Rileggendo «1984» di George Orwell

di Giangiuseppe Pili

«1984» è un romanzo di fantascienza distopica dell’autore inglese George Orwell, edito nel 1948. Uno dei romanzi più celebri della seconda metà del XX secolo, fra quelli che hanno senz’altro segnato l’immaginario percettivo collettivo, per quanto oggi sembri portare un messaggio inattuale. Ma ciò solo apparentemente e ne vedremo il motivo.

E’ ambientato

nell’Inghilterra urbana post-guerra atomica, a Londra. Il protagonista Winston Smith vive in Oceania, superpotenza che non va scambiata con la nostra Oceania: la superpotenza mondiale è costituita dall’unione di una parte dell’Europa con l’America e parte dell’Africa. Esistono anche altri due super-Stati: l’Eurasia (tutto l’ex blocco Sovietico e altre parti asiatiche) e l’Estasia (Cina, Indocina e Giappone). Le tre superpotenze sono in continua guerra fra loro e i civili sanno solamente di essere continuamente in conflitto con una delle due e alleati della terza. Data la struttura sociale della società (gestita dal ministero della Verità, della propaganda) i cittadini di una delle superpotenze sono sempre capaci di indicare il loro nemico e alleato, anche se, in realtà, hanno cambiato nemico e cambiato alleato.

Winston è un cittadino dell’Oceania: membro del partito (ma non del primo ordine di gerarchia, che spetta ai veri e propri dirigenti) nella cerchia dei servizi. La gerarchia in Oceania – ma anche nelle altre superpotenze – è suddivisa in tre parti: la prima controlla le altre due ed è quella con il minor numero di personale. In fondo vi sono i prolet, cioè la massa generale di diseredati, segregati in enormi case popolari, quartieri ghetto.

I prolet hanno come unico scopo apparente quello di riprodursi identici a se stessi per millenni, offrendo carne da cannone e da ricostruzione. Non hanno apparenti ideali o princìpi saldi, se non quelli di un animale che ha concesso all’evoluzione ben poco se non l’uso della parola nei bar.

Il secondo ordine nella gerarchia del partito prevede la presenza di addetti agli infiniti compiti burocratici e organizzativi di una superpotenza. Con diversi ministeri, quattro dei quali:

«facevano parere così microscopiche tutte le altre case, che dal tetto degli Appartamenti della Vittoria avreste potuto abbracciarli tutt’e quattro con la stessa occhiata. Erano le sedi dei quattro Ministeri nei quali era divisa tutta l’organizzazione governativa. Il Ministero della Verità che si occupava della stampa, dei divertimenti, delle scuole e delle arti. Il Ministero della Pace, che si occupava della guerra. Il Ministero dell’Amore che manteneva l’ordine e faceva rispettare la legge. E il Ministero dell’Abbondanza che era responsabile dei problemi economici. Ecco i loro nomi in neolingua: Miniver, Minipax, Minamor, Minabbon».1

La neolingua è il linguaggio semiartificiale adoperato dal partito per redigere gli atti ufficiali e alcuni artefatti culturali da divulgare al pubblico. Lingua semiartificiale perché non adopera un linguaggio simbolico formale (forse se Orwell fosse stato un logico matematico o un filosofo della logica, sarebbe arrivato a comporne uno) ma allo stesso tempo non era del tutto naturale perché utilizza neologismi costruiti destrutturando la lingua naturale. Per quanto nessuno di fatto possa adoperare la neolingua per comunicare quotidianamente, il partito si avvale dello strumento linguistico per i suoi testi, quelli che poi vanno a far parte degli atti pubblici.

