Le grandi opere degli assassini

di Aldo Zanchetta (*)

Un anno fa, forse più, forse meno, scrivevo (Davide e Golia, su comune-info): “Stamani ho ricevuto posta da Giovanni. Giovanni è un giovane cooperante che si trova in Perù da pochi mesi e nelle sue mail mi racconta alcune cose, in particolare delle lotte sociali causate dallo scempio territoriale e del costo umano che comportano le attività minerarie, sparse un po’ ovunque nel paese”.

Parlammo di Maxima Acuña (a proposito, il caso, che sembrava chiuso a suo favore, si è riaperto: i tentacoli della Yanacocha si ritirano, se costretti, per colpire subito dopo di nuovo), di Hugo Blanco, questo indomito ‘giovane’ dalla barba bianca, dei Guardiani delle Lagune, della resistenza a Celendin contro il progetto Conga.

Giovanni Ferma mi ha scritto di nuovo, giusto all’inizio dell’anno. Brutte nuove, questa volta non dalla miniera Conga, una delle miniere d’oro della società Yanacocha, ma da un suo ramo laterale. Le miniere hanno bisogno di energia, tanta. E questa, nel caso specifico, dovrà venire da un nuovo bacino idroelettrico sul Rio Marañón, quello detto Chadín II. Non ricordo se allora scrissi anche dei disastri ambientali che Chaudin II causerà a valle. Ci si può comunque documentare sul web.

Hitler Ananías Rojas Gonzales, 34 anni, leader di un gruppo di Guardiani delle Lagune, e da poco sindaco di uno dei poblados minacciati dalla diga, aveva giurato di difendere il fiume, anche a costo della vita. Il 28 dicembre alle 9 di mattina, mentre rientrava a casa, 4 proiettili lo hanno freddato. Lascia la moglie e 5 figli. Certamente destinati ad una vita incerta. Il killer, al termine di un giudizio stranamente fulmineo quanto farsesco, è stato condannato a soli sei anni di carcere.

Giovanni mi chiede, di fronte a questo ennesimo delitto: possiamo fare qualcosa? Certo, non si dovrebbe continuare a registrare delitti impuniti e limitarci a dolercene. Ma cosa? Così con Giovanni ci scambiamo mail cercando di immaginare cosa. Non certo per risolvere il problema, immenso, ma forse per essere di aiuto in qualche caso. E proviamo a buttare giù qualche idea.

Le notizie giunte negli ultimi giorni dell’anno dal fronte delle resistenze all’estrattivismo selvaggio che devasta tutta l’America Latina sono un bollettino di guerra, di una guerra dove da un lato si spara e dall’altro si muore. Ho alla vista, sul desktop del PC, tre documenti recentissimi: 88 i difensori ambientali uccisi nel 2014 in America Latina (ma la realtà è ancora peggiore delle statistiche ufficiali); nel primo semestre del 2015 in Colombia in media è stato ucciso un difensore dei diritti umani ogni 5 giorni, 34 in 6 mesi. Altri 25 sono stati feriti in attentati e ben 332 minacciati. Una carneficina. Un terzo documento informa del diffondersi dei suicidi di giovani indigeni nella zona di Loreto, nell’Amazzonia peruviana devastata da progetti petroliferi. Questo ricorda la misura del legame vitale che i discendenti dei popoli originari con la propria terra. Devastarla significa restare privati dell’unica sussistenza, fisica e spirituale. Meglio morire che vedere il proprio mondo distrutto… Suicidi, certo, ma provocati da progetti ben chiari.

Circa 400, gli attuali conflitti ambientali in Messico, dove un terzo del territorio nazionale è stato dato in concessione per lavori di ‘estrazione’ a società multinazionali, per periodi fra i 30 e i 50 anni, rinnovabili. E nell’assai più piccolo Perù, sono oltre 300. In una delle province del paese, il 95% del territorio ora è oggi area mineraria concessa. Gli abitanti si stringano nell’altro 5%, per favore! Tutte concessioni a prezzi di ‘favore’, si intende. E ora che il prezzo internazionale delle materie prime e dei prodotti agricoli di monocoltivazione è drasticamente calato, si sta cercando di aumentare l’intensità di estrazione compensando con la quantità il calo del prezzo. Così a ottobre il presidente indio, Evo Morales, ha fatto il ‘piazzista’ negli Stati Uniti, alla ricerca di nuovi investitori. Evo? Si, Evo!

