A che punto è (un certo) ecologismo?

101esima puntata dell’«Angelo custode» ovvero le riflessioni di ANGELO MADDALENA per il lunedì (oggi è “santo” per alcuni) della bottega

Ciao M, mi ha fatto piacere ritrovarci e sapere che ti dai da fare con la militanza ecologista. Però ti consiglierei – e consiglierei a tanti di noi – una buona “scuola di politica”, di militanza, di coscienza. Ora mi stai provocando a tirar fuori spunti per organizzare una scuola nel senso suddetto…. La prima cosa che mi viene da ritrovare il libro Le ideologie del Novecento, che avevo comprato vent’anni fa dallo stesso autore, Augusto Cavadi. Poi sicuramente una conferenza sulla figura e l’opera di Danilo Dolci. Andando a ritroso – di ciò accenno nel romanzo Agitatevi con calma – la militanza popolare dagli inizi del ‘900 (il biennio rosso, con le occupazioni della fabbriche nel 1920 e ’21) fino alle lotte contro l’industria nucleare degli anni ‘70 (con la vicenda di Marco Camenisch in Svizzera) per arrivare al movimento Notav della Val Susa. Parlando anche degli operai di oggi, per esempio quelli della GKN che stanno segnando una rivendicazione concreta e decisa.

E qui penso alla tua “provocazione” secondo la quale gli operai sono complici degli imprenditori per l’inquinamento delle fabbriche chimiche ecc. E’ un discorso che tu fai in stile «Guardate come sono bravo a dire questa cosa impopolare». Certo anche Pasolini scrisse che gli studenti che tiravano pietre ai “celerini” erano figli di borghesi mentre i poliziotti erano figli di proletari però non per questo negava la necessità della lotta studentesca: era una constatazione, la sua, un po’ forzata che rompeva la retorica, e poi lo scriveva in un certo modo e contesto, con la responsabilità che si assumeva in nome della lucidità ecc. Quello che dici tu invece è “generico” ma dobbiamo entrare nella concretezza: nel 2012 io sono andato ad assistere i ferrovieri delle linee notte che si erano arrampicati alla torre del Binario 21 della stazione di Milano. Se avessi detto loro «perché non vi licenziate e andate a fare un altro lavoro? Siete complici della vostra schiavitù e dello Stato che vi opprime» pensi che sarebbe stato utile? L’accusa di complicità semmai era fondata per quelli che non si ribellavano o per i sindacati che facevano finta di solidarizzare ma nel concreto non mostrava grande energia. Quando tu affermi «gli operai sono complici dell’inquinamento come i padroni» – facendo la similitudine con il plotone di esecuzione che obbedisce al comando di sparare sui condannati a morte – io ti farei parlare con un operaio dell’ILVA, Giuse Alemmano (anche scrittore): potresti dirgli una cosa del genere? Lui rischia la vita e non può fare diversamente, perché quello è il suo lavoro, come ha fatto Renato, il padre di Alberto Prunetti, che è morto di cancro: il figlio ha scritto un bellissimo libro, Amianto, una storia operaia, che dovresti leggere. Ti farei leggere anche il romanzo di Santocono, Rue des italiens, che racconta dei minatori italiani in Belgio: uno è suo padre, che a un certo punto gli dice: «Figlio mio, tuo padre non permetterà mai che tu vada a lavorare in miniera, piuttosto preferisco che tu diventi ladro».

Se tu fossi un mendicante o un bandito potrei capirti: sarebbe il punto di vista di chi si mette in gioco fino in fondo. Però non lo sei e allora sarebbe interessante, per uscire dal gorgo narcisista, prendere atto che esistono operai dell’ILVA o di altri petrolchimici che organizzano vertenze, proteste, talvolta ribellioni o insurrezioni anche rispetto alle questioni dell’inquinamento delle fabbriche dove lavorano. Pensoi che dovremmo conoscerli, sapere a che punto sono le loro vertenze, magari appoggiarli, dar loro la visibilità che i media negano.

Quando ho iniziato il laboratorio di Amico treno non ti pago, andai a incontrare nelle assemblee dei ferrovieri alcuni di quelli che erano stati licenziati nel 2003, dopo la puntata di Report in cui avevano denunciato le condizioni di insicurezza su alcune linee di Trenitalia. Rischiavano il posto e per un certo periodo persero lo stipendio; poi sono stati riassunti per la solidarietà dei loro colleghi eccetera. Questo mi sembra un orizzonte di senso compiuto, che apre varchi di agibilità politica, di consapevolezza pratica, di solidarietà fra lavoratori e utenti. Non è che perché io vado in bicicletta posso dire – come fai tu provocatoriamente – «a me non servono gli autisti degli autobus perché vado in bici». Anche questo è narcisismo o egocentrismo, non ti sembra?

