Il colonialismo camaleontico dei Benetton in Patagonia

Intervista a Monica Zornetta e Pericle Camuffo

di Pierluigi Mele (*)

Un libro di denuncia sull’operato della potente famiglia Benetton in Argentina. Ma è anche un libro sulla lotta degli indios Mapuche, il popolo originario della Patagonia, per i suoi diritti. Una testimonianza dalla “fine del mondo” che si fa conoscere le profonde storture, ingiustizie, di un sistema socioeconomico. “Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia”, questo è il titolo del saggio, edito da Stampa Alternativa (si può scaricare gratuitamente da questo link).

A breve uscirà anche la versione cartacea. Scritto dalla giornalista d’inchiesta Monica Zornetta  e da Pericle Camuffo, studioso di comunicazione interculturale, sta facendo discutere l’opinione pubblica argentina (ne ha parlato la prestigiosa testata online “Pagina 12” ). In questa intervista con gli autori approfondiamo alcune tematiche del libro.

Gli Autori 

Pericle Camuffo si occupa di letteratura italiana del Novecento con particolare attenzione all’elaborazione dei concetti di frontiera e di alterità. È stato assegnista di ricerca in diverse Università e docente a contratto di Comunicazione interculturale. Ha pubblicato studi monografici, saggi e articoli su diverse riviste letterarie. Nel 2000 il libro Biagio Marin, la poesia, i filosofi gli è valso il Premio Nazionale “Biagio Marin” nella sezione dedicata alla saggistica. Ha inoltre pubblicato li- bri e reportage di viaggio, racconti ed il libro-inchiesta United Business of Benetton. Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia (Stampa Alternativa 2008).

Ha curato e tradotto, assieme a Nicoletta Buttignon, Inside Black Australia. Antologia di poesia aborigena (Qudu 2013).

Monica Zornetta

Giornalista professionista, è autrice di numerosi saggi di inchiesta. Ha approfondito la mafia in Veneto per il magazine “Narcomafie” e per altre testate nazionali e internazionali. Ha indagato la Mala del Brenta realizzando due saggi, più volte ristampati, e dando il proprio contributo a lavori di autori esteri e a trasmissioni televisive (“Blunotte” e “Linea Gialla”). È tra gli autori del Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia, delle antologie Giornalismi e mafie e Novanta- due. L’anno che cambiò l’Italia. A lungo impegnata nella ricostruzione degli anni di Piombo in Italia, ha collaborato con Rsi.Ch, Rai Storia, il “Corriere della Sera”, per il quale ha realizzato una serie di interviste con ex protagonisti del neofascismo. Ha collaborato con la trasmissio- ne “I Dieci comandamenti”, e approfondito gli anni del “Plan Condor” e della guerra “sporca” in Argentina; ha fatto parte del progetto “Una generazione scomparsa”.

Attualmente scrive per “Avvenire”. Ha pubblicato per Baldini Castoldi Dalai; Rizzoli, Castelvecchi; Jaca Book, Editions éditalie; Editrice storica. Tra i suoi libri: A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto ,Terrore a nordest, La resa. Ascesa, declino e pentimento di Felice Maniero, Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia. Vive negli Stati Uniti. www.monicazornetta.it

Innanzitutto va riconosciuto un merito a questo vostro lavoro coraggioso: cerca di fare luce su una potentissima multinazionale italiana. E soprattutto di squarciare il velo di ipocrisia che avvolge la Benetton. Vi chiedo: dall’azienda avete avuto reazioni?

No, nessuna per il momento. Non sappiamo se sia per la proverbiale propensione al silenzio della famiglia e del Gruppo o per altre ragioni. Quando ci siamo approcciati a questo libro, ma anche nei nostri precedenti lavori, li abbiamo contattati per avere la loro voce; abbiamo chiesto più volte che ci illustrassero la loro posizione, che ci spiegassero il loro punto di vista (avevamo già raccolto quello della piccola comunità Mapuche che ha recuperato della terra nella estancia Leleque), ma la loro risposta – via ufficio stampa – è stata un breve comunicato di parecchi anni prima in cui spiegavano di aver donato della terra, 7500 ettari, da destinare alla popolazione autoctona, ma che questa terra era stata rifiutata per quella che definivano “presunta scarsa produttività dell’appezzamento”, portando così, a loro dire, ad una battuta d’arresto di un processo di dialogo (che, aggiungiamo noi, per i Mapuche non c’è invece mai stato) in cui il Gruppo Benetton sarebbe stato volontariamente coinvolto.

