articoli di: Lavinia Marchetti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Amr al-Najjar, Susan Abulhawa e gli aggiornamenti di Anbamed. Con un appello da Venezia-cinema e le traduzioni di Grazia Parolari, Dianne Woodward, Tareq S. Hajjaj.
Fonti mediche dei servizi di ambulanza e di emergenza hanno riferito che un cittadino palestinese è rimasto ucciso e altri feriti in un bombardamento effettuato da un drone israeliano contro un gruppo di persone in un campo di sfollati a ovest di Khan Younis.
Bombardamenti di artiglieria e colpi di arma da fuoco sparati da veicoli militari israeliani hanno preso di mira le zone orientali del quartiere di Tuffah, a est di Gaza City.
Navi da guerra israeliane hanno aperto il fuoco verso la costa di Khan Younis.
A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.
Appello: “Ai bambini di Gaza il Nobel per la Pace”
Per aderire: petizione.gaza@avvenire.it per leggere l’appello
Questo popolo ha sette anime
È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “questo popolo ha sette anime,
ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”. Ascolta la poesia inserita nella Cantata Rossa per Tal El Zaatar di Giulio Stocchi e Gaetano Liguori.
In questa rubrica vi racconteremo storie di resilienza e determinazione di un popolo che ama la vita e merita di vivere con dignità, indipendenza e libertà. Le puntate precedenti: qui e qui 2 e qui 3 e qui 4 e qui 5 e qui 6 e qui 7a puntata e 8a puntata e nona puntata e decima puntata: leggi tutto! 11° puntata leggi tutto! 12° puntata leggi tutto!13° puntata Leggi tutto!
Il nostro commento quotidiano fisso:
Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.
Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.
Cisgiordania
Stamattina, sabato, le truppe di occupazione israeliane hanno invaso El-Bira, il campo di Amaary, Kafr Aqaba (a nord di Gerusalemme) e due villaggi a nord di Tulkarem. I rastrellamenti all’alba hanno condotto 19 palestinesi in carcere.
Ieri, gli attacchi dell’esercito israeliano contro villaggi e città palestinesi sono stati 22, con oltre 50 attivisti rastrellati.
Le aggressioni dei coloni ebrei israeliani contro la popolazione nativa sono avvenute in 13 località, con furti di bestiame, danneggiamenti di campi agricoli, incendi e sradicamento di alberi da frutta e ulivi.
Gerusalemme est occupata
Israele ha imposto, alle scuole palestinesi di Gerusalemme est occupata, i programmi di studio israeliani. Non solo, ma ha ostacolato l’arrivo del personale didattico dalle città della Cisgiordania. La conseguenza diretta di questo provvedimento coloniale è stata il mancato avvio dell’anno scolastico per circa 35 mila studenti palestinesi. Gli studenti palestinesi, secondo queste misure, dovrebbero studiare la storia del sionismo, imparare l’inno nazionale israeliano e festeggiare le ricorrenze ebraiche.
Questi provvedimenti hanno colpito anche le scuole degli enti religiosi cristiani. L’Alto Comitato Presidenziale per gli Affari Ecclesiastici in Palestina ha esortato – in un comunicato emesso ieri, le chiese di tutto il mondo ad agire immediatamente per salvare le scuole cristiane di Gerusalemme, dopo che Israele ha impedito a insegnanti e personale provenienti dalla Cisgiordania di accedervi.
Deportazione e pulizia etnica in Cisgiordania
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha accusato Israele di aver deportato con la forza, nel 2025, oltre 33.000 palestinesi da tre campi profughi nella Cisgiordania occupata, oltre agli attacchi dell’esercito israeliano e dei coloni che hanno causato la morte di oltre 1.100 palestinesi. L’Alto Commissario ha affermato che tali azioni sollevano preoccupazioni in merito a “crimini contro l’umanità e pulizia etnica”.
In un nuovo rapporto, l’Alto Commissario ha concluso che le forze israeliane hanno deportato con la forza tutti gli abitanti di tre campi profughi in Cisgiordania tra gennaio e febbraio dello scorso anno e continuano a impedire loro di farvi ritorno “in violazione del diritto internazionale”.
Il rapporto evidenzia le violazioni israeliane nei campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, affermando che “lo spostamento diffuso, prolungato e sistematico di oltre 33.000 palestinesi solleva serie preoccupazioni in merito al crimine contro l’umanità del trasferimento forzato” della popolazione sfollata.
La Commissione ha dichiarato che “l’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati e bombardamenti sistematici per rendere interi campi inabitabili, costringendo i loro abitanti alla fuga e impedendone il ritorno, senza un’imperativa necessità militare, non è consentito dal diritto internazionale, sembra costituire una forma di punizione collettiva e solleva preoccupazioni circa il potenziale rischio di pulizia etnica”.
Il 23 febbraio 2025, Israele ha annunciato che il suo esercito aveva evacuato i palestinesi dei tre campi, situati nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata, e che ai soldati era stato ordinato di impedire loro di tornare alle proprie case. Da allora, i deportati palestinesi non hanno potuto far ritorno alle loro case.
Qusra
Quattro settimane di assedio. Un centinaio di attivisti palestinesi e israeliani sono arrivati a Qusra per portare cibo, acqua e medicinali alle tre famiglie assediate. Sono stati bloccati dall’esercito di occupazione, con il pretesto della zona militare chiusa. Ci sono stati diversi momenti di tensione verbale, ma la calma degli attivisti, che non hanno risposto al lancio di pietre da parte dei coloni che si trovavano nelle vicinanze, ha impedito che la situazione degenerasse.
La stampa italiana mainstream guarda dall’altra parte. L’ultima notizia reperibile risale al 17 agosto, dopo l’espulsione dei 5 osservatori internazionalisti italiani.
Elezioni palestinesi
Jibril Rajoub, membro del Comitato Centrale di Fatah, ha dichiarato di non prevedere lo svolgimento di elezioni legislative il prossimo novembre, auspicando un incontro tra la leadership palestinese, le organizzazioni politiche e la società civile, per elaborare una tabella di marcia che tuteli il sistema politico e il processo decisionale nazionale. Rajoub ha rivelato di aver incontrato due settimane fa in Turchia la maggior parte dei membri dell’ufficio politico di Hamas, tra cui il suo capo, Khalil al-Hayya, e Zaher Jabarin, affermando che quanto appreso dalla leadership del movimento potrebbe costituire la base per la costruzione di meccanismi volti a proteggere il progetto nazionale e a porre fine all’attuale situazione di stallo che i palestinesi si trovano ad affrontare. Rajoub ha auspicato un dialogo nazionale palestinese globale, ospitato e patrocinato dall’Egitto, considerando il rinnovamento della legittimità del sistema politico, lo svolgimento delle elezioni e la riforma delle istituzioni dell’Autorità Palestinese e dell’OLP come i pilastri della sua visione per superare l’attuale situazione di crisi. Rajoub ha affermato che i palestinesi stanno vivendo la crisi più pericolosa nella storia della causa palestinese, descrivendola come una vera e propria minaccia esistenziale. Ha affermato che all’interno del sistema politico palestinese regna una paralisi strategica e che a livello regionale vi è indifferenza verso ciò che sta accadendo ai palestinesi. Tuttavia, ha sottolineato che ciò non significa che l’occupazione non stia affrontando una crisi storica senza precedenti nella storia del conflitto, a causa dei suoi crimini e della tenacia della popolazione, compresi i crimini di pulizia etnica, genocidio e terrorismo di Stato
Stamattina, venerdì, un palestinese è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti dalle forze di occupazione israeliane a nord di Khan Younis.
Nostri contatti hanno confermato che le forze israeliane hanno aperto il fuoco a nord di Khan Younis, provocando la morte di un palestinese e il ferimento di altri tre.
Hanno inoltre aggiunto che veicoli militari israeliani stavano sparando con mitragliatrici pesanti a est di Khan Younis.
Ieri, almeno un palestinese è rimasto ucciso e altri feriti, quando un drone israeliano ha preso di mira un gruppo di civili a ovest di Gaza City.
I nostri contatti hano riferito che droni israeliani hanno lanciato almeno due missili contro un gruppo di civili vicino all’edificio dell’Unione delle Chiese in via Al-Thawra, nel quartiere di Al-Rimal, a ovest della città. L’attacco ha provocato un morto e diversi feriti. I feriti sono stati trasportati all’ospedale Al-Shifa, dove alcuni versano in gravi condizioni.
A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.
Deportazione e pulizia etnica a Gaza
Dopo le gravissime dichiarazioni del ministro della guerra, Katz, un altro ministro israeliano ha annunciato il suo programma per la deportazione dei palestinesi di Gaza, “entro 7 anni e su base volontaria”, ha detto Ben Gvir.
Il leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere Ebraico), presenterà al pubblico un piano chiamato “Disimpegno 710” (un velato riferimento al 7 ottobre), basato su quella che definisce “emigrazione volontaria dei palestinesi” da Gaza. “Per convincerli a fare le valige, bisogna rendere loro la vita un inferno”, ha detto in un comizio, in mezzo agli applausi dei suoi fans.
Secondo le rivelazioni trapelate, il piano prevede che 250.000 palestinesi lascino Gaza nel primo anno (una media di 685 persone al giorno), 1,11 milioni entro tre anni e circa 1,86 milioni entro sette anni. Bin Gvir proporrà al prossimo governo la creazione di un ministero israeliano per la “libertà di movimento dei palestinesi”. Bontà sua! La Hasbara israeliana abbonda nell’uso della neolingua.
