Salvando gli animali (e gli umani)

articoli di Maria Mancuso, Doriana Goracci, Federica Nin

Guerra intensiva per mangiare gli animali? – Doriana Goracci

Dapprima dico subito grazie a tutti coloro che salvano gli animali dalla guerra, anche quella di ogni giorno, che fa il mondo a loro.

L’allevamento degli animali contribuisce al riscaldamento globale per un 40% in più rispetto a tutto il settore mondiale dei trasporti nel suo complesso; è la causa numero uno dei cambiamenti climatici” scrive ripetutamente Jonathan Safran Foer, scrittore e saggista statunitense che nel 1999 andò in Ucraina  per fare ricerche sulla vita di suo nonno ebreo.

In Italia siamo passati dai 20/21 kg degli anni Sessanta e una media di 79 chili, di carne di animali ammazzati, da mangiare. Non esiste, secondo le analisi di Greenpeace, un modo sostenibile per continuare a nutrire gli animali allevati oggi in Europa. È piuttosto considerata necessaria una riduzione del 70% del consumo di carne e latticini in Ue entro il 2030, accompagnata da una normativa comunitaria rigorosa, per smettere di importare beni prodotti attraverso la deforestazione. Intanto, in occasione della guerra in Ucraina, ci troviamo di fronte a un deficit mondiale di cereali. Per compensarlo, ricordano le associazioni ambientaliste, basterebbe una riduzione dell’8% dei cereali usati nell’Ue per l’alimentazione animale.

C’è un monumento dedicato agli animali caduti in guerra: è un memoriale “Animals in War Memorial Found” in cui, con sculture ed epitaffi, sono ricordati tutte le vittime animali del conflitto mondiale , inaugurato nel 2004. L’epitaffio più significativo: “They had no choice”…”Essi non ebbero scelta”.

McDonald’s ha lasciato la Russia a maggio scorso con la vendita completa delle sue attività (850 ristoranti) a un acquirente locale, in seguito all’invasione dell’ Ucraina da parte di Mosca. McDonald’s ha sottolineato che la crisi umanitaria causata dalla guerra ha reso di fatto “insostenibile, né coerente con i nostri valori” mantenere le attività in Russia….e ci vuole una faccia a dire certe cose vantandosi…
Nella foto che ho messo si vede un allevamento intensivo di maiali, molte femmine allattano, sono tutti chiusi serrati in gabbia, è anche un allevamento “pulito”. Viene da un articolo del 2019, titolatoLa Svizzera pensa di abolire gli allevamenti intensivi di animali: “Dannosi anche per l’ambiente”.Chissa come è finita, c’è sempre una buona ragione per aggirare gli ostacoli posti dagli “ambientalisti”, vero? Umberto Veronesi a febbraio del 2011,sosteneva che “soprattutto il consumo eccessivo di carne va evitato. Per alimentare i 3 miliardi e mezzo di animali d’allevamento destinati a soddisfare il palato dei carnivori viene utilizzato un terzo dei prodotti agricoli mondiali, che potrebbero sfamare intere popolazioni e l’assurdo è che i carnivori si ammalano di più, e spesso muoiono a causa del loro tipo di alimentazione”

In Italia la grande maggioranza degli animali allevati non ha accesso al pascolo e trascorre tutta la vita in capannoni chiusi. Questo vale anche per le eccellenze del Made in Italy e persino per una parte dei prodotti certificati “bio”. Che ne è stato delle petizioni inviate ai vari Ministeri dell’ Agricoltura nel corso di questi anni?

Giugno 2021:“Cosa succede negli allevamenti intensivi di mucche?Le mucche che vengono sfruttate per la produzione di latte sono destinate a una vita di dolore fisico ed emotivo. Entrano giovanissime in un ciclo di inseminazione artificiale sfiancante e frenetico che le porta a partorire 3 o 4 volte prima di essere, attorno ai 5 anni di età, mandate al macello perché non più produttive. Non sono rari i casi in cui questo avviene mentre sono ancora incinte.Le gravidanze continue servono a far sì che producano latte in quantità massicce a ritmi innaturali, fino a 30 litri al giorno.Le mungiture si susseguono a ritmi incessanti: due al giorno per 300 giorni all’anno. Una volta macellata, la loro carne verrà venduta come prodotto di seconda scelta.Una volta nati i cuccioli delle mucche da latte vengono separati dalla madre a poche ore dal parto, causando forte stress e dolore a entrambi. Sono poi smistati in base al genere: se sono femmine verranno introdotte nel ciclo della produzione di latte, rimpiazzando, di fatto, le loro stesse madri. Anche loro, dopo 4 o 5 anni, non riusciranno a mantenere i ritmi di produzione e verranno messe su un camion diretto al macello.Se maschi saranno rinchiusi in piccoli box e allevati per pochi mesi. Qui saranno nutriti con un surrogato del latte volutamente mancante di fibre e ferro che li farà crescere anemici, così da ottenere una carne più tenera e apprezzata dai consumatori. Intorno al sesto mese di età anche loro finiranno al macello per essere venduti come “carne bianca di vitello”.”

