La violenza del G8 berlusconiano
una serie di “scordate” ripescate e/o re-interpretate da Bruno Lai.
Prima del cruciale appuntamento di Genova 2001, la gestione dell’ordine pubblico nei vertici e contro-vertici internazionali (come Birmingham nel 1998, Ginevra, e Colonia nel 1999) era già stata caratterizzata da un uso crescente e controverso della forza da parte delle autorità, con feriti e arresti di massa. Tuttavia, in tali contesti le devastazioni erano considerate opera di ristrette minoranze, mentre il movimento altermondialista si esprimeva quasi esclusivamente tramite proteste pacifiche, tattiche di disobbedienza civile e blocchi nonviolenti. Fino a quel momento, la curva del conflitto non aveva mai registrato episodi con esiti fatali paragonabili a quanto sarebbe accaduto in Italia.
Un ruolo centrale nella storia del movimento altermondialista è occupato dal primo Forum Sociale Mondiale, FSM, tenutosi a Porto Alegre nel 2001. Concepito esplicitamente come uno spazio propositivo e alternativo ai summit dei “poteri forti”, Porto Alegre si distinse per una dimensione partecipativa, seminariale e pacifica, con una gestione dell’ordine pubblico non conflittuale.
Porto Alegre, con lo slogan «Un altro mondo è possibile», fu uno spazio aperto di convergenza dei movimenti contrari al neoliberismo. Come scrive Raffaella Bolini, al primo FSM «noi italiani partecipammo in centinaia, mentre già insieme stavamo preparando Genova», ed al ritorno da Porto Alegre «nacque il Genoa Social Forum». Molte delle soggettività presenti a Porto Alegre confluirono direttamente nel processo del GSF (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/07/17/come-arrivammo-a-genova-voi-8-noi-6-miliardi/).
Esiste una netta continuità di reti transnazionali, attivisti e studiosi tra Porto Alegre e la nascita del Genoa Social Forum (GSF). Lo slogan adottato a Genova, “Voi G8, noi 6 miliardi”, rifletteva l’idea di uno spazio aperto e non centralizzato, volto a unire anime eterogenee: movimenti contadini e cattolici di base, reti come Attac e la Rete Lilliput, campagne internazionali sul debito e per l’accesso ai farmaci, ONG, sindacati e centri sociali.
La preparazione per Genova durò un anno intero, formalizzandosi nel “Patto di Lavoro”, sottoscritto da ben 1.187 firmatari, basato sul principio del rispetto dei percorsi autonomi e della trasparenza delle azioni nonviolente.
Scrive in proposito Carlo Gubitosa:
«Sin dall’inizio il Patto di Lavoro si presenta come una realtà molto variegata e composita, che riesce a far incontrare soggetti molto diversi tra loro. Tra i primi firmatari nazionali del “Patto”, infatti, troviamo l’Associazione per la Pace, Ya Basta!, il Centro nuovo modello di sviluppo, Giovani Comuniste e Comunisti, Pax Christi, la Rete Lilliput, il Consorzio italiano di solidarietà, Legambiente, il Wwf, il Centro sociale Leoncavallo, la Ong “Mani Tese”, la rivista missionaria “Nigrizia” e la “Tavola della Pace”, promotrice della marcia Perugia/Assisi. Il denominatore comune che garantisce la convergenza di gruppi così eterogenei è l’atteggiamento fortemente critico verso le scelte politiche degli “8 grandi” e l’adesione al documento costitutivo del Patto di Lavoro, che impegna genericamente i firmatari ad “attivarsi pienamente per la sensibilizzazione della cittadinanza attorno ai temi che rappresentano il portato specifico di lavoro di ciascuna delle organizzazioni, rispettando anche modalità e percorsi autonomi”, riconoscendo pari dignità a “tutte le forme di espressione, di manifestazione e di azioni dirette pacifiche e non violente dichiarate in forma pubblica e trasparente”» (Carlo Gubitosa, Genova nome per nome. Le violenze, i responsabili, le ragioni. Inchiesta sui giorni e i fatti del G8, Altraeconomia, 2003, 2011. Prendo le informazioni che riporto in questo scritto in gran parte, dal documentatissimo e prezioso lavoro di Carlo Gubitosa).
Per fronteggiare le mobilitazioni, lo Stato italiano schierò un contingente straordinario, stimato tra i 15.000 e i 18.000 agenti: Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e reparti speciali. Molti dei reparti mobili impiegati sul campo, tuttavia, erano composti da agenti giovani, ausiliari o non specificamente addestrati a tensioni di piazza così elevate.