Israele aveva già avuto colloqui con diversi Paesi sull’accoglienza dei palestinesi provenienti da Gaza, ma questi sforzi non hanno avuto successo. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva informato i membri del suo gabinetto di sicurezza sui contatti avuti con Paesi africani, tra cui Etiopia, Congo e Somaliland, per convincerli ad accogliere i palestinesi da deportare da Gaza.
Appello: “Ai bambini di Gaza il Nobel per la Pace”
Dopo che la guerra ha privato gli studenti di Gaza del sogno di completare gli studi, la preside Ahlam Abdel-Aati è intervenuta e ha restituito loro la possibilità di studiare, in assenza di aule e in mezzo alle distruzioni, in una scena che riflette una determinazione eccezionale e incarna un simbolo di resilienza, sfidando le dure condizioni imposte dalla guerra. La speranza di un futuro migliore è stata la motivazione che ha spinto lei, gli insegnanti volontari, i genitori e gli studenti ad andare avanti. La “Scuola dei Sogni/Ahlam” (Ahlam in arabo significa “sogni”), composta da 8 tende, porta un messaggio al mondo: il popolo palestinese, nonostante le difficoltà, è capace di ricostruire il futuro e costruire percorsi di speranza. Leggi tutto!
Cisgiordania
Un giovane palestinese è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze militari israeliane vicino alla Porta di Damasco, nella Gerusalemme occupata, nelle prime ore di oggi venerdì.
Secondo la solita versione fotocopia israeliana, i militari hanno aperto il fuoco contro l’uomo perché sospettavano che avesse tentato di accoltellarne uno, provocandogli gravi ferite e la successiva morte sul posto. L’identità del defunto non è stata ancora resa nota. Testimoni palestinesi sul posto hanno riferito che nelle mani della vittima e nelle vicinanze del luogo, dove è caduto sanguinante, non c’era nessun coltello. E la vittima è stata lasciata sanguinante senza soccorsi, fino al decesso.
Deportazione e pulizia etnica in Cisgiordania
“Le ragazze delle colline”
Nel giro di poche settimane, un’area collinare a sud-est di Jenin, precedentemente spianata e bonificata, si è trasformata in un insediamento con case mobili e famiglie che hanno iniziato a trasferirsi.
Il 31 agosto 2026 si è tenuta la cerimonia di inaugurazione dell’insediamento “Noa”, alla presenza di ministri israeliani e del capo del Consiglio regionale della “Samaria”, Yossi Dagan, appena sei giorni dopo l’arrivo delle prime roulotte. Le prime carovane, infatti, sono arrivate al sito di “Noa” il 25 agosto. I media israeliani hanno riferito che il sito è stato allestito a sud delle colone illegali di Ganim e Kadim dopo mesi di preparazione per la creazione di un nuovo insediamento. L’obiettivo è collegare i due insediamenti territorialmente e stringere lo spazio vitale per gli abitanti nativi nei villaggi palestinesi.
La creazione di Noa rientra in una decisione approvata dal governo israeliano il 25 marzo 2026, relativa alla creazione o alla regolamentazione di 34 insediamenti in Cisgiordania.
Secondo il movimento israeliano Peace Now, che ha affermato che la decisione non è stata pubblicata ufficialmente e ha basato i dettagli su notizie dei media israeliani, il pacchetto comprende 24 nuovi insediamenti, oltre a 10 avamposti per i quali si sta promuovendo la legalizzazione.
Qusra
27esimo giorno di assedio. Decine di coloni hanno attaccato il villaggio a sud-est di Nablus, lanciando pietre contro gli abitanti prima di entrare in una casa e barricarsi all’interno, mentre erano presenti dei palestinesi. L’esercito israeliano ha arrestato uno degli aggressori. Il portavoce militare ha dichiarato che il sospettato è un diciannovenne proveniente da una colonia della Cisgiordania settentrionale, aggiungendo che è sotto interrogatorio e che chiederanno al tribunale di prolungare la sua detenzione. Questo sviluppo è avvenuto dopo le ripetute critiche dell’ambasciatore Usa in Israele, che ha definito gli aggressori come terroristi. Sotto le pressioni Usa, il criminale di guerra ricercato, Netanyau, ha dichiarato che queste azioni “danneggiano la reputazione di Israele sulla scena internazionale”. Guardate bene, la preoccupazione di Netanyahu non è l’uccisione e la deportazione dei palestinesi, ma per la reputazione di Israele, il paese genocida.
Mentre Israele continua a impedire l’ingresso di materiali da ricostruzione a Gaza, i palestinesi ricostruiscono le loro case con barre d’armatura recuperate, pietra calcarea di recupero e argilla. “Questa è la prova del nostro amore per la nostra terra”, ha dichiarato Fayez Abu Shamala a Mondoweiss.
Accanto alla sua casa distrutta a Khan Younis, Fayez Abu Shamala, 76 anni, accademico palestinese ed ex sindaco di Khan Younis, sta ricostruendo.
Abu Shamala ha recuperato pietre utilizzabili dalle macerie degli edifici distrutti, le ha raccolte e le ha sistemate, e con l’aiuto della sua famiglia ha costruito una piccola casa. Invece del cemento, introvabile in tutta Gaza, ha usato l’argilla.
Ha quindi fissato dei pezzi di nylon sulle pareti per proteggerle dalla pioggia. Ha anche recuperato alcune finestre e porte dalle macerie, le ha modificate e le ha installate in quella che ora è la sua casa.
«Mi trovo sulla mia terra», ha detto Abu Shamala. «Alla mia destra c’è la casa che ho costruito, e alla mia sinistra c’è la casa che l’esercito israeliano ha distrutto. Loro sono i distruttori, noi siamo i costruttori».
Abu Shamlah ha già dormito in una casa di fango, dopo essere stato sfollato dal suo villaggio nell’attuale città di Ashkelon durante la Nakba del 1948, quando la sua famiglia fu costretta ad abbandonare la propria terra e ha vissuto per anni in case di fango nella Striscia di Gaza. Più di settant’anni dopo, questo ciclo si sta ripetendo in tutta Gaza.
Poiché Israele blocca l’ingresso di cemento, acciaio e tutti i materiali da costruzione convenzionali, classificandoli come articoli a “duplice uso” potenzialmente utilizzabili a fini militari, Abu Shamala e altri abitanti di Gaza stanno costruendo case di fango per prepararsi alla stagione fredda e piovosa. Nell’ottobre del 2025, le immagini satellitari dell’UNOSAT hanno rilevato che circa l’81% di tutte le strutture nella Striscia di Gaza erano state danneggiate, con oltre 123.000 distrutte completamente. Le Nazioni Unite stimano che la distruzione abbia generato 61 milioni di tonnellate di macerie. Con la ricostruzione su larga scala ferma, i palestinesi stanno ricostruendo con tutto ciò che riescono a recuperare.
Alternative alle alternative
Il 15 agosto è stato inaugurato il primo edificio a due piani nella Striscia di Gaza costruito interamente senza materiali edili vietati. L’edificio è stato realizzato con barre d’acciaio e alluminio all’interno e pietra calcarea di Gerusalemme all’esterno. Tutti i materiali sono stati recuperati dalle macerie.
L’edificio, costruito dalla società Al-Rimal a Gaza City, sarà utilizzato per gestire le attività di organizzazioni internazionali, tra cui la ricezione e lo stoccaggio degli aiuti umanitari e la supervisione della loro distribuzione nella Striscia. Tre ingegneri dell’azienda hanno progettato e costruito la struttura in collaborazione con diversi professionisti, tecnici e operai. I lavori sono durati quattro mesi
“Se non ci fosse stata l’occupazione, non avremmo costruito questo edificio”, ha affermato Younis Abu Mueilaq, uno degli ingegneri che ha supervisionato la costruzione, intendendo che le sfide imposte a Gaza hanno in definitiva costretto allo sviluppo di approcci nuovi e senza precedenti per la ricostruzione.
Al-Rimal Al-Taybeh è partner di organizzazioni internazionali che gestiscono magazzini nella Striscia di Gaza. Con l’intensificarsi della guerra e la distruzione di molti di questi magazzini, le organizzazioni hanno iniziato a cercare alternative una volta che la situazione si è relativamente calmata dopo la firma del cessate il fuoco nell’ottobre 2025.
Secondo Abu Mueilaq, sono stati creati diversi magazzini alternativi per sostituire quelli distrutti durante la guerra e, con l’intensificarsi della collaborazione dell’azienda con organizzazioni internazionali, si è reso necessario un edificio amministrativo.
Israele continua a rifiutarsi di consentire l’ingresso dei materiali da costruzione necessari per la ricostruzione, nonché dei macchinari pesanti necessari per rimuovere le macerie, che hanno generato 61 milioni di tonnellate di detriti – un volume pari a quello di circa 15 Piramidi di Giza o 25 Torri Eiffel, secondo le Nazioni Unite. Di conseguenza, gli abitanti di Gaza si stanno rivolgendo ad alternative, alcune delle quali risalgono a secoli fa, come le case di fango, mentre altre prevedono lo sviluppo di nuovi metodi costosi e al di là delle possibilità dei singoli individui. Tali progetti vengono invece intrapresi da aziende e istituzioni, come Al-Rimal Al-Taybeh, che ha costruito questo edificio.
L’edificio sarebbe stato normalmente costruito in cemento, afferma Abu Mueilaq, ma poiché questo materiale non è disponibile a causa del blocco israeliano, il team si è rivolto ai metalli da costruzione recuperati da edifici distrutti e li ha modificati per poterli riutilizzare.
