Palestina: eppure Gaza continua a bruciare

articoli di: Lavinia Marchetti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Amr al-Najjar, Susan Abulhawa e gli aggiornamenti di Anbamed. Con un appello da Venezia-cinema e le traduzioni di Grazia Parolari, Dianne Woodward, Tareq S. Hajjaj.

Genocidio a Gaza 5 settembre

Foto di Fadi Al-Thabet

Il fardello del continuo sfollamento.

Fonti mediche dei servizi di ambulanza e di emergenza hanno riferito che un cittadino palestinese è rimasto ucciso e altri feriti in un bombardamento effettuato da un drone israeliano contro un gruppo di persone in un campo di sfollati a ovest di Khan Younis.

Bombardamenti di artiglieria e colpi di arma da fuoco sparati da veicoli militari israeliani hanno preso di mira le zone orientali del quartiere di Tuffah, a est di Gaza City.

Navi da guerra israeliane hanno aperto il fuoco verso la costa di Khan Younis.

A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.

Appello: “Ai bambini di Gaza il Nobel per la Pace”

Per aderire: petizione.gaza@avvenire.it per leggere l’appello

Questo popolo ha sette anime

È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “questo popolo ha sette anime,
ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”. Ascolta la poesia inserita nella Cantata Rossa per Tal El Zaatar di Giulio Stocchi e Gaetano Liguori.

In questa rubrica vi racconteremo storie di resilienza e determinazione di un popolo che ama la vita e merita di vivere con dignità, indipendenza e libertà. Le puntate precedenti: qui e qui 2 e qui 3 e qui 4 e qui 5 e qui 6 e qui 7a puntata e 8a puntata e nona puntata e decima puntata: leggi tutto! 11° puntata leggi tutto! 12° puntata leggi tutto!13° puntata Leggi tutto!

 

Il nostro commento quotidiano fisso:

Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.

Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.

Cisgiordania

Stamattina, sabato, le truppe di occupazione israeliane hanno invaso El-Bira, il campo di Amaary, Kafr Aqaba (a nord di Gerusalemme) e due villaggi a nord di Tulkarem. I rastrellamenti all’alba hanno condotto 19 palestinesi in carcere.

Ieri, gli attacchi dell’esercito israeliano contro villaggi e città palestinesi sono stati 22, con oltre 50 attivisti rastrellati.

Le aggressioni dei coloni ebrei israeliani contro la popolazione nativa sono avvenute in 13 località, con furti di bestiame, danneggiamenti di campi agricoli, incendi e sradicamento di alberi da frutta e ulivi.

Gerusalemme est occupata

Israele ha imposto, alle scuole palestinesi di Gerusalemme est occupata, i programmi di studio israeliani. Non solo, ma ha ostacolato l’arrivo del personale didattico dalle città della Cisgiordania. La conseguenza diretta di questo provvedimento coloniale è stata il mancato avvio dell’anno scolastico per circa 35 mila studenti palestinesi. Gli studenti palestinesi, secondo queste misure, dovrebbero studiare la storia del sionismo, imparare l’inno nazionale israeliano e festeggiare le ricorrenze ebraiche.

Questi provvedimenti hanno colpito anche le scuole degli enti religiosi cristiani. L’Alto Comitato Presidenziale per gli Affari Ecclesiastici in Palestina ha esortato – in un comunicato emesso ieri, le chiese di tutto il mondo ad agire immediatamente per salvare le scuole cristiane di Gerusalemme, dopo che Israele ha impedito a insegnanti e personale provenienti dalla Cisgiordania di accedervi.

Deportazione e pulizia etnica in Cisgiordania

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha accusato Israele di aver deportato con la forza, nel 2025, oltre 33.000 palestinesi da tre campi profughi nella Cisgiordania occupata, oltre agli attacchi dell’esercito israeliano e dei coloni che hanno causato la morte di oltre 1.100 palestinesi. L’Alto Commissario ha affermato che tali azioni sollevano preoccupazioni in merito a “crimini contro l’umanità e pulizia etnica”.

In un nuovo rapporto, l’Alto Commissario ha concluso che le forze israeliane hanno deportato con la forza tutti gli abitanti di tre campi profughi in Cisgiordania tra gennaio e febbraio dello scorso anno e continuano a impedire loro di farvi ritorno “in violazione del diritto internazionale”.