Nei mesi antecedenti il vertice, l’intelligence (Ucigos e Sisde) produsse una notevole mole di informative che delineavano scenari apocalittici e quasi fantascientifici: attacchi con droni carichi di esplosivo, palloni aerostatici con sangue infetto, uso di aerei. Questi scenari si rivelarono sbagliati, ma generarono una “psicosi”, un clima di profonda paura e tensione tra le stesse forze dell’ordine, che giunsero a Genova convinte di dover affrontare una vera e propria guerriglia terroristica invece di un movimento eterogeneo e pacifico.
L’apparato di sicurezza mostrò gravi carenze logistiche, come la mancanza di interoperabilità radio tra Polizia e Carabinieri e di una catena di comando centralizzata in Questura che lasciava i funzionari sul campo isolati.
Il documento cardine della sicurezza fu l’Ordinanza di servizio 2143/R, oltre 200 pagine, firmata il 12 luglio 2001 dal Questore di Genova Francesco Colucci. L’ordinanza prevedeva anche l’arrivo dall’estero di pericolosi gruppi estremisti di destra, a cui si sarebbero potuti unire neofascisti italiani aderenti a Forza Nuova, Fronte Nazionale e Comunità Politica di Avanguardia, nonché il rischio di infiltrazioni di membri di Forza Nuova tra le Tute Bianche per attaccare le forze dell’ordine e screditare la sinistra.
Il 2 giugno, il Prefetto Antonio di Giovine firmò un’ordinanza che, con il pretesto della sicurezza, limitava fortemente le libertà costituzionali. Divideva la città in due settori: la Zona Rossa: Palazzo Ducale, totalmente interdetta; e la Zona Gialla: cintura di sicurezza circostante.
Per gestire un flusso stimato tra i 300 e i 1.000 potenziali arrestati, il Ministero della Giustizia, guidato da Roberto Castelli, e il DAP istituirono due succursali provvisorie: la Caserma di Bolzaneto e Forte San Giuliano. Inoltre, la Procura di Genova, diretta da Francesco Meloni, dispose un controverso provvedimento che differiva il diritto degli arrestati di conferire subito con i propri legali fino all’effettivo arrivo nelle carceri di destinazione fuori Genova.
Le intenzioni con cui gli apparati dello Stato si preparavano agli eventi del G8/Genoa Social Forum sembravano comunque buone. Dalle audizioni presso il Comitato parlamentare d’indagine sui fatti di Genova, effettuate successivamente al vertice G8, veniamo a conoscere alcuni aspetti dei preparativi delle forze dell’ordine. Secondo Vincenzo Canterini, dirigente del I reparto mobile di Roma, nato qualche mese prima del G8, il nuovo reparto da lui diretto era costituito da agenti esperti, selezionati con grande cura:
«Il criterio fondamentale di riferimento è stato che un operatore di polizia, impegnato in azioni di contrasto con la folla, pacifica o tumultuante che sia, quanto più è addestrato e preparato psicologicamente tanto più è in grado di fornire garanzie di sicurezza a se stesso, ai suoi colleghi e, soprattutto, ai manifestanti durante la gestione delle azioni di contrasto prima accennate».
In base a questa dichiarazione, la sicurezza dei manifestanti pare essere stata al centro delle preoccupazioni dei dirigenti della Polizia impegnati sul campo.
In maniera analoga si esprimeva un comunicato stampa ministeriale, successivo all’incontro tra rappresentanti del Genoa Social Forum con i ministri dell’Interno Claudio Scajola e degli Affari esteri Renato Ruggiero. Qui le dichiarazioni precedono le tragiche giornate del G8. In un passaggio leggiamo:
«I tre principi ai quali si ispira l’azione di Governo, ha sottolineato il ministro Scajola, sono: “la possibilità dello svolgimento del summit in assoluta sicurezza e tranquillità; la garanzia dei cittadini di Genova di poter vivere tranquillamente nella loro città; la garanzia a chi vuole manifestare il dissenso di poterlo fare in assoluta tranquillità» (C. Gubitosa, Op. cit.).
