Alcune scor-date fra 18 e 28 ottobre

Leopoldo cioè Panga Ngunda; un papa che rubava bambini; un certo Muro (street) che crolla; l’invisibile Cecenia; in hoc signo (chi?) vinces?

18 ottobre 1908: Leopoldo il massacratore gioca alle tre carte

Dopo le denunce internazionali per schiavitù, mutilazioni e massacri, re Leopoldo II annuncia che regalerà il “suo” Congo al Belgio, cioè lo Stato di cui è re. E’ il 18 ottobre 1908 (ma ufficialmente il passaggio avverrà il 12 novembre): ben poco cambierà per i congolesi. Diritti negati, delitti e ricchezze saranno gestiti da uno Stato di cui Leopoldo resta re.

Non è un Paese povero il Congo come si sente ancora dire da giornalisti italiani che chissà se lo confondono con il piccolo Togo o con il Gabon. Anzi, è uno dei Paesi più ricchi al mondo per risorse naturali. «Uno scandalo geologico» fu definito: diamanti, foreste, oro, uranio (proprio quello usato per le prime atomiche), rame, cobalto, radium, zinco fino al coltan che, pur se i profani non lo hanno mai sentito nominare, muove oggi settori importanti dell’economia globale (dai cellulari alle playstation ad armi sofisticate) e causa guerre con milioni di morti.

Un affare per Leopoldo II, re di un piccolo Paese, avere dal 5 febbraio 1885 il grande Congo (76 volte il Belgio) come «possedimento personale». Nel periodo fra il 1886 e il 1908 sono certamente 5 milioni, forse il doppio – cioè quasi metà della popolazione – i congolesi morti come schiavi nella raccolta schiavistica del caucciù (gomma per intendersi) e dell’avorio o nella repressione delle rivolte. Uno dei più famosi scrittori del mondo, Mark Twain, fatica a trovare editori quando scrive «Soliloquio di re Leopoldo», un durissimo atto d’accusa (da noi arrivato con gran ritardo ma poi ripubblicato, nel 2001, dal piccolo editore Ibis) contro i massacri. E’ il 1905.

Tre anni prima esce «Cuore di tenebra» di Joseph Conrad che si chiude con la famosa frase di Kurz «sterminate quelle bestie» a ben sintetizzare la missione civilizzatrice della “razza” bianca. Il termine genocidio allora non esiste ma è al sistematico massacro di quei “non-umani” che Kurz si riferisce. E’ del Congo che si sta parlando.

Con questi due libri si intreccia il «Rapporto sul Congo» del 1903 che Roger Casement, diplomatico irlandese al servizio dell’Inghilterra, presenta al Parlamento britannico. Finalmente il testo è disponibile in italiano (188 pagine, 16 euri) grazie a Mario Scotognella che lo ha curato, pochi mesi fa, per la piccola casa editrice Fuorilinea. Impressionanti i documenti e le testimonianze quanto interessante la figura di Casement, in seguito martire della rivoluzione irlandese: su Leopoldo poco da aggiungere al «fu un Attila in vesti moderne, meglio sarebbe stato per il mondo che non fosse mai nato» scappato di bocca a un diplomatico.

Le accuse internazionali contro Leopoldo lo costringono, appunto nel 1908, a una retromarcia, meglio a un gioco di bussolotti: il Parlamento belga finge di indignarsi e di costringere il re a rinunciare al “suo” possedimento per cederlo… al Belgio. I massacri continuano, in maniera attenuata. Quanto ai diritti, per le “bestie” congolesi sono ancora minori che in altre colonie: nel 1950 su 14 milioni di persone solo 1500 vengono considerate «evolute» cioè hanno un libretto che riconosce loro una sorta di dimezzata dignità.

Come spiegò Malcom X, il massimo successo del sistema è insegnare agli oppressi il disprezzo per se stessi e l’amore per gli oppressori. Così le cronache riferiscono che nel 2005 Christoph Muzungu, ministro della cultura congolese, decise di “resuscitare” a Kinshasa, la capitale, una statua (6 metri) di Leopoldo sostenendo che non aveva fatto solo del male. Meglio informati di lui coloro che, nel giro di poche ore, smantellarono la statua. Del resto il soprannome congolese di re Leopoldo suona «Panga Ngunda», cioè «colui che distrugge la regione».