Il rapporto evidenzia le violazioni israeliane nei campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, affermando che “lo spostamento diffuso, prolungato e sistematico di oltre 33.000 palestinesi solleva serie preoccupazioni in merito al crimine contro l’umanità del trasferimento forzato” della popolazione sfollata.

La Commissione ha dichiarato che “l’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati e bombardamenti sistematici per rendere interi campi inabitabili, costringendo i loro abitanti alla fuga e impedendone il ritorno, senza un’imperativa necessità militare, non è consentito dal diritto internazionale, sembra costituire una forma di punizione collettiva e solleva preoccupazioni circa il potenziale rischio di pulizia etnica”.

Il 23 febbraio 2025, Israele ha annunciato che il suo esercito aveva evacuato i palestinesi dei tre campi, situati nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata, e che ai soldati era stato ordinato di impedire loro di tornare alle proprie case. Da allora, i deportati palestinesi non hanno potuto far ritorno alle loro case.

Qusra

Quattro settimane di assedio. Un centinaio di attivisti palestinesi e israeliani sono arrivati a Qusra per portare cibo, acqua e medicinali alle tre famiglie assediate. Sono stati bloccati dall’esercito di occupazione, con il pretesto della zona militare chiusa. Ci sono stati diversi momenti di tensione verbale, ma la calma degli attivisti, che non hanno risposto al lancio di pietre da parte dei coloni che si trovavano nelle vicinanze, ha impedito che la situazione degenerasse.

La stampa italiana mainstream guarda dall’altra parte. L’ultima notizia reperibile risale al 17 agosto, dopo l’espulsione dei 5 osservatori internazionalisti italiani.

Elezioni palestinesi

Jibril Rajoub, membro del Comitato Centrale di Fatah, ha dichiarato di non prevedere lo svolgimento di elezioni legislative il prossimo novembre, auspicando un incontro tra la leadership palestinese, le organizzazioni politiche e la società civile, per elaborare una tabella di marcia che tuteli il sistema politico e il processo decisionale nazionale. Rajoub ha rivelato di aver incontrato due settimane fa in Turchia la maggior parte dei membri dell’ufficio politico di Hamas, tra cui il suo capo, Khalil al-Hayya, e Zaher Jabarin, affermando che quanto appreso dalla leadership del movimento potrebbe costituire la base per la costruzione di meccanismi volti a proteggere il progetto nazionale e a porre fine all’attuale situazione di stallo che i palestinesi si trovano ad affrontare. Rajoub ha auspicato un dialogo nazionale palestinese globale, ospitato e patrocinato dall’Egitto, considerando il rinnovamento della legittimità del sistema politico, lo svolgimento delle elezioni e la riforma delle istituzioni dell’Autorità Palestinese e dell’OLP come i pilastri della sua visione per superare l’attuale situazione di crisi. Rajoub ha affermato che i palestinesi stanno vivendo la crisi più pericolosa nella storia della causa palestinese, descrivendola come una vera e propria minaccia esistenziale. Ha affermato che all’interno del sistema politico palestinese regna una paralisi strategica e che a livello regionale vi è indifferenza verso ciò che sta accadendo ai palestinesi. Tuttavia, ha sottolineato che ciò non significa che l’occupazione non stia affrontando una crisi storica senza precedenti nella storia del conflitto, a causa dei suoi crimini e della tenacia della popolazione, compresi i crimini di pulizia etnica, genocidio e terrorismo di Stato

Genocidio a Gaza – 4 settembre

Stamattina, venerdì, un palestinese è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti dalle forze di occupazione israeliane a nord di Khan Younis.

Nostri contatti hanno confermato che le forze israeliane hanno aperto il fuoco a nord di Khan Younis, provocando la morte di un palestinese e il ferimento di altri tre.

Hanno inoltre aggiunto che veicoli militari israeliani stavano sparando con mitragliatrici pesanti a est di Khan Younis.

Ieri, almeno un palestinese è rimasto ucciso e altri feriti, quando un drone israeliano ha preso di mira un gruppo di civili a ovest di Gaza City.

