Costi quel che costi: sulla nuova guerra mondiale che…

… ha uno snodo decisivo intorno all’Ucraina. Ma l’arcipelago antimilitarista si muove: manifestazioni contro la guerra l’11 luglio a Kiev e molte città italiane il 23 luglio.

articoli e video di Michele Santoro, Dario Fabbri, Alessandro Barbero, Lucio Caracciolo, MEAN, Europe for Peace, Antonio Mazzeo, Umberto Franchi, Alberto Negri, Vittorio Rangeloni, Carlo Rovelli, Enrico Euli, Gianandrea Gaiani, Pungolo Rosso, Costituente Terra, Domenico Gallo, Fabio Mini, Fulvio Scaglione, Manlio Dinucci, Marco Travaglio, Toni Capuozzo, Roberto Buffagni, Stefano Orsi, Francesco Masala, Franco Ferrari, Andrea Zhok, Giulietto Chiesa, Matteo Saudino

 

 

 

 

Il MEAN – Movimento Europeo di Azione Nonviolenta parte per Kiev
Il corteo nonviolento per chiedere la pace in Ucraina è in programma il prossimo 11 luglio 2022 nella capitale del Paese, teatro, in questi mesi di conflitto, di soprusi e violenze. L’evento è stato pensato con la collaborazione delle associazioni della società civile ucraina e con le istituzioni.

Obiettivo della marcia di pace è dare ai leader europei un segnale forte e chiaro per favorire la coesione tra i Paesi europei all’insegna della nonviolenza: solo con un immediato cessate il fuoco e l’avvio di incontri e negoziati è possibile porre fine al conflitto e lavorare per la creazione degli Stati Uniti d’Europa, con un proprio esercito difensivo e un corpo civile di pace.

Organizzare una manifestazione in un Paese dove è in atto una guerra comporta sicuramente dei rischi, ma il corteo sarà pianificato in ogni dettaglio per evitare che i partecipanti incorrano in pericoli e che i civili ucraini, già profondamente colpiti dal conflitto, non vengano ulteriormente privati delle loro limitate risorse.

Il MEAN è composto da oltre trenta organizzazioni unite per un progetto concreto di pacificazione.
Il MEAN si rivolge a tutta la società civile europea perché esiste una via diversa di risoluzione del conflitto in corso. Facciamo la nostra parte!

Le modalità organizzative saranno comunicate al più presto agli iscritti.

Per maggiori informazioni:  www.projectmean.it

Per sostenerci con donazioni:
Marcia di pace Mean in Ucraina – crowdfunding (produzionidalbasso.com)

il DECALOGO del MEAN:

  1. Andiamo a Kiev perché abbiamo deciso di non acconsentire alla guerra come evento e come pensiero totalitario che, come un veleno, conquista teste a cuori. La guerra alimenta lo schema binario amico-nemico, buono-cattivo, armi-non armi e man mano disegna un mondo senza possibilità di intesa. Abbiamo deciso di uscire da questo schema e da questa logica alla ricerca di pensieri e di relazioni in cui l’intesa sia almeno augurabile.
  2. L’Ucraina non è il palcoscenico né dei nostri ragionamenti né dei nostri sentimenti. Non andiamo in Ucraina per dire che siamo buoni e pacifici. Andiamo per essere accanto agli ucraini aggrediti e martirizzati da tante, troppe, settimane. Siamo lì per abbracciarli e condividere il loro dolore.
  3. La nostra azione non arriva dall’alto ma è preparata, condivisa, discussa con la società civile ucraina, con le sue organizzazioni e istituzioni. Siamo con loro e accanto a loro per chiedere il silenzio delle armi e il ritiro dell’aggressore e per offrire una mano concreta ai più fragili e ai minori.
  4. La nostra azione è anche ispirata, e condivisa, dalle tantissime organizzazioni impegnate in Italia e in tutta Europa,  a partire da quelle nei Paesi confinanti,   che   da oltre 100 giorni accolgono e aiutano i profughi ucraini e gli sfollati interni: milioni e milioni di persone, donne, bambini, anziani. La nostra azione non si sostituisce alla loro ma vuole esaltarla come concreto gesto di pace che oggi va invocata e chiesta urlando.
  5. La nostra azione vuole proporre la nonviolenza come arma per la pacificazione. Lo diceva anche Gandhi: “La nonviolenza è la più grande forza a disposizione del genere umano.  Più potente della più potente arma di distruzione che il genere umano possa concepire”. I nostri corpi insieme a quelli di tanti ucraini ed europei in marcia verso Kiev e poi a Leopoli, Kharkiv , Černivci vogliono essere un’arma di costruzione di massa: “More arms for hugs, no more war, we Mean it – Più braccia per gli abbracci, niente più guerra, lo vogliamo sul serio”.
  6. Il 9 maggio 1950 Robert Schumann, allora ministro degli esteri francese, nella nascente Europa post bellica, disse. “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Un invito quanto mai attuale. Per questo la nostra non vuole essere un’iniziativa simbolica, ma di massa, pur in un contesto che imporrà una presenza diluita nel tempo e nello spazio. Un’iniziativa di massa di cui nessuno è proprietario ma che tutti contribuiscono a creare e sostenere;
  7. Riteniamo che nel panorama politico internazionale l’Europa debba porsi come un attore più autonomo e deciso in grado, in quanto tale, di porre fine al conflitto e che la mobilitazione delle società civili europee sia decisiva per mettere in primo piano questa rivendicazione;
  8. Riteniamo in particolare che non sia casuale che questo movimento europeo nasca da una iniziativa italiana. Infatti, dalla nostra storia ed elaborazione politica possiamo attingere due idee oggi più attuali che mai relative alla Gestione Creativa delle divergenze e dei conflitti. La prima è la stesura della nostra Costituzione nella quale posizioni politiche opposte hanno dialogato e sono giunte a dichiarare il ripudio della guerra come strumento di soluzione dei conflitti fra stati. La seconda è  la proposta dei Corpi Civili di Pace avanzata da Alex Langer nel1994 al Parlamento europeo come dispositivo d’intervento nelle zone di conflitto in grado d’impedire l’escalation e ricostruire tessuti di cooperazione. L’Italia e l’Europa debbono con forza e decisione rilanciare l’esistenza dei Corpi civili di pace. Lo chiederemo dall’Ucraina.
  9. Per ripensare la pace dobbiamo oggi ripensare l’Europa. Per questo la nostra iniziativa si svolge l’11 luglio. Una data significativa per due ricorrenze. È il giorno di San Benedetto patrono d’Europa.  Come disse Paolo VI quando lo proclamò patrono, Benedetto seppe infondere “unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire un unico popolo”. Ma l’11 luglio è anche l’anniversario di Srebrenica, il peggior massacro in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale, avvenuto tra l’11 e il 19 luglio del 1995, quando le forze serbe di Bosnia massacrano 8.000 ragazzi e uomini musulmani sotto gli occhi dell’Onu e dell’Europa. L’11 luglio è data quindi di un fallimento storico e di una tenace speranza.
  10. Pensare la pace, oggi, significa prima di tutto avere un’idea di futuro desiderabile per umanità contro i tanti futuri distopici a cui narrazioni e rappresentazioni ci preparano da decenni. Mettere in atto nuove forme e nuove tecniche del dialogo non ha nulla a che vedere con la rappresentazione di pacifisti e nonviolenti  come anime belle intente “a giocare alla pace” o a dichiararsi “neutralisti” mentre gli ucraini sono costretti a far volare i missili anticarro. Pensare la pace vuol dire prepararla con un’Europa dei cittadini, come diceva Altiero Spinelli, un’Europa dei popoli e non dei nazionalismi, come diceva Giorgio La Pira. È ora per noi di salire sulle spalle dei giganti.

https://www.change.org/p/mean-azione-nonviolenta-in-ucraina-manifestazione-a-kiev-l-11-luglio-2022

 

 

Ipocrisia – Carlo Rovelli

Poche volte mi sono sentito come in questo periodo, così lontano da tutto quanto leggo sui giornali e vedo alla televisione riguardo alla guerra ora in corso in Europa orientale. Poche volte mi sono sentito così in dissidio con i discorsi dominanti. Forse era dai tempi della mia adolescenza inquieta che non mi sentivo così ferito e offeso dal discorso publico intorno a me.

Mi sono chiesto perché. In fondo, sono spesso in disaccordo con le scelte politiche e ideologiche dei paesi in cui vivo, ma questo è normale — siamo in tanti e abbiamo opinioni diverse, letture del mondo diverse. Anche del mio pacifismo, poi, sono poi così sicuro? Ho dubbi, come tutti. Allora perché mi sento così turbato, ferito, spaventato, da quanto leggo su tutti i giornali, e sento ripetere all’infinito alla televisione, nei continui discorsi sulla guerra?

Oggi l’ho capito. L’ho capito proprio ritornando col pensiero al periodo della mia prima adolescenza, quando tanti anni fa la gioventù di tanti paesi del mondo cominciava a ribellarsi a uno stato di cose che le sembrava sbagliato. Cos’era stata quella prima spinta al cambiamento? Non era l’ingiustizia sociale, non erano i popoli massacrati dal Napalm come i Vietnamiti, non era il perbenismo, la bigotteria, l’autoritarismo sciocco delle università e delle scuole, c’era qualcosa di più semplice, immediato, viscerale che ha ferito l’adolescenza di mezzo secolo fa e ha innescato le rivolte di tanti ragazzi e ragazze di allora: l’ipocrisia del mondo adulto.

