Clinton, Trump o invece Zaphod Beeblebrox?

Una miscellanea di fantascienza dalle parti del “super presidente”: oggi gli Usa e domani la galassia

db-dfcnet

Avremo stanotte la prima “presidenta” degli Usa ? O sarà Trump-scoreggia [NOTA 1] a vincere? Sapremo fra poco.

Nel frattempo db ricorda due cosette. Una breve dal mondo cosiddetto reale e una lunghetta che si muove nei sentieri e nei vicoli del possibile cioè nella fantascienza.

 

LA BREVE.

Mai come questa volta scegliere il “meno peggio”, nel mondo reale – cioè fra HRC e il miliardario razzista – è comunque una sconfitta e una catastrofe. Sono due marionette senza autonomia ma se pure contassero qualcosa Trump fa schifo mentre la signora Clinton [nota 2] è una pericolosa guerrafondaia. Dunque abbandoniamo le illusioni e prepariamoci a resistere a un “impero” che sarà comunque pericoloso come mai in un recente passato.

 

LA LUNGA.

Come già scritto più volte in “bottega” nel tempo del pensiero unico e dell’iper-presente tornano utili autori e autrici che – forzando l’immenso magazzino del futuro – ci aiutino a immaginare. Anche a proposito del “super presidente”.

Il primo libro che consiglio, datato 1956, è da tempo introvabile, dunque dovete andare a cercarlo nelle buone biblioteche. In «L’anno del presidente» di Frederik Pohl e Cyril Kornbluth c’è un candidato mooooolto progressista, più di Bernie Sanders. Troppo: dunque per essere eletto accetterà i peggiori compromessi e si legherà ai più squallidi reazionari. Gran libro: snidatelo e magari – parlo a voi piccole case editrici o maghi/maghe del “free common” – ristampatelo o piratatelo.

Intanto potete consolarvi con un altro romanzo di Pohl-Kornbluth ovvero «I mercanti dello spazio»: già nel 1952 risulta chiaro che il presidente è completamente asservito alle multinazionali. Ma c’è dell’altro: con il mondo catastrofizzato in mano ai “mercanti” forse la salvezza… è a portata di astronave.

Rubando qualche altra storia all’ultimo capitolo del saggio – o folle? Mah – «Di futuri ce n’è tanti» [nota 3] ecco alcune veeeeeeeeloci segnalazioni.

Il racconto «Doveva essere ucciso» di Sam Sackett ci porta nella sfida fra due candidati… che non esistono. «Voi avete visto le fotografie di un uomo che abbiamo deciso di chiamare Benjamin Morrison perché questo nome ha caratteristiche eufoniche che possono piacere. Questo è anche il motivo per cui il suo avversario si chiama Silas Karp». Identità fittizie, burattini.

Isaac Asimov suggerì più volte che un robot sarebbe un ottimo presidente, essendo incorruttibile: già, ma chi lo programma? Nel memorabile e inquietante racconto «Oggi si vota» sempre Asimov spiega che basta un solo elettore, purché “rappresentativo”: eh già…

Oltre Berlusconi, cioè il signor P2-1816, oltre Trump, oltre Putin eccovi Zaphod Beeblebrox, ex hippie poi gangster. Douglas Adams consiglia – voi “autostoppisti” sapete dove, vero? – di eleggere lui a presidente: della Galassia, non di una cosetta tipo gli Usa. Citazione d’obbligo: «Il presidente… deve saper provocare scandali. Perciò sceglierlo non è facile: ci vuole una persona che sappia provocare il furore della gente ma che sia in grado di affascinarla. Zaphod è uno dei migliori presidenti che la Galassia abbia avuto: ha già passato in carcere per truffa 2 dei 10 anni del mandato». [nota 4]

Il sentiero “donne e presidenza Usa” meriterebbe una postilla a parte, magari partendo da un bel giochino di Martin Gardner o dal romanzo «Nel Paese delle donne» di Gioconda Belli; rimandiamo ad altra occasione. Intanto segnalo un agghiacciante racconto di Thomas Disch, «Il pianeta dello stupro» dove ogni donna può votare e presentarsi candidata solo se accetta di essere violentata: siamo nell’immaginaria “isola del piacere” ma somiglia così tanto alla Terra da indurre in confusione.

E il qui – in bottega – molto amato Philip Kindred Dick?

