Sionismo

Recensione di Susanna Sinigaglia a «Il vero nemico degli ebrei» di Alan Hart (*)

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«Zionism is the most stupendous fallacy in Jewish history» – il sionismo è il più colossale inganno della storia ebraica – scrisse Henry Morgenthau senior nella sua autobiografia, «All in a Lifetime», pubblicata nel 1921; ebreo, americano, aveva ricoperto incarichi governativi importanti (per esempio, quello di ambasciatore in Turchia) ed era uno degli esponenti più in vista della comunità ebraica statunitense dell’epoca. La citazione è riportata nel volume I dell’opera di Alan Hart.

Ricollegandosi agli studi che per fortuna sono fioriti negli ultimi decenni, anche se poco noti, Alan Hart ne ribadisce le conclusioni secondo cui gli ebrei non costituiscono un unico popolo ma un insieme di popolazioni che in tempi e modi diversi si sono convertite alla religione ebraica e ne hanno accettato la tradizione. Questa verità è a tutt’oggi sotto gli occhi di coloro che la vogliano vedere: infatti malgrado la nascita d’Israele, gli ebrei sono sparsi in maggioranza nei Paesi occidentali e ce ne sono comunità anche in alcuni Paesi orientali.

I leader sionisti tuttavia hanno deciso altrimenti, plasmando la realtà a immagine e somiglianza della loro ideologia. E così, nascendo da un presupposto falso, il sionismo per affermarsi poteva solo svilupparsi sull’inganno giocando, come un’idra dalle tante teste e dalle tante braccia, su vari tavoli a vari livelli.

Alan Hart ci offre la possibilità di osservare e capire quale sia sin dalle origini il modus operandi dei leader sionisti; di colmare quindi certe lacune logiche, ancor prima che storiche, fra passaggi che altrimenti resterebbero oscuri. Alcuni interrogativi nascono precisamente dalle parole sopracitate di Morgenthau che indicano senz’ombra di dubbio le sue forti convinzioni antisioniste analoghe a quelle della maggior parte degli ebrei americani di allora (e non solo, ma limitiamoci agli ebrei americani proprio perché, in seguito, solo indirettamente coinvolti dallo sterminio e dalle vicende che hanno accompagnato la nascita dello Stato d’Israele). Come mai si arrivò a un punto in cui, nell’immediato ultimo dopoguerra, gli ebrei americani erano diventati – quasi nella loro interezza – sionisti? Che cosa ne è stato di quella dissidenza e attraverso quali vie è stata vinta? A tali interrogativi Alan Hart ci fornisce risposte circostanziate e soluzioni non ovvie. Certo, molto contò nel dopoguerra l’ondata emotiva suscitata dalla Shoà, ma il cambiamento nelle comunità ebraiche americane era iniziato diversi anni prima e Hart ce ne mostra il percorso, come ci mostra quello dei vari statisti, soprattutto inglesi e statunitensi, che per ragioni politiche di vario ordine si piegarono al volere dei leader sionisti. E qui dovrebbe aprirsi una riflessione in particolare su come funziona la politica statunitense e come sia soggetta agli interessi delle varie lobby invece che ai bisogni della sua popolazione. A questo proposito Hart cita l’iniziativa del presidente in carica negli Stati Uniti ai tempi della Prima guerra mondiale, Woodrow Wilson, che nel gennaio 1918 aveva presentato al Congresso un programma in 14 punti – redatto di suo pugno – in cui proponeva ai leader politici a livello mondiale di mettere al primo posto la trasparenza dei trattati e la volontà dei popoli. Ma fu sonoramente sconfitto e con il concorso massiccio dei sionisti di allora (subito dopo la guerra).

