Se il Marte-dì si affolla… frulliamo?

Tre ingredienti (forse) da mescolare: Michele Zizzari ancora su «Radicalized», Diego Rossi sul nuovo «Sf&F» e db con altr* domani “in onda” su Asimov

Riflessioni sul racconto La maschera della Morte Rossa nell’antologia Radicalized

di Michele Zizzari (*)

Spesso la realtà supera la fantasia, e a sua volta la fantasia torna molto utile a fotografare la realtà e a indicare in che modo si sta trasformando e a cosa porterà.

Ѐ quello che accade nell’ultima storia per il futuro di Doctorow.

Protagonista della vicenda è Martin Mars, un personaggio molto simile all’Alberto Genovese della Terrazza Sentimento di Milano, o per certi versi ai Mattei Renzi e Salvini della “pollitica italiana” (doppia elle). Martin è uno speculatore finanziario senza scrupoli, uno yuppi cinico, crudele e manipolatore, assetato di potere e successo personale, animato da un Ego smisurato e da un’illimitata aspirazione a fare il leader. La perfetta personificazione dell’essenza del capitalismo, ben espressa dalle massime homo omini lupus e il fine giustifica i mezzi. Uno di quelli che per l’appunto si impongono agli altri con ogni mezzo e che amano circondarsi (per il perseguimento dei propri scopi) di mediocri, ubbidienti ma funzionalissimi e subordinati collaboratori, di yes men (e belle fighe), fidelizzati e disposti a seguire il capo in ogni impresa, anche la più folle, addestrati come sono a salire sempre sul ricco carro del vincitore o di chi appare il più forte; nella speranza, credulità o illusione di ottenerne vantaggi e privilegi. Una logica che purtroppo permea le nostre società e che condiziona la gran parte delle coscienze, dei comportamenti e delle scelte che prendiamo, nonostante da tempo le guerre e le crisi economiche (ormai permanenti), i cambiamenti climatici, i disastri ambientali e le pandemie ci insegnino che il dissennato modello di sviluppo imposto dal sistema che ci governa da secoli non garantisce niente e nessuno: perché l’Evento nefasto che può sconvolgere e mettere in crisi gli assetti costituiti è dietro l’angolo. Il previdente Martin infatti lo sente vicino e si prepara. Raduna i suoi prescelti e le sue prescelte per organizzare a tempo debito la fuga e rintanarsi per il tempo necessario nella sicura e inaccessibile fortezza da tempo predisposta. Con loro ogni ben di dio, scorte alimentari e cibi costosi, prodotti e abbigliamento esclusivi, medicine, droghe (compreso un’abbondante riserva di prosecchini, sprizzini, vini pregiati e champagne, come si conviene al popolo degli aperitivi e delle happy hour) e ovviamente tute protettive – militari e anticontagio – maschere antigas con armi d’ogni genere, in caso di eventuali assalti. L’ambientazione è quella della narrativa e filmografia pre-catastrofe, che dopo l’Evento muta in quella della post catastrofe. Un mondo dove però già da tempo gli altri sono l’Inferno (come nell’opera teatrale A porte chiuse di Jean-Paul Sartre), il nemico, il competitor da cui premunirsi e difendersi a ogni costo, da combattere e abbattere, perfino con le armi. Un mondo animato dall’ognuno per sé e dal si salvi chi può, dove la salvezza (quella personale ovviamente) sembra assicurata solo da un esasperato e ossessivo individualismo e dall’accaparramento di risorse e ricchezze da accumulare e scambiare, in una sorta di selezione naturale, in realtà dettata dalle ciniche leggi dell’economia. Un sistema che (per dirla alla Galeano) promette il Paradiso mentre condanna tutti all’Inferno. Un inferno dove vivono tutti nell’angoscia e nella paranoia: tra chi soffre ed è in ansia per quello che non ha e chi teme per quel che ha (poco, molto oppure oltre ogni decenza che sia). A culo poveri e deboli! Incapaci di anticipare il futuro e destinati a soccombere. Che si tratti di una guerra, di una pandemia o dell’Apocalisse, poco importa.