Winston è un addetto del ministero della Verità, un discreto conoscitore della neolingua, qualità apprezzabile perché in base alla sua padronanza si può essere giudicati dai quadri dirigenti. In realtà, vi sono solamente tre regole generali scritte e fondative del pensiero dominante in Oceania: «La guerra è pace, La libertà è schiavitù, L’ignoranza è forza». Il pensiero dominante è chiamato in neolingua bispensiero perché consiste nel riuscire ad accettare di volta in volta un’opinione quale che fosse, purché fosse imposta dal partito:

«Sapere e non sapere. Essere cosciente della suprema verità nel mentre che si dicono ben architettate menzogne, condividere contemporaneamente due opinioni che si annullano a vicenda, sapere che esse sono contraddittorie e credere in entrambe. Usare la logica contro la logica, ripudiare la morale nel mentre che la si adotta, credere che la democrazia è impossibile e che il Partito è il custode della democrazia. Dimenticare tutto quel che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi, con prontezza, dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi, da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola “bispensiero” bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo».2

Se il partito cambia alleanza, allora bisogna considerare immediatamente il vecchio alleato come il nuovo nemico e il vecchio nemico come alleato. La capacità di oscillare continuamente da una credenza all’altra, da un’opinione all’altra è un prerequisito indispensabile per far parte del partito. Infatti i prolet, incapaci ed ignoranti e abbandonati a se stessi così da poterli controllare con ancora maggiore efficienza, non sono sostanzialmente in grado di mantenere memoria delle cose, sicché basta variare le informazioni alla televisione per far mutare di parere o di cognizione la folla. Basta la Lotteria come fonte di interesse permanente e permanente distrazione:

«Parlavano evidentemente, della Lotteria. Winston, come fu andato avanti d’una trentina di passi, diede una guadata indietro. Stavano ancora litigando, con certe facce accese e appassionate. La Lotteria, con i suoi vistosi premi settimanali, era l’unico avvenimento pubblico a cui i prolet s’interessassero. Era più che probabile che la Lotteria fosse la ragione principale, se non la sola, per cui milioni di prolet avevano ancora un qualche attaccamento alla vita. Era la loro maggior fonte di piacere, il loro margine di follia, teneva il posto di stupefacente. Di stimolante intellettuale».3

La trama di «1984» si impernia su Winston Smith, il quale da principio si scopre profondamente insoddisfatto della sua vita, squallida e infruttuosa: con un matrimonio fallito alle spalle, con un lavoro annichilente sul piano intellettuale, con un’esperienza di sesso castrante e con una vita sociale imposta e programmata in base alle esigenze del partito, egli avverte la necessità di scoprire la realtà del passato. Non quella imposta dal partito, ma quella reale. Sebbene il partito abbia una intera compagine del ministero della Verità che riscrive continuamente il passato, sebbene i singoli individui non possano comunicare liberamente, Winston ha avuto due prove dell’esistenza reale del passato (la nozione di “realtà del passato” è centrale perché a essa si contrappone la nozione “soggettiva del passato”): è stato testimone diretto di tre antagonisti del partito prima reintegrati e poi eliminati; e ha posseduto un pezzo di carta ormai perduto, su cui poteva basare la sua memoria.

Sebbene in Oceania non esista alcuna legge scritta, perché non ce n’è bisogno, di fatto quel mondo è totalmente dominato dalla coercizione e dal controllo sistematico tanto nella veglia che nel sonno. A parte i prolet, che comunque non abbisognano di una simile sorveglianza, i membri della gerarchia del partito vengono tutti continuamente monitorati dal teleschermo, spegnibile ma non senza di fatto violare una di quelle leggi non scritte che fanno la differenza tra la vita e la morte. L’assenza di leggi scritte non rende le regole meno vincolanti. Anzi, proprio non potersi appellare a una legge esplicita, rende vago il campo di applicazione e così bisogna monitorare le proprie azioni con la massima attenzione. In questo senso, la dilatazione delle leggi non scritte ha determinato l’obsolescenza delle leggi scritte. Le leggi sociali sono diventate norme legali: con lo stesso grado di forza coercitiva ma con in più l’aleatorietà della loro applicazione.

Winston cerca di scoprire (del tutto inutilmente) qualche traccia del passato da qualche prolet anziano. Poi inizia la stesura di un diario personale (altamente pericoloso a tal punto da costituire uno psicoreato). Conosce una donna: Julia.