E’ invece del maggio 2022 l’articolo che racconta degli attivisti di Greenpeace provenienti da tutta Europa che hanno bloccato nel porto di Amsterdam una nave cargo con 60 milioni di chili di soia. “…Ma perché l’Europa importa tanta soia? Sarebbe un errore attribuire questo commercio al consumo di tofu, burger vegetali e sostituti del latte. Lo scopo di queste importazioni non è infatti quello di alimentare il crescente mercato vegano, ma è piuttosto quello di sfamare i nostri animali, in particolare polli e maiali, ma anche bovini, soprattutto quelli rinchiusi negli allevamenti intensivi. Infatti, nonostante due terzi dei terreni agricoli europei siano già destinati alla produzione di mangimistica, almeno l’85% della la soia importata viene utilizzata come mangime ed è proprio per sostenere questo tipo di impiego che, negli ultimi 25 anni, la produzione mondiale di soia è più che raddoppiata.Con quest’iniziativa, l’organizzazione ambientalista vuole portare ancora una volta alla pubblica attenzione il contributo dell’Europa alla deforestazione globale. Le importazioni di prodotti a base di soia nel nostro continente (circa 33 milioni di tonnellate all’anno), provenienti per il 65% dal Brasile e dall’Argentina, sono infatti così massicce da rappresentare il principale contributo dell’Unione europea alla distruzione globale delle foreste a cui, secondo un recente rapporto del WWF, l’Europa contribuisce complessivamente per il 16%.In questo mercato, i Paesi Bassi sono la principale destinazione delle importazioni, mentre l’Italia, con il 10% della soia importata, è il quarto importatore europeo. In particolare nel 2021, nonostante i gravi attacchi all’ambiente e ai diritti umani perpetrati dal governo brasiliano di Jair Bolsonaro, il nostro import di soia dal Brasile è aumentato ulteriormente. Eppure, secondo un articolo pubblicato nel 2020 da Science, circa il 20% delle esportazioni di soia dall’Amazzonia e dal Cerrado brasiliano potrebbe derivare da deforestazione illegale persino secondo le normative ambientali brasiliane che, in particolare nel Cerrado, sono decisamente di ‘manica larga’. Inoltre, in Brasile e in Argentina la soia è per il 95% geneticamente modificata e la sua coltivazione implica un uso massiccio di erbicidi, pesticidi e agenti chimici potenzialmente pericolosi.”

A marzo del 2022 veniva scritto: “…l’Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici, parla di “conseguenze devastanti per gli allevamenti” se non si troverà un canale alternativo per importare i mangimi dopo che il conflitto ha bloccato le esportazioni di mais dell’Est Europa.”

Concludo con un pensiero dello scrittore Jonathan Safran Foercitato all’inizio “Manipoliamo i geni di questi animali e poi gli diamo gli ormoni della crescita e ogni genere di farmaci di cui non sappiamo abbastanza. E poi ce li mangiamo. I bambini di oggi sono la prima generazione che cresce con questa roba, e noi li usiamo come cavie. Non è strano quanto si arrabbi la gente per qualche giocatore di baseball che prende gli ormoni della crescita, quando facciamo queste cose agli animali che mangiamo e poi li diamo ai nostri figli?”

Il bello, si fà per dire, è che si dice di una persona rilassata che è stravaccata e di uno che non ha limiti nel mangiare e in certi abitudini che è un porco, di chi ci casca in un tranello che è un polloNeanche la guerra in corso cambia dunque le nostre abitudini? Tanto per partire dal piccolo piccolo,quel piccolo noi, che abbia a cuore non solo cani e gatti.

