Scor-data: 27 settembre 1900

Scor-data: 27 settembre 1900

Nasce Vittorio Vidali

di Francesco Cecchini (*)  

PrimafotoVidali

Nel murale (di Diego Rivera) al centro Frida Kahlo con la camicia rossa, dietro la macchina con un cappello nero in testa Vittorio Vidali, alla sua destra Julio Antonio Mella e Tina Modotti

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Vittorio Vidali

VITTORIO VIDALI, RAGAZZO DI TRIESTE, GIAGUARO DEL MESSICO E COMANDANTE CARLOS NELLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

Vittorio Vidali nasce a Muggia, vicino a Trieste, il 27 settembre 1900. Diventa giovanissimo un rivoluzionario di professione e vive direttamente le situazioni più drammatiche del secolo scorso: il fascismo in Italia, la costruzione del socialismo in Unione Sovietica, il Messico post rivoluzionario, la guerra civile spagnola, il nostro confine orientale.

Io ho incontrato Vittorio Vidali scrivendo di Tina Modotti e propongo il suo ricordo con l’intervista che segue.

L’ intervista è su Tina, ma ne emerge anche l’umanità di Vittorio e qualcosa della sua storia.

Ricorda il suo primo incontro con Tina Modotti?   

«Arrivai a Città del Messico nel settembre 1927 e una delle prime persone che conobbi là fu Tina Modotti. Il nostro incontro fu cordiale e da allora stringemmo un’amicizia che durò fino alla morte, avvenuta il 5 gennaio 1942».

Da quali esperienze proveniva Tina? Le parlò della sua vita in Fiuli, dell’emigrazione a San Francisco, dell’incontro con De Richey prima e con Weston poi, dei film interpretati a Hollywood?

«Tina era molto restia a parlare del passato. Tuttavia in varie occasioni mi parlò della sua vita di giovane operaia tessile a Udine, dell’emigrazione assieme alla famiglia in Austria, dove il padre lavorava come stagionale; della sua emigrazione negli Stati Uniti col viaggio in terza classe per raggiungere il padre che lavorava a San Francisco in California, dove si trovava anche sua sorella Mercedes, che lavorava da modista. Del marito De Richey, di Weston, delle sue relazioni private era molto riluttante a parlare e darne giudizi personali e io non le chiedevo del suo passato, rispettoso della sua vita».

Qual’era il clima politico e culturale di Città del Messico dove Tina si stabilì nel 1923 e dove lei arrivò nel 1927?  

«Il clima politico del Messico degli anni venti era ancora immerso nell’atmosfera attiva e dinamica della rivoluzione del 1910 e delle drammatiche fasi di questa rivoluzione, che era stata la più interessante e la più progressista realizzata fino ad allora nell’America Latina. Il Messico era diventato un Paese molto libero e democratico; in esso si concentravano tutti gli immigrati politici dell’America Latina, in gran parte intellettuali. Era quella l’epoca dell’affermazione dei grandi pittori muralisti Clemente Orozco, Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros, delle grandi agitazioni studentesche per l’università autonoma e – attratti dal fascino di questa rivoluzione che aveva come protagonisti Madero, Obregon, Francesco Villa ed Emiliano Zapata – visitarono il Messico scrittori e artisti di altri Paesi, fra cui John Reed, il grande giornalista, scrittore e poeta statunitense».

Nel milieu culturale di Città del Messico, Tina cosa rappresentava?

«Suscitò curiosità come fotografa, per la bellezza, per la sua adesione agli ideali della rivoluzione messicana e per essere la compagna di Edward Weston, già allora noto come grande fotografo. Molti degli intellettuali messicani, Tina li aveva gia’ conosciuti a San Francisco e a Los Angeles e quando arrivo’ nel Messico nel 1923, per raccogliere le ultime parole di suo marito Roubaix de Richey, si trovo’ circondata dall’ affetto di gran parte del mondo intellettuale messicano».

Quali erano i problemi di fondo della società messicana e quale il ruolo che gli intellettuali ritenevano fosse loro riservato?