La storia d’amore fra Winston e Julia costituisce la seconda parte del romanzo. La libertà amorosa in Oceania è bandita. Ci sono leghe antisesso e l’unione libera è possibile (come tutto) ma di fatto oggetto di restrizioni severissime. Si possono anche avere rapporti sessuali ma all’interno del matrimonio e con il solo scopo di procreare (per donare i propri figli al partito). Anche se di fatto la prostituzione e la pornografia vengono tollerate, rimane che per infrangere la legge (non scritta) bisogna accollarsi i rischi per… risultati annichilenti. La vita matrimoniale di Winston era stata un inferno: sua moglie, incapace di amare liberamente, si concedeva solamente a un giorno prestabilito della settimana e senza alcuna partecipazione attiva. Per Winston era stato terribile e avevano divorziato.

Con Julia è tutt’un’altra cosa. L’amore abbatte ogni barriera di censo, ceto e classe. Per questo è tanto più pericoloso. Inoltre è intrinsecamente un fatto privato, quindi individuale. Capace di essere uno scopo intrinseco nella vita degli uomini così da oscurare l’importanza del partito stesso. Per questo è un affare delicato e su cui gravano molte attenzioni da parte del ministero dell’Amore (un gioco di parole qui particolarmente fortunato). La storia di Winston e Julia è carnale e spirituale allo stesso tempo. L’elemento sessuale puramente sensibile ha una valenza liberatoria per Winston, che abbisogna, come tutti, di ritrovarsi unito non solo nell’anima ma anche a un altro corpo che è così tramite anch’esso di un significato umano. Non riproduzione ma amore nella sua forma più primordiale e più naturale.

Winston aveva avuto a suo tempo l’intuizione che O’Brien, un suo collega di maggiore importanza, fosse anche lui dominato dal suo stesso odio e rifiuto della struttura sociale dell’Oceania. Per questo quando O’Brien chiede a lui e a Julia di entrare a far parte dell’organizzazione clandestina della fratellanza, Winston giura di farne parte a qualsiasi costo. La permanenza di Winston nella fratellanza è comunque di breve durata; sufficiente però a fargli conoscere qualche brandello della vera storia delle tre superpotenze. Riceve un libro in cui è spiegata interamente non soltanto la storia ma anche lo scopo delle società totalitarie del pianeta e del perché esse avrebbero potuto replicarsi indefinitamente nel tempo identiche a se stesse.

La terza parte del romanzo racconta della “rieducazione” di Winston. Scoperto dalla psicopolizia viene brutalizzato, privato del cibo, picchiato. Umiliato fisicamente. Dalla distruzione sistematica del corpo la rieducazione passa attraverso una analisi delle sue incapacità e deficienze da un punto di vista psicologico, così da costruire su di lui una nuova idea e un ritrovato senso di appartenenza al partito. Lo scopo della rieducazione non è semplicemente quello di umiliare l’individuo ma di riuscire a fargli amare il partito. In altre parole, non si tratta solo di far seguire le leggi non scritte al reietto per via impositiva e coercitiva ma di fargliele seguire per l’accettazione del loro senso.

La brutalizzazione di Winston passa da una serie interminabile di torture sempre più sofisticate, tenute proprio da quell’O’Brien che altri non era se non il massimo custode delle verità del partito. O’Brien è anche un maestro del bispensiero e della sua didattica. Così conduce lentamente Winston alla scoperta di ciò che egli non avrebbe potuto negoziare senza distruggere se stesso. Ma una volta distrutto se stesso non rimane altro che l’accettazione piena e totale della dottrina del partito. Lentamente ma inesorabilmente Winston finisce per accettare tutte le regole del bispensiero, ma non riesce ancora ad abbandonare l’amore per Julia. Di fronte all’ultima e più terribile tortura crolla… e finisce anch’egli per amare il Grande Fratello, ovvero quel partito immortale che si staglia di fronte a ogni senso e ogni umanità.