La struttura esterna è costituita principalmente da barre d’acciaio per cemento armato, fissate insieme con bulloni. Ma quando è arrivato il momento di rivestire la struttura esternamente con lamiere metalliche, in alternativa al cemento, non se ne trovava nessuna.
«E’ stato allora che abbiamo iniziato a cercare alternative alle alternative», ha affermato Abu Mueilaq. «Cominciammo a cercare qualsiasi cosa potessimo utilizzare. Scoprimmo che esisteva una tecnica impiegata nell’architettura moderna, ad esempio a Dubai, in cui la struttura in acciaio viene rivestita di alluminio».
Anche l’alluminio adatto non era disponibile a Gaza, quindi alla fine optarono per un’altra soluzione: pietra calcarea di Gerusalemme recuperata da edifici distrutti, pulita e riutilizzata per rivestire la struttura. Ogni pietra, spessa cinque centimetri, è stata forata ai quattro angoli e dotata di una staffa metallica per fissarla alla struttura in acciaio.
“Abbiamo posizionato una pietra sopra l’altra e le abbiamo fissate saldamente, e questa splendida struttura è nata grazie al duro lavoro delle squadre”, ha affermato Abu Mueilaq.
Una volta risolta la struttura esterna, gli interni presentavano una sfida a sé stante.
Legno, cemento e alluminio adatto non erano disponibili, ma il team ha trovato dell’alluminio utilizzato per la produzione di mobili da cucina: un materiale che si era accumulato nei magazzini perché gli altri componenti necessari per la fabbricazione di cucine in alluminio non erano reperibili. L’alluminio è stato utilizzato per suddividere l’edificio internamente e per creare pareti e divisori.
Abu Mueilaq afferma che il costo del progetto è stato estremamente elevato, proprio come il costo della vita a Gaza, che è aumentato molte volte rispetto a prima del genocidio.
Sottolinea inoltre che questo esperimento non è facilmente replicabile. I materiali utilizzati sono stati recuperati all’interno di Gaza e non possono essere facilmente recuperati o sostituiti.
“Ciò che stiamo usando ora non potrà essere riutilizzato in futuro”, ha spiegato Abu Mueilaq.
L’edificio, tuttavia, offre alla gente qualcosa di più di un semplice riparo. “Dà speranza alla gente”, ha detto Abu Mueilaq. “Speranza che Gaza abbia i lavoratori qualificati, i pensatori e i professionisti capaci di ricostruire la loro patria, se vengono fornite loro le risorse necessarie”.
‘Siamo noi i costruttori’
Oltre alla questione della ricostruzione su larga scala, i palestinesi sono ricorsi anche ad antichi metodi di costruzione di rifugi, ormai quasi in disuso da generazioni: l’utilizzo di fango e argilla per edificare le case.
Abu Shamala è uno di loro. La casa che ha costruito con pietre e argilla di recupero non è abbastanza grande da ospitare tutta la sua famiglia, ma è pur sempre un rifugio. Tuttavia, è ben diversa da quella che un tempo era la sua casa di famiglia, una dimora di 500 metri quadrati, disposta su quattro piani, che ospitava una famiglia allargata di oltre 20 persone.
Abu Shamala è però preoccupato anche per l’imminente stagione delle piogge, poiché la pioggia può sciogliere i muri di fango e non è ancora in grado di prevedere cosa accadrà alla struttura in tali condizioni.
«Anche procurarsi l’argilla non è semplice», ha spiegato. Khan Younis, dove vive, è divisa in due zone: la parte orientale, dove si trova l’argilla, e la zona occidentale di al-Mawasi, che è sabbiosa. Il problema è che la regione orientale, ricca di argilla, è controllata dall’esercito israeliano, oltre la cosiddetta “Linea Gialla” che delimita le parti di Gaza divise tra Israele e Hamas.
“Procurarsi l’argilla a volte può costare vite umane”, ha detto Abu Shamala. Ma nonostante le difficoltà, afferma che costruire la casa gli ha dato un senso di stabilità, soprattutto dopo aver capito che l’occupazione israeliana non avvierà né consentirà la ricostruzione, ma anzi sta intensificando le restrizioni in tal senso.
«Siamo qui, ad affrontare il blocco e l’aggressione, cercando di ricostruire la vita», ha affermato. «Stiamo ricostruendo le nostre vite con le nostre risorse deboli e limitate, ma restiamo saldi sulla nostra terra».
Abu Shamala afferma che Israele accusa i palestinesi di essere distruttori, indicando con un gesto la carneficina che lo circonda. “Ecco un quadro chiaro di chi distrugge e chi costruisce. Noi costruiamo, e il nemico distrugge.”
«Questa è la prova del nostro amore per la nostra terra», ha continuato. «Della nostra fedeltà alla terra in cui siamo nati e cresciuti, che ci restituisce in egual misura l’affetto che proviamo per essa».
Dice di appartenere a un popolo che si rifiuta di morire e di scomparire.
«Nonostante la distruzione, i bombardamenti, il blocco, la privazione di acqua e cibo e l’impedimento alla ricostruzione, e nonostante tutti i crimini commessi contro di noi dal nemico israeliano, questo è un popolo che ricostruisce la propria terra con le risorse più scarse», ha affermato.
Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi.
Cinque secondi. Tanto dura la clip, e tanto vale una vita nello scorrere del nostro pollice. Un uomo con una maglia rossa taglia uno slargo di macerie con due sacchetti in mano. La ripresa arriva da dietro una finestra sbarrata. All’altezza dei suoi passi la polvere si solleva in un piccolo sbuffo. Ovviamente sono spari, uguali a quelli che vediamo nei film. Questi brevi filmati di vita, li vediamo ogni giorni e osserviamo le scene con sempre maggior distacco. Non è una puntata di Squid Game. Nella serie, per fortuna, il sangue è sciroppo di mais. In questi cinque secondi si riassume la condizione di un popolo che vive nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, alcune immagini richiamano direttamente il ghetto di Varsavia. Tutto questo avviene sotto l’ironica dicitura: «tregua», mentre una linea gialla che si sposta sempre di più e rende il ghetto più piccolo, corre dentro Gaza a dividere arbitrariamente chi vivrà e morirà quel giorno. Oltre la linea si fa tiro a segno su chi cammina, probabilmente alla ricerca di cibo, qui siamo a Beit Lahia dove le tende dei profughi prendono fuoco per munizioni lanciate dal cielo. Domani il comunicato le chiamerà “incidente”. Da quasi tre anni la vita palestinese vale come quella di un bersaglio a disposizione
Dell’uomo con la maglia rossa ignoriamo il nome. Nei sacchetti forse stringeva farina, o le medicine per un figlio, o chissà cos’altro, non lo sapremo mai. Attraversava una strada. Prima del poligono, era una strada e basta, in mezzo alle macerie che ci ricordano cos’è rimasto di gaza. Lo lasceremo scorrere via, sotto il video successivo, mentre fa lo slalom tra le pallottole. Potrebbe essere nostro padre, nostro nonno. In 5 secondi un genocidio che ci scorre sotto gli occhi da tre anni. L’abitrio della necropolitica.
di Dianne Woodward – 30 agosto 2026
I rifiuti tossici della guerra a Gaza hanno raggiunto Israele
Il governo israeliano non può proteggere i suoi cittadini dall’impatto dell’ecocidio che ha perpetrato nella Striscia
All’inizio di questo mese, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i rappresentanti del Board of Peace hanno concordato di istituire un gruppo di lavoro su igiene e salute pubblica che interessano sia Israele che Gaza. La sua composizione e la sua struttura operativa dettagliata non sono ancora state rese pubbliche.
A quanto pare, le autorità israeliane si sono finalmente rese conto che le conseguenze dell’incessante distruzione ecocida di Gaza avrebbero inevitabilmente colpito anche Israele. I residui tossici della guerra – liquami non trattati e macerie contaminate – rappresentano ora un problema anche per la salute pubblica israeliana.
Gaza condivide con Israele il Mar Mediterraneo, gli ecosistemi costieri e le falde acquifere costiere. La distruzione delle sue infrastrutture per l’energia elettrica e i servizi igienico-sanitari riversa ogni giorno oltre 100.000 metri cubi di acque reflue non trattate nel Mar Mediterraneo o sulla terraferma. Poiché in questa parte del Mediterraneo le correnti si muovono principalmente da sud a nord, questi rifiuti vengono trasportati direttamente lungo la costa fino alle acque israeliane.
L’impianto di desalinizzazione di Ashkelon, nel sud di Israele, è stato costretto a chiudere più volte a causa dell’elevata contaminazione batterica fecale proveniente dalle acque reflue di Gaza. Le acque reflue non trattate provocano inoltre la proliferazione di alghe tossiche che ostruiscono e danneggiano i sistemi di filtrazione della desalinizzazione, oltre a creare zone morte dove normalmente si pratica la pesca.
Le tossine, i metalli pesanti e gli agenti patogeni presenti nelle acque reflue vengono assorbiti dalla fauna marina locale. Poiché i pesci migrano attraverso i confini marittimi, i prodotti ittici contaminati rappresentano un rischio diretto per la salute dei consumatori palestinesi e israeliani. Le acque reflue non trattate trasportano gli stessi agenti patogeni che affliggono Gaza nell’ambiente marino condiviso. La loro deriva verso nord ha un impatto diretto sulle città costiere israeliane.
Sebbene gli agenti patogeni possano persistere e migrare in determinate condizioni, è improbabile che le acque sotterranee contaminate da patogeni confluiscano nelle reti idriche municipali israeliane, ma possono comunque influenzare la falda acquifera condivisa e l’ambiente circostante.