I nostri contatti hano riferito che droni israeliani hanno lanciato almeno due missili contro un gruppo di civili vicino all’edificio dell’Unione delle Chiese in via Al-Thawra, nel quartiere di Al-Rimal, a ovest della città. L’attacco ha provocato un morto e diversi feriti. I feriti sono stati trasportati all’ospedale Al-Shifa, dove alcuni versano in gravi condizioni.

A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.

Deportazione e pulizia etnica a Gaza

Dopo le gravissime dichiarazioni del ministro della guerra, Katz, un altro ministro israeliano ha annunciato il suo programma per la deportazione dei palestinesi di Gaza, “entro 7 anni e su base volontaria”, ha detto Ben Gvir.

Il leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere Ebraico), presenterà al pubblico un piano chiamato “Disimpegno 710” (un velato riferimento al 7 ottobre), basato su quella che definisce “emigrazione volontaria dei palestinesi” da Gaza. “Per convincerli a fare le valige, bisogna rendere loro la vita un inferno”, ha detto in un comizio, in mezzo agli applausi dei suoi fans.

Secondo le rivelazioni trapelate, il piano prevede che 250.000 palestinesi lascino Gaza nel primo anno (una media di 685 persone al giorno), 1,11 milioni entro tre anni e circa 1,86 milioni entro sette anni. Bin Gvir proporrà al prossimo governo la creazione di un ministero israeliano per la “libertà di movimento dei palestinesi”. Bontà sua! La Hasbara israeliana abbonda nell’uso della neolingua.

Israele aveva già avuto colloqui con diversi Paesi sull’accoglienza dei palestinesi provenienti da Gaza, ma questi sforzi non hanno avuto successo. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva informato i membri del suo gabinetto di sicurezza sui contatti avuti con Paesi africani, tra cui Etiopia, Congo e Somaliland, per convincerli ad accogliere i palestinesi da deportare da Gaza.

Appello: “Ai bambini di Gaza il Nobel per la Pace”

Per aderire:  petizione.gaza@avvenire.it  per leggere l’appello

Dopo che la guerra ha privato gli studenti di Gaza del sogno di completare gli studi, la preside Ahlam Abdel-Aati è intervenuta e ha restituito loro la possibilità di studiare, in assenza di aule e in mezzo alle distruzioni, in una scena che riflette una determinazione eccezionale e incarna un simbolo di resilienza, sfidando le dure condizioni imposte dalla guerra. La speranza di un futuro migliore è stata la motivazione che ha spinto lei, gli insegnanti volontari, i genitori e gli studenti ad andare avanti. La “Scuola dei Sogni/Ahlam” (Ahlam in arabo significa “sogni”), composta da 8 tende, porta un messaggio al mondo: il popolo palestinese, nonostante le difficoltà, è capace di ricostruire il futuro e costruire percorsi di speranza.  Leggi tutto!

Cisgiordania

Un giovane palestinese è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze militari israeliane vicino alla Porta di Damasco, nella Gerusalemme occupata, nelle prime ore di oggi venerdì.

Secondo la solita versione fotocopia israeliana, i militari hanno aperto il fuoco contro l’uomo perché sospettavano che avesse tentato di accoltellarne uno, provocandogli gravi ferite e la successiva morte sul posto. L’identità del defunto non è stata ancora resa nota. Testimoni palestinesi sul posto hanno riferito che nelle mani della vittima e nelle vicinanze del luogo, dove è caduto sanguinante, non c’era nessun coltello. E la vittima è stata lasciata sanguinante senza soccorsi, fino al decesso.

Deportazione e pulizia etnica in Cisgiordania

“Le ragazze delle colline”

Nel giro di poche settimane, un’area collinare a sud-est di Jenin, precedentemente spianata e bonificata, si è trasformata in un insediamento con case mobili e famiglie che hanno iniziato a trasferirsi.

Il 31 agosto 2026 si è tenuta la cerimonia di inaugurazione dell’insediamento “Noa”, alla presenza di ministri israeliani e del capo del Consiglio regionale della “Samaria”, Yossi Dagan, appena sei giorni dopo l’arrivo delle prime roulotte. Le prime carovane, infatti, sono arrivate al sito di “Noa” il 25 agosto. I media israeliani hanno riferito che il sito è stato allestito a sud delle colone illegali di Ganim e Kadim dopo mesi di preparazione per la creazione di un nuovo insediamento. L’obiettivo è collegare i due insediamenti territorialmente e stringere lo spazio vitale per gli abitanti nativi nei villaggi palestinesi.