I fatti di Genova, però, sembrano mostrare che sia stata garantita soltanto la sicurezza del summit. Genova è stata violentata, devastata dai black bloc, senza che l’immenso schieramento di agenti intervenisse, ed i manifestanti pacifici sono stati più volte oggetto di lanci di lacrimogeni e di violenti pestaggi. Anche la devastazione delle scuole Pertini (quella che tutti conoscono come Diaz, che era il suo vecchio nome) e Pascoli, con altri violenti pestaggi, e gli abusi e le torture di Bolzaneto, non sono coerenti con l’intenzione dichiarata di garantire la libera manifestazione del dissenso «in assoluta tranquillità».
Mentre il 16 e il 17 luglio i lavori del GSF iniziarono pacificamente, il 18 luglio fu segnato da una perquisizione allo stadio Carlini alla ricerca di armi. Ci furono anche diversi falsi allarmi ed una serie di attentati in diverse città: Milano, Treviso, Bologna, come se fosse in atto una nuova strategia della tensione.
Sempre mercoledì 18, intorno alle sei del mattino, un imponente schieramento di circa 140 agenti antisommossa e 22 blindati circondò lo stadio Carlini per una perquisizione alla ricerca di armi ed esplosivi. I manifestanti all’interno, circa 500 appartenenti alle tute bianche, si sdraiarono a terra e rifiutarono inizialmente di aprire i cancelli, pretendendo la presenza di legali e giornalisti, come prevede la legge. A differenza di quanto sarebbe accaduto nei giorni successivi alla “Diaz”, la polizia decise di non sfondare gli ingressi. Si giunge a una mediazione grazie al portavoce Luca Casarini ed agli avvocati del Genoa Social Forum. La perquisizione, ripresa in diretta dalle telecamere, diede esito negativo: non venne trovata alcuna arma, ma solo le protezioni in gommapiuma e gli scudi in plexiglass usati per la disobbedienza civile, esattamente come preannunciato nei comunicati ufficiali delle Tute Bianche. Una perquisizione simile e con esito altrettanto negativo avvenne anche al campo sportivo di via dei Ciclamini a Quarto.
Parallelamente, circa duecento militanti vestiti di nero, black bloc, si stabilirono nel parco di Valletta Cambiaso. Testimoni notarono l’anomalia di queste persone, che non partecipavano a dibattiti e concerti, ma erano intente a smantellare cantieri per procurarsi sbarre e pietre, che agirono indisturbate dalle forze dell’ordine durante le loro azioni distruttive in città.
Prima di raccontare quel che accadde venerdì 20 luglio, quando cominciarono il vertice del G8 e le violenze più gravi, desidero riprendere la descrizione che il giornalista Lorenzo Guadagnucci fa di una fotografia diventata famosa come “il gladiatore”.
Scrive Guadagnucci: «C’è un’immagine, fra le tante, troppe immagini tremende di quei giorni, che racchiude il senso delle “giornate di Genova” e ne riassume l’attualità. È uno scatto di un fotografo della Reuters. In primo piano c’è un finanziere in assetto antiguerriglia. È alto, imponente, indossa una maschera antigas, brandisce un manganello: è come un gladiatore nell’arena, fiero di avere atterrito gli avversari. In secondo piano, rannicchiati a terra sul marciapiede, con la schiena contro il muro e gli occhi impauriti rivolti verso il “gladiatore”, ci sono un uomo, due donne e un ragazzo. Sono quattro persone smarrite che sembrano aggrapparsi l’una all’altra per proteggersi da una forza incombente e misteriosa. È un’immagine di stupore e di terrore che rappresenta bene quanto vissuto da migliaia di persone nelle strade di Genova il 20 e 21 luglio 2001». […]
«Quella foto simbolo cela una curiosa casualità che oggi assume i contorni di una “profetica” coincidenza: due delle persone riprese nella foto sono attivisti di Amnesty International. Alcuni mesi dopo il loro gruppo ha usato quel drammatico scatto per la copertina di un opuscolo che raccoglie tutti i documenti prodotti da Amnesty International sul G8 di Genova, sia prima sia dopo il suo svolgimento». […]
«Nella foto della Reuters c’è un ulteriore spunto offerto dal caso: una delle quattro persone che vi sono ritratte è di nazionalità argentina. Vivendo in Italia da 15 anni, “aveva capito che in questo paese non era necessario cambiare marciapiede incontrando un poliziotto”, come ha scritto nella lettera a un giornale che aveva pubblicato quella foto. Quel pomeriggio a Genova un brivido deve averle attraversato la schiena, come un lampo di “déjà vu”: l’uomo in divisa vissuto come una minaccia incombente, lo Stato temuto quasi come un nemico. Uno dei leader dell’opposizione, qualche giorno dopo in parlamento, avrebbe parlato di “una notte cilena”, nel tentativo di spiegare un episodio che in democrazia non si può spiegare: il blitz della polizia a colpi di calci e manganelli dentro la scuola Diaz. Argentina, Cile, le dittature sudamericane: esempi storici eclatanti, che non andrebbero citati, perché riferiti a regimi longevi e sanguinari, a migliaia di vittime che meritano rispetto e una corretta valutazione storica, non d’essere accostate a ogni episodio di repressione che avvenga nel mondo. Ma sono riferimenti giustificati dallo stupore, dall’incapacità di spiegare, prima di tutto a se stessi, comportamenti che fino al giorno prima parevano “impossibili” in un paese progredito, civile, democratico»… (Lorenzo Guadagnucci, Prefazione, in C. Gubitosa, Op. cit.)