So che avete proposto il libro a diverse case editrici. In cambio avete ricevuto solo dei no. Davvero, in Italia, si ha paura a parlare dei Benetton, perché?

Nessuna ha ufficialmente motivato il proprio rifiuto facendo riferimento ad una seppur generica “paura”. Non possono farlo, verrebbe meno il loro mandato culturale. La cultura non deve avere paura, altrimenti diventa o propaganda o regime. Certo il riferimento a possibili azioni legali da parte dell’impresa veneta è stato, non possiamo ignorarlo, un continuo disturbo sotto traccia. Le risposte degli editori sono state diverse, alcune anche fantasiose, altre proprio ridicole, ma l’obiezione principale riguardava la lontananza dei Mapuche e dell’Argentina dal contesto nazionale, seppur intrecciati con la conduzione imprenditoriale di una delle più note imprese italiane. Come dire: “A chi volete che interessino queste cose?”. Poi c’è stato l’incontro con Marcello Baraghini, editore “all’incontrario” e fondatore della storica Stampa Alternativa, con il suo nuovo progetto editoriale chiamato “Le strade bianche di Stampa Alternativa”. E’, anche questo, un progetto dirompente, come tutti quelli che lo hanno visto attore principale nella scena della controinformazione fin dal 1970. È stato lui a pubblicare nel 2008 il libro United Business of Benetton. Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia (di Pericle Camuffo, nda), primo volume in Italia ad indagare i costi umani e ambientali della strategia imprenditoriale Benetton.

Ci ha detto: “Sono a vostra disposizione”. Era l’occasione che aspettavamo. Il primo marzo è uscita la versione elettronica, scaricabile gratuitamente e liberamente.

Comunque il libro ha cominciato a circolare. Quanti lo hanno scaricato? 

L’interesse è stato da subito molto alto e i riscontri, immediati. Ad oggi, siamo a quasi 4500 downloads… e tutto senza promozione, pubblicità o recensioni sui giornali. E’ doveroso per noi segnalare che la versione elettronica, vista l’attualità dell’argomento, è uscita, in accordo con l’editore, senza editing e lavoro redazionale. Stiamo preparando la versione cartacea rivista, ampliata ed aggiornata. Dovrebbe uscire tra qualche settimana.

Veniamo al contenuto del libro. Protagonisti sono la potentissima famiglia Benetton e gli Indios Mapuche, il popolo originario della estesa Patagonia in Argentina e in parte del Cile. Parliamo dei Mapuche, il popolo originario. Questo popolo è la memoria vivente di quelle terre. Perché è così particolare questo legame con la terra?

I Mapuche sono presenti sul territorio meridionale del continente latinoamericano, ora diviso tra Argentina e Cile, circa dal 600 a. C. Si sono fatte molte ipotesi, ma la loro origine geografica è tutt’ora incerta. Vanno comunque ritenuti nativi dell’America Latina. Il rapporto con la terra ha per i Mapuche, come per molti altri popoli originari del mondo, un’importanza fondamentale. La terra di cui parlano non è intesa esclusivamente come suolo o come pianeta ma è tutto ciò che crea e sviluppa quotidianamente la loro identità: è tutto ciò che era prima di loro (la dimora degli antenati), tutto ciò che è, tutto ciò che sarà.

La Madre Terra, che in lingua Mapuche è chiamata Nuke Mapu, non è per loro solo fonte di sussistenza ma anche il fondamento dell’intera loro impalcatura spirituale e rituale: la terra va ascoltata, cantata, celebrata, rispettata, raccontata, perché in tutte queste attività viene riattivata l’energia primordiale, ricostruito e ri-praticato il rapporto con l’intera gamma delle forze vitali, con la natura, gli esseri ancestrali, gli antenati. La relazione con la terra è, in altre parole, ciò che permette alla loro cultura di continuare ad esistere. Ed è per questo motivo che i Mapuche hanno alle spalle una lunga storia di resistenza e di lotta all’occupazione straniera.

Cosa ci insegnano i Mapuche?

