Europa unita… nello schedare

        Ma per capire cosa davvero succede occorre leggere «Polizia della frontiera: Frontex e la produzione dello spazio europeo» di Giuseppe Campesi

PoliziaDellaFRONTIERA

«Via libera alla schedatura» titolava oggi il quotidiano «il manifesto» in un articolo (da Bruxelles) di Carlo Lania: ovvero «istituito ieri il Pnr, il registro dei passeggeri aerei. I dati relativi a nomi, tratte percorse, agenzie di viaggio e carte di credito utilizzate, saranno conservati in un database per 5 anni».

In realtà le cose sono assai più complicate – e di lunga durata – di come quel titolo secco lascia capire. Ma è appena uscito un libro che colloca le schedature attuali e future all’interno di un discorso più ampio: si intitola «Polizia della frontiera: Frontex e la produzione dello spazio europeo» (DeriveApprodi: 236 pagine per 17 euri) e lo ha scritto Giuseppe Campesi.

Come molte/i ricordano di “spazio Schengen” – cioè di caduta delle frontiere – si parla in Ue dal 1º gennaio 1993. Ma tutto iniziò nel luglio 1984 quando Francia e Germania firmarono un accordo per abolire i controlli frontalieri. Da allora la retorica della “libera circolazione” ha trionfato su ogni più seria analisi. Chi fece notare, da subito, che le merci e i capitali circolavano ben più liberamente delle persone veniva tacciato di essere “il solito disfattista”. Si è poi visto che il solito “ordine pubblico” – che è tutto da dimostrare – ha giustificato il blocco di attivisti ben prima della recente ondata “terrorista” mettendo il termine fra virgolette perché il terrorismo (senza virgolette) purtroppo esiste ma sulla sua definizione e su chi la usa… si dovrebbe a lungo discutere.

Il libro di Campesi si concentra però sulla super-confusione che regna in un’Europa che chiama i migranti (ne ha bisogno per i lavori più pericolosi e sottopagati) fingendo di volerli “in regola” ma in realtà li desidera “clandestini” perché siano ricattabili in tutti i sensi, individualmente e collettivamente.

Dopo una introduzione in cui ragiona di «confini e frontiere» e di «governare i regimi di mobilità», il libro di Campesi si divide in 4 sezioni: «migrazioni, sicurezza e confini»; «geopolitica di Schengen»; «genealogia di Frontex»; infine «Polizia della frontiera europea».

Vale ricordare che Frontex sta per «European Agency for the Management of Operational Cooperation at the External Borders of the Member States of the European Union»: pomposo e oscuro.

Subito prima delle conclusioni («La crisi del regime confinario europeo?») Campesi con sintesi efficace scrive: «Una volta ridotti a pure vittime da soccorrere e assistere, i migranti intercettati in mare sono stati affidati alle “cure” di un apparato di controllo militar/umanitario coordinato da Frontex che non solo rischia di violare i loro diritti fondamentali, cercando di impedir loro di esercitare il diritto di emigrare o di respingerli indietro verso i Paesi di provenienza o di transito, ma mette costantemente in pericolo la loro stessa vita costringendoli a cercare percorsi migratori sempre più costosi e pericolosi […] Paradosso che fa sì che retorica umanitaria e prassi securitarie si alimentino a vicenda in un perverso dispositivo di controllo in cui i rischi per la vita dei migranti sono una funzione del rafforzamento della sorveglianza e viceversa» ma si può aggiungere – sono eventi successivi alla stesura del libro – che ormai l’Europa è unita perfino nel sostenere le dittature (come quella eritrea) o regimi sempre più autoritari (come la Turchia dell’ultimo Erdogan) in funzione anti-migranti e anti-profughi.

«Quel che è certo» – scrive Campesi nella conclusione – «è che nel 2015, a dieci anni esatti dalla sua nascita, la polizia della frontiera europea conosce la sua prima autentica crisi». E proprio in chiusura di libro: «La strada che porta alla nascita di una vera e propria polizia post-nazionale della frontiera è molto lunga e complessa;la Commissione sembra decisa a percorrerla». La cronaca conferma in pieno.

In quest’ottica la lunga vicenda di Frontex è davvero esemplare, anche nelle sue convulsioni: «Polizia della frontiera» è dunque un libro da conoscere, da studiare addirittura, se non ci si accontenta della retorica politica, delle bugie giornalistiche e dei confusi frammenti di verità che ogni tanto trapelano.

Riguardate la copertina: su quei tre giubbotti di salvataggio (ma chi sta annegando non è visibile) si legge «libertà», «sicurezza» e «giustizia» … traducendo dal latino: bellissime parole che salveranno o inganneranno chi?

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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