Mentre nei giorni precedenti tutti i lavori del Genoa Social Forum si erano svolti regolarmente, senza incidenti, in un clima di serio impegno e festosa partecipazione, il venerdì si registrarono i primi disordini. Qualche centinaio di black bloc, vicino al corso Buenos Aires, cominciò un lancio di pietre ed altri oggetti contro i carabinieri. I black bloc si procuravano sul posto quel che serviva per l’azione violenta, per esempio distruggendo la pavimentazione stradale. Giulietto Chiesa ha potuto osservarne e descriverne i preparativi: «ci sono diversi gruppi di giovani, molti dei quali vestiti di nero, con passamontagna già calati sul volto, caschi, maschere, fazzoletti. Parlano poco anche loro, non scherzano, non ridono. E sono impegnati a scavare, per far emergere dall’asfalto le pietre del selciato, per ritagliare zolle d’asfalto da mettere nei borsoni. Alcuni stanno svellendo pali della segnaletica stradale, altri spezzano con fatica le recinzioni metalliche intrecciate che proteggono le aiuole. È un lavoro veloce, coordinato. […] E sono molto giovani. Si direbbero liceali, attorno ai diciassette, diciotto anni. Corporature esili. Tra di loro anche, egualmente bardate, diverse ragazze. Ed è un conglomerato composito: sento parole smozzicate, in tedesco, in spagnolo, in francese. Un gruppetto è sicuramente italiano, ma tra i gruppi c’è intesa, si parlano – poco invero – come se si conoscessero. Saranno, sì e no, duecento, forse qualcuno di più»… (Giulietto Chiesa, G8/Genova, Einaudi, 2001, citato in C. Gubitosa, Op. cit.).
Questi black bloc non sono stati contrastati dalle forze dell’ordine ed hanno potuto agire indisturbati per circa mezz’ora. Anche nel pomeriggio i black bloc tornarono a colpire, senza alcun intervento di polizia o carabinieri. Nei giorni delle violenze a Genova, ai black bloc è stato consentito di devastare la città, senza che le forze dell’ordine li fermassero. Quando i black bloc si dileguavano, scattavano le cariche violente contro i manifestanti pacifici.
Alcuni dirigenti dello Stato e della Polizia giustificarono l’uso eccessivo della violenza da parte degli agenti con lo stress accumulato. Viene da chiedersi perché gli agenti venissero schierati con larghissimo anticipo, verso le sei del mattino, ed impegnati in turni lunghissimi e massacranti: serviva ad esasperarli?
Venerdì 20 luglio il corteo dei Disobbedienti, che procedeva pacificamente, venne caricato duramente dai Carabinieri all’incrocio tra corso Torino e via Invrea con un uso massiccio di lacrimogeni, che intossicarono perfino diversi agenti. L’assenza di vie di fuga laterali intrappolò circa ventimila persone, costringendo alcuni manifestanti a reazioni difensive in via Tolemaide.
In questo contesto si sviluppò la vicenda del giovane Carlo Giuliani, sceso in piazza spinto dalla curiosità e, forse, dall’indignazione per le cariche indiscriminate. In via Caffa, a seguito di un’avanzata di persone con cassonetti dei rifiuti, un contingente di Carabinieri compì una ritirata caotica verso piazza Alimonda, lasciando isolate due camionette Defender. Una di queste rimase bloccata contro un cassonetto e fu accerchiata.