La loro filosofia, come quella di tutti i grandi popoli originari del mondo, pensiamo anche ai nativi americani, può essere la base da cui partire per proporre un nuovo tipo di società. Può aiutarci a maturare una presa di coscienza più profonda, spirituale, nei confronti di noi stessi, del mondo e del nostro essere nel mondo, così da passare da una cultura del saccheggio ad una del rispetto e della condivisione. Essere intimamente legati alla natura, alla terra, esserne parte, non in competizione; esserne fratello e non nemico; dare qualcosa e non sottrarre senza sosta; esserne dominati e non solo dominatori. E tutto questo in una visione di reciprocità che implica un farsi carico, un prendersi cura che, secondo i Mapuche, l’uomo bianco predatore ha del tutto abbandonato in favore del profitto. Se non riusciremo a ristabilire l’armonia tra lo sviluppo tecnologico e quello spirituale che vada in direzione della conservazione del pianeta, sembrano dirci i Mapuche e con loro i popoli originari e le menti più illuminante del nostro mondo, come specie avremo fallito.

Parliamo dei Benetton. A che anni risale la loro presenza in Argentina? Perché la Patagonia? Quanto è estesa la loro presenza? Cosa poteva offrire al “business”?

La Patagonia, è una terra meravigliosa, di una bellezza potremmo dire primordiale, unica; è una regione che, attraversando la Cordigliera, si estende lungo due Stati, è ricchissima di risorse naturali ed è, da svariati decenni, pressoché in svendita. I Benetton ci sono arrivati nel 1991 dopo aver acquisito a prezzi irrisori quella che un tempo, fin dall’Ottocento, si chiamava Argentine Southern Land Company Limited. Era una società inglese potentissima, proprietaria di gran parte della Patagonia (grazie anche ad importanti appoggi dati dai governi dell’epoca) e di estancias a dir poco enormi, oggi tutte parte del patrimonio dei Benetton. Dopo la guerra delle Malvinas/Falkland, nel 1982, e per dribblare il pericolo di essere sequestrata, la società inglese era passata strategicamente in mano argentina e poi, nel 1991, era stata acquistata dalla famiglia di Treviso attraverso la sua Edizione, modificandone il nome in Compania de Tierras Sud Argentino. E’ a quel punto che la famiglia di Treviso diventa la proprietaria di 941 mila ettari di terra, dei laghi, dei fiumi, dei boschi, delle montagne, delle strade non solo patagoniche ma di una buona fetta del Paese latinoamericano. Nella estancia Leleque, nella provincia del Chubut, da anni allevano pecore (per la lana) e bovini. Ci teniamo comunque a precisare che i Benetton non sono i soli grandi proprietari terrieri in quel Paese e in quella regione: in Patagonia “spadroneggiano” per esempio molti altri miliardari stranieri come, tra gli altri, l’inglese Joe Lewis – sue sono tutte le terre che circondano il favoloso Lago Escondido – e l’americano Ted Turner, magnate e fondatore della Cnn.

Come si è svolta la loro acquisizione? Ci sono state irregolarità?

Da quel che ci risulta non ci sono state irregolarità da parte dei Benetton nell’acquisire la società. Le irregolarità le hanno piuttosto commesse i governi argentini, mettendo in vendita a prezzi stracciati – pensate che nei primissimi anni Novanta, quando alla Casa Rosada sedeva Carlos Menem, un ettaro di terra era arrivato a costare un dollaro! – terre che non erano di loro proprietà ma erano state date al popolo Mapuche a titolo risarcitorio dopo le sofferenze, gli abusi e le morti causate dalla Conquista del Deserto, una campagna militare guidata durante la quale  le terre ancestrali vennero saccheggiate, donate agli ufficiali che avevano partecipato alla battaglia (quelli considerati più “meritevoli e valorosi”) o messe all’asta. Per tutelare il diritto dei Mapuche a quelle terre, erano state successivamente varate anche delle leggi, nazionali e locali, disattese però dagli stessi governi. Nel nostro libro ricordiamo i meticolosi espropri dei territori che avrebbero dovuto contenere i sopravvissuti alla Conquista del Deserto e segnaliamo inoltre che questi sgomberi, a tutt’oggi una pratica molto usata in Patagonia, si erano svolti attraverso azioni concertate tra i latifondisti, i rappresentanti del governo, la gendarmeria e l’esercito.

Chi protegge i Benetton? 