La creazione di Noa rientra in una decisione approvata dal governo israeliano il 25 marzo 2026, relativa alla creazione o alla regolamentazione di 34 insediamenti in Cisgiordania.

Secondo il movimento israeliano Peace Now, che ha affermato che la decisione non è stata pubblicata ufficialmente e ha basato i dettagli su notizie dei media israeliani, il pacchetto comprende 24 nuovi insediamenti, oltre a 10 avamposti per i quali si sta promuovendo la legalizzazione.

Qusra

27esimo giorno di assedio. Decine di coloni hanno attaccato il villaggio a sud-est di Nablus, lanciando pietre contro gli abitanti prima di entrare in una casa e barricarsi all’interno, mentre erano presenti dei palestinesi. L’esercito israeliano ha arrestato uno degli aggressori. Il portavoce militare ha dichiarato che il sospettato è un diciannovenne proveniente da una colonia della Cisgiordania settentrionale, aggiungendo che è sotto interrogatorio e che chiederanno al tribunale di prolungare la sua detenzione. Questo sviluppo è avvenuto dopo le ripetute critiche dell’ambasciatore Usa in Israele, che ha definito gli aggressori come terroristi. Sotto le pressioni Usa, il criminale di guerra ricercato, Netanyau, ha dichiarato che queste azioni “danneggiano la reputazione di Israele sulla scena internazionale”. Guardate bene, la preoccupazione di Netanyahu non è l’uccisione e la deportazione dei palestinesi, ma per la reputazione di Israele, il paese genocida.

Fonte InvictaPalestina

Di Tareq S. Hajjaj

“Loro distruggono, noi costruiamo”: gli abitanti di Gaza ricostruiscono le loro case con fango e macerie.

Mentre Israele continua a impedire l’ingresso di materiali da ricostruzione a Gaza, i palestinesi ricostruiscono le loro case con barre d’armatura recuperate, pietra calcarea di recupero e argilla. “Questa è la prova del nostro amore per la nostra terra”, ha dichiarato Fayez Abu Shamala a Mondoweiss.

 

Accanto alla sua casa distrutta a Khan Younis, Fayez Abu Shamala, 76 anni, accademico palestinese ed ex sindaco di Khan Younis, sta ricostruendo.

Abu Shamala ha recuperato pietre utilizzabili dalle macerie degli edifici distrutti, le ha raccolte e le ha sistemate, e con l’aiuto della sua famiglia ha costruito una piccola casa. Invece del cemento, introvabile in tutta Gaza, ha usato l’argilla.

Ha quindi fissato dei pezzi di nylon sulle pareti per proteggerle dalla pioggia. Ha anche recuperato alcune finestre e porte dalle macerie, le ha modificate e le ha installate in quella che ora è la sua casa.

«Mi trovo sulla mia terra», ha detto Abu Shamala. «Alla mia destra c’è la casa che ho costruito, e alla mia sinistra c’è la casa che l’esercito israeliano ha distrutto. Loro sono i distruttori, noi siamo i costruttori».

Abu Shamlah ha già dormito in una casa di fango, dopo essere stato sfollato dal suo villaggio nell’attuale città di Ashkelon durante la Nakba del 1948, quando la sua famiglia fu costretta ad abbandonare la propria terra e ha vissuto per anni in case di fango nella Striscia di Gaza. Più di settant’anni dopo, questo ciclo si sta ripetendo in tutta Gaza.

Poiché Israele blocca l’ingresso di cemento, acciaio e tutti i materiali da costruzione convenzionali, classificandoli come articoli a “duplice uso” potenzialmente utilizzabili a fini militari, Abu Shamala e altri abitanti di Gaza stanno costruendo case di fango per prepararsi alla stagione fredda e piovosa. Nell’ottobre del 2025, le immagini satellitari dell’UNOSAT hanno rilevato che circa l’81% di tutte le strutture nella Striscia di Gaza erano state danneggiate, con oltre 123.000 distrutte completamente. Le Nazioni Unite stimano che la distruzione abbia generato 61 milioni di tonnellate di macerie. Con la ricostruzione su larga scala ferma, i palestinesi stanno ricostruendo con tutto ciò che riescono a recuperare.

