreare certe qualità o virtù senza le quali le sarà difficile lottare per i suoi diritti.

L’affermazione che il “discorso ideologico” è una specie di incom­petenza naturale delle sinistre che insistono a farlo quando non ci sono più ideologie o quando nessuno più vuole ascoltarlo è senz’altro un discorso ideologico e ingannevole delle classi dominanti. Ciò che è oltrepassato non è il discorso ideologico, ma quello “fanatico”, il dis­corso incoerente, ripetitivo di stereotipi che non dovrebbe mai esiste­re. Ciò che, per fortuna, diventa sempre più impraticabile è l’intem­peranza verbale, il discorso che si smarrisce in una retorica che stan­ca e che manca oltretutto di sonorità e ritmo.

Se qualche progressista infiammato o infiammata volesse insistere, anche se con voce debole, su questa pratica, in poco o niente contri­buirebbe al miglioramento politico di cui abbiamo bisogno. Ma da ciò arrivare a proclamare l’era del discorso neutrale, questo no!

Mi sento assolutamente tranquillo se penso che la caduta del cosid­detto “socialismo reale” non significa né che è lo stesso socialismo che si è mostrato impraticabile, né che il capitalismo si è affermato defini­tivamente nella sua efficienza.

Che efficienza è quella che riesce a “convivere con più di un mi­liardo di persone del mondo in via di sviluppo, che vivono nella povertà”[6], senza parlare della miseria? Per non parlare poi della quasi indifferenza con cui convive con sacche di povertà e di miseria all’in­terno del proprio corpo, il mondo sviluppato.

Che efficienza è quella che dorme in pace con la presenza di un innumerevole drappello di uomini e donne che fanno della strada la propria casa, e a cui per di più si attribuisce la colpa di farlo?

Che efficienza è quella che non lotta quasi per niente contro le discriminazioni di sesso, di classe, di razza, come se il negare il diverso, o umiliarlo, offenderlo, disprezzar­lo o sfruttarlo fosse un diritto degli individui o delle classi, o delle razze, o di un sesso in situazione di potere sull’altro?

Che efficienza è quella che registra con indifferenza nelle statistiche i milioni di bam­bini che vengono al mondo e non ci rimangono, e se rimangono par­tono presto, ancora bambini, e se più resistenti aspettano ancora un po’ per congedarsi dal mondo?

Circa 30 milioni di bambini al di sotto dei 3 anni muoiono ogni anno per cause che normalmente non sarebbero fatali in Paesi sviluppati. Circa 110 milioni di bambini in tutto il mondo (quasi il 20% dello stesso grup­po di età) non ricevono l’educazione elementare. Più del 90% di questi bambini vivono in Paesi con reddito basso o medio-basso [7].

D’altra parte, l’UNICEF afferma che stando alle attuali tendenze più di 100 milioni di bambini moriranno di malattie e di denutrizione nei prossimi dieci anni. Le cause di questi decessi possono essere contate sulle dita. Quasi tutti moriranno di malat­tie che in altri tempi furono abbastanza note nei Paesi industrializzati. Moriranno scheletriti per la disidratazione, soffocati dalla polmonite, infettati dal tetano o dal morbillo, asfissiati dalla pertosse. Queste cinque malattie molto comuni, tutte relativamente e economicamente facili da prevenire e curare, saranno responsabili per più di due terzi dei decessi infantili o più della metà di tutta la denutrizione infantile nel prossimo decennio.

E il rapporto dell’UNICEF afferma ancora che per trattare il problema da una prospettiva globale, i costi addizio­nali, incluso un programma per evitare il maggior numero delle morti e la denutrizione infantile nei prossimi anni, dovrebbero aggirarsi sui 2 miliardi e mezzo di dollari all’anno, per la fine degli anni Novanta. E una somma [dice attonito il rapporto] uguale a quella che le compagnie ame­ricane spendono ogni anno per pubblicizzare la vendita delle sigarette [8].

Che efficienza è quella del capitalismo che convive nel Nord-Est brasiliano con una situazione così drammatica di miseria che sembra fantascienza: ragazzi e ragazze, uomini, donne che contendono con cani affamati, in modo tragico e animalesco, qualcosa da poter man­giare nelle grandi discariche, alla periferia delle città? E la stessa San Paolo non è esente dall’esperienza di questa miseria.

Che efficienza è quella che non sembra accorgersi di bambini con lo stomaco gonfio, rosi dai vermi, di donne senza denti con apparenza di vecchie decrepite ai 30 anni, di uomini sfiniti, di popolazioni con accor­ciamento di statura? Il 52% della popolazione di Recife vive nelle “favelas”, è facile vittima di intemperie o di malattie che si abbattono senza difficoltà su corpi indeboliti. Che efficienza è quella che tollera l’assassinio a sangue freddo e vile di contadini e contadine, senza terra, perché lottano per il diritto alla terra e al loro lavoro, legato alla stessa terra, ma defraudato dalle classi dominanti delle campagne?

Che efficienza è questa che non si commuove con lo sterminio di ragazze e ragazzi nei grandi centri urbani brasiliani; che “proibisce” a 8 milioni di bambini di ceti popolari di andare a scuola, che “espelle” dalle scuole gran numero di quelli che riescono ad entrarci e chiama tutto ciò di “modernità capitalista”?

Io credo, al contrario, che ciò che non era valido nell’esperienza del cosiddetto “socialismo reale” non era, in modo preponderante, il sogno socialista, ma la sua cornice autoritaria – che lo contraddiceva e di cui hanno colpa non solo Stalin, ma anche Marx e Lenin -, così come il positivo nell’esperienza capitalista non era e non è il sistema capitalista, ma la cornice democratica in cui si viene a trovare.