 

“La vera scienza non usa animali” – Federica Nin

(intervista di Lorenzo Poli)

Il 24 aprile si è celebrata la Giornata Mondiale dedicata agli animali da laboratorio per ricordare le morti silenziose dei tanti essere senzienti torturati ed uccisi in nome di una cattiva scienza. I motivi non sono solo etici e morali, ma anche filosofici, scientifici e logici. Sperimentazione animale, vivisezioni e metodi sostitutivi nella ricerca scientifica: questi sono i temi che affronta il libro “La vera scienza non usa animali. Good Science versus Bad Science”, uscito per la ricorrenza, edito da Edizioni Oltre e scritto dal divulgatore scientifico Davide Nicastri e dalla psicologa Federica Nin, con contributi di oltre 20 professionisti del mondo biomedico, giuridico e filosofico-etico. Il libro ha la funzione di trasmettere l’idea che il vivisezionismo non è solo un problema riguardante il “benessere animale”, ma un problema di validità scientifica in quanto superato dal concetto di specie-specificità, riconosciuto persino dal Ministero della Salute italiano fin dal 21 settembre 20151. A tal proposito abbiamo intervistato Federica Nin, psicologa impegnata nella critica epistemologica e scientifica dei metodi di ricerca animal-based, oltre ad essere co-fondatrice e segretaria di OSA – Oltre la Sperimentazione Animale, associazione medico-scientifica che da anni informa sui metodi sostitutivi animal-free e segue ricercatori obiettori di coscienza.

 

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea nasce dalle domande che ci siamo posti sulla sperimentazione animale e sul fenomeno storico e attuale della vivisezione. Per esempio, perché la diversità di cure tra un canarino, un cane e un elefante, non è una differenza solo di dosi? Perché certi farmaci e sostanze ad uso veterinario che funzionano per una specie, non vanno bene per un’altra, e addirittura non sono adatte a tutte le razze di una stessa specie? Perché oltre la metà dei farmaci messi in commercio e testati su animali presentano gravi effetti collaterali? Perché capita che farmaci vengano ritirati dal commercio? Perché è pericoloso usare certi antiparassitari sui gatti mentre vanno bene per i cani? Perché possiamo mangiare il cioccolato, ma al nostro cane potrebbe risultare fatale? Perché sia gli esseri umani che i topi hanno il gene che permette al topo di sviluppare la coda, ma noi non abbiamo la coda? E perché…? E la domanda cruciale: la sperimentazione su animali è ancora “un male necessario”? A noi non risulta. Anzi, con le forze schierate in campo a favore della sperimentazione animale, i denari e le risorse umane impiegate, francamente non si può non stupirsi che siamo ancora così indietro con la cura e la guarigione di moltissime delle malattie che ci affliggono. E inoltre ci siamo chiesti perché non diffondere e favorire nuovi modi di fare il bene degli umani senza passare attraverso il male degli animali. Così abbiamo deciso di chiedere lumi a rappresentanti del mondo scientifico e biomedico domandando loro di raccontarci tre cose: come hanno scoperto l’esistenza della sperimentazione animale e maturato la loro posizione al riguardo, le informazioni e opinioni che in base alle loro competenze ed esperienze ritengono importante o utile far conoscere, e secondo loro a che punto siamo nella strada per il superamento e l’abbandono di questo metodo, quali siano i passi fondamentali da fare e chi li dovrebbe fare. Poiché la sperimentazione animale non è solo una questione scientifica, ma anche giuridica, politica, economica, morale, filosofica, sociale eccetera, abbiamo pensato di destinare due piccole sezioni anche a testimoni rispettivamente del mondo giuridico e del mondo filosofico ed etico, rivolgendo loro le medesime domande.

Il libro nasce anche dal desiderio di rompere quel muro che fa sì che ormai la maggior parte delle persone sia abituata a sentire parlare delle questioni etiche derivanti dall’uso di animali non umani nella ricerca biomedica, nei test della scienza in generale, ma non abbia familiarità col fatto che ci sono anche problemi scientifici con la pratica: perché questa è Bad science, cattiva scienza, anche nel senso scientifico, dato che è difficile trasferire all’uomo i risultati ottenuti su esseri viventi profondamente diversi sul piano anatomico, fisiologico e, conseguentemente, farmacologico. Lo dimostra il fatto che gli effetti negativi dei medicinali spesso emergono non durante la sperimentazione animale, ma in seguito, nel corso dell’impiego medico. Nonostante tutti gli accorgimenti adottati, un margine d’incertezza permane, tant’è vero che tutti concordano nel ritenere cruciali non le prove di attività e sicurezza effettuate sull’animale, bensì la sperimentazione sull’uomo.