Pensieri sparsi mi attraversano la mente. Il contesto di questi omicidi è quasi sempre la resistenza ai lavori di imprese multinazionali, la grande maggioranza delle quali è occidentale. Ma ora anche cinesi, indiane e brasiliane (Ah, i BRICS!). Esse estraggono ricchezze a basso costo per portarle a casa nostra e loro. Possibile che, per queste centinaia di delitti impuniti, non ci sia alcun mezzo per risalire alle responsabilità dei management di tali imprese, anche se spesso la catena della proprietà è costruita in modo tale da rendere difficile l’identificazione dei veri proprietari? Nel caso delle dighe idroelettriche in particolare, molto spesso ci sono a monte i finanziamenti di grandi istituzioni e banche internazionali. Fra i soci della Yanacocha, sopra ricordata, c’è appunto anche una società della Banca Mondiale. L’Italia si vanta di essere paese leader nella costruzione di grandi opere nel mondo, e in America Latina esse sono innumerevoli. I lavori della Chadín II però sono eseguiti dall’impresa brasiliana Odebrecht, probabilmente la più grande delle imprese brasiliane costruttrice di opere pubbliche, coinvolta nel grande scandalo Lava Jato che in Brasile sta travolgendo il governo, i suoi alleati e i suoi avversari, tutti partecipi nella spartizione del ‘malloppo’, assieme al fior fiore della rampante imprenditoria brasiliana. Lula, per ora, non è direttamente implicato, e neppure l’attuale presidente Dilma. Ma i loro entourage si, e Lula, come ex-presidente, nei mesi scorsi ha accompagnato in giro per l’America Latina e per l’Africa, quale sponsor di peso, i dirigenti di Odebrecht e di altre grandi imprese brasiliane per mietere ordini di dighe e strade su cui far viaggiare più velocemente le merci. Intanto noi, i movimenti intendo, acclamiamo la ‘progressista’ collaborazione Sur/Sur.

Oggi noi mandiamo 450 militari per proteggere la diga di Mosul, in Irak, perché lì sta lavorando la “nostra” impresa Salini, una dei giganti del settore. Il Canada invece è il paradiso fiscale e giuridico dove ha sede la maggior parte delle multinazionali del settore minerario operanti nel mondo, data la permissività della sua legislazione in questo campo. Ma le proprietà reali stanno a monte, diffuse lungo catene non facili da risalire, soprattutto se non si vuole.
Cerco di mettere ordine nel turbine di riflessioni che mi assillano. Sappiamo che in America Latina esiste un legame economico assai forte sia dei governi ‘progressisti’ che ‘conservatori’, con le corporation internazionali che investono nella regione. Non sono perciò essi a impegnarsi nella ricerca dei responsabili diretti e tantomeno dei mandanti, espliciti o meno. Non sono neppure i nostri governi occidentali a premere su di essi, pur avendone i mezzi grazie a accordi e trattati dove i diritti umani fanno bella mostra. Nei sistemi giudiziari locali, pur con valorose eccezioni, c’è molta corruzione e anche paura. Alcune OnG internazionali operano nel campo dei diritti umani e in alcuni casi intervengono, con più o meno successo. Ma al di là della ricerca dei colpevoli di delitti, sarebbe anche necessario creare una rete di protezione a distanza dei minacciati, con una forte sensibilizzazione dell’opinione pubblica che obblighi le autorità locali a essere meno “distratte” nella protezione. E dove le responsabilità delle proprietà di operare con progetti iniqui, organizzare precise campagne. In genere piccole organizzazioni locali lo fanno, ma va dato loro voce e supporto. Molte sono le realtà italiane di solidarietà che operano in varie località latinoamericane, e pure esse talora cercano di farsi sentire, ma ciascuna nel proprio singolo caso, per cui la voce resta flebile. Un problema che meriterebbe di essere affrontato e che potrebbe dare qualche risultato.

Intanto Giovanni, torniamo al caso che hai sollevato. Che possiamo fare? Poco, certamente, ma quel poco, cerchiamo di farlo. Poi, assieme ad alcuni altri, potremmo fare un po’ di più. E con molti altri ancora, ancora di più. Qualche idea ce l’avrei, ma forse altri ce ne possono offrire di migliori.

Intanto, però, i 5 ragazzi figli di Rojas, possiamo aiutarli concretamente?

Chi vuole mettersi in contatto con Aldo Zanchetta può farlo scrivendo a: aldozanchetta@gmail.com

(*) tratto da http://comune-info.net/

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