Eppure nel «cuore di tenebra» del mondo oggi a tirare i fili sono i nuovi Kurz: così il Paese forse più ricco del pianeta resta abitato da poveri. «Sterminate quelle bestie» significa milioni di morti nelle ultime guerre congolesi, scatenate dalle multinazionali occidentali, nell’indifferenza del mondo. Frantz Fanon, un grande intellettuale caraibico di nascita ma algerino di elezione, aveva scritto all’epoca della (perlopiù fasulla) decolonizzazione: «se l’Africa fosse raffigurata come una pistola, il grilletto si troverebbe in Congo».

20 ottobre 1946: il papa che rubò i bambini

«A proposito dei bambini giudei che, durante l’occupazione tedesca, sono stati affidati alle istituzioni e alle famiglie cattoliche e che ora sono reclamati dalle istituzioni giudaiche perché siano loro restituiti, la Congregazione del Sant’Uffizio ha preso una decisione che si può riassumete così: 1) Evitare, nella misura del possibile, di rispondere per iscritto alle autorità giudaiche ma farlo oralmente. 2) Ogni volta che sarà necessario rispondere, bisognerà dire che la Chiesa deve fare le sue indagini per studiare ogni caso particolare. 3) I bambini che siano stati battezzati non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l’educazione cristiana. 4) I bambini che non hanno più i genitori e dei quali la Chiesa si è fatta carico non è conveniente che siano abbandonati dalla Chiesa stessa o affidati a persone che non hanno alcun diritto su di loro, a meno che non siano in grado di disporre per sé. Ciò evidentemente per i bambini che non fossero stati battezzati. 5) Se i bambini sono stati affidati (alla Chiesa) dai loro genitori e se i genitori ora li reclamano, potranno essere restituiti ammesso che i bambini stessi non abbiano ricevuto il battesimo. Si noti che questa decisione della Congregazione del Sant’Uffizio è stata approvata dal Santo Padre».

La data è 20 ottobre 1946. Dunque il papa in questione (per chi stila il documento «Santo Padre») è Pio XII.

Questo documento inedito fu ritrovato per caso e uscì il 28 dicembre 2004 sul «Corriere della sera» accendendo un breve (e reticente) dibattito. In realtà c’è poco da discutere: il punto 1 chiarisce bene la malafede del Vaticano. E comunque quasi 60 anni dopo non c’era bisogno di “rivelazioni” per sapere quale fu la politica filo-nazista di papa Pacelli e le ambiguità successive alla caduta di Hitler.

Eppure nel commentare (su «Liberazione») il documento pubblicato dal «Corsera» una credente come Lidia Menapace mostra tutto il suo sgomento anche per quella «prosa gelida, doppia, mafiosa» e per il non prendere minimamente in considerazione i sentimenti dei bambini ma … solo se fosse stato loro imposto il battesimo.

Vale leggere altri passi del ragionamento di Lidia Menapace, voce dissonante rispetto a chi – pur di fronte a tanta evidenza – cerca di giustificare il cosiddetto Sant’uffizio (ex inquisizione, nei termini storici) cioè il papa.

«Rispetto alla Shoà la Chiesa si comportò sempre con carità, di rado con giustizia. […] Sicché una Chiesa cattolica che aveva avuto sia persone dedicate alla salvezza degli ebrei perseguitati, sia persone che pur deprecando le persecuzioni mantenevano i pregiudizi antisemiti (uccisori di Gesù Cristo, deicidi) con un misto non limpido appunto di carità e ingiustizia, col presente testo del Sant’Uffizio conferma l’atteggiamento». Discorso giusto pur se Lidia Menapace dimentica di citare che non pochi cattolici, fra i semplici credenti come nelle gerarchie, aiutarono i nazisti persino nella caccia agli ebrei. Un nome per tutti, Stepinac il quale, a conferma di una ambiguità (a dir poco) che non passa, nel 2008 è stato beatificato da Wojtyla.