Inoltre, i modelli animali sono fuorvianti, perché riproducono i sintomi e le manifestazioni esteriori delle malattie, non le loro cause. Di conseguenza, hanno favorito e tuttora consentono solo l’avvento di medicinali sintomatici, anziché curativi.

 

Quale giustificazione scientifica hanno la sperimentazione animale e la vivisezione?

Ci sono motivi pratici, legali, burocratici, economici, finanziari, storici, politici, culturali, di prassi, di routine… per perseverare con la sperimentazione animale, ma giustificazioni scientifiche non ce ne sono, o non ce ne sono più. Il rifiuto di abbandonare questa metodica non è di natura scientifica bensì è racchiuso e concluso in un vuoto e logoro slogan privo di argomentazioni scientifiche, che i fautori di questo metodo esprimono con un loro dogma: “senza i modelli animali il progresso delle scienze si fermerebbe, essi sono indispensabili perché non c’è modo di sostituirli, altri metodi non ce ne sono”.

Allora, in primo luogo segnalo, limitandomi a un esempio italiano, che la mia associazione medico-scientifica, O.S.A -Oltre la Sperimentazione Animale, ha fatto uscire nel 2019 un libro che ne è pieno: “Le nuove frontiere della scienza. Modelli sperimentali per la ricerca biomedica del XXI secolo” edito Aracne. Tra l’altro, data la rapidità del progresso tecnologico sotto gli occhi di tutti, oggi ve ne sono molti altri ancora, e ogni giorno se ne aggiungono di nuovi.

In secondo luogo, faccio notare che la storia delle nostre malattie e della nostra incapacità di trovare cure e soluzioni in grado di sconfiggere le malattie tuttora incurabili, come molte forme di cancro e le tante malattie neurodegenerative (come l’Alzheimer, il Parkinson, la Sclerosi Multipla ecc.) purtroppo dimostrano che la ricerca scientifica è ostacolata e frenata dall’obbligo di sperimentare sugli animali prima di sperimentare – comunque e obbligatoriamente – sull’uomo (ci sono quattro fasi di sperimentazione sull’uomo successive alle prove su animali, ma questo richiederebbe un altro articolo).

Terzo, tale regola ha motivi storico-politici e non scientifici, che risalgono a quando il processo di Norimberga portò alla luce i criminali esperimenti nazisti sugli ebrei e gli altri prigionieri dei lager. Fu in seguito a ciò, che la richiesta di utilizzare gli animali nella ricerca medica e tossicologica al fine di tutelare i diritti, la sicurezza e il benessere dei soggetti umani che partecipano ad una sperimentazione fu formalizzata nel Codice di Norimberga e successivamente in leggi, codici e dichiarazioni nazionali e internazionali, fondate a partire dal solo diritto consuetudinario.

Sono passati 75 anni e possiamo comprendere che in quell’epoca non sia venuto in mente niente di meglio che testare sostanze e terapie sugli animali, dando per presunto cioè pre-supposto che gli studi animali abbiano un valore predittivo per l’uomo. Ma è incredibile e inaccettabile che, a fronte degli avanzamenti tecnologici formidabili che si sono avuti in ogni campo e che si succedono a ritmi impensabili prima, a fronte dei nuovi modelli interpretativi del mondo (pensiamo alla fisica quantistica per esempio) ancora ci si accontenti di una metodologia scientificamente e tecnologicamente sorpassata e ingiustificata oltre che eticamente riprovevole.

Quelle norme si basano su princìpi scientifici superati, non svolgono alcuna funzione utile, aumentano i costi di sviluppo dei farmaci, impediscono la realizzazione di farmaci e terapie altrimenti sicuri ed efficaci, comportano l’esclusione di sostanze che vengono scartate perché tossiche per gli animali ma che invece potrebbero essere terapeutiche per gli umani.

Per aderire consapevolmente a questa conclusione, suggerisco la lettura di un articolo scientifico, dotto ma semplice e illuminante, di Greek, R., Pippus, e A. & Hansen, L.A, che argomenta e documenta il fatto che Il Codice di Norimberga, proprio richiedendo l’uso di modelli animali, mina la salute e la sicurezza umana2.

