Brasile: Lula guarda al centro (destra) e…

… e si allea con Alckmin.

In vista delle presidenziali del 2 ottobre sono già iniziate le provocazioni e le fake news del bolsonarismo per mantenere il Messia Nero al Planalto. Questo ha spinto Lula a creare un fronte molto ampio, anche con la destra brasiliana presentabile (ma sempre orientata verso il neoliberismo).

di David Lifodi (*)

C’è ancora molto tempo prima di arrivare al 2 ottobre, la giornata in cui si terrà il primo turno delle presidenziali brasiliane, ma la situazione, nel più grande paese dell’America latina, è già esplosiva. Tutti i sondaggi evidenziano l’ampio vantaggio di Lula, ma non hanno fatto i conti con l’enorme popolarità di Bolsonaro tra gran parte delle comunità evangeliche, la loro capacità di mobilitazione, ma, soprattutto, nella diffusione di fake news che, già in occasione delle precedenti presidenziali, hanno permesso al Messia Nero di arrivare al Planalto.

La paura di vedere Bolsonaro ancora alla guida del paese, con le sue provocazioni, il razzismo e il disprezzo per i diritti umani esibito in ogni circostanza, il deliberato negazionismo sul Covid-19 e, per finire, le ostentate dichiarazioni di ammirazione verso la dittatura militare (1965-1984), hanno spinto Lula a virare ulteriormente verso il centro all’insegna della governabilità.

È in questo contesto, così incerto e complesso, che l’ex presidente operaio ha scelto Geraldo Alckmin, ex governatore tucano di San Paolo, esponente di spicco del Partito della socialdemocrazia brasiliana (Psdb – Partido da Social Democracia Brasileira, di centro-destra) e di recente entrato nel Psb (Partido Socialista Brasileiro), in qualità di vice.

Nelle presidenziali del 2006 Alckmin si giocò il Planalto nel ballottaggio con Lula ed uscì sconfitto. Esponente della destra neoliberista e ultraconservatrice, adesso Alckmin sembra una figura più affidabile rispetto al fascismo dichiarato del bolsonarismo, ma la sua sempre più probabile carica di vice-presidente stride con l’elettorato storico di Lula, con i movimenti sociali, a partire dai Sem Terra, e con figure della sinistra brasiliana come Manuela D’Avila (vicepresidente designata di Fernando Haddad nelle presidenziali del 2018 e proveniente dal Partito Comunista) o Guillerme Boulos, leader dei Sem Teto ed esponente del Psol (Partido Socialismo e Liberdade).

Se la forza elettorale di Alckmin è limitata, prevalentemente, allo stato di San Paolo, Lula scommette su di lui per garantirsi quella governabilità spesso mancata ai governi di sinistra o di centro-sinistra latinoamericani che, pur avendo vinto nelle urne, hanno finito per trovarsi senza una maggioranza che potesse metterli al riparo da eventuali ribaltoni, frequentemente condotti a termine dalle destre. L’augurio, tuttavia, è che Alckmin non si comporti con Lula come Temer nei confronti di Dilma Rousseff: fu proprio il suo vicepresidente, infatti, a tramare e a gettare le basi per la sua cacciata, del tutto anticostituzionale, dal Planalto. Inoltre, c’è da chiedersi come si comporterà Alckmin, il cui bacino di voti, a destra, è stato prosciugato dal bolsonarismo, nel caso in cui in Brasile si registrino dei forti conflitti sociali.

Per ripristinare la democrazia e i valori di un Brasile solidale e antifascista, Lula punta su un’alleanza larga, e molto forte, in una campagna elettorale che, già da ora, si presenta fortemente polarizzata. Di fronte ai legami di Bolsonaro con l’estrema destra internazionale (qualcuno teme che, in caso di sconfitta, il Messia Nero possa rifiutare l’esito del voto e organizzare un’azione destabilizzatrice come quella di Trump a Capitol Hill del 6 gennaio 2021), Lula è convinto, probabilmente non a torto, che per il Brasile sia meglio un governo più spostato al centro, ma in grado di riguadagnare considerazione sulla scena internazionale, che uno con i fedelissimi del bolsonarismo, ma in Brasile, molto spesso, a decidere l’inquilino del Planalto è il cosiddetto centrão, da cui dipende, da sempre, il destino delle maggioranze politiche del paese.

Diego Battistessa, latinoamericanista per Il Fatto Quotidiano, ha ricordato che, di fronte ai sondaggi che evidenziano l’ampio vantaggio di Lula sul Messia Nero, “la bancada della Bibbia che aveva portato alla vittoria di Bolsonaro quattro anni fa è tornata in trincea per spingere il suo prediletto almeno verso il ballottaggio”, all’insegna della rinnovata alleanza tra la destra radicale e le chiese evangeliche.

A questo proposito, sempre Battistessa ha ricordato che l’avversione del bolsonarismo nei confronti di Lula è tale che, per gettare discredito su di lui, è stato prodotto “un audio con la voce di Lula che recita quanto segue: ‘Sto parlando con il diavolo e il diavolo si sta impadronendo di me’. Un messaggio che è stato smentito a più riprese ma che dentro il mondo del fanatismo evangelico brasiliano ha creato un’ondata di reazioni difficilmente arrestabili. Il messaggio originale, preso da una conferenza di Lula proprio riguardo alle fake news, recita quanto segue: “Sui social media bolsonaristi dicono che ho una relazione con il diavolo, che sto parlando con il diavolo e il diavolo si sta impadronendo di me”.

Secondo Ricardo Antunes, docente di Sociologia del Lavoro all’ Universidad Estadual de Campinas, Lula ha la possibilità reale di vincere davvero al primo turno. Il professore universitario, pur critico verso il lulismo, sottolinea la distruzione economica, sociale, politica, ideologica e ambientale promossa da Bolsonaro, il crescente impoverimento di gran parte dei brasiliani, la perdita di valore del salario. In una situazione del genere gran parte dell’elettorato guarda con fiducia a Lula, pur con tutte le contraddizioni insite nel suo governo, perché, rispetto a Bolsonaro, non c’è nemmeno confronto.

Antunes non nasconde le difficoltà di una sinistra che, ancora una volta, per vincere è costretta a guardare al centro, ma non si può nemmeno fingere di non sapere del grande consenso di cui gode Bolsonaro tra le forze armate. Anche i militari sanno bene che ormai il Partido dos Trabalhadores, al massimo, incarna i valori del centrosinistra, ma sia i governi di Lula sia quello di Dilma Rousseff hanno condannato, almeno moralmente, i torturatori della dittatura e hanno cercato di fare quanto possibile per ottenere verità e giustizia per le vittime del regime, anche se nessuno di loro è stato mai condannato. Inoltre, la presenza dei militari è notevolmente cresciuta sotto Bolsonaro e adesso, in caso di vittoria petista, le Forze armate temono di perdere i posti e il potere acquisiti grazie al Messia Nero.

Il frente amplio, forse anche troppo, che Lula sta costruendo, servirà a salvare il paese, o ci sarà bisogno di un governo apertamente neoliberista, ma sicuramente inviso ai mercati? Le crescenti minacce nei confronti di Lula ed esponenti del Psol da parte di gruppi neonazisti fanno presagire una stagione di forti conflitti sociali e probabilmente le trappole del bolsonarismo contro il Brasile democratico saranno uno dei maggior ostacoli che dovranno affrontare le sinistre sulla strada per la riconquista del Planalto.

(*) Fonte: Peacelink

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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