All’interno degli oltre 90 mila chilometri quadrati della estancia Leleque vivono i poveri puesteros con le loro famiglie, si trova la Escuela 90 (un edificio che non versa in buone condizioni, con gli studenti che, almeno fino allo scorso anno, erano costretti, d’inverno, a fare lezione in aule freddissime e prive di riscaldamento) e il contestato Museo sulla storia e la cultura Mapuche. Lì ci sono anche le sedi distaccate di due forze di sicurezza argentine: della polizia provinciale e della gendarmeria, molto attive nella protezione della grande proprietà. A seguito del recupero territoriale di una porzione dell’estancia da parte di un gruppo di Mapuche, che cinque anni fa hanno dato vita ad una piccola comunità chiamata Pu Lof en Resistencia, è partita una campagna di criminalizzazione che ha visto “collaborare” tra loro – e tra gli altri – governo, forze di sicurezza, confederazioni rurali. In Alla fine del mondo scriviamo che queste confederazioni sono raggruppamenti di grandi proprietari terrieri, di estancieros e di produttori agricoli, molto efficienti nell’avallare le spinte razziste ed etnocentriche presenti ancora oggi in una parte della società argentina; e rammentiamo inoltre che alcuni pezzi grossi di queste confederazioni rurali, oltre che dell’amministrazione provinciale del Chubut, sono strettamente legati ai Benetton.

 

In Italia, non so se ancora è così dopo quello è successo dopo il ponte Morandi, hanno la patina di imprenditori “illuminati”, rispettosi dei popoli. In Argentina che immagine hanno? 

Hanno una visione delle cose molto più vicina alla realtà. Se per “sviluppo sostenibile” si intende un percorso di crescita economica attento e rispettoso delle culture originarie, dell’ambiente in cui si attiva e in  generale del tessuto politico, sociale e culturale preesistente, sanno che quello proposto e imposto dall’impresa dei Benetton non lo è. In un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera” del 12 maggio 2008, Luciano Benetton aveva definito la propria strategia imprenditoriale “capitalismo creativo, sensibile alle esigenze dei meno fortunati del mondo” e usato il termine “globalizzazione dolce”. In verità Benetton non ha mai smesso di alimentare l’immagine capital-progressiva della sua impresa. Nel corso degli anni ha riproposto, rinnovato e aggiornato un “anticonformismo” che tende la mano ad una certa sinistra ambientalista e umanitaria non solo italiana, ed è riuscito a cucirsi addosso l’immagine di un capitalismo dal volto umano diventando il simbolo della responsabilità sociale, il paladino di una economia di mercato sostenibile.

Di fronte a tutto questo quasi ci si dimentica che la Benetton è una multinazionale che fattura centinaia di milioni di euro l’anno e soprattutto si dimentica di chiedersi in che modo e con quali costi ambientali ed umani tutto questo avvenga; in Argentina, invece, non hanno smesso di farsi questa domanda e hanno costruito dal basso una contro narrazione che mette in discussione la facciata buonista, umanitaria e socialmente responsabile con cui l’azienda si presenta al mondo, rivelandola per quello che è: una strategia di marketing.

A proposito di rispetto dei popoli, c’è l’emblematica vicenda del museo “Mapuche” fatto costruire dai Benetton. Un’opera ripudiata dai Mapuche. Perché?

Il museo è nato dal fruttuoso incontro tra diversi personaggi e competenze. Alla metà degli anni Novanta il collezionista Pablo Korchenewski ha donato la sua gigantesca collezione alla Fondazione Ameghino, presieduta dal suo amico antropologo Rodolfo Casamiquela, che lo ha messo in contatto con il minore dei quattro fratelli di Treviso, Carlo, scomparso nel 2018. Il progetto ha richiesto investimenti e avrebbe coinvolto, a detta di Carlo stesso “aziende, associazioni culturali, università ed istituzioni”. E’ organizzato in sale tematizzate dove sono raccolti più di 15 mila oggetti tra reperti archeologici, utensili, documenti e fotografie che narrano 13 mila anni di storia e cultura della Patagonia: nonostante l’ordine dell’esposizione, tuttavia, ai Mapuche non piace quel museo, che pretende di illustrare e raccontare una storia da cui vengono lasciati fuori. Il direttore del museo scelto da Carlo Benetton, infatti, è uno studioso controverso, conosciuto anche per le sue posizioni nettamente contrarie al riconoscimento dei Mapuche quale popolo pre-esistente alla formazione dello Stato argentino, ed è con questa logica che ha organizzato la sale del Museo.