Il Grande Fratello è l’immagine del leader dell’Oceania, che guarda sempre e ovunque. Immagine del controllo che la società esercita su se stessa. Implacabilmente, inesorabilmente tutti sono sorvegliati. E chi non lo è, non lo è perché non ce n’è neppure bisogno. La società di «1984» è segnata dall’abbrutimento umano generale in nome dell’ordine costituito, rappresentato dal partito. Per questo, il libro è stato tanto amato dalle generazioni che potevano vedere un immediato affiancamento della società del Grande Fratello ai grandi totalitarismi del XX secolo. Eppure è impossibile non fare un’osservazione. Al massimo si è giunti a un atto di bispensiero sovrano dando il nome di Grande Fratello proprio a un evento mediatico di dubbia qualità. Per questo oggi «1984» passa relativamente inosservato. Ma non è così.

Un giorno Wittgenstein guardò il sole e pensò che la terra gli girava intorno ma sarebbe apparso allo stesso modo… se fosse stato vero il contrario. Quello che c’è di più attuale in «1984» non è il fatto che esso funziona perché sussiste un solo partito che imposta le direttive non scritte, ma che esso funziona perché ogni società verticale funziona esattamente come il Grande Fratello. In altre parole, se la catena del potere è impostata, quale che sia il suo scopo, essa funziona come il Grande Fratello. C’è sempre un sistema di sorveglianza capillare, coercitivo e violento che non si fonda (esclusivamente) su leggi scritte ma su quella congerie di leggi non scritte che in tutte le organizzazioni sono quelle che contano veramente. Quale che sia l’organizzazione di cui fate parte, sia essa pubblica o privata, anch’essa funziona come sistema di continua sorveglianza, tanto più se questa organizzazione ha scopi che non sono direttamente impegnati nella produzione di utili manifesti.

Allora la democrazia può generare una struttura identica al Grande Fratello se soltanto si imposta come una organizzazione gerarchica in cui la catena di comando prevede alcuni che definiscono le regole e che valutano il comportamento dei sottoposti e sono in grado di punirli e giudicarli addirittura sulla sola base delle intenzioni. Ma non vale il viceversa: la gerarchia non è suscettibile di valutazione anche dal basso. Perché questo è il punto.

Quello che insegna Orwell è che la burocrazia non è altro che uno strumento per inventare storie credibili che reggano sulla carta alla lettura di altri burocrati. Allora la coerenza diventa un concetto sfumato e impalpabile perché ciò che deve tenere è quel che c’è scritto sul pezzo di carta, indipendentemente dalla realtà. Così, allora, si capisce perché in molte manifestazioni ufficiali si legga un titolo e poi si ascolti tutt’altro: perché si deve far tornare i conti sul piano burocratico. Quando darò da leggere il mio curriculum a terzi, guarda caso mi serve che questo terzo finisca per credere che ho fatto altro (ma qualcosa devo averla pur fatta, altrimenti come scrivere del niente?). Il parossismo arriva nell’infinita interpretabilità dei curricula: se dovrai essere selezionato o eliminato lo sarà sulla base dello stesso curriculum. Così, in «1984» non c’è una ragione precisa per cui uno viene punito, se non il fatto che non si ama il partito, cioè l’ordine costituito.

Ed è in questo punto che emerge maggiormente l’attualità del percorso di Orwell, che oggi sembra passare attuale solo per la superficie di una società che controlla continuamente se stessa (d’altra parte, oggi i mezzi di controllo a disposizione sono tali da fare inquietare ogni persona che abbia anche solo una vaga idea di cosa si può fare con un motore di ricerca per scoprire cosa è una persona e cosa pensa, visto che ormai le persone non si accontentano più di informazioni aspecifiche ma le vogliono emotivamente cariche per trarne maggiore soddisfazione: e le immettono loro stesse senza alcuna costruzione). Si tratta di un modello di società che è assolutamente indipendente dalla forma di governo. Non cambia la sostanza del controllo da una dittatura a una democrazia.