I sali e altri contaminanti chimici possono percorrere distanze molto maggiori e rappresentano spesso una preoccupazione più grave a lungo termine per le falde acquifere. Possono contaminare un sistema idrico sotterraneo condiviso e ridurre nel tempo la qualità e l’utilizzabilità della falda acquifera per l’irrigazione, l’agricoltura e il consumo umano.
Israele ha recentemente iniziato a spostare parte delle circa 60 milioni di tonnellate di macerie provenienti da Gaza verso località non specificate all’interno di Israele e della Cisgiordania, trasferendo potenzialmente gli inquinanti contenuti in tali macerie direttamente in siti di smaltimento o stoccaggio. Nelle ultime settimane, Euro-Med Monitor ha monitorato circa 100 camion israeliani al giorno che lasciavano la Striscia di Gaza con i detriti.
Gli inquinanti trasferiti possono includere metalli pesanti, come piombo, mercurio, cadmio e tracce di altri metalli o residui di munizioni speciali, nonché particolato di fosforo bianco, esplosivi inesplosi, sostanze chimiche industriali e fibre di amianto diffuse provenienti da edifici più vecchi polverizzati. I metalli pesanti presenti nella polvere e nelle macerie possono esibire proprietà cancerogene, mutagene, teratogene, neurotossiche, nefrotossiche e bioaccumulabili, rappresentando rischi a lungo termine per la salute umana e per l’ambiente.
Le macerie contengono anche materiale biologico, agenti patogeni e fluidi derivanti dalla decomposizione di resti umani e dall’accumulo di rifiuti organici, oltre a insetti, roditori e altri vettori di malattie. La dispersione nell’aria di particelle di polvere pericolose, fibre di amianto e particolato degrada la qualità dell’aria, mentre gli ordigni inesplosi nascosti tra le macerie possono causare un rischio di detonazione e tossicità del suolo.
Nella gestione di detriti altamente contaminati derivanti da disastri, agenzie internazionali come il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e autorità ambientali regionali come il Gruppo di lavoro per la gestione dei detriti di Gaza (DMWG) stabiliscono che i trasferimenti debbano seguire protocolli e procedure operative rigorosi per isolare i pericoli, incluso il blocco immediato di tutte le operazioni in caso di rilevamento di resti umani. Il trasferimento di tali materiali attraverso confini o giurisdizioni dovrebbe inoltre far scattare quadri giuridici e rigidi standard di protezione delle acque sotterranee.
I critici hanno sottolineato che la demolizione con i bulldozer di siti contenenti fosse comuni sta distruggendo prove fondamentali di crimini genocidi. Ma, a parte questo, il trasferimento di detriti in spregio alle norme e ai regolamenti internazionali mette a rischio la salute delle persone che vivono nelle vicinanze dei siti di raccolta e smaltimento.
Se lo scopo di questa disparità strutturale è quello di mantenere le zone idriche sotterranee israeliane strettamente protette e di scaricare l’onere a lungo termine dell’inquinamento delle falde acquifere e del suolo sulle comunità palestinesi in Cisgiordania, si ignorano i rischi per il personale israeliano addetto ai trasferimenti e per tutte le persone che vivono in quelle zone, compresi 700.000 coloni illegali.
Questo non è un problema creato dalla guerra genocida. Gruppi ambientalisti come EcoPeace avvertono da tempo che la condivisione dell’ambiente crea una totale interdipendenza, il che significa che le crisi umanitarie e igienico-sanitarie a Gaza compromettono direttamente la salute pubblica di Israele.
Nel 1990, l’ex sindaco di Gerusalemme Teddy Kollek ammise candidamente che la sua amministrazione aveva fatto ben poco per Gerusalemme Est, limitandosi ad estendere le reti idriche e fognarie di base, per timore che le epidemie di colera nei quartieri arabi più trascurati si diffondessero a Gerusalemme Ovest.
Anche se Israele è moralmente incapace di adempiere alle proprie responsabilità in materia di diritti umani in quanto potenza occupante, per risolvere la crisi igienico-sanitaria, dovrebbe comprendere che, se non rispetterà rigorosamente i protocolli ambientali, la sua stessa popolazione subirà le stesse conseguenze dei palestinesi, il cui benessere viene ignorato con cinismo e criminalità.
La dottoressa Dianne Woodward è un’ex docente di scienze biologiche e attualmente ricopre il ruolo di responsabile presso la Galilee Foundation, un ente di beneficenza educativo registrato nel Regno Unito.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
Questi scrittori non stavano solo affinando il mestiere, ma stavano anche conferendo potere alle loro storie in quanto figli e figlie indigeni della terra al tempo del genocidio coloniale
Il nuovo numero della rivista Appunti di Geopolitica è incluso nell’abbonamento del livello Appunti di Geopolitica (100 euro all’anno) e disponibile a 4,99 euro per gli altri
Per qualche tempo siamo stati tutti interessati, e sconvolti da quello che succedeva a Gaza. Poi siamo passati ad altro, abbiamo rimosso il genocidio, le vittime, l’urgenza di uno Stato palestinese o comunque di una prospettiva che garantisca ai palestinesi almeno l’incolumità.
Intanto però succedevano cose, a Gaza si continuava a morire, Israele continuava sia a uccidere sia a rendere la vita impossibile ai superstiti. O meglio, a quelli che ancora non sono stati uccisi.
Dunque è meritevole l’iniziativa dell’editore Fazi che ha da poco pubblicato un volume con una serie di racconti scritti proprio da chi a Gaza vive e sopravvive, nell’ambito di un workshop di scrittura guidato da distanza: Ogni istante è una vita.
Scrivere l’orrore è una necessità. Anche per sopravvivere.
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo l’introduzione che spiega il progetto e uno dei racconti. Ma prima, il punto della situazione.
Che succede a Gaza
Una tregua solo parziale. Il cessate il fuoco dell’11 ottobre 2025 ha fermato le operazioni militari su vasta scala, ma non le uccisioni. Israele ha continuato a effettuare attacchi aerei e a sparare contro persone considerate una minaccia per i propri soldati. Tra il 2 e il 3 agosto sono stati uccisi 19 palestinesi, in una delle giornate più sanguinose dall’inizio della tregua. Egitto, Qatar e Turchia hanno definito questi attacchi una violazione dell’accordo. Israele sostiene invece di avere colpito militanti e minacce immediate.
L’espansione israeliana. La tregua lasciava inizialmente alle forze israeliane il controllo del 53 per cento della Striscia. Secondo il ministro della Difesa Israel Katz, l’area controllata da Israele è poi salita al 60-70 per cento. In queste zone l’esercito ha demolito edifici, distrutto tunnel e spostato la cosiddetta linea gialla, provocando nuovi sfollamenti. Quasi tutti i due milioni di abitanti di Gaza sono ormai concentrati nella fascia costiera rimasta sotto controllo palestinese.
Il comportamento di Hamas. Hamas non ha consegnato le armi e ha mantenuto il proprio apparato nelle aree che controlla. Il governo israeliano lo accusa di reclutare nuovi combattenti, ricostruire tunnel e riarmarsi, ma queste contestazioni non sono state verificate in modo indipendente. Cinque soldati israeliani sono stati uccisi in attacchi palestinesi dall’inizio della tregua, secondo le autorità israeliane. Hamas continua inoltre a non pubblicare un bilancio delle proprie perdite.
Il disarmo ancora non è cominciato. Hamas ha accettato il nuovo piano in 15 punti promosso dal Board of Peace di Donald Trump, che prevede la disattivazione di armi pesanti, depositi, siti produttivi e tunnel. Contesta però la successiva richiesta di consegnare anche le armi leggere e sostiene che Israele debba prima fermare gli attacchi e iniziare il ritiro. Il piano prevede invece un processo simultaneo, zona per zona, tra verifica del disarmo e arretramento israeliano. Al 10 agosto non risulta avviata alcuna consegna effettiva delle armi.
Il rifiuto di Netanyahu. Israele ha respinto il piano nella sua formulazione attuale. Netanyahu sostiene che l’esercito non arretrerà dalle posizioni occupate finché Hamas non sarà «completamente e realmente» disarmato, comprese le armi leggere. La divergenza decisiva riguarda quindi la sequenza: disarmo completo prima del ritiro per Israele, processo parallelo per il Board of Peace, cessazione degli attacchi e ritiro preliminare per Hamas.
Molti di noi sapevano già, l’8 ottobre 2023, che Israele avrebbe scatenato tutta la potenza letale della sua forza militare sulla popolazione palestinese. In molti ambiti della società israeliana – politico, economico, accademico o sociale – ci sono state crescenti richieste di “ucciderli tutti”, da molto prima che il movimento di resistenza indigena che dura da settant’anni portasse all’operazione del 7 ottobre 2023.
Tutte noi, persone della diaspora e persone di coscienza, ci siamo date da fare per trovare un modo di portare aiuti a Gaza. Era praticamente impossibile.
Dopo alcuni tentativi falliti, però, mi sono trovata dall’altro lato dell’impossibile, a Gaza – cara Gaza, Palestina – nel febbraio 2024. Con Playgrounds for Palestine abbiamo portato aiuti e abbiamo realizzato progetti locali per i bambini. Poi sono tornata di nuovo un mese dopo.
Testimonianze e caffè
In Egitto, sono stata testimone di qualcosa che può essere descritto solo come un teatrino degli aiuti, la performance di almeno un’organizzazione che prendeva finanziamenti senza alcun controllo e mandava a Gaza camion di scatole perlopiù vuote.