Le nuove conoscenze e nuove impostazioni epistemologiche, la teoria dell’evoluzione e la scienza della complessità, hanno grandi ripercussioni sulla pretesa dell’estrapolazione interspecie.

Ai tempi dei processi di Norimberga nessuno se ne rendeva conto. Prevedere la reazione di un sistema complesso (che non è a causalità lineare, ovviamente) basandosi sulla reazione di un altro non è soltanto problematico, è praticamente impossibile, non dà e non può dare risultati attendibili. Ma questo è proprio ciò che pretendono di fare gli scienziati quando testano un farmaco su un topo o una scimmia nel tentativo di valutare quale sarà l’effetto del farmaco su un essere umano.

Questa critica è diffusa nella letteratura scientifica. Sostanzialmente vi è un accordo generale sul fatto che le tecnologie predittive saranno quelle basate sull’uomo, sulla biologia umana. Ma la stranezza è che, dopo aver spiegato perché i modelli animali non devono essere considerati predittivi3, gli autori si sentono spesso in obbligo di piazzare un avvertimento alla fine dell’articolo, dove si afferma che la società dovrebbe tuttavia continuare a sostenere la ricerca sugli animali. Simili affermazioni, chiaramente in contrasto tra loro, contribuiscono non poco alla confusione del pubblico circa il valore dei modelli animali. In aggiunta, anche la profonda variabilità della risposta umana limita le possibilità predittive dei modelli animali. I medici sanno da tempo che esistono differenze nella predisposizione alla malattia e nella reazione ai farmaci tra i gruppi etnici [3-9], tra i sessi [10-14] e persino tra gemelli monozigoti [15-18].

Ma anche noi dovremmo esserne consapevoli: basta leggere il foglietto illustrativo di un farmaco, per capire che i suoi effetti sono quasi sempre diversi addirittura nelle diverse epoche della nostra vita: ai bambini sono di solito vietate o comunque sconsigliate una grandissima quantità di medicine, e lo stesso vale per gli anziani. Se su noi stessi il medesimo rimedio farmacologico ha diversa efficacia a seconda che siamo bambini, adulti, anziani, e anche uomini oppure donne (vedi “medicina di genere”), come possiamo credere che siano attendibili e sicuri gli effetti prodotti su animali che sono lontani e molto diversi da noi?

Dovrebbe bastare questo a far esitare quando si prende in considerazione l’utilizzo degli animali come modelli per l’uomo: di quali esseri umani si suppone che l’animale preveda la reazione?

 

La negazione dei metodi sostitutivi alternativi da parte della stragrande maggioranza della comunità scientifica può essere definita “ignoranza epistemologica”?

Anch’io vedo ignoranza epistemologica in quella parte della comunità scientifica, purtroppo ancora maggioritaria, che si oppone al superamento dell’uso di animali nella ricerca, vedo disinteresse verso i criteri di verità nella ricerca scientifica, di validità, di affidabilità, vedo atteggiamenti condizionati da pregiudizi e da inerzia, un certo qual rifiuto verso un’attitudine euristica a cercare soluzioni alternative o anche solo ad adottare quelle esistenti, e anche una ingiustificabile indifferenza all’urgenza etica di trovare il modo di abbandonare l’uso cosiddetto scientifico di animali nei laboratori. Chi è abituato a maneggiare topi, scimmie e i vari animali cavia neanche si informa sui NAM, i Nuovi Approcci Metodologici e trova più semplice negarne l’esistenza e l’ulteriore progettabilità e realizzabilità. Il guaio è che se le nuove leve vedranno solo laboratori con animali, e continueranno a ignorare metodi diversi, in un sistema arcaico che si autoalimenta. Così, da questa ignoranza non se ne esce.

Non a caso, la tua domanda mi fa pensare specularmente anche all’epistemologia – anzi, al plurale, le epistemologie – dell’ignoranza: l’analisi dell’ignoranza condotta negli ultimi anni ha fatto emergere un insieme multidisciplinare di studi e conoscenze. I cosiddetti Ignorance Studies sono infatti oggi un fronte di ricerca variegato e in espansione, che sfrutta collegamenti tra diversi settori accademici. E le Epistemologie dell’Ignoranza si occupano anche dell’analisi del rapporto tra ignoranza e conoscenza scientifica. Un tema discusso è per esempio il legame tra ignoranza e selezione del sapere.