D’altra parte, una volta che si crea la figura del politico di professione, dato che essi sono sempre gli stessi elezione dopo elezione, che differenza c’è fra un’aristocrazia o una dittatura monopartitica? Quando il potere smette di comunicare con la base significa che esso può essere autonomo dai suoi vincoli e dal suo popolo. Il risultato è che il potere si eserciterà in una sola direzione oppure si costituiranno guerra fratricide all’interno delle frange politiche. Se questa seconda opzione è negata in «1984», rimane solo che la gerarchia è unilaterale, vincolante, coercitiva. E arbitraria. Quale che sia la forma di governo che un simile Stato decida di adottare.

La verità è che la vita politica è intessuta dalle leggi di Orwell: l’ignoranza è forza (anche per chi comanda), la guerra è pace (come fare senza un nemico che evita la guerra civile?), la libertà è schiavitù (perché non si può vivere senza legge, ma una legge fondata su quella ignoranza che è forza). Ignoranza, schiavitù e guerra sono le tre condizioni imperturbabili della realtà umana, che sopravvivono a ogni generazione, a ogni millennio e si rigenerano in forme sempre più capillari e sofisticate. Ignoranza, schiavitù e guerra sono tre parole per un unica categoria: arbitrio. L’arbitrio dell’uno su molti, questa è l’essenza della brutalità. Ma non è un arbitrio scevro da odio, perché l’odio ne è l’aspetto più fondativo.

La realtà è che un simile ordine costituito nasce dal fatto che la media delle persone (tutte e non solo chi gestisce il potere) è incapace di comprendere anche le più semplici regole dell’umano buon senso: rispetto dell’altro, accettazione della vita e dei problemi della vita. Di fronte alla brutalità, l’umano reagisce generalmente con l’incapacità di capire, con la rabbia di chi non può emulare colui che lo sta brutalizzando.

E allora appena possibile, con lo strumento idoneo, ecco che scopriamo che il brutalizzato diventa esso stesso brutalizzatore: la tortura vicendevole è lo scopo stesso della vita di tutti coloro che vedono nel vicino un pericoloso nemico, capace di quelle nefandezze che noi per primi vorremmo fare. E allora giù a costruire scuse, ad inventare storie. In una parola, burocrazia. Burocrazia che è il vero volto del male del potere bugiardo, ambiguo, ambivalente, oscuro, violento, implacabile e che non paga mai di tasca propria perché non ha un solo volto e una possibilità di essere tracciato. Come senz’altro aveva già compreso Kafka, la burocrazia non solo violenta e fa violenza ma stabilisce ciò che è vero e ciò che è falso. Perché è la burocrazia che non guarda in faccia a nessuno e che sancisce storie per gli altri. La burocrazia è la violenza contro l’Io. Impossibile non pensare a Foucault, quasi che Orwell avesse precognizzato la filosofia del pensatore francese («Sorvegliare e punire» è degli anni ’70 del secolo XX).

Se in Orwell troviamo tutto questo, rimane il fatto che lo scrittore inglese sembra ancora molto legato alla sua epoca (la prima metà del XX secolo) e ai suoi propri ideali. Casualmente, infatti, Winston scrive che la salvezza può arrivare solo dai prolet: «Ma se c’era speranza, la speranza doveva trovarsi tra i prolet. Bisognava metterselo bene in testa. Se quest’idea si rivestiva di parole, sembrava davvero un’idea sensata: ma era soltanto allora, quando cioè accadeva di vedere quegli esseri umani che vi camminavano accanto, sul selciato, che essa diventava un atto di fede».4

In altre parole, Orwell non si è reso conto che la struttura del potere è la causa della storia di violenza e coercizione contro ogni singolo (perché questa acuta caratteristica è in «1984» rimarcata con chiarezza: nessuno può evadere dal Grande Fratello, neppure il Grande Fratello… se esistesse). Egli è colui che ha visto i suoi ideali traditi da una frangia di coloro che la pensavano come lui. Così si doveva, forse, esser reso conto di cosa poteva succedere se la giusta forma di governo fosse diventata fine a se stessa (cioè non prendersi cura dei bisogni delle persone, ma della elite di potere).