Quando io stessa sono potuta entrare, nel febbraio 2024 e poi ancora nell’aprile 2024, ho preso con me tutte le borse che riuscivo a trasportare: più di venti nel primo viaggio e quaranta nel secondo.
Era una goccia nel mare della necessità, ma era qualcosa di importante per coloro che la ricevevano. Il prodotto più apprezzato da chi lavorava negli ospedali e dagli amici era il caffè.
Ne avevo portati con me circa nove chili, e questo mi ha reso subito molto popolare. La semplicità dignitosa di una tazza di caffè al mattino era stata negata alla maggior parte delle persone a Gaza.
Sono state derubate di tutto, tutto, tranne della loro dignità, della loro fede e della loro umanità. Mi sono spesso sentita piccola in loro presenza, ripetutamente onorata dall’ospitalità, dalla bontà e dalla generosità di persone che avevano pochissimo da donare, ma lo facevano comunque.
Quando sono ripartita da Gaza la prima volta (e, di nuovo, la seconda), avevo ricevuto abbastanza regali da riempire una piccola borsa: portachiavi fatti a mano, un berretto lavorato a maglia, un braccialetto di perline, una stoffa ricamata, disegni.
Ovviamente, mentre ero lì, ho raccolto tutte le storie che ho potuto. La maggior parte proveniva da donne che erano in convalescenza all’ospedale.
Spesso le loro storie contenevano informazioni che avevano appreso solo in un secondo momento, e le raccontavano con distacco fino a quando chiedevo loro di approfondire. Che suono ha fatto? Che odore aveva? Che sensazione ti ha dato? Qual è stato il tuo primo pensiero?
Mi lasciavano domandare ed erano generose nelle loro risposte. Ed era in quel momento che le lacrime scendevano e tutte le donne presenti offrivano il loro sostegno e il loro affetto.
Mi hanno detto tutte che quelle serate insieme erano la prima volta in cui ognuna di loro aveva esplorato i dettagli sensoriali del proprio trauma, per non parlare dell’esprimerli a voce.
Quello che doveva essere un momento di raccolta di testimonianze è diventato una specie di terapia indigena – questo mondo di donne palestinesi che si raccontavano l’una all’altra i momenti più cupi e spaventosi in mezzo al genocidio in corso.
Questo è il modo in cui le nostre antenate curavano le loro ferite, in uno spazio di sicurezza emotiva creato da altre donne che accoglievano le loro parole con tenerezza e le cullavano nella comprensione, che offrivano conforto e affetto l’una all’altra.
Alla fine, ho trovato un altro modo per rendermi utile.
Curare con le parole
Anche se in quel primo viaggio ero perlopiù confinata in una struttura medica, sono riuscita a muovermi da sola in alcune occasioni. Le mie care amiche Magida Saqqa e Maha el-Ra’ee mi hanno chiesto se volevo tenere un workshop di scrittura per alcuni giovani della Culture and Free Thought Association (cfta, ‘Associazione per la cultura e il libero pensiero’).
È stato facile accettare e ci siamo organizzate per tenere due incontri prima che dovessi ripartire la prima volta. Durante il mio secondo viaggio, meno di un mese dopo, ero però abbastanza libera di muovermi e ho reso il workshop una priorità.
Magida e tutta la sua famiglia erano stati sfollati dalla loro grande dimora storica a Khan Yunis, e Maha el-Ra’ee e la sua famiglia li avevano accolti nella propria a Rafah.
Ho avuto il privilegio di stare con loro un paio di notti, dormivamo tutti in file sul pavimento.
Hanno condiviso il loro cibo con me e una volta hanno anche insistito perché accettassi l’acqua per un bagno, che avevano riscaldato per me in un focolare all’aperto.
È stata una lezione di umiltà essere in loro presenza ed essere circondata dalla generosità così grande di persone a cui era rimasto pochissimo al mondo. Una tale apertura, condivisione e la sensazione immediata di sentirsi in famiglia erano emblematiche del carattere della società palestinese a Gaza mentre era in corso un vero e proprio genocidio.
Israele, alla fine, ha bombardato la casa di Maha, riducendo in macerie quella dimora piena di affetto, e tutte le persone hanno dovuto cercare rifugio altrove. Fortunatamente sono sopravvissute.
Tutte le giovani scrittrici e i giovani scrittori che sono stati inclusi in questa raccolta sono stati sfollati dalle loro case. Tutti hanno perso delle persone care a causa della violenza incessante di Israele. Tutti hanno visto, sentito e fatto esperienza dell’impensabile.
Abbiamo impiegato le prime due ore del nostro primo workshop in esercizi di scrittura.
In apparenza, volevo farmi un’idea dei loro stili di scrittura e della loro sensibilità letteraria. Ma l’obiettivo più importante di quegli esercizi era conoscerci tra di noi e creare un’atmosfera di fiducia.
Non avevo incontrato nessuno di loro prima di quel workshop. La loro età andava dai venti ai trentacinque anni circa. È stato chiaro già da quei primi esercizi di scrittura che alcuni erano dotati di un vero talento e che avrebbero potuto scrivere testi di alto livello.
È in quel momento che mi sono accorta che forse il contributo più importante che potevo dare, in mezzo a questo genocidio, consisteva nel trasmettere tutte le competenze in mio possesso per valorizzare le scrittrici e gli scrittori emergenti.
Ai palestinesi di Gaza dovrebbero essere rese disponibili tutte le piattaforme per raccontare questo momento straordinario nella storia, di cui solo loro possono conoscere davvero i dettagli terribili.
Così è nata l’idea di questa antologia.
I workshop
I workshop sono stati condotti sulla spiaggia e nel cortile degli uffici della cfta, sotto il ronzio costante dei droni zannana e i rumori frequenti di bombe lontane.
Alcuni tra gli scrittori avevano viaggiato per due ore per arrivare lì, non perché la distanza fosse grande, ma a causa della velocità limitata a cui era possibile spostarsi nella regione densamente popolata di al-Mawasi, a Khan Yunis, dopo che Israele aveva spinto quasi tutta la popolazione del Nord di Gaza in quell’area.
Che gli scrittori viaggiassero su un carretto tirato da un asino, in auto o in bicicletta, la velocità massima che potevano raggiungere era tra i 10 e i 25 chilometri all’ora.
Alla fine degli esercizi di scrittura, ho chiesto a ognuno di loro di scrivere un racconto, una poesia, una canzone, un testo biografico o un altro pezzo, breve o lungo.
Durante l’incontro successivo, uno alla volta, a turno, hanno letto ciò che avevano scritto per poi ricevere i commenti degli altri e il mio. Ogni sessione si svolgeva in questo modo, con discussioni sugli stili di scrittura, sui dispositivi letterari, sulla trama e sui vari elementi di una narrazione efficace.
Alcune delle prime bozze erano scritte come report sulle loro vite, quindi l’aspetto su cui abbiamo lavorato di più è stato rendere la storia “più piccola”, per concentrarsi sui dettagli sensoriali, da cui la più ampia storia del genocidio sarebbe potuta emergere senza che fosse menzionata esplicitamente.
La trasformazione è stata notevole.
Quando hanno iniziato a concentrarsi sui particolari – l’odore del pane che cuoce al mattino, la sensazione della polvere sulla pelle, il silenzio assordante nelle orecchie dopo un’esplosione, la melodia della voce della loro madre che li chiamava a casa – i testi hanno assunto tratti vividi e tangibili. Le narrazioni sono diventate non solo resoconti di eventi ma esperienze immersive, in grado di attirare il lettore nel cuore della loro realtà.
Ho osservato la loro sicurezza crescere a ogni sessione, le loro voci diventare più forti, più chiare, più determinate. C’era un senso di fraternità e rispetto reciproco tra di loro. In molti sono scoppiati a piangere mentre leggevano le proprie stesse parole, a volte ascoltando i dettagli raccontati ad alta voce per la prima volta. Abbiamo pianto con loro.
Questi scrittori non stavano solo affinando il mestiere, ma stavano anche conferendo potere alle loro storie in quanto figli e figlie indigeni della terra al tempo del genocidio coloniale.
Ecco un racconto dall’antologia:
Delirio
di Amr al-Najjar
Amr al-Najjar, ventisette anni, è designer d’interni, musicista, cantante e attore teatrale e cinematografico.
Ogni sera, un silenzio teso oppure un frastuono assordante dentro la tua testa: entrambi invadono la tua mente, una mente che non è più capace di pensare, di immaginare, o perfino di accettare qualsiasi cosa.
Il cuore comincia a battere più in fretta; ti assalgono sensazioni di perdita della libertà, perdita della speranza, perdita dell’entusiasmo, perdita della tenerezza, perdita della sicurezza.
Persino entrare nel bagno sgradevole, buio, angusto, dall’odore nauseante e fetido, diventa una fonte di terrore.
C’è qualcosa di pesante che grava sulla mia schiena, non riesco a descrivere il dolore.
Sono smarrito.
Parlo con me stesso, sconvolto dall’intensità delle emozioni e dei pensieri in fiamme dentro di me.
Voglio scrivere di tutto, parlare di tutto, ma non so da dove cominciare. Di che cosa scrivere? Di questa seconda Nakba? O è la terza? Non lo so più.
È davvero possibile che dopo questo genocidio ci sia un futuro? Ci sarà una vita dopo? Esiste una morte più grande della morte che incombe su di noi?