Un altro contributo di Alan Hart mi sembra essenziale: quello che dà alla comprensione delle forze in gioco e del loro intreccio nei tragici eventi che condussero allo sterminio degli ebrei. La domanda, banale ma primaria, su come fosse stato possibile, sulle ragioni dell’almeno apparente cecità prima e poi della relativamente scarsa resistenza dei cittadini ebrei durante le deportazioni, è un leitmotiv che è stato oggetto di studi e speculazioni. Alcune risposte sono emerse, naturalmente, ma Alan Hart conferma un sospetto che sorge proprio quando si comincia ad approfondire la questione “sionismo e nascita dello Stato d’Israele”. Il sospetto cioè che fra le cause del disastro ci sia stata la mancata unione delle leadership ebraiche d’Europa e nei singoli Stati per combattere l’ascesa del fascismo e del nazismo. E infatti. Dal libro di Hart si evince che non solo le forze degli ebrei non si unirono ma che i sionisti si erano messi al servizio degli inglesi per contrastare l’affermazione dei bolscevichi (fra i quali c’erano molti ebrei) e del Bund che erano contrari alla guerra e che perciò avrebbero sottratto agli Alleati l’appoggio della Russia. Inoltre se gli ebrei di Russia avessero conquistato maggiore giustizia sociale e politica non sarebbero emigrati in Palestina, come invece desideravano i sionisti e già avevano fatto in alcune migliaia dopo i pogrom di fine Ottocento e primi anni del Novecento. Meta preferita degli ebrei russi erano però gli Stati Uniti, dove giunsero numerosi in quel periodo e dove furono decisivi nel mutare la composizione sociale e l’atteggiamento delle comunità da ostile al sionismo a favorevole. Così i leader sionisti, in cambio delle loro manovre per costringere il presidente Wilson a entrare in guerra a fianco degli Alleati e in particolare degli inglesi in forti difficoltà finanziarie, ottennero la famosa Dichiarazione Balfour da cui nacque tutto l’imbroglio di Medioriente e Palestina. Bisogna notare che la Dichiarazione Balfour aveva anche la funzione deterrente di scoraggiare l’immigrazione in Inghilterra degli ebrei russi, pericolosamente poveri e pieni di idee sovversive. In questo caso fu il timore che forti ondate migratorie simili scatenassero fra gli inglesi sentimenti antisemiti il motore che spinse i cittadini ebrei dell’isola a guardare con occhi più favorevoli l’ideologia sionista. D’altro canto, i leader sionisti avevano ormai innalzato la nascita di uno Stato ebraico in Palestina a idolo cui sacrificare qualsiasi considerazione etica, umana e umanitaria; sino a firmare trattati economici con Hitler e a stipulare con la Germania accordi di non contrasto al nazismo in cambio del permesso di lasciar partire qualche migliaio di ebrei tedeschi per la “Terra Promessa”.

Non solo. Hart sfata un’altra leggenda, quella per cui nessuno aveva voluto muovere un dito per salvare milioni di persone. Ebbene, non è così. Già ai tempi della battaglia d’Inghilterra, e quindi nel 1940, il presidente Roosevelt era a conoscenza di quanto stava succedendo agli ebrei d’Europa e aveva approntato un piano per trasferirne subito fra i 500.000 e i 600.000 da ripartire fra Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia e alcuni Stati del Sudamerica nella speranza che l’esempio avrebbe spinto poi altri Paesi ad accogliere profughi. Questo piano fu bloccato dai leader sionisti (nella loro strategia, la Palestina doveva restare l’unico rifugio per gli ebrei del mondo: quante volte abbiamo sentito ripetere, a proposito degli scampati diretti in Palestina e poi Israele, “e dove altrimenti sarebbero potuti andare?”) e dagli esponenti delle comunità ebraiche che, com’era avvenuto in Inghilterra durante l’ondata di migrazioni dalla Russia, temevano l’arrivo di masse povere e sradicate in quanto avrebbero potuto innescare negli americani sentimenti antisemiti. Furono quindi anche i leader sionisti e i loro sostenitori a voltarsi da un’altra parte mentre milioni di ebrei morivano nei campi di concentramento.