Quella direttiva del Sant’Uffizio – con le parole finali a precisare che era approvata da Pacelli (Pio XII) – venne inviata a un nunzio apostolico in Francia ma italianissimo: era Angelo Roncalli che sulla questione dei bambini ebrei cercò di tenere un ben diverso atteggiamento e, con quel documento, fu appunto richiamato all’ ordine. Per una giravolta della Storia, molti anni dopo Roncalli divenne papa e, con il Concilio, portò – per una breve stagione – nella Chiesa cattolica un vento nuovo. Ma questa è evidentemente tutta un’altra vicenda.

24 ottobre 1929: c’è un muro (che a volte crolla)

di Eduardo Galeano (*)

Dagli inizi del ventesimo secolo, le campane meccaniche salutano l’inizio e la fine di ogni giornata nella Borsa di New York. Quei suoni rendono omaggio all’abnegazione degli speculatori che trasformano il pianeta in una bisca, decidono il valore delle cose e delle nazioni, fabbricano milionari e mendicanti e sono capaci di uccidere più gente di qualsiasi altra guerra, peste o siccità.

Il 24 ottobre 1929 le campane suonarono esultanti come sempre ma quello fu il giorno peggiore in tutta la storia della cattedrale delle finanze. La sua caduta chiuse banche e fabbriche, fece salire alle stelle la disoccupazione e buttò i salari in cantina; e il mondo interi pagò il conto. Il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Andrew Mellon, consolò le vittime. Disse che la crisi aveva il suo lato positivo perché «così la gente lavorerà più sodo e vivrà una vita più morale».

[…]

Perché la gente lavorasse più sodo e vivesse una vita più morale, la crisi di Wall Street fece cadere il prezzo del caffè e fece cadere il governo civile del Salvador.

[…]

Perché la gente lavorasse più sodo e vivesse una vita più morale, la crisi di Wall Street fece precipitare anche il prezzo dello zucchero. Questo castigò duramente le isole del mar dei Caraibi e sferrò il colpo di grazia al Nordest del Brasile.

(*) come è già accaduto il 14 ottobre (a proposito di Iraq)questo è un montaggio di alcuni brevi racconti che Galeano ha pubblicato in «Specchi» (Sperling & Kupfer, 2008; traduzione italiana di Marcella Trambaioli) un libro che instancabilmente consiglio a chi si appassiona di storia, di giornalismo e di mondi sottosopra. Però nel suo libro Galeano corregge un piccolo errore: non Wall Street ma War Street. (dibbì)

 

Il sangue della Cecenia dal 1991 a oggi

La data ufficiale dell’indipendenza cecena è l’11 gennaio 1991 ma il giorno cruciale arriva 10 mesi dopo, il 27 ottobre: si porterà dietro due guerre e nessuna vera pace.

Per capire le guerre ceceno-russe bisogna ricordare che l’Urss, nell’ultimo decennio del secolo scorso, si sta sfasciando e si avvia a tornare Russia mentre molti degli altri Paesi “sovietizzati” cercano – con le buone o con le cattive – una indipendenza vera e non solo di nome. Nell’agosto ’91 c’è a Mosca un – mai chiarito – golpe contro Gorbaciov e sale la stella (una fuggevole cometa in realtà) di Eltsin. A settembre l’Armenia saluta e se ne va mentre a Grozny, la capitale cecena, si assaltano i palazzi presidenziali.

La Rsfs Russia (o Federazione Russa) nasce il 12 novembre ’91 ma è riconosciuta formalmente, insieme alle altre ex repubbliche sovietiche, il 26 dicembre, ultimo giorno ufficiale dell’Urss.