Perché Martin e i suoi eletti saranno al sicuro nella fortezza Fort Doom, rinchiusi, pronti, addestrati, muniti di tutto il necessario e armati fino ai denti (anche se non si può sparare a virus e batteri) in attesa del crollo della civiltà e di poter tornare come prima a godersi la vita, alla faccia di quelli che non ce l’avrebbero fatta o che comunque non potevano e/o potranno permetterselo.

Ci sarà da lottare contro la noia (la parte peggiore dell’apocalisse, dei lockdown e delle quarantene), contro la depressione e contro l’eventuale degenerazione delle relazioni interpersonali, sempre molto probabile in una lunga convivenza forzata. Inoltre Martin e i suoi non hanno fatto bene i conti con le cosiddette Leggi di Murphy (di Edward Aloysius Murphy) secondo cui se qualcosa può andar storto, sicuramente ci andrà ovvero con l’imprevedibilità delle conseguenze prodotte dalle crisi (sociali, economiche, belliche, ambientali o pandemiche che siano) e ovviamente con le strategie degli altri (i quali seppur fuori dalla fortezza non possono certo sparire nel nulla). Fattori X che smantelleranno il rigoroso progetto di salvezza di Martin e del suo clan. Animato da un’estrema diffidenza nei confronti degli altri, il leader arriva perfino a rinunciare all’ultimo soccorso di una conoscente dai capelli rossi, che giunta alla fortezza cerca disperatamente eventuali superstiti. E non aggiungo altro perchè svelare tutto è un peccato mortale. Per Martin come per certe persone del mondo reale gli altri non sono che il male. In certi casi (come dimostra l’emergenza pandemica che stiamo attraversando per davvero) la più grande delle illusioni è che ci si possa salvare da soli, in una sorta di preventiva separazione autarchica… che è impossibile. E il finale del racconto lo mostra con nettezza.

La letteratura mondiale è attraversata dalle pandemie: dalle Epidemie di Ippocrate e da Tucidide, dai classici greci alla Bibbia, dai Promessi sposi e dalla Peste di Camus ai grandi romanzieri dell’800 e del ‘900, sino alla fantascienza contemporanea. In tutte le narrazioni la verità si rivela in tutta la sua tragedia quando non si arriva più nemmeno a seppellire i morti, come oggi dimostrano le fosse comuni in Brasile ma anche le immagini delle bare di Bergamo caricate sui camion militari nella prima ondata italiana del Covid. E il Decameron di Boccaccio (che ben conosceva i precedenti letterari) si apre con la più completa descrizione della peste nella storia della letteratura. Anche lì, per sfuggire al morbo, gruppi di giovani riparano in disparte, lontano e separati dagli altri, cercando nel raccontar storie e nel divertimento un rimedio alle sventure e un modo di continuare a vivere, come nelle ostinate movide dell’oggi.

Ne L’ultimo uomo del 1826, che segue di poco il suo Frankstein, Mary Shelley immagina che un solo uomo sopravviva alla misteriosa pandemia che colpisce il mondo nel 2092. La “fiera” civiltà industriale inglese – che all’inizio si sente al riparo dal morbo scoppiato in Asia – soccombe anch’essa, fino a ridursi in tribù che si estinguono facendosi la guerra.

Quasi 20 anni dopo, nel 1842, esce La maschera della Morte Rossa (lo stesso titolo che Doctorow dà all’ultimo racconto del suo libro) in cui Edgar Allan Poe racconta una terribile epidemia che devasta un regno medievale. Il principe e la sua corte (proprio come Martin e i suoi prescelti) si rifugiano in un castello inaccessibile, dove – credendosi salvi e immuni perché isolati dalla plebe – folleggiano fregandosene del popolo in balia della peste. Finché a un ballo in maschera si presenta un ospite sconosciuto e terrificante: la Morte Rossa in persona, giunta a punire con la stessa moneta la loro superbia e il loro egoismo.