Mentre un giovane scagliava un estintore contro il lunotto posteriore già infranto del mezzo, una mano armata di pistola sporse dall’interno. Carlo Giuliani raccolse l’estintore da terra e, in quel momento, vennero esplosi due colpi: il primo lo colpì al volto. Successivamente, il Defender effettuò una manovra passando due volte sul corpo del ragazzo. I tentativi di rianimazione da parte di un’infermiera volontaria risultarono inutili.
La perizia della Procura, accolta dal GIP Elena Daloiso per l’archiviazione del caso, sostenne la tesi del proiettile sparato verso l’alto da Mario Placanica e tragicamente deviato da un calcinaccio in volo; una ricostruzione fortemente contestata da periti di parte e giornalisti per incongruenze fisiche legate alla velocità del suono e della luce nei video. Nel corso del tempo, Placanica cambiò ripetutamente versione, dallo sparo alla cieca all’aver mirato per allontanare la minaccia, fino a dichiarare a La Stampa: «Potrei non essere stato io». Forti dubbi rimasero anche sulla gestione delle indagini, delegate alla stessa Arma dei Carabinieri, e sui ritardi nelle comunicazioni ufficiali alla famiglia Giuliani.
Su questa tragedia, il giornalista Carlo Gubitosa esprime un’opinione che voglio riportare:
«È vero, Carlo Giuliani ha partecipato agli scontri con le forze dell’ordine che si sono scatenati in via Tolemaide e in via Caffa, ha tenuto in mano un bastone, si è coperto il viso con un passamontagna e ha raccolto da terra un estintore. Ma tutto questo non è abbastanza per condannarlo a una morte che non meritava, per sottrarre a qualunque responsabilità la mano che ha sparato o per negare alla famiglia Giuliani quella verità nascosta fin da subito, quando le “versioni ufficiali” parlavano di un ragazzo “ucciso da un sasso” o “schiacciato per errore da un blindato”.
«Né eroe, né delinquente. Carlo Giuliani era solamente un ragazzo, e questa verità è stata ben chiara ad un altro ragazzo come lui che in quel 20 luglio di sangue, davanti alla tragedia di una vita spezzata, ha preso in mano un pennarello azzurro per cancellare dal marmo il nome di Gaetano Alimonda, ricordando semplicemente la piazza di “Carlo Giuliani – Ragazzo”, senza aggiungere nient’altro.
«Anche se Carlo non avesse avuto l’intenzione difensiva che gli attribuiscono i suoi genitori, anche se il suo fosse stato semplicemente il gesto di un ragazzo incazzato, quello che gli è successo rimane ugualmente un fatto gravissimo e non proporzionato alle sue azioni, così come è profondamente ingiusto lo sciacallaggio mediatico che hanno dovuto subire questo ragazzo e la sua famiglia. Nel nostro paese alcune delle più prestigiose cariche dello stato sono state ricoperte da personaggi che hanno vissuto da protagonisti una stagione politica dove i ragazzi incazzati non scendevano per strada disarmati, ma con le P38 già cariche portate da casa» (C. Gubitosa, Op. cit.).
Non si archivia un omicidio è il titolo del libro scritto da Giuliano Giuliani per reclamare verità e giustizia sull’omicidio del figlio. È stato presentato molte volte un po’ in tutta Italia ed in Sardegna circa un decennio fa.
Sabato 21 luglio, esponenti di Alleanza Nazionale, tra cui il Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, visitavano le centrali operative di Polizia e Carabinieri scatenando polemiche politiche. Gli esponenti di AN non sentirono il bisogno di visitare, che so, la centrale operativa dei Vigili del Fuoco. Nel pomeriggio, un enorme corteo internazionale di oltre 200.000 persone sfilò per la città. Come le manifestazioni del GSF nei giorni precedenti, anche questo corteo era composto da gruppi eterogenei: giovani, famiglie, anziani, lavoratori, frati e persino delegati istituzionali. All’altezza di piazzale Kennedy, frange violente innescarono scontri.
La risposta della Polizia si tradusse in una carica violenta che spezzò in due il corteo pacifico in Corso Italia. Migliaia di persone, comprese famiglie e anziani, rimasero intrappolate subendo pestaggi gratuiti e lanci massicci di lacrimogeni anche dagli elicotteri. In via Barabino si registrò il pesante pestaggio di un adolescente inerme da parte di un alto rappresentante della Digos.