Le cose belle esistevano prima di tutto questo: la nostalgia per la nostra casa costruita da poco, la casa di mio padre, con i suoi splendidi dettagli architettonici che riflettevano la sua attenzione minuziosa per ogni cosa; la voce di mia madre, vicina e lontana allo stesso tempo, presente in ogni angolo della casa; mio padre quando rientrava, con il brulichio fresco di vita che portava con sé; il suono della porta che si apriva, i suoi passi entrando, il rumore delle scarpe sempre lucide sul pavimento pulito; uno dei miei fratelli che tifava per la sua squadra di calcio preferita; mia sorella nella sua stanza, intenta a delineare gli occhi con il kohl per accentuarne l’ampiezza, a stendere creme dai colori terrosi sulla pelle, mentre i raggi del sole che filtravano dagli angoli della casa illuminavano i suoi occhi color miele e facevano fiorire la vita intorno a lei.
I fiori nei vasi e nelle aiuole riempivano la casa del loro profumo.
Le brezze muovevano la mia anima mentre le tende ondeggiavano a ogni lieve soffio d’aria.
Alzavo il volume della radio su Amal Hayatī1 di Umm Kulthum2, e me ne lasciavo rapire, sorseggiando il caffè che impregnava l’aria della casa, facendomi sentire che tutto, nel mondo, era come doveva essere.
Conchiglie e ciottoli decoravano i bordi del giardino. Il vecchio divano di legno all’aperto, che il vento e il sole avevano segnato, restava solido e resistente. Attorno a lui, le palme sussurravano con la loro presenza imponente.
Tutto mi abbracciava, fino a sfinirmi nel ricordo dell’amore.
Sì, la nostra casa era una grande patria, anche se costruita su un appezzamento di appena due dunum, ereditato da mio nonno. Non assomigliava affatto al luogo in cui viviamo ora.
Spesso mi sedevo a contemplarla, chiedendomi: Come può questa “abitazione”, piccolo spazio in un mondo immenso, suscitare sempre un sentimento d’amore grande e continuamente rinnovato? C’era un’armonia bellissima tra le sue pietre, i colori, l’arredamento e il disegno architettonico che parlava al cuore.
Come poteva una casa di recente costruzione accogliere mio zio, tornato dopo quarantacinque anni di esilio, e diventare il suo ultimo approdo in questa vita? Mio zio non volle mai lasciare la casa né il suo cortile: vi aveva trovato tutto ciò che desiderava.
Sono sempre stato orgoglioso della nostra casa, capace di contenere il mondo e la sua gente.
Ha ospitato le nostre ricorrenze familiari, le nostre storie, le feste di fidanzamento dei cugini, l’accoglienza per chi tornava dall’estero e l’addio a chi partiva, i banchetti con parenti e amici, le discussioni accese e le polemiche sterili, le serate di intimità e allegria.
Ah, che dolore dell’anima! Non riesco a continuare a scrivere, anche se la mia mente è affollata di pensieri e ricordi. Mi sento disperso, frantumato, fragile.
Davanti ai miei occhi passano lampi dei miei ricordi di quando andavamo a trovare le zie paterne, per “tenere vivi i legami di sangue”, aggiungendo un calore ulteriore alle nostre vite. Quelle visite si sono interrotte per sempre.
Le sorelle di mio padre, alcuni dei loro figli e nipoti sono scomparsi in un istante sotto le macerie. Non eravamo lì ad abbracciarli nei loro ultimi momenti.
Chissà a che cosa pensavano.
Sentivano la morte avvicinarsi? Avevano paura? Sono morti tutti insieme? Qualcuno ha forse alzato la mano per chiedere aiuto, senza che nessuno rispondesse?
Il marito di mia zia, uomo allegro e solare, e le sue due figlie, Salma e Laila, sono stati schiacciati dal crollo di un palazzo di nove piani.
Le loro anime sono salite ad abbracciare gli angeli. Ma come hanno sopportato una morte simile? Sono certo che non siano morti all’istante.
Hanno visto la morte fissarli negli occhi? L’hanno sentita mentre li afferrava?
Avevano sempre un profumo buonissimo: si sarà trasformato quando si è mescolato alla sabbia, alla polvere da sparo, al sangue? Sarà diventato più puro con il loro martirio? Oppure sarà necessario indossare una maschera per difendersi dall’odore della decomposizione dei loro corpi?
Come saranno quando i vermi li attraverseranno?
Salma e Laila aspettavano un filo, un appiglio da afferrare per essere estratte da sotto le macerie. Non avevano conosciuto altro che l’arte e la musica.
Le loro dita erano amiche delle note e dei colori; attraverso di esse inviavano messaggi d’amore a chiunque le avesse incontrate.
Le immagino piangere, chiamare la madre, o chiunque potesse alleviare il loro terrore.
Vorrei piangere, ma non c’è tempo per piangere.
Ricordo il giardino di casa nostra, un tempo colmo delle risate e delle battute dei miei cugini. Se ne sono andati. Perché sono andati via, lasciandomi solo ad affrontare questo silenzio immenso?
Penso ai miei amici che si vantavano dei loro successi, i loro sogni sfioravano il cielo. Amavano riunirsi nel nostro giardino, che era diventato uno spazio aperto per la loro musica, le loro canzoni, le loro grandi domande esistenziali. Ricordo uno di loro dire a un altro: «Immagina se morissimo da martiri!».
E l’altro rispondere: «Che bellezza il martirio! Ma, per Dio, non ancora! Prima realizziamo i nostri sogni, costruiamo questa terra per cui abbiamo faticato, e poi, se è scritto per noi, ben venga il martirio». E poi aggiungeva: «Non abbiamo paura, solo… non adesso!».
Ma sono morti impauriti, tremando. Non dimenticherò mai l’ultima conversazione con loro. Sentivo il brivido delle loro dita mentre mi scrivevano sul telefono.
Mi sembrava quasi di avvertire i battiti dei loro cuori in ansia, di percepire il freddo dei loro corpi scossi. Sono andati via senza un mio ultimo sguardo, senza un abbraccio che potesse strappare via almeno una parte della paura che avevano dentro.
Hanno portato con loro il mio cuore. Ci eravamo promessi di restare insieme, di superare tutto questo fianco a fianco. Me lo avevano promesso, e io avevo creduto loro.
Mentre scrivo, la luna è emersa tra le nuvole, spargendo il suo splendore dalla finestra. I miei occhi si sono illuminati. Com’è bella! Nel buio della notte, la luna ha illuminato il mio cuore nonostante il dolore profondo. Com’è possibile che qualcosa di così piccolo e lontano, effimero come un incantesimo o un’illusione, riesca a rischiarare giorni colmi di oscurità?
La situazione è relativamente calma. La gente dorme. L’aria è fredda. E la mente non trova pace. Sento una voce non lontana: è il nostro vicino Abu Yasser. Ascolta la radio e parla tra sé: «Pare ci sia una tregua! Sì! Forse potremo respirare un po’».
Un brivido di attesa mi attraversa. Mi raddrizzo, prendendo in prestito la sua gioia.
All’improvviso, il suono della radio si interrompe, e anche la voce di Abu Yasser. Dopo qualche istante lo sento borbottare: «Accidenti! Si è scaricata la batteria». Spegne tutto e va a dormire, brontolando, maledicendo il mondo.
Mi addormento tardi, preceduto da una lacrima sul cuscino, e mi sveglio presto.
Per me il caffè è lo stimolante più forte: il suo profumo mi mette in movimento. Mio padre lo prepara con cura e impazienza, nonostante il suo prezzo sia diventato altissimo e fuori dalla portata di chiunque.
Lui vive una grande storia d’amore con il suo caffè, e non può tradirla. E io non riesco a ignorare il suo richiamo ogni mattina, qualunque sia il costo.
Mio padre prepara il caffè canticchiando Fairuz3: «Ritorneremo, o amore, ritorneremo, o fiore dei poveri, ritorneremo, o amore…». La sua voce tradisce la nostalgia di tornare a casa. Mi riporta ai giorni di un tempo, prima di tutto questo. Tornerà mai mio padre alla sua casa, alla sua essenza?
Ci ritroveremo mai attorno a un’unica tavola, scambiandoci storie e notizie con una cena leggera preparata da lui, intrisa del suo tocco gentile?
Mi alzo cedendo al richiamo del caffè, con energia.
Vedo mio padre sorridere mentre mi porge la tazza, e il suo aroma mi avvolge come un abbraccio.
I rumori delle auto e dei mezzi di trasporto rompono il silenzio del mattino, mescolandosi ai richiami dei venditori d’acqua potabile, alle imprecazioni urlate per strada, e dentro i cuori, e alle grida dei bambini che non sanno su quale terra vivranno o moriranno.
Eppure costruiscono aquiloni con entusiasmo, forse questo li distrae un po’ da ciò che li circonda.
Che distanza immensa tra la quiete del caffè e il frastuono della strada.
Mi preparo ad affrontare un nuovo giorno, nuove battaglie con me stesso, con la gente, con le strade, con il sole rovente, per ottenere farina, acqua potabile, cibo.
Esco dalla mia tenda indossando questi vestiti maledetti, che ogni giorno mi ricordano questa Nakba.
Cammino con passi pesanti e tristi tra la gente, la polvere delle auto e il sole implacabile, chiedendomi: Come può la terra reggere tutto questo dolore? Tutta questa oppressione e questa tristezza schiacciante? Tutto questo peso maledetto?
Dov’è la strada? Sono perduto.
Note
1. ‘Speranza della mia vita’ in arabo.
2. Leggendaria cantante egiziana e una delle voci più influenti del mondo arabo nel ventesimo secolo.
3. Cantante libanese divenuta simbolo culturale del Levante. In Medio Oriente è spesso chiamata “l’ambasciatrice presso le stelle”, per la dimensione quasi sacrale e universale della sua voce.
