Relatore Onu: i mapuche sono discriminati

di David Lifodi

Adesso è arrivata anche la relazione delle Nazioni Unite a confermare che lo stato cileno discrimina i mapuche (“gente della terra”, in lingua mapudungun), ne viola i diritti umani e continua ad applicare arbitrariamente la legge antiterrorismo che risale all’epoca della dittatura pinochettista.

Il relatore speciale dell’Onu sui diritti umani Ben Emmerson ha tracciato un quadro non proprio lusinghiero su come hanno agito finora i governi cileni in merito alla questione mapuche, indipendentemente dal loro colore politico, sollecitando una soluzione pacifica prima che il contesto sociale, già molto teso, diventi esplosivo e con effetti imprevedibili, con il rischio di un vero e proprio conflitto regionale. La visita del Relatore Onu si è incentrata in special modo sull’applicazione della legislazione antiterrorista, visitando i tre penitenziari di Temuco, Angol ed El Manzano de la Concepción, dove si trova la maggior parte dei prigionieri politici mapuche, e intrattenendosi con alcuni di loro. La controversia con lo stato cileno, che si trascina almeno dall’epoca del regime militare, riguarda le rivendicazioni dei mapuche sui territori ancestrali e sul loro diritto al riconoscimento collettivo come popolo indigeno, alla loro cultura e alle loro tradizioni. Di recente i conflitti tra i mapuche e i carabineros sono aumentati, sia perché i militari sono percepiti (a ragione) come uno strumento di repressione dello stato, sia per la crescita delle occupazioni e degli attacchi mapuche alle proprietà agricole, forestali e industriali dei grandi proprietari terrieri, che hanno colonizzato il territorio indigeno sfruttandone la terra e le risorse naturali. Buona parte del popolo mapuche vive in una condizione di povertà, dovuta alla (s)vendita delle loro terre a fini commerciali da parte dei latifondisti che li hanno costretti ad emigrare in zone isolate e improduttive delle regioni del Biobío e dell’Araucanía, le più povere del paese, dove il tasso di indigenza raggiunge quasi il 23% rispetto al 14% del resto del Cile. Lo stesso relatore Onu ha notato il risentimento dei mapuche per lo sfruttamento delle risorse naturali sulle loro terre ancestrali, un processo che di fatto  ha contribuito ad impoverire le comunità. Il Cile aveva promosso un programma regionale allo scopo di ricomprare una parte dei terreni dove si erano insediati i coloni per restituirli ai mapuche e permettere loro di poter lavorare la terra, ma la pessima amministrazione della statale Corporación Nacional de Desarrollo Indígena, unita all’attività di speculazione immobiliare dei coloni, che alzavano il prezzo in funzione degli ettari del terreno, ha fatto fallire il progetto. Dal ritorno della democrazia, né la questione agraria né la legge antiterrorismo hanno rappresentato una delle priorità per lo stato cileno. In particolare, la legge antiterrorismo è stata utilizzata il più delle volte in maniera arbitraria, in più di una circostanza anche quando le protese dei mapuche erano pacifiche e si sono trasformate in scontri con i militari per l’azione repressiva a prescindere messa in atto dai carabineros. Luis Sepúlveda, uno degli scrittori cileni più conosciuti a livello mondiale, ha evidenziato il carattere antidemocratico della legge antiterrorista, sia imputando allo stato cileno la mancata garanzia della sicurezza per i mapuche, sia svelando la natura dei processi contro di loro, caratterizzati da testimoni che depongono incappucciati e da sedute a porte chiuse. Promulgata nel 1984, la legge antiterrorismo prevede anche la detenzione preventiva fino a due anni, una misura che rischia di essere inasprita dalla legge Hinzpeter, che intende attribuire ancora più poteri ai carabineros.  Le giustificazioni addotte dallo stato cileno nell’applicazione della legge antiterrorismo, ha sottolineato il relatore Onu, spesso sono state soggettive e carenti dal punto di vista legale. Inoltre, un altro aspetto non secondario riguarda le violenze esercitate dai carabineros, il più delle volte sproporzionate, ai danni dei mapuche, accompagnate spesso da vere irruzioni nelle comunità. Non di rado gli elicotteri delle forze armate controllano la situazione mentre i carabineros utilizzano frequentemente le armi da fuoco: spesso durante gli scontri con i militari sono stati uccisi mapuche molto giovani, mentre bambini, anziani e donne hanno riportato lesioni significative. E ancora, Ben Emmerson ha evidenziato che le azioni dei carabineros, armi alla mano, sono avvenute contro mapuche disarmati: nella maggior parte dei casi, i loro eccessi sono rimasti impuniti, mentre i militanti politici delle comunità scontano pene tombali in carcere. Il relatore Onu ha visitato personalmente una comunità che nel 2009 ave va subito un assalto violento dei carabineros, che erano alla ricerca di un solo militante, peraltro non armato. Sebbene la resistenza dell’intera comunità all’aggressione fosse stata pacifica e non violenta, i carabineros avevano utilizzarono le armi da fuoco ferendo diciannove persone, tra cui un neonato. Anche in quel caso a prevalere fu la più completa impunità: è per questo che i mapuche chiedono al Cile di saldare il debito storico che ha contratto nei loro confronti, usurpando quelle terre da sempre abitate dalle comunità indigene. Durante la sua visita, Emmerson ha avuto occasione di parlare con gli esponenti di entrambe le forze in campo, ma ha privilegiato il dialogo con avvocati e docenti esperti nel campo dei diritti umani, con le associazioni delle vittime legate ai conflitti per la terra, rappresentanti delle ong, dei sindacati e della società civile oltre che, naturalmente, con i portavoce dei Lof, le unità territoriali indigene. Le comunità mapuche, almeno 2500 nell’intero territorio cileno, chiedono un’autonomia che riconosca i loro diritti a tutti gli effetti, a partire dal riconoscimento di un territorio definito: la Ley Indígena del 1993, promulgata dall’allora presidente Patricio Aylwin, prevedeva una restituzione soltanto parziale delle terre, mentre ancora peggio fece il governo social-liberista di Ricardo Lagos, sotto il quale i mapuche ottennero poco meno di trentamila ettari rispetto ai 150mila reclamati.