Senza dubbio, come osserviamo nel libro, quella di Casamiquela è una posizione politica poiché l’estraneità del “popolo della terra” al Dna della Patagonia argentina preclude ai suoi discendenti ogni pretesa, anche legale e non solo antropologica o storica, di recupero e di riconoscimento dei territori ancestralmente occupati. “Museizzando” in questo modo i Mapuche, si cancella ogni possibilità di restituzione alle rispettive comunità.  È  un modo come un altro – forse solo più “pulito” – per chiudere la bocca alla resistenza Mapuche che proprio in quegli anni stava cominciando a crescere rapidamente nelle città e nelle zone rurali.

Torniamo al conflitto con il popolo Mapuche. Perché i Mapuche hanno rifiutato l’offerta dei Benetton?

Perché, da quanto anche i periti hanno accertato e a differenza di quanto hanno sostenuto i ricchi donatori, si trattava di terra di non buona, non adatta alla coltivazione e comunque in grado al massimo di sfamare non più di un paio di famiglie. I Benetton hanno invece sostenuto che il rifiuto della terra è stato, come dire, strumentale: non hanno accettato perché se avessero accettato sarebbe finita la storia dei Mapuche, ha affermato il capostipite Luciano qualche anno fa, durante una presentazione pubblica della sua nuova Fabrica Circus, a Villorba ( Treviso), rispondendo alla domanda di un ragazzo arrivato fin lì per chiedere “Dov’è Santiago?”. Ma di questo parleremo dopo.

Come si sviluppa la resistenza del popolo Mapuche? Ci sono leggi a difesa del popolo originario?

L’Argentina possiede parecchi strumenti legislativi a carattere nazionale ed internazionale varati per tutelare i loro diritti: si tratta di provvedimenti che, se fossero applicati in maniera adeguata, ridurrebbero di molto il numero delle controversie e dei conflitti tra Stato, privati e pueblos originarios. E non sono certo pochi se pensiamo che, da dati dell’Osservatorio dei Diritti Umani del Popoli Indigeni (ODHPI), nel 2013 sono stati circa 350 i Mapuche coinvolti in cause giudiziarie legate a dispute sui diritti alle terre, mentre secondo “La Nación”, sarebbero 437 i processi ancora aperti. Ricordiamo l’incorporamento dell’articolo 75 nel Quarto Capitolo della Costituzione Nazionale, avvenuto nel 1994, il cui paragrafo 17 stabilisce la responsabilità del Congresso argentino nel “riconoscere”, tra le altre cose, “la pre-esistenza etnica e culturale dei popoli indigeni argentini; […] il possesso e la proprietà comunitaria della terra che occupano tradizionalmente; nel regolamentare la consegna di altra terra che sia adatta e sufficiente per lo sviluppo umano; […] nell’assicurare la loro partecipazione all’amministrazione delle loro risorse naturali e degli altri loro interessi”. E ricordiamo anche la Dichiarazione sul Diritto dei Popoli Indigeni dell’ONU e la Convenzione 169 dell’ILO (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro) sui Popoli Indigeni e Tribali in Stati Indipendenti, ratificata dall’Argentina nel 2000 ed entrata in vigore a metà 2001, che attesta alcuni diritti fondamentali alla sopravvivenza di queste popolazioni.

Nel libro parlate della tragica vicenda di Santiago Maldonado. Perché? 

Innanzitutto va detto chi era. Santiago era un giovane tatuatore argentino, attivista, esperto di erbe curative, appassionato di musica, di arte, di culture ancestrali e di ecologia, scomparso il 1 agosto 2017 nel corso di un blitz della gendarmeria proprio all’interno della proprietà dei Benetton. Santiago era arrivato da poco in zona, e il suo intento era sostenere la lotta dei Mapuche contro lo strapotere delle multinazionali che devastano l’ambiente, si appropriano dei beni comuni, saccheggiano le antiche terre dei Mapuche, li scacciano e distruggono i loro manufatti, violano i diritti umani. In quel periodo, tra luglio e agosto di tre anni fa, i Mapuche avevano bloccato una strada, la Ruta 40, per protestare contro la detenzione che stava subendo Facundo Jones Huala, il giovane lonko, cioè il capo, della piccola comunità insediatasi con una azione di recupero territoriale nella estancia Leleque, e di altri 4 Mapuche, tutti accusati di alcuni reati commessi in Cile. Nel libro raccontiamo la storia di Santiago Maldonado, le modalità della sua scomparsa (il giorno del blitz sono stati visti girare nei luoghi “caldi” anche i furgoni della Compañia de Tierras Sud Argentino) e le vicende che hanno caratterizzato i mesi seguenti: il ritrovamento del cadavere nel fiume Chubut, l’autopsia contestata, l’avvicendamento dei giudici, i depistaggi e gli occultamenti di prove, la mancata perquisizione della tenuta, gli attacchi mediatici e dei troll nei confronti della famiglia Maldonado, etc.. La scomparsa del povero Santiago ha avuto una risonanza mondiale e nel dicembre 2017 il fratello Sergio e la mamma sono venuti anche in Italia, ricevuti da papa Francesco: giustizia è la sola cosa che chiedevano e continuano a chiedere. Anche in questo caso i Benetton hanno preferito tacere.