Ma – come titola il quotidiano «Izvestja» – in ottobre «Grozny si prepara a combattere». Dopo un duro scontro fra filo-russi e nazionalisti, il 27 ottobre ’91 la Cecenia proclama l’indipendenza con Dzokhar Dudajev presidente della repubblica. Il 2 novembre Eltisn dichiara che le ultime decisioni cecene sono illegali. Il 9 novembre è guerra: truppe russe arrivano all’aeroporto di Grozny mentre decine di migliaia scendono in strada.

La guerra divampa e certo gli antichi conflitti e la storia recente non aiutano a trovare una via d’intesa. Durante la seconda guerra mondiale i ceceni insorsero contro l’Urss, sperando di tornare indipendenti. Ma appena l’Armata rossa si liberò dei nazisti piombò in Cecenia. Stalin accusò i ceceni di aver collaborato con i nazisti (non era vero): il 23 febbraio 1944, in una sola notte, mezzo milione di ceceni vennero deportati nel Kazakhstan («operazione Lentil») e tornarono a casa solo nel 1957.

Le prima (dal ’91 al ’96) e la seconda (1999-2006) guerra fra la nuova Russia e la Cecenia sono sanguinose. «Un Vietnam in Europa» titola un libro (di Carlo Benedetti) eppure quasi sempre invisibile agli occhi del mondo. Massacri censurati, nonostante le denunce di Amnesty International e gli articoli di Anna Polikovkaja, che nel 2006 paga con la vita il suo coraggio, e poche/i giornalisti non asserviti. Per ragioni analoghe, 6 anni prima, era stato ucciso – ma a Tiblisi (in Georgia) – Antonio Russo, giornalista di Radio Radicale. La real-politik (e soprattutto i suoi oleodotti) della Russia non deve essere contestata. Si ricorderà una esibizione del signor P2-1816 in difesa del suo amico Putin. Ma chi ha buona memoria rammenterà pure che Eltsin ebbe la faccia tosta di dichiarare (davanti a Clinton e a centinaia di giornalisti) che in Cecenia non c’era, «anzi non c’era mai stata», una guerra.

I massacri continuano ancora oggi a guerra formalmente conclusa con la maggior parte della Cecenia sotto controllo dei militari russi. Dopo il massacro di Beslan, di fatto i media italiani hanno cancellato la Cecenia dai loro interessi. Fra i giornalisti che invece hanno documentato – e tentano ancora di raccontare – i perché e i costi umani di quelle guerre c’è Carlo Gubitosa che si recò a Grozny e nei campi profughi del Caucaso per scrivere (nel 2004) «Viaggio in Cecenia». E’ intuibile che il libro non ebbe successo: anche per la denuncia degli interessi economici dell’italiana Eni e degli accordi di cooperazione militare fra Italia e Russia nell’inverno 1999, proprio mentre erano in corso i bombardamenti sui civili che sarebbero stati successivamente documentati e denunciati dalla Corte Europea per i Diritti Umani.

In hoc signo…il potere temporale

Accadde a Saxa Rubra. Non per esigenze televisive – ora lì c’è la sede della Rai – ma perché intorno a Ponte Milvio vi fu lo scontro fra Costantino e Massenzio. Era il 28 ottobre 312 dC (dopo Cristo) o, come usa dire in molti Paesi, ec (era comune). Vinse Costantino e con lui iniziò il trionfo del cristianesimo (che già si divideva al suo interno) e soprattutto il potere “temporale” della Chiesa.

Le versioni più diffuse dell’evento rimandano al racconto (scritto dopo la morte di Costantino) di Eusebio che pure si mostra perplesso: “ci credo solo perché l’imperatore me lo giurò” – è grosso modo la sua spiegazione. Costantino I era orientato verso il monoteismo. Così prima della battaglia, verso mezzogiorno, rivolse una preghiera a dio: proprio in quel momento vi fu un incrocio di luci sopra il sole con la scritta Εν Τουτω Νικα che in latino suona «In hoc signo vinces», con questo segno vincerai. La notte successiva gli sarebbe apparso Cristo, ordinandogli di adottare come vessillo il segno visto in cielo. Così fece Costantino: le sue truppe si mossero all’insegna del labaro imperiale con il simbolo detto Chi-rho o «monogramma di Cristo» formato dalle lettere XP (le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ cioè Christos) sovrapposte. Sotto quelle insegne i soldati sconfissero l’avversario; Massenzio annegò nel crollo di ponte Milvio che (tragica ironia) proprio lui aveva fatto costruire e che in seguito ha resistito per secoli, ben più solido dei moderni ponti monarco-fascisti del ‘900.