Winston sembra farsi carico delle aspettative e del punto di vista dell’autore, a tal punto che Winston stesso sembra non avere un passato sufficientemente chiaro. Esso è dominato da pochi ricordi, da qualche momento di illuminazione. Ma la realtà è che Winston non è un buon personaggio perché ha poche caratteristiche (specie psicologiche) e può in lui vedersi ciò che si vuole. Egli non è un eroe e questo è anche giustificabile sulla base dell’idea che in Oceania non è possibile avere un Io particolarmente strutturato. Ma al di là di questo, cosa leggere a livello simbolico del personaggio di Winston? Ben poco. Come ben poco si può leggere di Julia. Un po’ più di spessore ha O’Brien ma anche di lui si può dire ben poco. Non c’è poi niente, forse, da interpretarsi a livello metastorico, metanarrativo, nel sovrasenso.

Di fatto, Orwell diventa uno scrittore straordinario quando si dimentica della sua personale prospettiva privata (a esempio ne «La fattoria degli animali») cosa che non gli è spontanea. Il che non significa sostenere che «1984» non sia un capolavoro. Lo è, ma per ragioni estrinseche: lo è perché la consistenza e la semplicità del meccanismo narrativo è tale che ognuno può rivedere se stesso nel romanzo nella brutale burocrazia, violenza e spietatezza. Anche un cittadino della monarchia romana avrebbe potuto capire «1984», se avesse potuto leggerlo. Ma, a differenza di quanto forse potremmo dire che fosse l’idea di Orwell, la grandezza del romanzo è oltre lo stesso romanzo: e cioè in quello che lo stesso autore non sembra considerare. E cioè la natura violenta, cieca e coercitiva del potere che non consente di fondare alcuna filosofia della storia che veda nella Storia un senso alcuno.

Ma per Orwell la storia doveva avere pur un senso. Egli aveva lottato nel nome della sinistra (di una certa parte della sinistra) e nel suo «1984» questo si sente. Eppure è proprio la complessiva riflessione sulla realtà senza colore che il romanzo riesce vincente. E’ nella sua scienza della coercizione che esso riesce addirittura illuminante. E cioè che non vi è potere senza violenza, non c’è potere senza burocrazia, non c’è potere senza odio. O, almeno, questo è il grande risultato della storia, che piaccia o no. Abbiamo bisogno di burocrazia, perché senza giustificazione alla violenza ci si ribella. Abbiamo bisogno della violenza, perché altrimenti quegli esseri umani (così utili) non agiscono come noi vorremmo. Abbiamo bisogno di odio, perché altrimenti come riuscire a essere così violenti e così capaci di trovare scuse sistematiche per la nostra violenza? Anche qui, si potrebbe dire che Orwell è anticipatore di quello sguardo freddo e implacabile del Kubrick di «Arancia Meccanica» in cui si mette in mostra che sia dall’altro che dal basso i rapporti umani sono soltanto rapporti di violenza, in cui la contrattazione delle prestazioni e dell’esistenza intera passa attraverso l’uso più o meno sofisticato della forza sulla volontà di un altro. Che tutto ciò non abbia alcun senso non ha importanza, quanto il fatto che questo è il punto.

«1984» fa parte della grande letteratura perché fa parte di noi stessi, della nostra realtà quotidiana, della nostra civiltà e di come noi riusciamo a intenderla. A tal punto che il lettore fatica a trovare differenze tra la finzione e la sua esperienza mondana. Egli può finire confuso e chiedersi continuamente perché valga la pena di leggere un libro che non aumenta ciò che sappiamo del mondo, quanto magari sprofondarci nell’inconfessabile resa di fronte all’ineluttabile stato di cose. Esso, in fondo, non ci dice niente di più di quanto sappiamo già. Ma appunto per questo merita di essere letto, studiato e riletto e ristudiato: perché non sono molti i libri così franchi sulla natura del potere, quale che sia la sua forma e il suo colore. Perché questa è la grande lezione di «1984»: che neppure il Grande Fratello, se esiste, può essere al di fuori del Grande Fratello. E così noi non siamo fuori da «1984» perché «1984» siamo noi.

1

Orwell G. 1984, Mondadori (prima edizione 1948) p. 8.

2

Ivi., Cit., p. 39.