Grande interesse è rivolto non semplicemente ai fattori personali dell’ignorare, ma a quelli collettivi, prodotti da fattori culturali e interessi esterni: in tal caso, si studia l’ignoranza non come fenomeno casuale, bensì l’ignoranza come prodotto di attività e sforzi collettivi, quella creata socialmente per svariati motivi, a vantaggio degli interessi economici di particolari agenti. Essa può essere per esempio il frutto di una conoscenza situata, cioè costruita e sviluppata all’interno di una prospettiva specifica, e la conoscenza scientifica secondo l’epistemologa Donna Haraway (19) sarebbe sempre situata. Il problema rilevato dalla studiosa è la mancanza esplicita di distinzione tra una prospettiva maggioritaria e una prospettiva obiettiva: questa confusione ha sostanzialmente permesso di coltivare indifferenza in merito a punti di vista minoritari e silenzio relativamente ad argomenti di interesse per le minoranze sociologiche.

Secondo me questa impostazione è utile a valutare anche il rapporto tra la componente maggioritaria e quella minoritaria della cosiddetta comunità scientifica in tema di sperimentazione animale.

Orbene sappiamo che è parte della struttura delle scienze l’assunzione di un punto di vista consensuale (“la comunità scientifica sostiene che…”), ma in tema di sperimentazione animale il punto di vista della sua presunta insostituibilità, che viene assunto come pre-supposto al pari di un pre-giudizio o di un dogma (e non raggiunto attraverso un confronto e un esame epistemologico), non è scientifico. L’Intersoggettività, pretesa sulla base di un’adesione acritica come ad un dogma e rivendicata come maggioritaria non è affatto indice né garanzia di oggettività, così come non lo è la convenzionalità, ossia la condivisione di convenzioni. Anche in questo campo si confonde (e si vuole confondere) una prospettiva maggioritaria con una prospettiva obiettiva. Ma il fatto che una parte maggioritaria di ricercatori tuttora faccia e difenda sperimentazione animale non trasforma questa in scienza. Anzi, direi che è contro l’interesse della scienza mettere in ombra o anche soverchiare le minoranze culturali e, a questo punto aggiungo, scientifiche.

D’altra parte, davvero ci si può sorprendere che alcune parti interessate al mantenimento dello statu quo oppongano resistenza al cambiamento? Stabilire l’utilità o meno della sperimentazione su animali è un problema cruciale perché l’opinione pubblica sostiene la ricerca animale solo se favorisce lo sviluppo di farmaci migliori. Di conseguenza, chi ha convenienza al mantenimento dello statu quo difende gli esperimenti sugli animali sostenendo fermamente che sono essenziali per condurre trial clinici sicuri. Non importa se è esattamente il contrario: proprio la sperimentazione umana immediatamente successiva a quella animale è la più rischiosa.

 

Perdonami la domanda provocatoria: se non si sperimenta sugli animali su cosa si sperimenta?

Ecco, questo libro mira anche a scardinare questa domanda, a cercare di far cadere quel concetto secondo cui quando la gente ti dice “ma se non sperimenti sugli animali, allora il replacement, cioè il rimpiazzo del modello animale, con che cosa lo fai? con che cosa li rimpiazzi? Ecco, bisogna anche rompere questo meccanismo psicologico secondo il quale la gente si immagina, e anch’io mi immaginavo alle origini, che si debba trovare un equivalente, cioè: non lo faccio sull’animale allora su cosa lo faccio l’esperimento? sull’uomo? su di noi? Sì, è su di noi, ma non nel senso che lo si faccia direttamente sull’uomo. Non è una questione di rimpiazzare questo con quello alla pari, la sostituzione la si fa con l’integrazione di più approcci, sia computazionali, sia biologici sia di varia natura, integrando i quali, e basandosi su cellule umane non su cellule animali, otteniamo delle risposte predittive per l’uomo in quanto basate sulla biologia umana. Viceversa, assistiamo all’assurdo di vedere degli approcci moderni favolosi, vanificati per il fatto che vengono applicati a cellule animali, alle solite cellule del topo: c’è una mentalità murinocentrica cioè con il topo al centro della ricerca, che rovina tutto.

 

Oltre ad essere psicologa, divulgatrice scientifica e scrittrice sei anche pittrice e la copertina del libro rappresenta un tuo quadro. Cosa rappresenta?