Anche un altro scrittore cristiano, Lattanzio, racconta la battaglia di Saxa Rubra: nessun segno in cielo, però Costantino (la notte prima della battaglia) avrebbe ricevuto in sogno l’ordine di mettere sullo scudo dei propri soldati un «coeleste signum dei», non meglio precisato.

Vi sono ovviamente interpretazioni scettiche e anche pagane (una rimanda al tempio di Apollo Grannus dove una scritta prometteva 30 anni di vittorie) che si ricollegano al culto del sole, allora molto diffuso. Il dio orientale del sole era Mithra e veniva identificato con il «Sol Invictus», cioè il sole che non poteva essere sconfitto. I suoi fedeli dipingevano sullo scudo una croce sovrapposta a una X, con al centro un cerchio, molto simile dunque all’insegna poi adottata dal Costantino cristianizzato. Insomma una classica credenza e simbologia pagana riadattate, come tante altre, alla nuova religione.

Nel 1948, Fritz Heiland (dello Zeiss Planetarium di Jena) pubblicò una interpretazione astronomica. Nell’autunno dell’anno 312 tre pianeti ben visibili – Marte, Saturno e Giove – erano allineati: la congiunzione astrale poteva essere interpretata come un presagio buono (o cattivo). Altri hanno ricostruito l’evento al computer: al tramonto – o all’alba – sarebbe comparsa la Croce del Cigno, sotto di essa si trovava la costellazione dell’Aquila (simbolo di Roma) e più sotto erano allineati Venere, Giove, Saturno, Marte. Uno scenario insolito (si presenta ogni mille anni circa) che poteva essere variamente interpretato ma certo non passava inosservato.

Invece il geologo svedese Jens Ormo ipotizzò che Costantino e le sue truppe avessero assistito alla caduta di un grande meteorite, forse quello cui si deve il cratere del Sirente in Abruzzo.

Nell’impossibilità di ricostruire una verità, quel che oggi ci interessa è un giudizio storico-politico: la vittoria di Costantino significa un ruolo di primo piano nell’impero per i seguaci di Cristo, sino ad allora osteggiati o tollerati a mala pena. Eppure le varie “anime” del cristianesimo non concordano sul suo ruolo: la Chiesa ortodossa lo venera come santo, quella cattolica riconosce invece come santa sua madre Elena, protettrice degli archeologi perché in “Terra Santa” avrebbe ritrovato i tre chiodi della croce di Gesù (il «quarto chiodo», secondo molte leggende, sarebbe stato rubato dagli “zingari” ma questa è una storia che vale raccontare in un’altra occasione).

Condivisibile la valutazione storica di Piergiorgio Odifreddi (nel suo «Perché non possiamo essere cristiani»): l’importanza di Costantino è nel suo ruolo attivo nelle faccende della Chiesa e persino nelle decisioni teologiche (al concilio di Nicea, nel 325) sul dogma della Trinità; ma soprattutto «conferendo alla Chiesa il diritto di ereditare i beni dei fedeli, donandole varie proprietà e attribuendo al suo clero privilegi e poteri» cambiò del tutto lo scenario.

Aggiunge, subito dopo, Odifreddi; «ciò che Costantino non fece fu la famosa Donazione a papa Silvestro I»; ma questa è un’altra vicenda, buona per qualche futura «scor-data».

UNA PICCOLA NOTA

Care e cari, da quando è nato Il Dirigibile (www.ildirigibile.eu) mi impegno – non da solo però – in una rubrica quotidiana (salvo sabato e domenica) di scor-date. Eccone alcune… se le avete perse; altre (mie e non) ne trovate lì, sul colonnino di sinistra alla voce «Circostanze». (db)

Redazione
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