3

Ivi., Cit., p. 91.

4

Ivi., Cit., p. 91.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Una serie di ottimi spunti sul capolavoro di Orwell. L’attualità maggiore comunque io la trovo proprio nel concetto di neolingua, sul quale ogni sistema di potere poi si impernia. Sempre riprendendo Foucault, “il potere è eminentemente linguaggio che parla di sé”, e la neolingua è il sistema perfetto di questo potere. La distruzione delle parole, senza l’invenzione di nuovi concetti, è proprio ciò che pervade la società di oggi, senza eccezione.

  • Molto stimolante questo post di Giangiuseppe Pili, soprattutto nelle parti in cui si ragiona sull’attualità della “visione” di Orwell. Su tante questioni rifletterò e magari ne scriverò con calma ma intanto registro molti punti di accordo e alcuni di disaccordo. Ed è ovviamente da questi ultimi che parto per un commento – soprattutto rispetto al pessimismo (così sembra a me) di Giangiuseppe Pili che vede il Grande Fratello fra noi e in noi – per un primo commento a caldo, sperando che poi si accenda una più ampia discussione.

    Se guardiamo l’Occidente e dintorni, i «prolet» dei nostri giorni (sempre di più, visto che i ceti medi tendono a scomparire) non sembrano in effetti molto reattivi oppure si muovono nella orrenda logica del «capro espiatorio» (ed ecco i successi delle destre estreme in alcuni Paesi). Ma se questa orribile apatia con sfoghi di insensata violenza sia la “natura umana” o il frutto di una educazione socio-politica non è chiaro e forse mai lo sarà del tutto. Io opto più sul secondo versante: se fai vivere la maggior parte delle persone nella merda (letterale e simbolica), le educhi al nulla e all’ignoranza, se passi loro informazioni fuorvianti e potenzi «la Lotteria»…. beh che risultato può venir fuori? La merda: il peggio della “natura umana”, la regressione verso le nostre reazioni più animalesche. Accade in democrazia come in dittatura? Secondo me Giangiuseppe Pili trascura nella sua analisi una vasta area “grigia” in mezzo: in America Latina la chiamano «democradura» con un efficace gioco di parole che rende evidente non trattarsi di Paesi retti da dittature ma neppure di democrazie ma da una strana, ambigua, pericolosa “via di mezzo”. E non è solo un problema latinoamericano… anzi.
    Siamo carne da cannone e da ricostruzione, certo. Ed è per questo – tanto per fare un piccolo esempio italiano – che occorre fermare gli F-35, punta di un iceberg
    La «neolingua» dei principali media (purtroppo anche in democrazia) esiste e domina certo, ma zone di resistenza ci sono e non soltanto nella rete.
    «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza»; non lo hanno detto apertamente ma questo era/è il programma degli ultimi governi in Italia: riarmo, meno diritti a cittadine/i, smantellare la scuola pubblica (ma anche le biblioteche e ogni luogo di aggregazione cultural-sociale).
    Poche/i sembrano in grado di «mantenere memoria» rispetto al martellamento dei media: anche questo è verissimo e ciò rende importantissimo il lavoro di chi ricorda e racconta. Soprattutto rispetto a coloro chei ri-scrivono di continuo la storia, anche modificando e cancellando i documenti “scomodi”: se non ricordo male era questo il lavoro di Winston. Forse è qui che il romanzo ha meglio “previsto” cosa sarebbe accaduto, le proporzioni ciclopiche e quotidiane di questa riscrittura.

    Quanto alla «sorveglianza» continua su tutte/i: è impossibile da realizzare in pieno ma le ultime “rivelazioni” confermano il pessimismo; le penose reazioni dei leader politici (sia spioni che spiati) fanno capire ancor meglio che siamo tutte/i schedati illegalmente.

    D’altro canto – cioè nonostante un quadro così fosco – a me sembra che non siamo tutte/i abbrutiti: per fare un solo esempio italiano la magnifica resistenza popolare contro la Tav dimostra che il Grande Fratello non è riuscito a conquistare l’obbedienza e il cervello di tutte/i.

