Sueño americano o pesadilla?

Sogno americano o incubo? La fine del trattato TPS (Status di Protezione Temporanea) negli Stati Uniti per i salvadoregni

di Maria Teresa Messidoro (*)

 

 

 

Le città con un maggior numero di immigrati centroamericani sono Los Angeles, New York,
Washington, Miami e Houston; l’età media è di 39 anni, il 73% dei centroamericani con più di 16 anni fanno parte delle persone che lavorano, prevalentemente nel settore dei servizi.; il 22% delle loro famiglie vive in povertà, percentuale che sale al 28% per gli immigrati provenienti da Honduras e Guatemala, mentre per El Salvador scende al 19%.
Il fenomeno dell’emigrazione non è nuovo per i popoli centroamericani, in particolare per quello salvadoregno: guerre civili, instabilità politiche, difficili condizioni economiche, violenza, disastri naturali, hanno sempre facilitato il flusso di persone verso il sogno americano.
Dal 2001, Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti (DHS) ha promulgato lo Status di Protezione Temporanea (TPS) per gli abitanti di El Salvador, così come per altri nove paesi, tra cui Haiti, Honduras, Nicaragua, ma anche Yemen, Nepal e Siria. Questo status viene concesso per la presenza nei propri paesi d’origine di guerre o di calamità naturali, causa questa che ha giustificato il TPS per i salvadoregni. Chi gode del TPS non può essere deportato e può cercare lavoro.
Il 6 novembre del 2017, il Governo Trump ha cessato il TPS per il Nicaragua (quasi tremila persone coinvolte), lo ha prorogato soltanto per altri sei mesi per gli immigrati provenienti dall’Honduras (circa 337.000) e ora, ai primi di gennaio, ha concesso fino a settembre 2018 un periodo di transizione per chiudere definitivamente, dopo diciassette anni, questo programma per i salvadoregni.
La notizia ha suscitato molto clamore, almeno sia negli Stati Uniti che in El Salvador; l’associazione CARECEN (Centro de Recursos Centroamericanos), che dal 1983 quando è stata fondata negli Stati Uniti da un gruppo di rifugiati salvadoregni, è diventata la più grande organizzazione presente sul territorio statunitense a difesa dei diritti degli immigrati, ha denunciato questa decisione, ritenendola assurda e controproducente per gli stessi Stati Uniti.
Si calcola che circa 260.000 salvadoregni godano di questo status, a cui occorre aggiungere altri circa 200.000 minori, quasi tutti nati negli Stati Uniti. Su un piano economico, la rilevanza dei migranti è grande: I dati ufficiali della Banca Mondiale ci
dicono che le rimesse globali inviate al Centro America dagli Stati Uniti attraverso i canali formali sono quintuplicate dal 2000 al 2015, rappresentando il 17% del Prodotto Interno Lordo di El Salvador, a fronte del 18% in Honduras ed il 10% in Guatemala.
Il senatore democratico della California, Ben Cardin ha condannato tale presa di posizione
dell’Amministrazione Trump, affermando che i “tepesiani” sono migranti legali, praticamente assimilabili a rifugiati; un terzo di loro sono proprietari di case, vivono e lavorano come statunitensi, costringerli quindi ad abbandonare gli Stati Uniti significa provocare precarietà e distruggere equilibri famigliari consolidati da tempo.
La Direttrice di CARECEN, Martha Arevalo, rilancia al riguardo, affermando che “pur essendo colpiti e destabilizzati da tale presa di posizione, vogliamo continuare a lottare, sollecitando la approvazione di leggi che portino all’ottenimento della residenza legale permanente negli USA per chi attualmente beneficia del TPS”; la stessa posizione è assunta da salvadoregni che godono del TPS: probabilmente la mossa di Trump era prevedibile, ciononostante la reazione non si è fatta attendere, così come la volontà di richiedere più diritti, invece di essere espulsi perché considerati illegali, come qualsiasi clandestino.
All’interno di El Salvador, le reazioni sono diversificate: mentre il Governo di Sanchez Cerén cerca di gettare acqua sul fuoco, “ringraziando” il Governo statunitense per il periodo di transizione concesso fino a settembre 2018, invitando alla calma i propri concittadini interessati dal provvedimento, organizzazioni di base si stanno schierando apertamente contro questa
ulteriore “trumpaza”; analogamente l’attuale sindaco di San Salvador, Nayib Bukele, espulso recentemente dal FMLN per le sue posizioni poco ortodosse, ha dichiarato che soltanto un cinico governo può trasformare in successo una catastrofe. Sicuramente questa prudente politica estera del FMLN non convince e delude molti suoi attivisti di base.
In un anno in cui le elezioni amministrative sono alle porte, il tema della fine del TPS non passerà sotto silenzio nel piccolo paese centroamericano.
E intanto, poche ore fa l’ultima bomba mediatica: Trump avrebbe dichiarato di non voler accettare nel proprio paese immigrati provenienti da quei “cessi di paesi”, come El Salvador, o Haiti. Immediatamente smentito, ovviamente, ma forse non possiamo stupirci di queste parole, in fondo non stonano in un mondo sempre più razzista ed esclusivo.
Un mondo dunque da cambiare, subito, prima che sia troppo tardi.
Consultare questo sito per le preziose informazioni contenute:
Sulle ambigue prese di posizioni ufficiali del Governo di El Salvador:
A proposito della posizione di Bukele:
Sul TPS e le proteste delle associazioni come CARECEN:

(*) vicepresidente associazione Lisangà culture in movimento

Teresa Messidoro

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