«I problemi della società messicana di allora erano il consolidamento della democrazia, la questione agraria, l’organizzazione dell’istruzione pubblica, e la lotta contro l’anafalbetismo, la lotta contro l’imperialismo e i tentativi statunitensi di impossessarsi di tutte le ricchezze del Paese, l’applicazione delle leggi riguardanti le condizioni dei lavoratori e in primo luogo il nuovo codice del lavoro. Il ruolo degli intellettuali in quel periodo era fondamentalmente stare al fianco al fianco dei governi per consolidare le conquiste rivoluzionarie e specialmente per aiutarli a realizzare i programmi dell’educazione pubblica e a sostenere il movimento dei lavoratori. Negli anni venti, il settimanale degli intellettuali El machete, per decisione degli intellettuali stessi, divenne organo del partito comunista messicano».

Nel 1927, Tina lavorava come fotografa, sia scattando ritratti a privati, sia fotigrafando in proprio e realizzando immagini che venivano pubblicate da giornali e riviste e messicane e internazionali. Aveva imparata la fotografia da Weston di cui era stata prima modella. L’ha mai vista lavorare? Le parlò del suo lavoro di fotografa?

«Quando la incontrai per la prima volta, Tina era già nota come fotografa nel Messico e un po’ anche all’estero. Viveva in un appartamento molto modesto, semplice, e si può dire che quanto guadagnava bastava appena per risolvere i suoi problemi materiali. Sì, l’ho vista lavorare ed ero con lei quando fece l’inchiesta sulla miseria nel Messico, al teatro delle marionette e anche in occasione di alcuni suoi ritratti. Però parlava poco del suo lavoro di fotografa».

Tina l’ha certamente fotografata in diverse occasioni. Ci può raccontare come operava? Agiva normalmente con metodo rapido, quasi a rubare l’immagine, o faceva posare a lungo i suoi soggetti, studiandoli per un’interpretazione migliore?

«Talvolta fotografava rapidamente, colpita da un paesaggio, dall’atteggiamento di una persona, da un contrasto sociale, da un avvenimento politico, come un’assemblea di contadini o una conferenza di operaia. Alle volte, per i ritratti soprattutto, cercava accuratamente la luce, l’interpretazione accurata del soggetto. Ma in generale era molto rapida e sbrigativa».

Il valore delle fotografie di Tina Modotti, al di là del loro fascino intrinseco, è dato dal fatto che esse rappresentano una grande testimonianza della sua tensione umana, sociale e rivoluzionaria. Quali immagini lei reputa più significative di questa identificazione tra fotografia e rivoluzione? «Personalmente ritengo più aderenti alla sua vita di rivoluzionaria e alla sua tensione sociale quelle fotografie che descrivono la contrapposizione fra la miseria e la ricchezza del Paese, la maternità e l’infanzia, la vita dura dei contadini, i pericoli nel lavoro degli operai. Tina era molto apprezzata anche come fotografa delle opere di Diego Rivera, Orozco e Siqueiros, i tre grandi muralisti messicani».

Accanto ai modi operativi appresi da Weston (la camera formato 20 x 25, le lastre, lo sviluppo curatissimo, la tendenza a sovraesporre il negativo ecc.), Tina caratterizzò molte sue immagini con la ricerca, nel soggetto, del punto ideale in cui una forma era conosciuta (una chitarra, per esempio) oppure della struttura astratta che la sorregge, quasi ad identificarne l’essenza. Si trattava di macerate strutture linguistiche o tutto riusciva a Tina in modo piuttosto facile?

«Questi tipi di immagini di oggetti molto significativi e di uso comune costituivano per lo più il frutto di rapide intuizioni, di scelte immediate e relativamente facili, spontanee in lei. Spesso questi soggetti esprimevano ammirazione per la bellezza di un soggetto, di un fiore, di un accostamento di oggetti. E poi Tina era innamorata della bellezza, della luminosità e dei colori del paesaggio messicano».

I ritratti di persone, le immagini scattate durante le riunioni, le fotografie a carattere più specificatamente giornalistico raccontano di un’ appassionata partecipazione alla vita, ai problemi, ai sentimenti della gente che ritrae. Ci sa dire qualcosa dei rapporti che Tina aveva con la gente?