Alternative alle alternative

Il 15 agosto è stato inaugurato il primo edificio a due piani nella Striscia di Gaza costruito interamente senza materiali edili vietati. L’edificio è stato realizzato con barre d’acciaio e alluminio all’interno e pietra calcarea di Gerusalemme all’esterno. Tutti i materiali sono stati recuperati dalle macerie.

L’edificio, costruito dalla società Al-Rimal a Gaza City, sarà utilizzato per gestire le attività di organizzazioni internazionali, tra cui la ricezione e lo stoccaggio degli aiuti umanitari e la supervisione della loro distribuzione nella Striscia. Tre ingegneri dell’azienda hanno progettato e costruito la struttura in collaborazione con diversi professionisti, tecnici e operai. I lavori sono durati quattro mesi

“Se non ci fosse stata l’occupazione, non avremmo costruito questo edificio”, ha affermato Younis Abu Mueilaq, uno degli ingegneri che ha supervisionato la costruzione, intendendo che le sfide imposte a Gaza hanno in definitiva costretto allo sviluppo di approcci nuovi e senza precedenti per la ricostruzione.

Al-Rimal Al-Taybeh è partner di organizzazioni internazionali che gestiscono magazzini nella Striscia di Gaza. Con l’intensificarsi della guerra e la distruzione di molti di questi magazzini, le organizzazioni hanno iniziato a cercare alternative una volta che la situazione si è relativamente calmata dopo la firma del cessate il fuoco nell’ottobre 2025.

Secondo Abu Mueilaq, sono stati creati diversi magazzini alternativi per sostituire quelli distrutti durante la guerra e, con l’intensificarsi della collaborazione dell’azienda con organizzazioni internazionali, si è reso necessario un edificio amministrativo.

Israele continua a rifiutarsi di consentire l’ingresso dei materiali da costruzione necessari per la ricostruzione, nonché dei macchinari pesanti necessari per rimuovere le macerie, che hanno generato 61 milioni di tonnellate di detriti – un volume pari a quello di circa 15 Piramidi di Giza o 25 Torri Eiffel, secondo le Nazioni Unite. Di conseguenza, gli abitanti di Gaza si stanno rivolgendo ad alternative, alcune delle quali risalgono a secoli fa, come le case di fango, mentre altre prevedono lo sviluppo di nuovi metodi costosi e al di là delle possibilità dei singoli individui. Tali progetti vengono invece intrapresi da aziende e istituzioni, come Al-Rimal Al-Taybeh, che ha costruito questo edificio.

L’edificio sarebbe stato normalmente costruito in cemento, afferma Abu Mueilaq, ma poiché questo materiale non è disponibile a causa del blocco israeliano, il team si è rivolto ai metalli da costruzione recuperati da edifici distrutti e li ha modificati per poterli riutilizzare.

La struttura esterna è costituita principalmente da barre d’acciaio per cemento armato, fissate insieme con bulloni. Ma quando è arrivato il momento di rivestire la struttura esternamente con lamiere metalliche, in alternativa al cemento, non se ne trovava nessuna.

«E’ stato  allora che abbiamo iniziato a cercare alternative alle alternative», ha affermato Abu Mueilaq. «Cominciammo a cercare qualsiasi cosa potessimo utilizzare. Scoprimmo che esisteva una tecnica impiegata nell’architettura moderna, ad esempio a Dubai, in cui la struttura in acciaio viene rivestita di alluminio».

Anche l’alluminio adatto non era disponibile a Gaza, quindi alla fine optarono per un’altra soluzione: pietra calcarea di Gerusalemme recuperata da edifici distrutti, pulita e riutilizzata per rivestire la struttura. Ogni pietra, spessa cinque centimetri, è stata forata ai quattro angoli e dotata di una staffa metallica per fissarla alla struttura in acciaio.

“Abbiamo posizionato una pietra sopra l’altra e le abbiamo fissate saldamente, e questa splendida struttura è nata grazie al duro lavoro delle squadre”, ha affermato Abu Mueilaq.

