Cile: diritti mapuche calpestati

di David Lifodi

Lo scorso 6 febbraio due membri della comunità mapuche Wente Winkul Mapu sono stati condannati a pene detentive tra i cinque e i sei anni: l’accusa li ha giudicati colpevoli di aver cercato di uccidere alcuni carabineros durante gli scontri con la polizia avvenuti nel tentativo di espropriare la terra a Juan de Dios Fuentes, uno dei latifondisti più potenti del Cile.

Come già successo in innumerevoli occasioni, lo stato cileno utilizza qualsiasi appiglio pur di attaccare i mapuche: funziona così almeno dalla dittatura militare che, tra il 1973 e il 1990, si era impadronita del paese. La Confederación  Nacional Mapuche fu resa illegale subito dopo il colpo di stato di Augusto Pinochet: il riconoscimento delle terre di proprietà e la libertà di esprimersi nella lingua originaria (diritti concessi da Salvador Allende) vennero immediatamente cancellati dal regime. Da allora, senza grandi distinzioni, sia la Concertación (la coalizione di centro-sinistra che per anni ha governato il paese) sia la destra (attualmente al governo con il miliardario Sebastian Piñera), hanno sempre appoggiato l’oligarchia terriera e le grandi imprese agricole e forestali a scapito dei mapuche, che hanno dovuto subire persecuzioni di ogni tipo (molte le condanne e gli arresti) in seguito alla Ley Antiterrorista, rimasta in vigore dall’epoca pinochettista. Nemmeno Michelle Bachelet, figlia di Alberto, un militare fedelissimo di Allende che perse nella vita in un carcere del regime nel 1974, ha ritenuto di abrogarla durante la sua permanenza alla Moneda. Un esempio (purtroppo non l’unico) di persecuzione politica ai danni dei giovani mapuche, viene proprio dalla condanna comminata a Erik Montoya (che dovrà scontare sei anni e mezzo di prigione) e a Rodrigo Montoya (cinque anni e due mesi), al termine di un processo “scandaloso per la totale mancanza di prove a loro carico”, spiega l’avvocato Nelson Miranda. Ancora più paradossali i 41 giorni di carcere comminati a Héctor Ricardo Nahuelqueo, che aveva già scontato tre mesi di prigione preventiva. Non c’è alcuna foto che incolpa i tre mapuche, accusati di aver partecipato agli scontri tra comuneros e carabineros nell’ottobre 2011 nei pressi del fondo Centenario, di proprietà di Juan de Dios Fuentes. Negli ultimi anni mapuche e carabineros si sono affrontati più volte: i mapuche, circa il 6% della popolazione cilena, sono stati ripetutamente accusati di furti, incendi e soprattutto di aver occupato quelle terre di proprietà dei loro antenati, ai quali sono state sottratte dalle grandi imprese multinazionali. Nel caso specifico, per due dei tre mapuche si sono aperte immediatamente le porte del carcere di Angol, (città che si trova nella regione dell’Araucanía, nel Cile centro-meridionale),  un centro di reclusione dove sono ospitati in gran parte gli stessi prigionieri politici mapuche. Erik Montoya, però, ha deciso di disobbedire alla condanna di stato, si è reso irreperibile, ed è in clandestinità. La sua comunità, Wente Winkul Mapu, ha appoggiato la sua scelta e non potrebbe essere diversamente: la condanna di Erik corrisponde ad una decisione del tutto politica, che criminalizza a priori la lotta dei mapuche per la difesa del loro territorio. In effetti andrebbe aperto un capitolo sull’autonomia della magistratura, sottoposta a pressioni di ogni tipo da parte del presidente Sebastian Piñera, ma anche di una parte del paese dove sta prendendo sempre più piede un razzismo dilagante nei confronti dei mapuche. I giudici sono costretti ad emettere le condanne contro le proprie convinzioni per compiacere un governo che deve mostrare risultati tangibili nella lotta contro il “terrorismo mapuche”. Per i comuneros arrestati il processo giusto è pura utopia di fronte ad uno stato che mostra la sua faccia più opprimente. Accade spesso, anni dopo la condanna, che i mapuche siano dichiarati non  responsabili nelle cause intentate contro di loro, per le quali però viene criminalizzato un intero popolo, grazie ai mezzi di comunicazione mainstream che cavalcano l’onda, delegittimano il movimento e distorcono la realtà dei fatti. L’opinione pubblica si guarda bene dal mettere in risalto che la lotta dei mapuche è per l’autodeterminazione e per evitare l’usurpazione delle terre: nemmeno una parole sull’irruzione dei militari, dei paramilitari e di formazioni dell’estrema destra sul loro territorio. La lotta per il rispetto dei diritti collettivi usurpati dall’oligarchia terriera cilena è costata la vita al giovane Matias Catrileo, universitario mapuche di 23 anni, ucciso nel 2008 dai militari del Grupo de Operaciones Policiales Especiales (Gope) durante l’occupazione del latifondo “Santa Margherita” (regione dell’Araucanía) dell’imprenditore agricolo Jorge Luchsinger. Stessa sorte, nel corso degli anni, per Jaime Facundo Mendoza Collio (24 anni) e Alex Lemun (17), caduti per mano dei carabineros negli scontri per riprendersi quei territori ancestrali di cui erano stati ingiustamente privati: una generazione di giovani e giovanissimi  ha affrontato in prima persona uno stato che reagisce con violenza, non tollera alcuna forma di opposizione ed è definito dagli stessi mapuche apertamente fascista. Un altro problema riguarda i prigionieri politici mapuche ancora in carcere. Alla fine di gennaio i dirigenti della Coordinadora Arauco Malleco ( uno dei coordinamenti territoriali più decisi nella difesa del territorio mapuche), Héctor Llaitul e Ramón Llanquileo, hanno interrotto uno sciopero della fame che durava da 76 giorni. In carcere con l’accusa di aver dato vita a degli attentati incendiari, sui quali ancora non sono emerse prove certe, i due mapuche hanno deciso di sospendere lo sciopero in seguito alla riduzione delle condanne nei loro confronti: da 15 a 11 anni per Héctor Llaitul e da 8 a 4 per Llanquileo, ma questo non significa abbassare la guardia, per cui dal carcere sono tornati a chiedere delle condizioni di reclusione degne e una maggior attenzione alla cultura e alla religiosità mapuche. Inoltre, il Colectivo por la libertad de los presos políticos mapuche  ha denunciato che la persecuzione dello stato cileno non è limitata solo ai prigionieri politici, ma anche ai loro familiari e agli amici: in occasione delle visite ai detenuti nel carcere di Angol sono fotografati e viene registrata ogni loro parola. Quel che è certo è la pessima figura fatta dalla Moneda di fronte alla visita, avvenuta tempo fa, di alcuni rappresentanti del Parlamento Europeo, che hanno potuto constatare con mano le detenzioni illegali e il mancato rispetto dei diritti umani a danno dei mapuche.

“Il nostro unico obiettivo è quello di recuperare il territorio ancestrale che ci è stato usurpato”, dicono i mapuche: seguiremos avanzando hacia la libre determinación y las recuperaciones productivas. Come dire: lo stato non riuscirà ad interrompere la nostra lotta, justa y digna.

Redazione
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