Ora, da questi episodi si delinea un quadro preciso e piuttosto raggelante del modus operandi cui accennavo sopra. Sia durante la Prima sia durante e dopo la Seconda guerra mondiale, gli strumenti dei leader sionisti1 sono stati:

il cinismo più spietato;

la capacità di sfruttare la paura, in Paesi come Inghilterra e Stati Uniti, degli ebrei assimilati di essere oggetto di sentimenti antisemiti e quindi di predisporli a rivedere la loro opinione sul sionismo;

la capacità di usare i capitali e l’influenza degli ebrei inglesi e americani per orientare le scelte politiche dei loro governi a vantaggio del progetto sionista di conquista della Palestina.

Per quanto riguarda il dopo Seconda guerra mondiale, ai primi tre strumenti bisogna aggiungere:

l’uso della Shoà come ricatto morale da giocare verso Paesi europei e Stati Uniti per ottenerne l’appoggio in operazioni che non avevano né hanno nessuna legittimità internazionale2;

l’Hasbarà, ovvero la potenza della propaganda manipolatoria attraverso i mezzi d’informazione e massicce campagne culturali;

l’accusa di antisemitismo rivolta contro coloro che denunciano le scelte politiche e militari quasi sempre nefaste dei governi che si sono susseguiti in Israele.

A proposito di antisemitismo tuttavia, bisogna rivolgere un forte rimprovero ad Alan Hart. Nel “Prologo” – a pagina 45 – afferma che «il termine ‘antisemita’ non è quasi mai usato in modo proprio o corretto». Ed è vero ma poi aggiunge che anche quando gli ebrei utilizzano il termine con nozione di causa sottintendono che si tratta di ostilità verso di loro mentre, sostiene Hart, l’antisemitismo indicherebbe anche l’ostilità verso gli arabi, che sono notoriamente un popolo semita. Oddio signor Hart, che cosa sta dicendo? Che senso ha sostenere che l’antisemitismo dovrebbe implicare anche l’odio verso gli arabi perché sono anche loro un popolo “semita”? Dunque, contrariamente a quanto sostiene in altre parti del volume stesso, Alan Hart pensa in realtà che gli ebrei costituiscano un popolo, e oltretutto semita perché discenderebbero in blocco da coloro che fuggirono dal Regno di Giuda dopo la caduta del Tempio nel 70 e. v.? Temo che qui ci sia un cortocircuito. L’antisemitismo, come argomentano e documentano gli studiosi che ne hanno analizzato i retaggi e l’iter storico, è lo sviluppo in senso razzista dell’antigiudaismo cristiano che attribuiva agli ebrei caratteri morali ripugnanti. Con l’antisemitismo, termine forgiato nella seconda metà del XIX secolo espressamente per indicare l’ostilità antiebraica diventata laica, questi caratteri diventano fisici e nasce così il concetto di “razza ebraica”, o “semitica”, che verrà ripreso in Italia con il «Manifesto della razza», e che convincerà i nazisti a sterminare gli ebrei – fra gli altri – in quanto “razza pericolosa” che avrebbe contaminato la razza ariana ecc. ecc.3 Ora l’argomentazione secondo cui l’antisemitismo indicherebbe anche ostilità verso gli arabi e perciò non può esserne accusato chi condanna le politiche sioniste e sostiene i palestinesi è (perdonatemi) una sciocchezza controproducente (perché espone, se non altro e a buon diritto, all’accusa di ignoranza) che gli antisionisti non possono assolutamente permettersi. E in quanto tale, non serve a rimandare al mittente simili accuse; per dimostrarne la falsità e strumentalità, è invece necessario conoscere quali siano le reali peculiarità dell’antisemitismo.