Una volta risolta la struttura esterna, gli interni presentavano una sfida a sé stante.

Legno, cemento e alluminio adatto non erano disponibili, ma il team ha trovato dell’alluminio utilizzato per la produzione di mobili da cucina: un materiale che si era accumulato nei magazzini perché gli altri componenti necessari per la fabbricazione di cucine in alluminio non erano reperibili. L’alluminio è stato utilizzato per suddividere l’edificio internamente e per creare pareti e divisori.

Abu Mueilaq afferma che il costo del progetto è stato estremamente elevato, proprio come il costo della vita a Gaza, che è aumentato molte volte rispetto a prima del genocidio.

Sottolinea inoltre che questo esperimento non è facilmente replicabile. I materiali utilizzati sono stati recuperati all’interno di Gaza e non possono essere facilmente recuperati o sostituiti.

“Ciò che stiamo usando ora non potrà essere riutilizzato in futuro”, ha spiegato Abu Mueilaq.

L’edificio, tuttavia, offre alla gente qualcosa di più di un semplice riparo. “Dà speranza alla gente”, ha detto Abu Mueilaq. “Speranza che Gaza abbia i lavoratori qualificati, i pensatori e i professionisti capaci di ricostruire la loro patria, se vengono fornite loro le risorse necessarie”.

‘Siamo noi i costruttori’

Oltre alla questione della ricostruzione su larga scala, i palestinesi sono ricorsi anche ad antichi metodi di costruzione di rifugi, ormai quasi in disuso da generazioni: l’utilizzo di fango e argilla per edificare le case.

Abu Shamala è uno di loro. La casa che ha costruito con pietre e argilla di recupero non è abbastanza grande da ospitare tutta la sua famiglia, ma è pur sempre un rifugio. Tuttavia, è ben diversa da quella che un tempo era la sua casa di famiglia, una dimora di 500 metri quadrati, disposta su quattro piani, che ospitava una famiglia allargata di oltre 20 persone.

Abu Shamala è però preoccupato anche per l’imminente stagione delle piogge, poiché la pioggia può sciogliere i muri di fango e non è ancora in grado di prevedere cosa accadrà alla struttura in tali condizioni.

«Anche procurarsi l’argilla non è semplice», ha spiegato. Khan Younis, dove vive, è divisa in due zone: la parte orientale, dove si trova l’argilla, e la zona occidentale di al-Mawasi, che è sabbiosa. Il problema è che la regione orientale, ricca di argilla, è controllata dall’esercito israeliano, oltre la cosiddetta “Linea Gialla” che delimita le parti di Gaza divise tra Israele e Hamas.

“Procurarsi l’argilla a volte può costare vite umane”, ha detto Abu Shamala. Ma nonostante le difficoltà, afferma che costruire la casa gli ha dato un senso di stabilità, soprattutto dopo aver capito che l’occupazione israeliana non avvierà né consentirà la ricostruzione, ma anzi sta intensificando le restrizioni in tal senso.

«Siamo qui, ad affrontare il blocco e l’aggressione, cercando di ricostruire la vita», ha affermato. «Stiamo ricostruendo le nostre vite con le nostre risorse deboli e limitate, ma restiamo saldi sulla nostra terra».

Abu Shamala afferma che Israele accusa i palestinesi di essere distruttori, indicando con un gesto la carneficina che lo circonda. “Ecco un quadro chiaro di chi distrugge e chi costruisce. Noi costruiamo, e il nemico distrugge.”

«Questa è la prova del nostro amore per la nostra terra», ha continuato. «Della nostra fedeltà alla terra in cui siamo nati e cresciuti, che ci restituisce in egual misura l’affetto che proviamo per essa».

Dice di appartenere a un popolo che si rifiuta di morire e di scomparire.

«Nonostante la distruzione, i bombardamenti, il blocco, la privazione di acqua e cibo e l’impedimento alla ricostruzione, e nonostante tutti i crimini commessi contro di noi dal nemico israeliano, questo è un popolo che ricostruisce la propria terra con le risorse più scarse», ha affermato.

Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi.

 

Traduzione a cura di Grazia Parolari

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