«Tina era molto legata alla gente e perciò venne indicata molte volte come reporter sociale. Lo si comprese particolarmente quando il suo compagno Julio Antonio Mella venne assassinato nel 1929 e la gente espresse il suo cordoglio con grandi manifestazioni di simpatia per Tina come compagna di Mella, come combattente e come artista. Quando Tina morì, vi furono organizzazioni che presero il suo nome; lavoratori tessili diedero il nome di Tina al loro telaio; tipografi lo diedero al loro linotype. Le manifestazioni di cordoglio si estesero in tutto il Messico e in altri Paesi dell’America Latina, dove venne ricordata come una donna progressista. In Spagna, il nome di Maria – che Tina assunse come nome di battaglia – era ed è ancor oggi conosciuto e amato. Era molto amata per la sua gentilezza, per la premura verso chi aveva bisogno del suo aiuto materiale o morale, per la semplicità dei suoi modi, per la generosità e la grande sensibilità verso le persone con cui veniva in contatto. La sua casa molto modesta e poveramente arredata, era un punto di riferimento non soltanto per i messicani, ma anche per gli intellettuali o i dirigenti operai e contadini che erano fuggiti dai rispettivi Paesi perseguitati dalle tirannie. Fu sempre molto ospitale e nella sua casa ricevette non solo personaggi come Majakovskij o la Kollontaj, ma anche combattenti come Cesar Augusto Sandino e Farabundo Martì, i cui nomi ancora oggi risuonano in America Latina e specialmente nel Nicaragua e nel Salvador».

Gli anni 1929/1930 sembrano segnare una frattura decisiva nella vita di Tina Modotti. È oramai affermata come fotografa, ha pubblicato su riviste messicane, statunitensi ed europee; ha organizzato una grande mostra alla Biblioteca Nazionale di Città del Messico; le hanno offerto di diventare fotografa ufficiale del Museo Nazionale. La morte di Mella e la sua espulsione dal Messico segnano, invece, la fine della sua attività creativa nel campo fotografico. Scrivendo a Weston, nel settembre 1929, Tina dice: “Penso seriamente di fare una mostra qui, dra non molto. Sento che se devo lasciare il Paese, gli devo almeno questo, mostrare quello che può essere fatto, senza dover risalire alle chiese coloniali, ai charros o alle chinas poplanas o a ribaccia del genere su cui la maggior parte dei fotografi indugia”. Che cosa era per Tina quello che poteva essere fatto?

«Non c’è dubbio che l’anno 1929 fu un anno decisivo non soltanto per Tina, ma per l’intero movimento rivoluzionario messicano. La guerra religiosa cominciata nel 1926 terminava con un compromesso col clero, con il Vaticano e col cedimento del governo messicano alle richieste di Washington in merito alla questione agraria e del petrolio. A questa capitolazione, che significava l’apertura di una nuova fase nella vita del Messico, si aggiungeva la repressione organizzata contro tutti i movimenti progressisti e anti-imperialisti, iniziata con l’assassinio di Julio Antonio Mella nel gennaio 1929, con l’inarceramento di molti messicani che avevano lottato per la rivoluzione, con la dichiarazione di illegalità per tutte le organizzazioni antimperialistiche. La mostra delle opere di Tina allestita all’Università Autonoma, presentata da David Alfaro Siqueiros, assunse perciò il carattere di una grande protesta sia contro la miseria che contro la repressione. Infatti nucleo centrale della mostra erano le fotografie dell’inchiesta sulla miseria in Messico in contrapposizione con gli sperperi, la corruzione e i soprusi della nuova borghesia, arricchitasi a spese della rivoluzione. Per quella mostra, e in seguito a un attentato verificatosi contro il presidente della repubblica, organizzato dai cristeros, molti comunisti furono arrestati e fra questi Siqueiros e la stessa Tina».

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Vittorio Vidali nella nave che nel 1939 lo porta in Europa assieme a Tina Modotti

In Germania nel 1930 e successivamente in Russia fino al 1932, Tina riprese in mano episodicamente l’apparecchio fotografico. Poi decise di dedicarsi al Soccorso Rosso e divenne, a tempo pieno, organizzatrice rivoluzionaria. Premesso che considero ciò una grande perdita per la fotografia e per la storia del reportage sociale (di cui il movimento rivoluzionario internazionale offre scarsi esempi a paragone di ciò che Tina ha fatto) chiedo a lei quali ragioni – al di là della necessità del momento – spinsero Tina a rinunciare alla fotografia?