L’istintiva realizzazione da parte della limpidezza della gioventù che gli ideali ostentati erano sepolcri imbiancati. Che i nobili valori dichiarati erano coperture per un egoismo gretto. Che l’ostentato moralismo, la pomposa prosopopea della scuola, la pretesa autorità delle istituzioni erano coperture per privilegi, sfruttamento, bassezze e grettezze. Questo d’un tratto era insopportabile, per gli occhi limpidi di un ragazzo o una ragazza.

Sono passati tanti anni da allora. Il mondo mi appare infinitamente più complesso, difficile da decifrare, difficile da giudicare, di quanto mi apparisse allora. L’illusione che tutto possa essere pulito e onesto nel mondo l’ho persa da tempo. Ma l’esplosione dell’ipocrisia dell’Occidente in questo ultimo anno è senza pari.

D’un tratto, l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori, il baluardo della libertà, il protettore dei popoli deboli, il garante della legalità, il guardiano della sacralità della vita umana, l’unica speranza per un mondo di pace e giustizia. Questo canto a quanto l’Occidente sia buono e giusto e quanto gli stati autocratici siano cattivi è un coro in unisono ripetuto all’infinito da ogni articolo di giornale, ogni commentatore televisivo, ogni editoriale. La cattiveria feroce di Putin è additata, ostentata, ripetuta, declamata, all’infinito. Ogni bomba che cade sull’Ucraina ci ripete quanto la Russia sia il male e noi il bene.

Io sarei felice di unirmi al coro, se ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che una potenza militare abbia attaccato con futili pretesti un paese sovrano, mi aggiungerei al coro se ogni volta l’Occidente aggiungesse “E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto in Afghanistan, in Irak, in Libia, a Grenada, a Cuba, e in tantissimi altri paesi. Lo abbiamo fatto ma ora che lo fanno i Russi ci rendiamo conto di quanto sia doloroso, non lo faremo più.”

Sarei felice di unirmi al coro, se ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che i confini delle nazioni non sono rispettati, e la Russia ha riconosciuto l’indipendenza del Donbas, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse “E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho subito riconosciuto l’indipendenza della Slovenia e della Croazia, cambiando i confini dell’Europa, innescando una sanguinosissima guerra civile, e strappando terre alla Yugoslavia.”

Sarei felice di unirmi al coro, se ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che Mosca bombarda Kiev, ammazzando civili innocenti, adducendo come motivo che Kiev bombardava il Donbas, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse “E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho bombardato Belgrado, uccidendo mille persone, donne e bambini innocenti, adducendo come motivo che Belgrado bombardava il Kossovo”.

Sarei felice di unirmi al coro, se ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che la Russia pretende di cambiare il regime politico di Kiev perché questo regime le si ribella, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse “E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho bombardato la Libia, invaso l’Irak, destabilizzato governi del mondo intero, dal Medio Oriente al Sud America, dal Cile all’Algeria, dall’Egitto alla Palestina, ogni volta che un popolo votava per un governo troppo poco favorevole agli interessi occidentali, buttando giù governi democraticamente eletti come in Algeria in Egitto o in Palestina, per invece sostenere dittature come in Arabia Saudita solo perché fa comodo, anche se i Sauditi continuano a massacrare Yemeniti”.

Sarei felice di unirmi al coro che si commuove per i poveri Ucraini, se questo coro si commuovesse anche per gli Yemeniti, i Siriani, gli Afghani e tutti gli altri, con la pelle di tonalità leggermente diversa, invece di lasciare fuori tutti gli altri a marcire.

E forse sarei in disaccordo ma non così schifato, se semplicemente sentissi dire “siamo i più forti, vogliamo dominare il mondo con la violenza delle armi, per difendere la nostra ricchezza, e lo domineremo. Almeno non ci sarebbe l’ipocrisia, almeno potremmo discutere se questa sia o no una scelta lungimirante, e non sia più lungimirante smorzare lo scontro e cercare collaborazione.

Invece siamo immersi nella più sfrenata ipocrisia. Arriviamo a eccessi che rasentano il surrealismo. I nostri giornali parlano della logica “imperiale” della Cina e della Russia. La Cina non ha praticamente un solo soldato al di fuori dei confini cinesi riconosciuti internazionalmente. La Russia ne ha solo a pochi chilometri dai suoi confini. I più lontani sono in Transnitzia, a poche decine di chilometri dai suoi eserciti. Gli Americani hanno cento mila soldati in Europa, hanno basi militari in Centro America, in Sud America, in Africa, in Arabia Saudita, nel Pacifico, in Giappone, in Corea, e via via, praticamente ovunque nel mondo. Eccetto in Ucraina, dove pero le stavano iniziando. Hanno portaerei nel mare della Cina. Chi ha una politica imperiale? Dalle coste cinesi si vedono le navi da guerra americane, non direi che da New York si vedano navi da guerra Cinesi. Eppure i nostri giornalisti surrealisti riescono distorcere la realtà fino a parlare della logica imperiale di Russia e Cina!