Joachim Maria Machado (un grande scrittore brasiliano) fa dire al suo personaggio Quincas Borba che “per quanto fosse orrendo lo spettacolo, il colera è un beneficio che elimina i deboli e consente l’osservazione scientifica e la scoperta di farmaci. L’igiene è figlia di marciumi secolari, la dobbiamo a milioni di putrefatti e infetti…”. Più infetti più immuni: e peggio per chi ci resta secco. Lucida follia? O la realtà di società che si affidano semplicemente a una naturale selezione sociale e/o una sorta di cinica teoria (alla Boris Johnson) dell’immunità di gregge? Non so dire. Ma la frase “il colera è un beneficio che elimina i deboli” avrebbe potuto pronunciarla anche Martin. Oggi potremmo con una ricerca scientifica liberata dal condizionamento economico e dal profitto, con la diffusione globale del benessere e con una sana prevenzione ribaltare il ragionamento assicurando a tutti le condizioni di vita dignitose, con cure diffuse e modelli sociali capaci di anticipare se non di evitare certi eventi anziché subirli, come è accaduto anche in questa pandemia. Povertà, disuguaglianze, crisi economiche, guerre, cambiamenti climatici e pandemie sono conseguenze storiche dell’Antropocene, o meglio del Capitalocene, ossia prodotti della società capitalistica. Purtroppo, anziché imparare dagli errori, molti esseri umani imparano gli errori e li ripetono. Tanti lo fanno per abbietti motivi, ossia per lucro privato.

Dal Decameron di Boccaccio sulla peste di Firenze del 1348: “Tal fu la crudeltà del cielo e degli uomini, per la forza della pestilenza e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati nei loro bisogni per la paura dei vivi, che infra il marzo e il luglio oltre centomila creature dentro le mure della città fur tolti di vita”. Come nell’antico teatro greco, fra la peste e la politica c’è sempre una relazione più o meno esplicita. Nella Peste di Camus, il morbo era il nazifascismo che ammorbava l’Europa.

Sempre su quella peste del 1348 una citazione da Gabriel De Mussis: “Entravamo nelle case portando uno spirito maligno. Parenti, amici e vicini portavano frecce di morte. Ci stringevano, ci abbracciavano e baciavano, e mentre noi parlavamo emanavamo veleno con le parole. Così facendo avvelenammo le famiglie e nel giro di pochi giorni perirono quasi tutti… Non c’era terreno per le tombe… nobili e indigenti nelle stesse fosse, perché i morti erano tutti uguali… Pensavate che la prosperità vi desse sicurezza, ora terra vi copre tutti, abbienti e non… Il passato ci ha divorato, il presente ci rode le viscere, il futuro minaccia perigli ancor più gravi. Ci eravamo dati da fare per accumulare freneticamente; e in poche ore abbiamo perso tutto…”.

La rivista «FANSTASY & SCIENCE FICTION» (numero 19)

di Diego Rossi

Armando Corridore mantiene la promessa di una buona regolarità in edicola: il numero 19 di Fantasy & Science Fiction (versione italiana) – datato aprile/maggio 2021 – è decisamente bello e prosegue un ciclo importante. Sono proposti 7 racconti della rivista diretta da Charles C. Finlay, e compaiono i nomi di Swanwick, Wilhelm, Dozois, Arnason…

Corridore nella presentazione è stringato: si limita a una lucida esposizione delle trame, aggiungendo micro-introduzioni dedicate. L’intento è ammirevole: un po’ come nelle moto “naked” – dove la carrozzeria è ridotta all’essenziale e il gusto della velocità è tutto nei tubi scoperti, nelle nervature di metallo che sostengono la struttura – qui sono i racconti a prendere possesso della rivista.

Questo numero rende omaggio alla sperimentazione recente, la selezione delle storie va dal 2012 (Kate Wilhelm e Paul Di Filippo) al 2017. Riprendo una frase di Finlay dal numero in lingua originale del gennaio-febbraio 2020: “One of the myriad pleasures of reading short fiction is the joy of discovering new writers before they break big. Watching an author make the jump from stories to novels is like hearing a musician perform in an artsy coffee shop and then following their career until they fill arenas…

Il clima della versione italiana resta fedele a questa magia della scoperta, alla formula del racconto che molte volte è un primo passo, intimo, sperimentale, verso la formula narrativa più lunga.