🇵🇸 TESTO E FIRMATARI DELLA LETTERA APERTA
promossa dal collettivo Venice4Palestine (V4P), sottoscritta da Roger Waters, Guy Pearce, Annie Ernaux e altri +200 esponenti del cinema e della cultura internazionale
per esortare il Festival di Venezia ad intraprendere “azioni concrete” per la Palestina.
“È emersa una nuova normalità… in parte grazie a un falso cessate il fuoco. Israele non solo non si è fermato, ma ha continuato le sue atrocità, estendendo la sua potenza di fuoco verso la Cisgiordania, la Siria, il Libano e l’Iran. Per il popolo palestinese, nulla è cambiato e le lacrime non bastano ad assolverci: al contrario, dimostrano che non siamo in grado di attingere a sufficienza al nostro potere d’azione collettivo”
L’appello chiede inoltre a Venezia di “esporre la bandiera palestinese per tutta la durata del festival, insieme a tutte le altre bandiere che rappresentano i film presenti nella selezione ufficiale, come da prassi e come già riconosciuto dalle fonti di informazione ufficiali del festival”.
I rappresentanti di Venice4Palestine parteciperanno a un dibattito che si terrà l’8 settembre al Lido di Venezia, dal titolo “Eppure Gaza continua a bruciare”.
Di seguito è riportata la lettera aperta integrale e l’elenco completo dei firmatari.
Eppure Gaza continua a bruciare
È passato un anno…
Un anno fa, migliaia di persone hanno aderito all’appello Venice4Palestine per portare la Palestina sotto i riflettori della Mostra del Cinema di Venezia e la resistenza del popolo palestinese al centro del dibattito pubblico: finalmente, si parlava apertamente di genocidio anziché di guerra.
Mentre chiedevamo alla Biennale e alla Mostra del Cinema di Venezia di prendere una posizione chiara e agli operatori del settore cinematografico di esprimere la loro solidarietà, la proiezione di Sawt Hind Rajab (La voce di Hind Rajab), durante il festival, è sembrata improvvisamente farsi portavoce di queste richieste, generando un’emozione e un’indignazione collettive.
Nei giorni e nelle settimane successive, nell’ambito di quel flusso di coscienza popolare che si era creato, milioni di noi sono scesi in piazza e si sono diretti al mare in segno di solidarietà con il popolo palestinese.
Un’ondata di partecipazione ci ha dato la speranza che insieme avremmo potuto contribuire a fermare il genocidio.
È emersa una nuova normalità, tuttavia, in parte grazie a un falso cessate il fuoco.
Israele non solo non si è fermato, ma ha continuato le sue atrocità, estendendo la sua potenza di fuoco verso la Cisgiordania, la Siria, il Libano e l’Iran.
Per il popolo palestinese, nulla è cambiato e le lacrime non bastano ad assolverci: sono piuttosto la prova della nostra incapacità di attingere a sufficienza al nostro potere d’azione collettivo.
La Palestina ci ricorda che “un altro mondo è possibile”. Venticinque anni fa, abbiamo vissuto il trauma collettivo di Genova 2001. Abbiamo assistito a una delle più gravi sospensioni della democrazia.
Le espressioni di dissenso sono state messe a tacere con una violenza indicibile. Un mattatoio deliberatamente esposto come manifestazione, per imporre alla memoria collettiva un ordine preciso per il futuro: ricordare il sangue e dimenticare le idee che una comunità aveva espresso per cambiare il mondo.
Questo enorme laboratorio di repressione viene oggi applicato con sempre maggiore frequenza in Italia e in molti altri Stati che si definiscono democratici.
Le prepotenze oppressive dei nostri governi, le azioni repressive delle loro forze armate, le leggi liberticide, le narrazioni mistificanti diffuse da media compiacenti rappresentano un muro contro cui si infrangono le richieste di giustizia, equità e reciprocità.
Per quanto tragico e amaro possa sembrare, tuttavia, la resistenza palestinese ci ha riconnessi all’idea che “un altro mondo è possibile”.
Il popolo palestinese continua a resistere e a creare, a narrare la realtà presente a rischio della propria vita, a preservare la memoria e a coltivare la possibilità di un domani diverso e più giusto: abbiamo il dovere di accogliere e mettere in pratica questo insegnamento.
Le città militarizzate e le leggi incostituzionali che criminalizzano il dissenso tradiscono la paura di un sistema disumanizzante contrapposto alla forza di una comunità consapevole e determinata.
Non dobbiamo permettere che queste rappresaglie ci paralizzino e ci dividano.
L’intensificarsi della repressione è la prova che le nostre azioni stanno avendo un impatto.
Dobbiamo quindi continuare a perseverare.
I lavoratori portuali stanno bloccando le spedizioni di armi, rivendicando il diritto all’obiezione di coscienza come mezzo di protezione da accuse ingiustificate e provvedimenti disciplinari.
Alla Biennale d’Arte di Venezia, anche grazie all’azione di ANGA (Art Not Genocide Alliance), la giuria internazionale si è dimessa in massa e i lavoratori hanno protestato contro l’apertura del padiglione israeliano, scioperando per la prima volta nella storia dell’istituzione.
Nelle acque internazionali, la Global Sumud Flotilla ha sfidato l’assedio israeliano, trasformando la solidarietà in azione concreta e svelando il vero volto di uno stato criminale.
Sono tutte lotte che si muovono nella stessa direzione: rifiutarsi di essere un ingranaggio nella macchina della normalizzazione.
Come lavoratori dei settori cinematografico, audiovisivo e culturale, crediamo sia giunto il momento di organizzarci in un’azione collettiva per avere un impatto concreto sui meccanismi di complicità e normalizzazione.
1- Tracciare la catena di approvvigionamento, rompere la complicità
Il cinema, come molti altri settori dell’arte e della cultura, si basa su catene di approvvigionamento: finanziamenti, coproduzioni, accordi di distribuzione, vendite, festival ed eventi, partnership con festival e sponsor. Ciascuno di questi passaggi può contribuire alla normalizzazione della barbarie in atto o, al contrario, contrastarla e arrestarla. È quindi necessario esigere trasparenza in ogni fase della catena di approvvigionamento, sospendendo
tutti gli accordi con entità e istituzioni legate al governo israeliano. La natura eccezionale del momento storico che viviamo ci impone di isolare Israele diplomaticamente,
culturalmente ed economicamente. Il boicottaggio, come strumento di pressione sulle istituzioni
e come forma di resistenza (in risposta all’appello lanciato nel 2005 dalla
società civile palestinese attraverso PACBI e BDS*), non prende di mira l’identità in quanto
tale, ma agisce precisamente sui meccanismi di complicità. Questo continuerà finché il
governo israeliano non si conformerà al diritto internazionale e non accetterà almeno le tre
condizioni principali espresse nell’appello originale del BDS:
– porre fine all’occupazione e alla colonizzazione della Palestina;
– riconoscere i diritti fondamentali dei cittadini arabi palestinesi di Israele;
– rispettare il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare alle proprie case, come stabilito
dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.
2- Dalla consapevolezza alla pratica condivisa
Ci appelliamo a tutti gli attori e le associazioni dei settori cinematografico, dell’informazione e della cultura affinché si uniscano per costruire una struttura di protezione che difenda i lavoratori del settore dai rischi professionali derivanti da un impegno concreto contro il genocidio, spezzando così il ricatto lavorativo che attualmente scoraggia la disobbedienza. Dalla necessità di un’azione congiunta, abbiamo sviluppato, insieme a un team legale, un primo strumento che permette a ogni lavoratore del settore cinematografico di dissociarsi dalla complicità nei crimini che Israele continua a commettere impunemente.
Questo documento coniuga la Costituzione italiana, il diritto internazionale e il diritto d’autore, in risposta alla recente controversia relativa alla retrospettiva del cinema italiano in Israele e al senso di impotenza espresso dagli autori coinvolti riguardo alla gestione e allo sfruttamento delle loro opere e della loro immagine.
3- La Palestina non è dimenticata
Per onorare la presenza dei due film palestinesi, Al Mowaten Osama di Ahmed Hassouna e Hiwar ma’ albahr di Muayad Alayan,
chiediamo al Festival di issare anche la bandiera palestinese per tutta la durata del festival, insieme a tutte le altre bandiere che rappresentano i film presenti nella selezione ufficiale, come da prassi e come già confermato dalle fonti di informazione ufficiali del Festival.
Lo scorso anno, abbiamo espresso la necessità di dare risalto alle voci degli artisti palestinesi durante le cerimonie di apertura e chiusura della Mostra.
Questa richiesta è stata accolta dalla presidenza della Biennale e dalla direzione artistica della Mostra, non dando spazio alle voci palestinesi, ma invitando coloro che hanno lavorato in Palestina e hanno assistito agli eventi. Le recenti dichiarazioni del Cardinale Pizzaballa, che già un anno fa era intervenuto sul palco della Mostra, ci inducono a chiedere, oggi con ancora maggiore urgenza, di rinnovare quella testimonianza nella stessa occasione, dando voce a coloro che resistono al fianco del popolo palestinese e continuano a denunciare l’incessante distruzione che l’Unione Europea e i suoi Stati membri non hanno ancora intenzione di contrastare.
Infine, esortiamo tutti gli operatori del cinema e della cultura a continuare a portare la Palestina sotto i riflettori del Festival e al centro del dibattito pubblico, utilizzando ogni mezzo a loro disposizione.
Invitiamo tutti al panel “Eppure Gaza continua a bruciare”, che si terrà martedì 8 settembre alle 17:30 presso la Casa degli Autori, Via Pietro Buratti 1, Lido di Venezia.