Lo avevo realizzato in un momento di grande solidarietà e partecipazione per i macachi di Parma e dedicato a loro, rappresenta uno di loro, rappresenta la mia compassione per la loro sofferenza e la loro miserevole vita nei cinque anni di sperimentazione cui sono destinati prima della soppressione finale per esaminarne il cervello, ed esprime anche il mio biasimo per chi assoggetta queste meravigliose creature, a noi così affini moralmente ma non biologicamente, con violenza e spietatezza rese strumenti di un tipo di ricerca, quella neuroscientifica, che inutilmente e quindi con una crudeltà ancora più ottusa e imperdonabile, pretende di assumere i primati non umani a modello del cervello e della mente umani. Vorrei che dalla lettura di questo libro scaturisse una trasformazione o un’aggiunta dell’antico quesito se sia eticamente corretto infliggere a un altro essere vivente sofferenze a beneficio dell’uomo. Cioè la domanda deve diventare: è eticamente corretto infliggere a un altro essere senziente delle sofferenze fine a se stesse, senza che neanche ne venga alcun beneficio per l’uomo?

 

1 https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=null&id=2244

2 Greek, R., Pippus, A. & Hansen, L.A, The Nuremberg Code subverts human health and safety by requiring animal modeling,BMC Medical Ethics volume 13, Article number: 16 (2012) – BMC Med Ethics 13, 16 (2012). https://doi.org/10.1186/1472-6939-13-16

Disponibile anche nella traduzione italiana di Simonetta Frediani: https://fdocumenti.com/document/una-denuncia-esemplare-il-codice-di-animali-complessita-biologica-etica.html?page=8

3 Shanks N, Greek R: Animal Models in Light of Evolution. 2009, Brown Walker, Boca Raton. Un libro la cui preoccupazione centrale riguarda il “problema di predizione” nella ricerca biomedica. In particolare, gli autori esaminano l’uso di modelli animali per prevedere le risposte umane nella ricerca su farmaci e malattie.

da qui

 

Allevamenti intensivi: quanto inquinano, perché e quali sono le principali conseguenze sull’ambiente – Maria Mancuso

Moltissimi studi parlano dell’impatto negativo che gli allevamenti intensivi hanno sull’ambiente. Abbiamo deciso di approfondire questo tema rispondendo a tre domande che molte persone si pongono.

  1. Quanto inquinano gli allevamenti intensivi?

Quando si parla di impatto ambientale degli allevamenti intensivi i fattori da tenere in considerazione sono molti e non includono soltanto le emissioni causate da ogni struttura dove vengono allevati gli animali, da quando nascono a quando vengono inviati al macello. Da valutare sono anche le emissioni dovute alla produzione di mangimi, quindi anche quelle che dipendono dalla deforestazione dei terreni per le coltivazioni e il pascolo, dal trasporto degli animali, dalla gestione delle deiezioni: insomma tutte le attività che hanno a che fare con la produzione di proteine animali. Come avrete immaginato, calcolare in maniera esaustiva e precisa queste emissioni a livello globale non è semplice.

I dati che abbiamo a disposizione però ci dicono che senza alcun dubbio l’allevamento di animali, che sia intensivo o meno, contribuisce in modo significativo al riscaldamento globale. Come? Ad esempio a causa delle emissioni di metano, un gas serra che si stima abbia un potenziale climalterante 20-30 volte superiore all’anidride carbonica. Secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, le emissioni legate all’allevamento rappresentano circa il 15% delle emissioni annue di gas serra dovuti all’essere umano, ma secondo alcuni studi recenti si tratta di una stima al ribasso.

 

Molti studi scientifici che offrono soluzioni all’attuale crisi climatica sottolineano l’importanza di una transizione verso l’alimentazione vegetale, quella con il potenziale di riduzione maggiore delle emissioni di gas serra. Secondo due ricercatori di Berkeley e Stanford University, se ci sbarazzassimo degli allevamenti entro 15 anni e adottassimo quindi un’alimentazione vegetale, potremmo bloccare l’aumento dei gas serra in atmosfera per 30 anni. Questo ci darebbe il tempo e l’opportunità di realizzare nuove soluzioni per ridurre le emissioni provenienti da altre fonti, rendendo il nostro Pianeta più vivibile per noi e le future generazioni.