Fra i racconti brevi mi ha colpito quello d’apertura, “La figlia del giocattolaio” prima prova letteraria dell’autrice indiana Arundhati Hazra. Pura immaginazione, capace di percorrere un sentiero che sfiora i territori del Fantasy e della Fantascienza, senza mai entrarvi. La delicatezza e la purezza della protagonista si oppongono all’interesse commerciale. È una storia iconica, in cui convivono molti contrasti e colpi di scena. Una sperimentazione italiana che ha seguito questo tema potrebbe essere il racconto “Cornucopia” di Linda De Santi, presente nel numero 86 di «Robot» e un altro termine di paragone notevole è il racconto “L’albero di famiglia” del sudafricano Gary Kuyper, pubblicato in Italia dall’antologia RILL nel 2018.

La novelette conclusiva è davvero speciale, bell’esempio di dove possa condurre l’ evoluzione stilistica. La Wilhelm realizza con “La pienezza del tempo” un intrigante omaggio alla letteratura investigativa e fantascientifica. La storia parte con atmosfere e tecniche investigative per poi trovare una svolta quando (beh, non posso svelarlo): ed è nella seconda parte che si raggiunge la massima espressività, la pienezza dello scrivere fantascientifico.

L’edizione italiana di «F&SF» arricchisce e rende merito all’originale F&SF. Il ritorno (italiano) è stato salutato a febbraio con la frase di Robert Howard: «Non legga queste righe l’uomo che vive con lo sguardo fisso soltanto sul mondo che lo circonda. Nessuno per cui Ieri sia un libro chiuso con fermagli di ferro e Domani un gemello ancora non nato di Oggi, nessun uomo del genere curvi la schiena per scrutare questi fogli».

Il numero 18 è stato commentato da db qui: https://www.labottegadelbarbieri.org/torna-in-edicola-fantasy-science-fiction.

Siamo fra i giganti del nostro tempe e voglio solo ricordare la frase di un grande autore italiano, Mauro Antonio Miglieruolo, che proprio in Bottega, descriveva il tratto di «F&SF» così:“È il bisogno di spazi, di novità e di potere che caratterizza la fantascienza moderna, non la presenza massiccia delle scienze in sé (che poi è presenza del miracolo tecnologico). In quanto prodotto tecnologico la scienza è sempre stata presente nella letteratura; diventa significativa nel momento in quanto scienza, sa farsi interprete, oltre che del bisogno di aprire la mente a pensieri audaci sull’essere del mondo, dell’imperante bisogno di cambiamento. D’altronde che la scienza cambi la vita lo si può osservare dal settecento in poi. In pieno Novecento la fantascienza finisce con il diventare una sorta di oracolo al quale ci si rivolge per sapere le forme possibili di questo cambiamento, esultando ogni volta che vi è coincidenza tra le risposte fornite e l’evoluzione concreta della realtà sociale (che a volte realizza una delle migliaia di ipotesi avanzate, il più delle volte nessuna)…”. Cfr https://www.labottegadelbarbieri.org/fantasy-science-fiction-n-1/

14 aprile? ohibò, è DOMANI

L’appuntamento è questo

«Di fondazioni e imperi: Asimov, fantascienza e immaginario politico»

Mercoledì 14 aprile, ore 18

con

Daniele Barbieri (il db che qui in “bottega” ben conoscete)

Valentina Bazzarin, femminista, ricercatrice e docente di psicologia cognitiva

Domenico Gallo, scrittore

Introduce e coordina: Dmitrij Palagi, responsabile cultura e formazione PRC/SE.

cfr https://www.facebook.com/events/732289137460523.

Per seguire l’iniziativa da fuori:

In diretta
– sul canale YouTube «Immaginare il futuro»: https://youtu.be/Emwy4uDk_LE
– sulle pagine Facebook @rifondazione.comunista e @sulatestarivista

La Bottega del Barbieri

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