    Insomma io credo che molte/i si regolino sulle «semplici regole dell’umano buon senso: rispetto dell’altro, accettazione della vita e dei problemi della vita»: io resto un “pessottimista” cioè vedo ragioni per disperarsi ma anche per sperare.
    Sulla sinistra (o meglio sulle sinistre) al tempo di Orwell e su quella/e di oggi… ho detto spesso in blog quel che penso e non mi ripeto. Una buona sintesi la potrei fare rubando la famosa battuta di Massimo Troisi: perché ripartire da zero? Almeno tre cose giuste sono state fatte. Ricominciamo da tre.

  • Inutile negare che i temi e gli spunti di Orwell abbiamo avuto e hanno tuttora corrispondenze sorprendenti. Tuttavia è bene ricordare che in 1984 l’Oceania è governata dal SOCING (in neolingua Socialismo Inglese), il Grande Fratello è chiaramente Stalin. Per Orwell dunque quel mondo totalitario e asfissiante sarebbe stato creato al Comunismo, e per impedire che questo accadesse egli stesso divenne collaboratore della CIA (si legga in proposito di Frances S. Saunders, Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale, ed. Fazi, Roma, 2007). Non è da escludere che la stessa stesura di 1984 sia stata fatta su commissione.
    Proporrei un confronto con un libro scritto ancora prima (e forse in parte plagiato dallo stesso Orwell), del 1932 è “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley seguito nel 1958 da “Ritorno al mondo nuovo”, realizzato osservando le trasformazioni dell’America e affermando con inquietudine che “il mondo nuovo è già tra noi”.

    • Mi pare che la discussione si accenda.
      Evviva.
      Questo commento di Luca richiede qualche ponderata risposta.
      Mentre “pondero”… butto lì tre cosette in fretta:
      1 – che Orwell abbia collaborato con la Cia mi giunge del tutto nuovo: mi informerò;
      2- che «1984» parli dell’Urss degenerata non mi convince (quel che Orwell voleva dire sul socialismo staliniano lo ha metaforizzato benissimo in «La fattoria degli animali»); secondo me la sua intuizione era invece che il socialismo formicaio e il capitalismo avrebbero trovato convergenze.
      3 – Sia “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley che «1984» sono debitori a un libro magari mal scritto ma geniale e oggi dimenticato, cioè «Noi» di Eugenj Zamjatin che era un bolscevico fuggito alle purghe staliniane. Ne ho accennato qualche volta imn blog ma bisognerebbe tornarci su con calma.
      Per ora mi fermo qui.

  • Sì, conosco «Noi», i temi sono molto simili e anche io ho effettivamente pensato agli altri due che, però, pur con sviluppi e finali diversi, hanno sorprendenti analogie, come anche alcuni personaggi (il protagonista e O’Brien). Se però trovassi le conferme che Orwell collaborasse con la CIA allora potremmo dire che cadrebbero le interpretazioni eventualmente “anticapitaliste” di 1984!!!
    Comunque, al di là di tutto, 1984 è un capolavoro ed Orwell un grande scrittore.

  • In genere non commento, se non da moderatore perché è giusto che un autore non voglia influenzare con aggiunte ciò che risulta o non dal suo testo. Molto succintamente: il lavoro che vi ho proposto è solo una recensione al testo con un commento globale, cioè un’interpretazione del romanzo di Orwell e di qualche spunto di attualità che però non deve essere esteso eccessivamente. La mia tesi è che la natura del controllo non varia da forma di governo a forma di governo, quanto la sua legittimità e la sua estensione. Ed era un’osservazione fondata sul fatto che oggi 1984 viene visto solo come un romanzo su di un meccanismo che sostanzialmente non ci riguarda. Probabilmente proprio perché il romanzo è così debitore al suo autore verso lo spirito dei suoi tempi e dei suoi problemi. Rimane invece il fatto che sia un capolavoro proprio perché generalizzabile. Non traggo considerazioni sull’oggi e ciò che si può vedere in controluce è merito del libro, ma non della mia recensione.

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