  1. Perché l’allevamento intensivo inquina?

Per intensivo si intende l’allevamento che prevede di concentrare un gran numero di animali in un luogo ristretto. Allevamento intensivo, in altre parole, è sinonimo di sovraffollamento. La spiegazione del perché questa tipologia inquini particolarmente sta proprio in questo: la concentrazione di un numero enorme di animali che, come in una catena di montaggio, vengono fatti riprodurre ciclicamente e infine macellati per finire sugli scaffali di milioni di supermercati di tutto il mondo.

La possibilità di allevare centinaia — in molti casi migliaia — di individui in poco spazio ha stravolto il modo in cui fino a un secolo fa si allevavano gli animali, dando vita a uno dei settori più redditizi ma anche distruttivi. Attualmente si stima che gli animali macellati per il consumo umano siano 770 miliardi, di cui un quarto allevati dagli esseri umani, il resto sono pesci pescati in mare. Tra gli animali allevati, la maggior parte sono pesci provenienti dall’acquacoltura, seguiti dagli avicoli — polli e galline soprattutto — e dai mammiferi — mucche, maiali, pecore, conigli….

Questa quantità esorbitante di animali, pari a 100 volte l’attuale popolazione umana, ha bisogno di avere a disposizione quantità altrettanto esorbitanti di mangimi, ma anche medicinali. Senza contare che gli animali produrranno a loro volta molto letame e quindi ammoniaca e altri gas inquinanti. Questi animali non sarebbero in vita se non fosse per l’allevamento intensivo che si basa su continui cicli di inseminazione artificiale degli esemplari femmina, perciò smettendo di farli nascere in maniera forzata, potremmo evitare l’impatto ambientale legato al loro allevamento, nonché la loro sofferenza.

  1. Quali sono le conseguenze degli allevamenti intensivi sull’ambiente?

Oltre a emettere ingenti quantità di gas serra, come abbiamo visto, l’allevamento intensivo è legato ad esempio alla distruzione delle foreste come quella Amazzonica, che comporta la distruzione degli habitat di molte specie selvatiche e del furto della terra delle popolazioni indigene. Si stima che tra il 2016 e il 2020, la domanda di terreni in Amazzonia, nel sud-est asiatico e in Africa centrale da destinare alla produzione di soia, carne bovina e altri prodotti abbia contribuito alla perdita di circa 23 milioni di ettari di foreste tropicali: un’area grande quasi quanto tutto il Regno Unito.

L’uso diffuso di farmaci è un altro fattore che comporta problemi ambientali: la contaminazione delle acque e dei terreni con questi residui rappresenta una minaccia sia per l’ambiente che per la salute umana. Un ulteriore elemento da considerare è il consumo di acqua, una risorsa fondamentale e sempre più scarsa. Qualsiasi prodotto di origine animale ha un’impronta idrica più elevata dei prodotti vegetali.

Infine, le deiezioni: gli animali allevati intensivamente producono elevate quantità di deiezioni altamente inquinanti, ricche di azoto, fosforo e potassio. Questi rifiuti, quando vengono dispersi nei terreni circostanti o smaltiti illegalmente, possono rappresentare un problema sanitario e inquinare il suolo e le fonti idriche.

Secondo un report di Terra! Onlus, soltanto gli allevamenti di suini italiani producono oltre 11,5 milioni di tonnellate di feci all’anno, una quantità pari al peso di 23 mila treni Frecciarossa. È come se in Italia dovessimo smaltire gli scarti giornalieri di 25,5 milioni di persone in più: approssimativamente la popolazione di Lombardia, Sicilia, Emilia Romagna e Campania messe insieme.

Prova un’alimentazione sostenibile

L’alimentazione vegetale è più sostenibile di quella che comprende prodotti animali perché richiede meno energia, risorse idriche e consumo di suolo. Oltre a questo, ha il vantaggio fondamentale di evitare la sofferenza degli animali “da reddito”: mucche, maiali, polli, galline, conigli, pesci. Tutti animali senzienti che potrebbero vivere una vita fuori dalle gabbie e da un sistema di sfruttamento. Nonostante i benefici evidenti, su questo tipo di alimentazione esistono ancora troppi pregiudizi: un’alimentazione veg ben bilanciata è adatta a tutte le fasi della vita. Ascolta il nostro podcast IoScelgoVeg per scoprire come intraprendere questa scelta. Non te ne pentirai!

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