«Credo che la rinuncia alla fotografia da parte di Tina, anche se meditata, fu di carattere emotivo. Avrebbe potuto conciliare la vita di rivoluzionaria con la fotografia. Avrebbe potuto accettare l’offerta del partito comunista sovietico per un lavoro di fotografa. Tina terminò l’attività alla fine del suo soggiorno in Germania e quando arrivò nell’URSS, nell’ottobre 1930, aveva preso questa decisione. Le sue ultime fotografie sono quelle che vengono attribuite alla sua attività nell’URSS, che però non svolse come fotografa. Anch’io riconosco che fu un errore e che Tina avrebbe potuto operare come rivoluzionaria professionale continuando senza particolari impegni a fotografare. Non c’è dubbio che nei suoi viaggi nei Paesi europei e durante la guerra civile spagnola avrebbe potuto arricchire il suo patrimonio fotografico e avrebbe potuto così potuto dare un grande contributo di testimonianza di quei tempi.

Dopo il ritorno in Messico, alla fine degli anni trenta, lei non vide più Tina fotografare?

«Dopo il 1939, in Messico, Tina fece alcune foto di amici e un reportage speciale nello Stato di Uaxaca, lavorando insieme con Constancia de la Mora per una rivista americana. Ma tanto del reportage di Constancia quanto delle foto di Tina non è rimasta traccia, perché quel lavoro non venne pubblicato».

Quale sorte ebbero ebbero le lastre e le immagini di Tina? Perché ne sono state salvate così poche? Dove sono gli originali?

«Molti originali furono regalati da Tina stessa a persone amiche. Quelli rimasti, compresi i negativi, io stesso li ho regalati al governo messicano e si trovano nella fototeca di Città del Messico. Mi sono rimaste fotografie originali, con le quali ho organizzato mostre in molte città italiane, a Parigi, a Londra, Lodz, Vienna, Berlino, Amburgo e Hannover con grande successo di pubblico, di stampa, bei cataloghi e un’infinità di recensioni positive»

Qual è stato nel dopoguerra l’itinerario che ha condotto a una sorta di riscoperta almeno in Europa e in Italia dell’opera di Tina Modotti come fotografa?

«L’ iniziativa è partita da Udine, città natale di Tina Modotti, dove esisteva un circolo culturale “Elio Mauro”, animatore del quale era il bravo fotografo e insegnante di fotografia Riccardo Toffoletti. La prima mostra si fece infatti a Udine».

Grazie Vittorio Vidali per questo sguardo su Tina Modotti e sul suo tempo che è stato anche il tuo.

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Vittorio Vidali, Comandante Carlos, comandante del 5 ͦ reggimento nella guerra di Spagna: di profilo con il giubbotto di pelle.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 27 settembre fra l’altro avevo ipotizzato: 1540: Paolo III approva la «Compagnia di Gesù»; 1911: lo sciopero contro la guerra in Libia si intreccia con la vicenda dei «figli dei serrati»; 1940: patto Roma-Berlino-Tokio; 1943: quattro giornate di Napoli; 1956: muore Piero Calamandrei; 1960: muore Sylvia Pankhurst; dal 1960 Christa Wolf annota sul diario ogni 27 settembre e pubblica nel 2000 «Un giorno l’anno»; 1968: «Hair» sbarca a Londra; 1976: Manfredonia di nuovo avvelenata; 1996: i talebani conquistano Kabul; 2002: assolti Maletti e i fascisti sulla bomba di Bertoli; 2004: Tanzi torna libero. E sul 28 settembre avevo questi appunti: «Giornata del diritto all’informazione» OPPURE 551 avanti Cristo: nasce Confucio; 1583: Menocchio denunciato per bestemmie; 1589: dispensa pontificia per «arrostire» 40 “streghe” in Svizzera; 1864: fondata l’Internazionale socialista; 1873: Verne sale in pallone e racconta; 1950: una piccola storia operaia; 1956: inizia la strage dei servizi segreti francesi contro chiunque appoggi il Fln algerino; 1970: muore Nasser; 1978: Giovanni Paolo I dice che dio è padre e madre, lo stesso giorno i Nar uccidono Ivo Zini; 1991: muore Miles Davis; 1994: 918 muoiono su un traghetto nel mar baltico; 2000: provocazione di Sharon a Gerusalemme; 2003: la notte del grande buio. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

Redazione
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