Arnaldo Cestaro e Mark Covell, due vittime dell’assalto alla scuola Diaz, insieme a Vittorio Agnoletto
Nella tarda serata di sabato scattò il blitz alla scuola Pertini, nota con la vecchia denominazione di “Diaz”, adibita a dormitorio. L’irruzione fu giustificata ufficialmente dal presunto lancio di bottiglie e sassi contro una pattuglia di polizia. L’intervento previde uomini del Reparto Mobile in prima linea, Digos e Squadra Mobile in seconda linea, e il Reparto Prevenzione Crimine all’esterno.
A differenza del Carlini, i cancelli e i portoni vennero sfondati ed ai legali del GSF fu impedito l’accesso.
La prima vittima della devastante incursione alle scuole Pertini e Pascoli fu l’inglese Mark Covell. Non era certo un black bloc: era un giornalista di Indymedia. Gli uomini in divisa si imbatterono in lui all’esterno della scuola Diaz. Non aveva neanche partecipato alle manifestazioni: le aveva seguite dalla redazione di Indymedia, che si trovava proprio nella scuola Pascoli, di fronte alla Diaz. Quando si diffuse la notizia che la polizia stava assaltando la scuola Diaz, «Insieme a un giornalista tedesco di Indymedia cercai di raggiungere la Diaz Pascoli per avvisare chi era all’interno. Lui riuscì ad attraversare la strada, io invece venni intercettato dal primo reparto della Settima Squadra Mobile. Estrassi subito il mio tesserino del sindacato dei giornalisti britannici e continuai a ripetere: “Press, stampa!”. Ma mentre cercavo di mostrarlo iniziarono a colpirmi al braccio e alla spalla. Mi fu detto che non ero un giornalista, che ero un black bloc e che loro i black bloc li avrebbero ammazzati».
Covell fu colpito ripetutamente al corpo e agli arti; una bastonata alle ginocchia lo fece cadere a terra. Dopo esser stato messo a terra, Covell venne trascinato via tra gli schieramenti di poliziotti che continuavano a colpirlo, tra urla “Basta! Basta!” da parte di un agente. Il giornalista inglese rischiò la vita e finì in coma. Ancora oggi la sua salute risente dei danni dovuti a quel feroce pestaggio.
Così lo racconta il giornalista: «Il primo attacco mi stordì e mi immobilizzò. Il secondo attacco, pochi minuti dopo, causò danni enormi al mio corpo. Il terzo attacco fu un colpo di grazia, e poi un coma di 14 ore: il secondo attacco mi ruppe la mano sinistra… tutta la gabbia toracica sul lato sinistro fu completamente sfondata. La colonna vertebrale fu danneggiata e subii una massiccia emorragia interna. Il terzo attacco fu, né più né meno, che spaccarmi la testa; il poliziotto sapeva che mi avrebbe ucciso, per la quantità di forza usata. Un altro calcio in bocca mi fratturò o strappò 16 denti».
Mark Covell non ha dubbi sulle intenzioni degli agenti autori della devastazione della scuola Diaz e del pestaggio dei suoi innocenti occupanti: «Quella notte alla Diaz i poliziotti coinvolti avevano tutta l’intenzione di infliggere quanto più danno possibile a persone indifese: ci sputavano addosso, tagliavano ciocche di capelli come trofei, aggredirono una vittima con un estintore (Niels Martensen) e poi ritardarono i soccorsi medici il più a lungo possibile (come nel mio caso). Non importava che si trattasse di un uomo o di una donna. Alcuni di loro erano equipaggiati con una seconda “barra di ferro” fatta per sembrare un manganello. Quest’arma illegale è progettata per rompere le ossa rapidamente. C’è poi il caso del “poliziotto con la coda di cavallo” che correva per il primo piano brandendo un’arma improvvisata, un’asse di legno con conficcato un chiodo da quindici centimetri».
Covell non fu l’unico a rischiare la vita in quella tragica notte “cilena”: «Alla Diaz ci furono sette tentati omicidi. Io fui uno di questi, e per ciascuno venne aperta una distinta indagine della procura» (https://www.fanpage.it/politica/g8-genova-il-giornalista-mark-covell-alla-diaz-volevano-ammazzarci-poi-sono-stati-tutti-promossi/).
