Territorio&speculazione immobiliare: la resistenza del Costarica

di David Lifodi

In America Latina esiste una questione territoriale che, negli ultimi anni, ha assunto aspetti sempre più preoccupanti. In principio erano le multinazionali a giungere nel continente, sceglievano porzioni di terreno utili ai loro scopi (uno degli esempi più eclatanti riguarda il disboscamento dell’Amazzonia per il commercio, illegale, del legname) e portavano a termine il loro lavoro indisturbate. Negli ultimi anni, però, ha preso piede un fenomeno ancora più inquietante, una sorta di land-grabbing del lusso, che, sotto forma di imprese spesso locali, caccia le comunità locali per costruire veri e propri fortini ad uso e consumo dei nuovi ricchi, non necessariamente stranieri, o comunque occidentali, ma spesso autoctoni. Il settore dell’investimento nel turismo di lusso, supportato da potere e denaro del grande capitale, espelle le comunità dai suoi luoghi di origine e si impadronisce di ampie distese di territorio, fino a mettere in discussione la sovranità territoriale di uno stato. Accade in Chiapas, con la costruzione di strutture per un turismo d’elite nella zona dei Montes Azules, in Brasile, dove interi quartieri abitati da comunità indigene o da classi popolari vengono ridisegnati (senza alcun consenso previo degli abitanti) dalle imprese immobiliari per far posto all’alta borghesia nazionale (in crescente espansione), nell’Honduras delle città-modello sponsorizzate e foraggiate dal presidente Porfirio Lobo, ma anche in molti altri luoghi dell’America Latina e del Caribe, tra cui il Costarica.

La repubblica costaricense negli ultimi anni ha intrapreso la strada di uno sviluppo turistico fortemente aggressivo del territorio, fondato sulla costruzione di mega-hotel nelle zone costiere di Guanacaste e Puntarenas e sull’apertura senza alcun vincolo all’imprenditoria immobiliare, che si è dedicata alla costruzione (e alla conseguente vendita) di enormi complessi abitativi ai turisti stranieri e alla facoltosa classe dirigente locale. Il progetto turistico-residenziale Mar Serena, che investe proprio la zona costiera di Guanacaste, rappresenta il classico caso di cementificazione scellerata ai danni delle comunità locali e dell’ecosistema circostante. L’impresa Playa Pellicano Holdings ha acquisito senza alcun problema 260 ettaridi terreno, resi immediatamente proprietà privata, in una delle zone più belle del paese, grazie ai buoni uffici della famiglia Salazar che, senza alcuna vergogna per l’enorme conflitto d’interessi (fratello e sorella hanno ricoperto incarichi di primo piano in enti pubblici e privati del paese), si è aggiudicata un’area tra le più incantevoli del Costarica. Sullo sfondo dell’onda privatizzatrice che ha investito il paese centroamericano troviamo il Trattato di Libero Commercio firmato con gli Stati Uniti nel 2007, denunciano quelli Frente Nacional de Comunidades Costeras, un coordinamento composto da 58 comunità del paese, costrette, loro malgrado, a dover accettare il saccheggio del territorio, reso legale dalle istituzioni statali. La loro scelta è stata chiara: cacciare le comunità locali, dedite alla pesca sostenibile, alla vendita dell’artigianato e a progetti di turismo solidale, per far posto ad uno sfruttamento intensivo del suolo e del territorio, con il risultato di impoverirle e renderle invisibili. Dai piani di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo Monetario Internazionale negli anni ’80 fino all’imposizione del Tlc nel 2007, aseguito di un referendum assai contestato, le piccole imprese o le cooperative comunitarie, che davano lavoro agli abitanti e consentivano loro una sopravvivenza dignitosa, sono sparite per lasciare il campo al capitale transnazionale e alle società per azioni dirette dalla classe politica costaricense. Al tempo stesso, difficilmente le stesse comunità sono riuscite ad imporre il loro punto di vista in occasione della stesura dei piani regolatori, escluse alcune eccezioni. E’ però significativa la redazione del progetto di legge Teocos (Territorios Costeros Comunitarios) da parte del Frente e , se venisse approvato, sarebbe un bello schiaffo per i signori del cemento e della speculazione edilizia. Teocos prevede infatti l’istituzione di una figura partecipativa che si faccia portavoce delle osservazioni delle comunità locali in collaborazione con tecnici esperti di legislazione ambientale. Inoltre, il progetto di legge prevede una consulta delle comunità in merito ai piani regolatori statali e l’obbligo di vincolo alle decisioni prese dagli abitanti. Questo rappresenterebbe un significativo passo avanti per una democrazia a sovranità limitata quale è quella costaricense, ma si tratta di un obiettivo di difficile realizzazione. Ad oggi circa cinquantamila famiglie che abitano nella fascia costiera rischiano lo sgombero (molte altre sono state già cacciate senza troppi scrupoli) per il solo fatto di credere in uno sviluppo sostenibile ed includente. Il saccheggio del territorio, sotto forma di inutili campi da golf, hotel a cinque stelle e community resort di lusso, provocherà, secondo il Frente, un vero e proprio ecocidio. Il progetto turistico-residenziale di Mar Serena, ad esempio, ha avuto il via libera senza alcuna precedente valutazione d’impatto ambientale da parte della Secretaría Técnica Nacional Ambiental (Setena), che non si è nemmeno preoccupata di effettuare studi sulla conformazione idrogeologica del territorio. E’ bastato un cartello della Playa Pellicano Holdings con la scritta “proprietà privata, divieto di transito”per appropriarsi indebitamente di una parte di territorio abitata legittimamente dai suoi abitanti e patrimonio dell’intero paese.

I cartelli con la scritta “vendesi” in bella evidenza sono appesi in molteplici quartieri delle metropoli brasiliane che nel 2014 ospiteranno i mondiali di calcio, nel centro di Città del Guatemala, dove la polizia spesso conduce operazioni di limpieza social per ripulire la capitale dai ragazzi di strada e trasformare alcune zone della città in quartieri residenziali per gente bene, nelle periferie della Gran Buenos Aires: in tutti questi casi gli interessi economici prevalgono sui diritti delle persone. Un antidoto al furto del territorio però esiste e sta nella capacità auto-organizzativa dei quartieri da sempre abitati o conquistati in seguito a dure lotte sociali, intorno ai quali si costruisce una comunità di sentimenti e di affetti, di relazioni e di auto-governo: lo racconta Raúl Zibechi giornalista uruguayano, analista politico e grande studioso dei movimenti popolari nel suo saggio intitolato “Territorios en Resistencia, Cartografía Politica de las Periferias Urbanas Latinamericanas”.

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