Il prossimo 17 novembre in Cile si terranno le elezioni presidenziali. La candidata favorita è Michelle Bachelet, che è già stata per quattro anni alla Moneda dal 2006 al 2010 e corre, ancora una volta, per la Concertación, appoggiata, stavolta, anche dal Partito Comunista. Durante il suo primo mandato l’allora presidenta si caratterizzò per l’applicazione di quella legge antiterrorismo che lei stessa dovrebbe conoscere bene, visto che è passata anch’essa da Villa Grimaldi, uno dei centri di tortura e detenzione peggiori di Santiago del Cile all’epoca della dittatura: la speranza è che, in caso di vittoria, cambi il suo atteggiamento verso i mapuche e giunga al riconoscimento dei loro diritti, a partire da quello alla terra: per il Cile sarebbe un evento storico, ma in quanti, anche a sinistra, lo vogliono davvero?

Redazione
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Un commento

  • La nota dimentica che i Mapuche non sono solo un popolo originario, ma un popolo-nazione, pueblo-nacion, che rivendica il proprio territorio e la propria indipendenza. L’ accusa storica dei Mapuche allo stato cileno, sia esso governato dal fascista Pinochet o da forze antifasciste e’ di genocidio e di esproprio del proprio territorio nazionale, che si estende dal Pacifico all’ Atlantico. I MAPUCHE SONO LA PALESTINA DELL’ AMERICA DEL SUD. L’ avanguardia rivoluzionaria del popolo Mapuche, non lotta solo per il riconoscimento di diritti civili, ma per la propria indipendenza di nazionale.

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