Va sottolineato che, mentre nella perquisizione allo stadio Carlni del 18 luglio la polizia decise di non sfondare l’ingresso ed effettuò la perquisizione alla presenza dei legali dei manifestanti, come vuole la legge, nel caso della scuola Pertini fu sfondato prima il cancello, poi i portoni di ingresso. Ai legali ed ai rappresentanti del GSF non fu permesso di avvicinarsi, per cui la devastazione della scuola e le violenze nei confronti degli ospiti furono compiute sotto gli occhi dei soli autori e delle loro disgraziate vittime, che poi furono arrestate. Il Gip Anna Ivaldi dispose infine l’archiviazione delle indagini per il reato di resistenza a pubblico ufficiale a carico degli occupanti.
All’interno dell’edificio si consumò un pestaggio brutale e indiscriminato su persone che non opponevano resistenza, molte delle quali colpite nei sacchi a pelo o a mani alzate. Tra i 69 manifestanti feriti si registrarono 46 traumi cranici complessivi e numerose prognosi riservate. Tra le vittime all’interno della Diaz troviamo Lorenzo Guadagnucci ed Arnaldo Cestaro, manifestante di 62 anni, che difficilmente poteva essere scambiato per un black bloc. Le indagini svelarono che i pochi poliziotti feriti avevano riportato lesioni accidentali o dovute a “fuoco amico”, come un vice sovrintendente colpito da un collega mentre tentava di difendere una ragazza.
Per giustificare la brutalità dell’operazione e i 93 arresti, poi non convalidati, con successiva archiviazione per il reato di resistenza, funzionari di polizia simularono il tentato accoltellamento di un agente, smentito dal RIS di Parma, ed introdussero all’interno dell’edificio due bottiglie molotov. Le indagini della Procura accertarono che le molotov erano state rinvenute nel pomeriggio da un vicequestore in un’altra zona della città e portate appositamente alla Diaz. Molti attrezzi esibiti come “armi improprie” appartenevano al cantiere edile che effettuava lavori nella scuola.
La Polizia fece irruzione, senza mandato, anche nella sede dell’Info Center del GSF in via Cesare Battisti, interrompendo le dirette dei redattori di Radio Gap e distruggendo i computer, gli hard disk e sottraendo il materiale documentario raccolto dal team legale per denunciare le violenze dei giorni precedenti. Di ciò che venne portato via dall’Info Center non venne redatto alcun verbale. In nessuna delle due sedi del GSF furono trovate armi. Al termine dell’irruzione nelle scuole, le stesse erano devastate e quella adibita a dormitorio piena di sangue dappertutto.
I manifestanti arrestati alla scuola Diaz e in altri contesti cittadini vennero condotti alla caserma di Bolzaneto. I documenti ispettivi e le testimonianze descrivono un quadro di sistematiche violazioni dei diritti umani e torture: detenuti costretti in posizione di “stress”, in piedi con mani alzate e gambe divaricate contro il muro, per oltre 24 ore, percossi se cedevano alla stanchezza; lancio di gas al peperoncino nelle celle, con conseguenti malori e vomito di sangue; calci, sputi, colpi ai reni e insulti politici/personali nei corridoi (“sporchi comunisti”, “zecche”, “troie”); clima di terrore psicologico, minacce; umiliazioni fisiche: denudamenti forzati davanti ad agenti di entrambi i sessi, rasatura coatta dei capelli e strappo violento di piercing; negazione di acqua, cibo, servizi igienici, presidi sanitari femminili e del diritto fondamentale di telefonare a familiari e avvocati; complicità del personale medico della struttura, costretto in un caso a falsificare un referto inserendo la dicitura «forte abuso di marijuana» per un giovane ferito. Dalle finestre venivano intonati inni fascisti come Faccetta Nera. Trovo inquietante che esponenti delle forze dell’ordine di uno Stato democratico palesassero così, senza alcuna vergogna, nostalgia per il ventennio criminale fascista. Le testimonianze delle vittime rivelano che ci furono agenti che ripetevano a mo’ di cantilena «un, due tre / viva Pinochet», con fare derisorio e senza alcun pudore nell’evocare il feroce criminale, che fu dittatore del Cile.
Nei mesi successivi, il Comitato parlamentare d’indagine approvò una relazione finale in cui la maggioranza di centro-destra dovette parzialmente emendare il testo, riconoscendo l’estraneità del Genoa Social Forum dalle frange guerrigliere, pur mantenendo una linea reticente sulla legittimità dei comportamenti della polizia alla Diaz.