Spiace in secondo luogo che Hart, almeno sinora, abbia completamente ignorato la presenza delle comunità ebraiche nei Paesi arabi, anche più fortemente e a lungo contrarie al progetto sionista per le implicazioni che avrebbe avuto (e che infatti ebbe) sulla loro esistenza. Ce n’è appena un cenno alla fine del capitolo 15, che non fa parte della versione italiana. E invece nei Paesi limitrofi al neonato Stato d’Israele si verificò un’altra (oltre a quella palestinese), meno feroce ma pur sempre drammatica, pulizia etnica (in tal caso di ebrei) che ebbe un suo peso specifico e i cui effetti letali si sono estesi nello spazio e nel tempo fino ai tragici eventi dei nostri giorni. Penso che qualche parola in più sul suddetto argomento sarebbe servita a completare il quadro.

Altrettanto importante, a questo punto, sarebbe capire non tanto su quali radici culturali affondi l’ideologia del sionismo, che sembrerebbe così rozza, ma a quali tasti ricorra. Come mai trova ancora così ampie adesioni fra gli ebrei d’Israele e del mondo occidentale? Non credo che un tale successo sia motivato soltanto dalla paura di un nuovo sterminio, a opera stavolta dei paesi arabi. In parte è vero, ma sono convinta che molti sappiano che questo spauracchio è parte dell’armamentario propagandistico.

Entrando nel campo incerto delle ipotesi, forse i leader sionisti fanno appello a una forma mentis che risale lontano, forse al marranesimo o a quel suo successivo sottoprodotto che fu l’Haskalà; altrimenti non si spiega come mai la maggioranza degli ebrei continui a digerire le doppie, triple facce4 di questi leader, i loro ossimori5, ovvero la loro sfacciataggine di affermare un concetto e il suo contrario senza battere ciglio e senza paura d’essere smentiti; perché nessuno ha ancora una voce abbastanza forte da farsi ascoltare dicendo “ci state prendendo per i fondelli da oltre 100 anni, adesso basta”? Sì, bisognerebbe proprio avviare uno studio approfondito su questo fenomeno che si chiama sionismo e i suoi sempre indomiti seguaci.

Per tornare al volume di Alan Hart, visto il suo contributo fondamentale ai fini di smascherare le menzogne costruite e ampliate negli anni dai leader sionisti, mi sembra imperdonabile e inspiegabile che la versione italiana sia così mal tradotta. Tanto che per orientarmi nella lettura, per portarla a termine, ho dovuto ricorrere alla versione originale inglese. Se qualcuno avesse voluto allontanare i lettori da un libro con contenuti così scottanti non avrebbe potuto fare di meglio.

(*) Alan Hart, «Sionismo, il vero nemico degli ebrei»: volume I, “Il falso messia”, Zambon editore, 360 pagine per 20 euri

NOTE

1 È d’obbligo precisare che fra i leader sionisti ci furono anche forti differenze ma purtroppo ne uscirono vincenti i sostenitori di politiche ciniche e manipolatorie.

2 In merito a simili operazioni, basti citarne due per tutte: la Dichiarazione Balfour, strappata alla Gran Bretagna quando non era ancora potenza mandataria in Palestina e non aveva nessuna autorità per riconoscere qualsivoglia pretesa di chicchessia su quel territorio, e la proclamazione unilaterale dello Stato d’Israele che i sionisti hanno sempre spacciato come legittima in forza della spartizione della Palestina proposta dall’Onu nel novembre 1947. Ma come nel caso della Gran Bretagna con la Dichiarazione Balfour, le Nazioni Unite non avevano nessuna autorità per disporre di quel territorio e, quindi, la loro proposta aveva solo valore di “raccomandazione” senza nessuna immediata conseguenza applicativa. Perciò e a lungo, una costante nei discorsi dei leader israeliani è stata la richiesta del “riconoscimento” d’Israele da parte delle organizzazioni palestinesi e dei Paesi arabi.