La Patagonia non è solo pecore è una terra ricca di Miniere e risorse naturali. Tanto da attirare diverse multinazionali dell’energia. Anche in questo ambito i Benetton hanno interessi?

Certamente. I Benetton sono anche i proprietari di maggioranza della Minera Sud Argentina Sa, con sede centrale in Canada, e godono di finanziamenti da parte dello Stato per l’esplorazione petrolifera e, appunto, mineraria. In Alla fine del mondo ricordiamo dove sono presenti e con quali progetti: nella provincia di San Juan, per esempio, sono impegnati nell’estrazione del rame, dell’oro e dell’argento; a Santa Cruz, anche della manganese e del mercurio. E non solo. La mega miniera dei Benetton si spartisce un territorio immenso e ricchissimo con potenti multinazionali  come Barrick Gold Corp, Meridian Gold, Minera Mincorp SA e molte altre. Ricordiamo inoltre che, proprio nella provincia di San Juan, cinque anni fa la Barrick Gold aveva sversato in alcuni fiumi un milione di litri di cianuro, provocando il più grande disastro ambientale della storia argentina. Mentre loro si arricchiscono, i piccoli campesinos e i popoli originari sono costretti ad abbandonare i territori ancestrali ormai devastati dallo sfruttamento compiuto anche dalle parecchie decine di corporations petrolifere: pensiamo ad esempio alla Chevron, che da anni ha in piedi un conflitto molto duro con una comunità Mapuche di Vaca Muerta, alla Exxon Mobil, alla Shell, alla Total e alla “nostra” Eni. In quelle zone di grandissimo pregio ambientale, culturale e scientifico (a Campo Maripe, per esempio, ci sono formazioni rocciose ricche di fossili di dinosauro) non di rado avvengono disastri ambientali: è accaduto nel settembre 2019 quando è esploso un pozzo di fracking, bruciando per ventiquattro giorni e facendo sgorgare gas incandescente e altri elementi nell’aria e provocando, come ha raccontato un contadino al giornalista argentino Uki Goni, danni irreversibili agli animali, molti dei quali sono poi nati con gravi deformazioni.

Siamo alla fine della nostra conversazione. Si può dire che quello dei Benetton in Patagonia è un colonialismo camaleontico? 

L’ingerenza delle multinazionali nelle politiche sociali ed economiche dei Paesi che le ospitano è nota da molto tempo. Lo schema è semplice: noi investiamo nel vostro Paese ma le condizioni che regolamentano questo investimento le decidiamo noi. Prendere o lasciare. È un meccanismo che spesso innesca catene di corruzione, coinvolge politici e amministratori di vario livello, pretende sconti e deroghe su leggi e norme, prevede la privatizzazione dei profitti e la socializzazione dei costi umani e ambientali, che vengono scaricati sulle comunità locali e sul loro ambiente.

Più che di colonialismo o neocolonialismo si può parlare di rapace atteggiamento neoliberista, simile a quello delle altre multinazionali che operano non solo in Argentina ma in tutto il pianeta. Certo, presentare e coprire tutto questo con le tinte ed i toni di quel capitalismo che aspira ad essere creativo, dolce, sensibile, empatico, sostenibile, costituisce un’aggravante da non trascurare. È questa “copertura” che l’attivismo anti-Benetton, emerso a partire dagli anni Novanta, ha sempre cercato di contestare e smontare. E la nostra documentata contro-narrazione va esattamente in questa direzione.

(*) ripreso da confini.blog.rainews.it

La Bottega del Barbieri

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