Domenica 22 luglio il Genoa Social Forum convocò una conferenza stampa. Vittorio Agnoletto dichiarò: «noi siamo assolutamente convinti che le vicende di questi giorni non sono un caso e che costituiscono un attacco scientificamente e direttamente preordinato da parte del governo contro un movimento di massa democratico che ha portato in piazza trecentomila persone». Tra i tanti interventi, riporto due passi di Fabio Lucchesi, della Rete Lilliput: «questo governo, perché non è un problema della polizia, ma di questo governo, ha fatto l’esatto opposto di ciò che aveva dichiarato che avrebbe fatto, e cioè permettere le manifestazioni e vietare la violenza. Questo governo ha permesso l’espressione della violenza e ha attaccato le manifestazioni in maniera voluta. […] Credo che nessuno possa contestare il fatto che le migliaia e migliaia di poliziotti schierati qui a Genova hanno fatto di tutto meno che difendere i manifestanti e la città» (C. Gubitosa, Op. cit.).

Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, Multimage, luglio 2026
Vittorio Agnoletto è tornato ai fatti del Genoa Social Forum in un recente libro, Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani, a cura di Mario Scagnetti, Tab edizioni, luglio 2026. Sugli stessi eventi riflette anche Turi Palidda nel suo 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, Multimage, luglio 2026. Per Palidda le violenze della Polizia nel luglio 2021 a Genova sono da ricondurre ad una lunga tradizione di repressione, che risale addirittura alla fase dell’unificazione dell’Italia. In particolare, dopo la fine del ventennio criminale fascista, molti partigiani, che avevano combattuto per liberare l’Italia dai criminali nazisti e fascisti e per l’instaurazione della democrazia, erano stati nominati prefetti, capi della polizia e commissari. Ma fin dai primi anni della storia repubblicana gli ex partigiani vennero destituiti e furono reintegrati «i fascisti a tutti i livelli della polizia, della magistratura, delle forze armate e degli altri apparati statali», nonostante fosse noto che queste istituzioni erano state complici e partecipi dei crimini commessi dal regime fascista. Inoltre, Palidda sostiene che «molti agenti delle polizie al vertice del G8 a Genova erano stati incitati a temere e disprezzare i manifestanti considerandoli nemici sovversivi» (Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, Multimage, 2026).
Secondo Amnesty International, quel che è avvenuto a Genova costituisce la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.
COSA SONO LE “SCOR-DATE”
Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Dal primo marzo questa rubrica si rafforza, grazie all’impegno di Bruno Lai che proporrà almeno 3 “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana. Le troverete alle 22 e dintorni. Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa, farà proposte … o anche solo ci leggerà.
La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega
SITOGRAFIA
https://jacobinitalia.it/quel-che-resta-di-genova/
https://www.fanpage.it/politica/g8-genova-il-giornalista-mark-covell-alla-diaz-volevano-ammazzarci-poi-sono-stati-tutti-promossi/
Il G8 di Genova del 2001: Diaz, Bolzaneto e Carlo Giuliani, una ferita ancora aperta
https://it.wikipedia.org/wiki/Scontri_di_Seattle_per_la_conferenza_OMC_del_1999
https://www.corriere.it/sette/26_gennaio_05/g8-genova-25-anni-fa-carlo-giuliani-ucciso-pagina-nera-c1a5f73f-72e3-48a7-9cfe-f5664fb88xlk.shtml
https://ilmanifesto.it/la-trasformazione-no-global
https://fondazionefeltrinelli.it/scopri/il-movimento-dei-movimenti-2001-2021-lattualita-di-unagenda-politica/
https://www.rollingstone.it/politica/vittorio-agnoletto-20-anni-dopo-genova-molti-dei-nostri-temi-sono-ancora-drammaticamente-attuali/572100/
https://www.rollingstone.it/politica/genova-20-anni-dopo-il-g8-visto-dalle-donne/571551/
https://jacobinitalia.it/genova-non-fu-la-fine-de-movimenti/
Il G8 di Genova 25 anni dopo: l’attualità di un movimento che aveva previsto il futuro
https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/17/scuola-diaz-canterini-e-fournier-condannati-a-pagare-100mila-euro-al-giornalista-pestato/2227774/
https://www.fanpage.it/attualita/massacrato-di-botte-dopo-16-anni-torna-alla-diaz-per-raccontare-il-g8-di-genova-agli-studenti/


