Altri spunti che mi vengono.

La parola scholè indicava l’ozio e la scuola dovrebbe educare anche all’ozio ma se pure la pensiamo così non significa che tutti gli insegnanti dovrebbero licenziarsi. Di nuovo cito Pasolini: secondo lui la scuola dell’obbligo doveva arrivare fino alla quinta elementare, poi è indottrinamento all’imborghesimento… Ciò non toglie che viveva anche lui dentro un sistema: con lucidità e stoicismo però andava in tv e infatti qualcuno gli faceva notare che lui accusava la televisione di essere nefasta però la usava.

Sulla scia del tuo discorso, sono quelli che lavorano nelle industrie belliche a essere complici di morte e distruzione più degli operai di un petrolchimico. Ma esiste anche lì chi protesta e sciopera: è un discorso complesso, di coraggio individuale, di consapevolezza, di organizzazione. Negli anni ‘70 c’erano nuclei di Lotta Continua anche fra i soldari (di leva) e con un moto di ingenuità narcisista potrei dire: che minchia è fare l’antimilitarismo dentro le caserme? Eppure quelli mi potrebbero dimostrare che sono io il miope anche perché ho il culo parato e ho potuto fare l’obiettore di coscienza senza finire in galera. Persino durante la guerra in Libia del 1911 – come riporto nel romanzo Agitatevi con calma – ci fu l’iniziativa dei socialisti detta Il soldo al soldato con propaganda nelle caserme e nelle trincee. Da ingenuo e naif potrei dire: ma come? Nella tana del lupo? E invece è lì che bisogna andare se si hanno le idee chiare e un’adeguata organizzazione.

Per concludere: mi sembra ci sia un grande vuoto culturale e di elaborazione negli ultimi 20-30 anni e dovremmo impegnarci per colmarlo, non solo godere di questa “facilità” di parola e di sparare cazzate anche se poetiche (il discorso sugli operai complici è dentro una tua poesia) ma per studiare, approfondire ed elaborare. Come diceva Gramsci ai giovani: agitatevi, studiate e organizzatevi. In questo grande vuoto c’è anche l’assenza dell’antimilitarismo. Non credo nell’importanza dei numeri,se non si ragiona ache sulla qualità, però nel 2003 contro l’intervento militare in Iraq eravamo 3 milioni, oggi certamente meno.

Se credi che serve a poco scendere in piazza anche quando si è in tanti, ti rimando al mio libro A piedi è un altro mondo, del 2015. Lì riportavo le parole di Marinella Correggia che ho poi ripreso anche nel libricino Maria Di Gregorio (era mia madre), stampato in poche copie due settimane fa, secondo anniversario dell’Ultimo Viaggio di mia madre.

Infine, sulla scia della tua provocazione: Ignazio Buttita, nella poesia A li matri di li carusi – dedicata alle madri dei bambini siciliani che lavoravano nelle miniere di zolfo – scrive: «Facitili di zurfaru li figli», cioè fateli di zolfo i figli, tanto poi nelle miniere, ammesso che rimangono vivi, escono fuori gialli “di zolfo”. Buttitta scriveva di non mandarli nella miniera ma era un grido disperato. In altre poesie invogliava i lavoratori a insorgere. Ultraottantenne voleva andare a Comiso per protestare contro l’istallazione dei missili Cruise.

PS: Suggerisco l’ascolto di due mie canzoni (eh sì, sono narcisista anche io). Una, ancora inedita, l’ho scritta osservando una performance di M. che è collegato al gruppo di Extinction rebellion. L’altra canzone scritta tre anni fa (dopo le prime apparizioni delle Sardine) si intitola Scappa dalle sardine, ed è nel cd A piedi e in canto allegato al libro «A piedi in un mondo sospeso» (autoproduzioni Malanotte, 2021): https://www.youtube.com/watch?v=NG8bnj4c34U (Scappa dalle sardine)

QUESTO APPUNTAMENTO

Mi piace il torrente – di idee, contraddizioni, pensieri, persone, incontri di viaggio, dubbi, autopromozioni, storie, provocazioni – che attraversa gli scritti di Angelo Maddalena. Così gli ho proposto un “lunedì… dell’Angelo” per aprire la settimana bottegarda. Combinazione: oggi è il lunedì che certi credenti chiamano «dell’angelo» ma in qualche modo “il nostro caro Angelo” potrebbe fare l’angelo custode di una qualsiasi (laica) settimana. Perciò ci rivediamo qui – scsp: salvo catastrofi sempre possibili – un lunedì di questi. [db]

L’IMMAGINE – scelta dalla “bottega” – è di Giuliano Spagnul.

Redazione
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