Saremo ospiti delle Giornate di Venezia, dove saremo presenti con il nostro team legale per illustrare il documento su cui stiamo lavorando e per discuterne con attivisti di PACBI, BDS, Global Sumud Flotilla, CALP USB, ANGA, CRED, Artisti #NoBavaglio e Gaza International Festival for Women’s Cinema, per costruire insieme nuove strade per un’azione concreta.
🇵🇸 FIRMATARI 🇵🇸
Annie Ernaux – scrittrice premio Nobel (Francia)
Roger Waters – musicista (Regno Unito)
Saleh Bakri – attore (Palestina)
Yanis Varoufakis – economista e professore, ex ministro (Grecia)
Matteo Garrone – regista (Italia)
Fabrizio Gifuni – attore e regista teatrale (Italia)
Anna Foglietta – attrice e regista (Italia)
Laura Morante – attrice e regista (Italia)
Luigi Lo Cascio – attore (Italia)
Sergio Rubini – attore e regista (Italia)
Greta Scarano – attrice, regista, madrina dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (Italia)
Moni Ovadia – attore, autore, cantautore (Italia)
Tomaso Montanari – storico dell’arte, saggista, rettore dell’Università per Stranieri di Siena (Italia)
Ascanio Celestini – attore, regista e drammaturgo (Italia)
Osservatorio per monitorare e denunciare l’attività di militarizzazione nelle scuole e nelle università.
Appello alla mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza”: mozione per il primo collegio e attività per il primo giorno
Quanto segue è un appello a partecipare alla mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza” che abbiamo pensato insieme Docenti per Gaza e Scuola per la Pace per l’inizio di questo anno scolastico. Invitiamo a far discutere durante il primo collegio docenti una mozione che:
esprime solidarietà al popolo palestinese e condanna il genocidio e ogni forma di connivenza e collaborazione;
serve a ricordare che la libertà d’insegnamento caratterizza, attraverso una norma di rango costituzionale, la scuola italiana;
impegna e invita a tenere una lezione durante il primo giorno di scuola in solidarietà al popolo palestinese, a partire da 5 attività qui di seguito proposte (vedi mozione).
Attraverso questa mobilitazione pacifica ma netta, si intende rivendicare con un atto pratico il diritto d’insegnare liberamente che ci spetta per Costituzione e con cui intendiamo mantenere la nostra postura docente per questo anno che inizia.
Questo perché, nonostate le numerose e infondate ispezioni dell’anno scorso non abbiano portato a nulla, il discorso ufficiale del MIM, di molti dirigenti scolastici e di molte università oggi continua nel suo tentativo di:
collaborare con università israeliane e aziende delle armi;
equiparare antisionismo e antisemitismo;
militarizzare le scuole;
reprimere e indurre autocensura nel corpo docente.
Ci troviamo in un momento storico in cui come docenti siamo chiamate e chiamati a fare il nostro lavoro con la responsabilità e la coscienza che ci contraddistinguono. Le governances europee investono fondi pubblici nel riarmo invece che nella scuola, i ministeri della difesa studiano come reintrodurre la leva e come diffondere la cultura della difesa, i principali attori statali internazionali tornano a considerare pubblicamente l’utilizzo di armi nucleari per “risolvere i conflitti”.
Le forze armate di vari paesi della NATO considerano le menti della popolazione un campo di battaglia. Ciò significa che mettono in atto operazioni militari con l’obiettivo di influenzare le opinioni pubbliche verso un’identità collettiva centrata su un’idea di Patria e di Nemico. L’obiettivo è una società militarizzata che sostenga il loro operato perfino con il voto. Questo è uno degli aspetti che denunciamo come tentativo di “israelizzare la società“.
Questo significa autoritarismo e fascismo dai vertici delle istituzioni scolastiche da una parte e lezioni sul cyberbullismo tenuti nelle nostre classi non da noi ma da uomini e donne sorridenti e in divisa dall’altra. Con noi docenti accanto a annuire e a legittimarli.
Questa prima mobilitazione è per rivendicare una postura diversa, di resistenza. Per portarla nella tua scuola:
manda in questi giorni una mail alla tua scuola chiedendo l’inserimento della mozione “Non dimentichiamoci di Gaza” all’odg del primo collegio docenti dell’anno.
durante il primo collegio, leggi la mozione e descrivi le 5 attività. Ogni docente, in modo pienamente legittimo, sarà libero/a di sceglierne una da fare in classe il primo giorno di scuola. Se la mozione non viene approvata, coloro che sono comunque intenzionate e intenzionati a portarla avanti possono dichiarare, sempre in sede di collegio, di avvalersi quindi dell’opzione di minoranza (vedi mozione).
il primo giorno di scuola, tieni la lezione che desideri!
quando torni a casa, compila il form per la raccolta delle resituzioni (A QUESTO LINK). Solo in questo modo potremo avere un’idea incontestabile della nostra forza e legittimità.
È che un clima di paura e autocensura va in frantumi se rendiamo collettivo e visibile questo atto di pace, educante e politico.
Infine, se scegli l’attività degli aquiloni, mi raccomando prova a farne volare almeno uno prima! Perché la bellezza delle idee si traduce spesso nella fatica di capire come caspita si scioglie un nodo mostruoso. E nella gioia di capire quando correre (accelera per farlo alzare). Insomma torniamo bambini e bambine un attimo prima di questo nuovo inizio di anno scolastico.
Perché rifiutare un sistema, fare un atto d’amore e insegnare qualcosa… È solo un inizio.
Buon vento,
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Docenti per Gaza
Scuola per la pace – Torino e Piemonte
di Lavinia Marchetti
Adi Karni, soldato IDF, Prima fa esplodere una moschea in Palestina, poi fa un tour pro-Israele in Italia e infine indossa la Kefiah a NY per l’Hasbara.
Adi Karni, soldato IDF dalla gioia per la distruzione alla propaganda travestita.
Le metamorfosi dell’Hasbara
Adi Karni possiede un curriculum pedagogico oserei dire d’avanguardia. Prima è stato sergente nel 603º battaglione del genio militare israeliano, reparto impiegato nelle demolizioni a Gaza. Nei video raccolti dalla Hind Rajab Foundation lo si vede partecipare alla preparazione di esplosioni controllate.
In una sequenza del video qui allegato Karni si trova dentro un mezzo militare insieme ai suoi commilitoni. Sullo schermo compare una scritta in ebraico: «Bye bye mosque». Poi segue l’esplosione ed i soldati sembrano tutti felicissimi. Il luogo di culto viene così cancellato e il filmato è condiviso come fosse una seratina allegra di fra amici. La distruzione criminale meritava un ricordo felice.
Nell’autunno del 2025 qualcuno ha ritenuto questo curriculum adatto a entrare in una scuola. Karni è stato infatti invitato a incontrare gli studenti degli istituti ebraici di Roma e Milano, dove ha presentato la propria “versione” della “guerra”. Così dice lui.
Maiindifferenti, Voci ebraiche per la pace, e il Laboratorio ebraico antirazzista denunciarono l’iniziativa attraverso una lettera pubblicata dal Fatto Quotidiano. Karni raccontò agli studenti di avere incontrato a Gaza «solo odio» e spiegò che l’esercito israeliano stava compiendo «il lavoro sporco per voi». La presidente dell’UCEI avrebbe assistito ad almeno uno degli incontri. La richiesta di chiarimenti ovviamente non meritava risposta. Un militare che aveva partecipato alla devastazione di Gaza veniva dunque accolto in un’aula magna come testimone autorevole. Nessun palestinese era presente per raccontare che cosa significhi vivere dentro la “guerra” descritta dal prode Karni.
Il viaggio propagandistico è proseguito fino ad oggi, nell’agosto 2026 davanti alla Columbia University di New York. Karni si presenta con altri ex militari legati a Frontline Advocates, organizzazione filoisraeliana che collabora a specifici progetti (tra cui L’Hasbara) con il ministero degli Esteri israeliano. Questa volta indossa una kefiah. Alcuni partecipanti agitano bandiere palestinesi e assumono l’aspetto dei manifestanti solidali con Gaza, mentre le conversazioni con gli studenti vengono registrate.
Karni ha spiegato personalmente la scelta al Columbia Daily Spectator: «Quando indosso una kefiah, le persone mi ascoltano di più. Come palestinese, come terrorista di Hamas, invece di ascoltare l’IDF».
Nella sua frase «palestinese» è immediatamente equiparabile a «terrorista di Hamas». La kefiah serve a rendere credibile il personaggio. Gli studenti credono di incontrare un sostenitore della Palestina e invece davanti a loro hanno un ex soldato israeliano che li osserva attraverso il travestimento costruito per ingannarli. Le risposte così ottenute, o anche qualche giusto spintone, possono essere isolate dal contesto e consegnate ai social come prova del fanatismo altrui. Un piccolo esperimento di propaganda da rivendere sui social.
Facciamo un riassunto che riassuma anche il mondo in cui stiamo vivendo: Karni partecipa alla distruzione di una moschea e alla distruzione di case palestinesi (e chissà che altro) e viene invitato nelle scuole ebraiche italiane a spiegare la pace. In seguito indossa il simbolo delle persone colpite dal suo esercito con inganno e parla al loro posto dopo che li hanno ammazzati. A quanto pare, nell’Occidente contemporaneo, avere contribuito a devastare un paese costituisce un titolo sufficiente per insegnare agli altri che cosa dovrebbero pensarne. Questo è il colonialismo. Devasta, distrugge, uccide e poi vuole anche raccontare la “storia”.