3 Leggiamo in Breve storia dell’antisemitismo – dal 1870 fino al termine della Seconda guerra, di Lorenzo Tinti (http://www.bibliomanie.it/antisemitismo_tinti.htm):

…a coniare per primo il termine “antisemitismo” fu un giornalista tedesco, Wilhelm Marr (1819-1904), il quale tentò così di fornire una patente di legittimità scientifica alla confusa formula tedesca Judenhass (“odio degli ebrei”). Nello stesso anno, 1879, egli pubblicò l’opuscolo Der Weg zum Siege des Germanentums über das Judentum (“La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo”) e fondò la AntisemitenLiga (“Lega antisemita”), organismo che per la prima volta si impegnava pragmaticamente e programmaticamente in un progetto di allontanamento coattivo della componente ebraica dalla Germania, per la tutela e la protezione di quest’ultima. «In precedenza, all’odio verso gli ebrei era stata data una giustificazione religiosa; gli ebrei avevano rifiutato la salvezza offerta da Gesù ed erano condannati nell’immaginario popolare in quanto assassini di Cristo. La concezione di Marr era piuttosto diversa. Secondo lui gli ebrei erano un popolo biologicamente straniero, inammissibili in quanto appartenenti a una razza diversa ed estranea; Marr riteneva che la storia moderna dovesse essere intesa come una continua lotta tra lo “straniero semita” e la “schiatta nativa teutonica”» (D. Cohn-Sherbok e L. Cohn-Sherbok, Breve storia dell’Ebraismo, Bologna 2001, p. 123).

4 Nell’atto fondativo dello Stato d’Israele, si dichiarava che sarebbero stati garantiti uguali diritti a tutti i suoi cittadini mentre si stavano già preparando la “Legge del ritorno” e quella del “proprietario assente”, tanto per citare qualche esempio fra i più macroscopici.

5 Sionismo “laico e socialista” (però la Terra di Palestina è nostra perché Dio ce l’ha Promessa), Stato “democratico” che occupa i territori palestinesi in nome del “popolo ebraico”; oppure le dichiarazioni nauseanti di alcuni leader laburisti che in varie circostanze si sono gonfiati il petto con frasi quali “se fossi palestinese, mi comporterei anch’io come loro”, magari subito prima o subito dopo qualche sanguinosa ritorsione dell’Idf contro azioni di resistenza palestinese: ma come siete nobili!

6 Forrestal all’epoca degli eventi di cui si narra nel cap. 12, era il ministro della Difesa di Truman.

Susanna Sinigaglia
Non mi piace molto parlare in prima persona; dire “io sono”, “io faccio” questo e quello ecc. ma per accontentare gli amici-compagni della Bottega, mi piego.
Quindi , sono nata ad Ancona e amo il mare ma sto a Milano da tutta una vita e non so se abiterei da qualsiasi altra parte. M’impegno su vari fronti (la questione Israele-Palestina con tutte le sue ricadute, ma anche per la difesa dell’ambiente); lavoro da anni a un progetto di scrittura e a uno artistico con successi alterni. È la passione per la ricerca che ha nutrito i miei progetti.

2 commenti

  • La signora Sinigaglia parla di milioni di ebrei morti nei campi di concentramento.
    Rammento quanto modificato nelle sue revisioni Jean-Claude Pressac il quale stima il numero di morti ad Auschwitz in 631-711.000 e afferma che “il termine di genocidio non conviene più”.
    Pertanto inrispetto della verità si consiglia un uso corretto degli avvenimenti e la calibrazione degli stessi su documenti e non su passaparola.

    • Daniele Barbieri

      Quel che è accaduto nelle camere a gas è purtroppo talmente documentato (e non riguarda solo gli ebrei) che non mi sembra il caso di rispondere: i «revisionisti storici» ma anche chi, come Pressac, sminuisce i massacri finisce sempre con il giustificare i nazisti. Il tema del libro (e della recensione) comunque era un altro e mi piacerebbe che di questo si discutesse.

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