Scor-data: 12 ottobre 2013

Ecuador: trecento donne marciano dall’Amazzonia del sud fino alla capitale Quito

di David Lifodi (*)

Como una urgente acción de defensa por la vida y por nuestros territorios hemos tomado la iniziativa de movilizarnos: è questo ciò che dicevano le circa trecento donne dell’Amazzonia ecuadoriana a coloro che chiedevano  il motivo che le aveva spinte a marciare per 219 km fino a raggiungere Quito, il 16 ottobre 2013. Le donne, appartenenti a sette diverse tribù amazzoniche, erano partite da Puyo (provincia di Pastaza) il 12 ottobre 2013: la loro marcia, delle mujeres movilizadas por defensa de la vida, segnò uno dei numerosi conflitti delle comunità indigene con il presidente del paese Rafael Correa, ormai convinto sostenitore dello sviluppo petrolifero e minerario.

Le rivendicazioni delle donne indigene, appoggiate da buona parte del paese, si riassumevano in una richiesta sempre disattesa dal Palacio de Carondelet: porre fine al saccheggio delle risorse naturali ecuadoriane da parte delle multinazionali con l’autorizzazione delle massime istituzioni  del paese, a partire dall’estrattivismo e dalla questione Yasuní-ITT, gli enormi giacimenti petroliferi che il presidente Correa aveva inizialmente promesso di non concedere alle imprese estere per l’estrazione del greggio per rimangiarsi successivamente la parola con la scusa dello “sviluppo nell’interesse del paese”. Nel 2007 Correa garantì che l’intera zona del Parque Nacional Yasuní, la maggiore riserva di biodiversità del pianeta con 846 milioni di barili di petrolio, sarebbe stata off-limits per le multinazionali. Stiamo lottando per la vita, per il nostro paese, per la flora e la fauna dell’Amazzonia ecuadoriana, spiegavano le donne, che con la loro marcia intendevano aprire una discussione sulle modalità dello sviluppo e dell’estrazione petrolifera in Ecuador. La Marcha por la Vida, a cui partecipavano dirigenti e rappresentanti delle federazioni e delle comunità del Gobierno de las Naciones Originarias de la Amazonía Ecuadoriana (Gonoae), contestava inoltre le concessioni che lo stato ecuadoriano aveva fatto alle multinazionali in territorio indigeno senza alcuna previa consultazione degli abitanti. La marcia, purtroppo, non ebbe un esito positivo poiché, non solo il presidente Correa non si fece trovare al Palacio de Carondelet, ma per mezzo di un portavoce, il mandatario le invitò a raggiungerlo nella città di Pañacocha, nell’Amazzonia del nord, dove si trovava in visita ufficiale. Il messaggio di Correa, recapitato alle donne accampate a Quito per  mezzo del segretario nazionale della presidenza, Leonardo Berrezueta, fu giustamente ritenuto come una provocazione verso le marciatrici, che per incontrarlo avrebbero dovuto percorrere ulteriori 250 chilometri. Per le donne dell’Amazzonia ecuadoriana non fu possibile nemmeno essere ricevute dall’Assemblea nazionale, che permise l’accesso soltanto ad una piccola delegazione: in quella sede fu presentato un documento di nove pagine in cui si chiedeva ai congressisti di impegnarsi nella difesa della selva amazzonica e dei popoli indigeni, minacciati dall’inquinamento derivante dall’estrazione petrolifera.  Le donne scelsero di far ritorno a Puyo, nell’Amazzonia del sud, non prima di aver preso atto che Correa rifiutava di incontrarle. Non solo: la beffa, per le coraggiose donne amazzoniche, arrivò il 28 novembre 2013, quando una loro delegazione tornò a Quito presentandosi all’asta che metteva in vendita alcune zone del loro territorio per le trivellazioni. Per tutta risposta Rafael Correa, il presidente che si riempie la bocca di dichiarazioni sul socialismo del XXI secolo, ma di fatto agisce in direzione opposta, si vendicò chiudendo l’ong ambientalista Fundación Pacha Mama e definendo come “terroristi” gli indigeni che si opponevano al suo progetto di “sviluppo”.  Non è la prima volta che Correa bolla con questi termini i suoi detrattori: il modello di vita comunitaria (Kawsak Sacha, la selva viva) e il Sumak Kawsay (buen vivir), di fatto sono messi continuamente in discussione da un presidente che pure continua a dichiararsi vicino ai popoli indigeni. Eppure, in America Latina,  in più di una circostanza le donne si sono mobilitate autonomamente. Era già successo nella Bolivia del dittatore Hugo Banzer, quando le mogli dei minatori appoggiarono i mariti in sciopero e si trasformarono in una spina nel fianco del regime.

Nella Bolivia di allora, come in tutta l’America Latina dei nostri giorni, le comunità indigene si battono affinché non si trovino ad essere alla mercé delle industrie petrolifere: si el estado es dueño del subsuelo, nostro somos de la selva y nuestros antepasados están ahí bajo tierra, todo es nuestro, no pueden destruir hasta nuestro pasado.

*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.
Molti i temi possibili, molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it ) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.
Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su http://www.radiazione.info .
Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… è un’impresa più complicata del previsto, vi aggiorneremo. (db)

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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