In questo senso, anche lo smantellamento del mondo socialista autoritario – che, in molti aspetti, può essere considerato una specie di inno alla libertà e che sta lasciando stupefatte, attonite, sconcerta­te, senza direzione, tante teste, prima bene allineate – ci offre la pos­sibilità straordinaria, anche se difficile, di continuare a sognare e a lot­tare per il sogno socialista, depurandolo dalle distorsioni autoritarie, dal totalitarismo ripugnante, dal settarismo cieco. Per questo ho l’im­pressione che fra qualche tempo sarà anche più facile la lotta demo­cratica contro la malvagità del capitalismo. Si fa necessario, tra l’altro, superare l’eccessiva sicurezza nelle certezze con cui molti marxisti si dicevano moderni e diventare, riconoscendoci umili davanti alle clas­si popolari, postmodernamente meno sicuri di certezze. Progres­sivamente postmoderni.

NOTE

[6] Cfr. Relatório sobre a Desesenvolvimento Mundial 1990, preparato dalla Fundaçào Getulio Vargas per la Banca Mondiale.

[7] World Development Report, 1990, p. 76.

[8] UNICEF – Fondazione delle Nazioni Unite per l’infanzia, Situazione mondiale del­l’infanzia, 1990, p.16.

 

  […] È per questo motivo che un’educazione progressista, in casa come a scuola, non potrà mai reprimere, in nome dell’ordine e della disciplina, l’audacia dell’educando e la sua capacità oppositiva, imponendogli un quietismo che nega il suo essere. È per questo motivo che devo perseguire l’armonia fra il mio discorso, la mia azione e l’utopia che mi muove. E devo cogliere ogni opportunità per dimostrare il mio impegno nel realizzare un mondo migliore, più giusto, meno brutto, più concretamente democratico. In questa prospettiva, è importante far capire al bambino arrabbiato, intento a dare calci e ad aggredire chiunque gli si avvicini – non importa perché – che esistono dei limiti alla nostra volontà, così come è importante stimolare la necessità di autonomia o autoaffermazione in un bambino timido o inibito.

Inoltre è necessario chiarire, con discorsi lucidi e pratiche democratiche, che soltanto quei soggetti che riconoscono i propri limiti potranno esprimere una volontà autentica. Una volontà priva di restrizioni è una volontà dispotica che nega le altre volontà e, a rigor di logica, anche se stessa. È la volontà illecita dei «padroni del mondo» egoisti e arbitrari, che vedono solo se stessi.

Provo dispiacere e apprensione quando incontro quelle famiglie che vivono nella «tirannia della libertà», in virtù della quale i bambini possono fare qualsiasi cosa: gridare, scarabocchiare sulle pareti, minacciare chi va a trovarli, sotto gli occhi dell’autorità compiacente dei genitori, che continuano a ritenersi grandi maestri di libertà. Per i bambini soggetti al rigore senza limiti di un’autorità arbitraria, è molto difficile imparare a decidere, scegliere, rompere. Come si impara a decidere se si ha il divieto di parlare, di domandare e di fare paragoni? Come si apprende la democrazia nella sregolatezza, in cui, senza alcun limite, la libertà fa quel che Vuole, o al contrario sotto l’autoritarismo che non lascia spazio all’esercizio della libertà?

Sono convinto che un’educazione rivolta presenza umana nel mondo, alla serietà del rigore etico, alla giustizia, alla fermezza del carattere, al rispetto per le differenze, impegnata nella lotta per la realizzazione del sogno della solidarietà, non potrà mai essere messa in pratica senza tenere conto del rapporto teso e drammatico fra autorità e libertà. Un rapporto teso e drammatico in cui sia l’autorità che la libertà vivono pienamente i propri limiti e le proprie possibilità e apprendono, quasi senza tregua, ad affermarsi come autorità e libertà. Se vivranno con lucidità questo rapporto, entrambe scopriranno di non essere antagoniste. Sulla base di questo apprendistato, entrambe si impegnano nella pratica educativa per il sogno democratico di un’autorità di una libertà attente ai propri limiti e alle proprie possibilità.

Nella mia lunga esperienza di vita, di cui il mio ruolo di educatore è stato ed è una parte essenziale, mi sono convinto anche di un’altra cosa. Se vivremo profondamente la tensione dialettica del rapporto fra autorità e libertà, sapremo superare meglio e con maggiore lucidità certe crisi che invece sono di difficile risoluzione per chi si è abbandonato alla sregolatezza eccessiva, o è stato sottomesso al rigore dell’autorità dispotica.

La disciplina della volontà e dei desideri, la soddisfazione per aver compiuto delle azioni necessarie e a volte difficili, il riconoscimento di aver fatto ciò che andava fatto, il rifiuto di cedere alla tentazione dell’autocompiacenza, ci forgeranno come soggetti etici che difficilmente saranno autoritari, sottomessi o sregolati. Al contrario, saremo più predisposti ad affrontare situazioni limite.

La libertà che fin dall’inizio ha imparato a costituirsi come autorità interna mediante l’introiezione dell’autorità esterna vive pienamente le sue possibilità. Le possibilità scaturiscono dall’assunzione lucida ed etica dei limiti, non dall’obbedienza vile e cieca a essi.

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Non trovo i riferimenti organizzativi per partecipare (iscrizione, costi, vitto e alloggio…). Avete un sito da segnalarci?

  • Salve Sergio,
    l’incontro è già pieno, per questo non trrvi riferimenti. Ogni anno infatti limitiamo il numero, sia per confrontarci meglio, sia dovuto alla logistica del posto.
    Se comunque ti interessa faremo un report dell’incontro o puoi mandare un tuo scritto, non troppo lungo, con le tue idee.
    A presto

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