Nel romanzo «Il disco di fiamma» del 1955 – che Urania pubblicò in una traduzione infame [nota 5] – Dick escogita un semplice sistema elettorale che dagli Usa si estende all’intero pianeta: tutte le cariche pubbliche del pianeta vengono sorteggiate a Ginevra in un’urna enorme. E…

Nel romanzo «I simulacri» ancora Philip Dick ci porta negli Usea – Stati Uniti d’Europa e America – guidati dall’attrice Nicole: il popolo dovrà solo scegliere, ogni 4 anni, chi diventerà suo marito. Ma entrambi sono simulacri. E…

Altro romanzo dickiano è «Svegliatevi dormienti» del 1966 [nota 6] con un presidente afroamericano. I dormienti del titolo sono i milioni di «inerti nei depositi governativi», ibernati nella speranza che il mercato del lavoro prima o poi abbia bisogno di loro. Profetico, visto che Dick scrive in pieno boom economico. Altro vaticinio è quello di un presidente nero: qui non si chiama Obama ma James Briskin; ha «i baffoni a manubrio», è un idealista forse un po’ puritano e dunque destinato a perdere se… il caso [ma il fiuto a volte aiuta] non gli consentisse di trovare una magica soluzione per i dormienti e allo stesso tempo di trovarsi in un pasticcio tale che neanche il peggior nazista potrebbe immaginare. A proposito: un nero alla Casa Bianca era stato già immaginato nel 1926 da Monteiro Lobato, uno scrittore brasiliano di favole tradotto nel 2008 da Controluce: ci propone – ma guarda un po’ – gli Usa come unico impero mondiale con la campagna elettorale fra un conservatore bianco, il leader nero Jim Roy e una donna, miss Evelyn Astor.

Quattro cosette per finire.

UNO. Federico Rampini segnalava – su «La Repubblica» del 4 gennaio 2016 – che Obama in vacanza leggeva un best-seller di fantascienza cinese, ovvero «The Three-Body Problem» di Liu Cixin, non ancora tradotto in italiano. Il romanzo di Liu Cixin ha vinto nel 2014 il premio Hugo, la prima volta al romanzo di un autore asiatico.

DUE. Il cinema “presidenziale” – tra fantapolitica e science fiction – meriterebbe un discorso a parte ma… per stavolta no. Magari intanto occhieggiate questo link “prescioloso”: Le elezioni e i presidenti americani in 12 film – Panorama

TRE. Fra i libri più recenti su questo tema – ormai un po’ abusato e “manciuriano” – l’unico che mi abbia entusiasmato è «Psico-attentato» di Robert Sawyer [NOTA 7].

QUATTRO.

Se non avete letto lo stupendo «Jack Barron e l’eternità» di Norman Spinrad aspettate qualche giorno e lo troverete in edicola, ristampato da Urania. Utilissimo anche per ragionare se il potere sia davvero nell’urna … o dove?

[nota 1] cfr Una scoreggia ci seppellirà? Trump e dintorni di Franco Berardi Bifo; [nota 2] cfr Lei – parlo di Hrc – è diversa da Trump… non meglio ovvero la mia recensione di «Hillary Clinton regina del caos» di Diana Johnstone

[nota 3] Mi tocca citare un libro che ho scritto con Riccardo Mancini; non saprei infatti dove altro trovare una “panoramica” su fantascienza e presidenti. L’ultimo capitolo si intitola «Il futuro abita a Wahington?» ovvero «Simulacri, ometti, superman e computer. Ecco a voi i presidenti degli Stati Uniti». Qui in “bottega” c’è un veloce sunto dei “nodi”: Quattro scenari per il voto del futuro

[nota 4] «Guida galattica per gli autostoppisti»: yuk-yuk.

[nota 5] Dunque andatelo a leggere nella riedizione: «Lotteria dello spazio», traduzione di Domenico Gallo, Fanucci, 2005.

[nota 6] La mia recensione di «Svegliatevi dormienti» è qui: Philip Dick al capezzale di Obama

[nota 7] cfr qui la mia recensione Triggers

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Giorgio Chelidonio

    Non ho più avuto “interessi americani” (sensu U.S.A.) dall’estate del 1966, quando il mio Bob venne richiamato e mandato in Vietnam (da cui mi mandò la sua ultima lettera). Ora, cinquant’anni dopo e un tot di presidenti più o meno sgradevoli (politicamente, eccetto Barack Obama), ci si trova davanti al peggio possibile. Era inimmaginabile? Da molti pori della politica USA il peggio era già trapelato più volte. Qualcuno l’aveva già capito bene : Giorgio Gaber nel 1976 con il suo monologo “L’America” aveva profeticamente inquadrato i caratteri di quella società che oggi emergono in modo così “trash”.

    Ascoltatelo : https://www.youtube.com/watch?v=fblWxEfclyQ
    e, volendo, provate anche a soppesarne il testo:

    http://www.giorgiogaber.it/discografia-album/l-america-testo?jjj=1478992556321

    Troppi elettori (anche nostrani) hanno votato (e voterebbero volentieri) un nuovo slogan da stampare sui dollari: “As God we Trump”

    (un link alla scritta attuale “In God we trust” : http://pandemica-mente.blogspot.it/2010/08/in-one-god-we-trust.html )

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