Si paventa l’uso della bomba atomica. Ma è l’Occidente l’unico ad aver usato la bomba atomica per affermare con l’estrema violenza il suo incondizionato domino, addirittura guerra già vinta, nessun altro lo ha fatto. Si dice che la Cina è aggressiva. Ma non ha fatto una solo guerra dopo la Corea e il Vietnam, mentre l’Occidente ha fatto guerre in continuazione nel mondo intero. Chi è l’impero?

Il pentagono pubblica regolarmente liste di esseri umani uccisi in ogni parte del mondo dai suoi droni. Riconosce pubblicamente che molti innocenti vengono uccisi per sbaglio. Il New York Times arriva all’orrore di scrivere un lungo articolo per denunciare il fatto che i poveri soldati americani che guidano questi droni da remoto non hanno abbastanza supporto psicologico per sopportare il duro lavoro e lo stress di dover spesso ammazzare innocenti! Lo scandalo, per il paludato organo di stampa dei padroni del mondo, non è che siano ammazzati innocenti, è che i soldati che ammazzano non hanno adeguato supporto psicologico!

Neppure l’impero Assiro ricordato nell’antichità per la sua violenza era mai arrivato a una simile arroganza e disprezzo per il resto dell’ umanità! Ma i nostri giornalisti ignorano felicemente che ogni settimana nel mondo qualcuno viene ucciso da droni americani, e ricordano piuttosto indignatissimi di una persona uccisa dai russi anni fa a Londra…. Come sono orrendi i Russi! E via via così…

La Russia si è permessa di commettere anch’essa una versione in tono minore degli orrori che l’Occidente continua a commettere. L’Irak e L’Afghanistan non avevano fatto male a nessuno: l’Occidente li ha invasi e ha fatto molte centinaia di migliaia di morti, nelle due guerre. E si permette di fare l’anima candida con la Russia?

Che lo faccia promettendo di non invadere più nessun paese, di non infilarsi più in nessuna guerra, di non voler dominare il mondo con la violenza. Allora mi unirò anch’io al coro di condanna dei cattivi Russi.

Abbiamo sentito l’assurdo. Gli Americani invocare la corte internazionale di giustizia, che hanno sempre ostacolato e a cui non hanno aderito. Invocare la legalità internazionale, quando le loro ultime guerre sono state condannate dalle Nazioni Unite e loro hanno fatto di tutto per esautorarle, compreso non pagare la loro quota.

Amo l’America. Ci ho vissuto dieci anni. La conosco. La ammiro. Ne conosco gli splendori e gli orrori. La brillantezza delle sue università, la vitalità della sua economia, la miseria infame dei ghetti neri e dei ghetti bianchi, le sue carceri dove tengono quasi un americano ogni cento, la violenza per noi europei inconcepibile delle sue strade. Amo anche l’Europa, dove sono nato. Ho amato quella che mi sembrava essere la tolleranza e la cautela ereditate dalla devastazione della Guerra Mondiale. Ma non posso non vedere come questa parte ricca e potente del mondo stia sempre più chiudendosi su se stessa in un parossismo di violenza contro il resto del mondo e si stia trasformando in un sepolcro imbiancato. Amo l’Occidente, ma per la ricchezza culturale che ha regalato al mondo intero, non per essere diventato padrone grazie alla la schiavitù, sterminando interi continenti, depredando tutto e continuando a farlo, non per questa sfrenata violenza e ipocrisia che continuano gli orrori del passato.

Amo anche la Cina e l’India, di cui pure ho visto miserie e splendori. È stupido discutere su chi sia migliore, come se dovessimo tutti fare la stessa cosa, come se qualcuno dovesse necessariamente vincere sugli altri e imporre il proprio modo di esser agli altri. Il problema del mondo non è chi deve comandare, che sistema politico dobbiamo adottare tutti uniformemente. Il problema del mondo è come convivere, tollerarsi, rispettarsi, collaborare.

Il mondo ha diversi miliardi di abitanti. La maggioranza di questi sono fuori dall’Occidente. Ce ne sono in Cina, in India, in Russia, in Brasile, nel resto del Sud America, dell’Africa, dell’Asia. Sono la maggioranza dell’umanità. Non hanno più simpatia per l’Occidente. Ne hanno sempre meno. Non partecipano alle sanzioni contro la Russia, molti si sono rifiutati perfino di votare la condanna della Russia all’ONU, nonostante la Russia fosse ovviamente condannabile. Non perché siano cattivi, perché amino la violenza, o abbiano biechi motivi. Ma perché vedono la sfrenata ipocrisia dell’Occidente, che riempie il mondo dei suoi eserciti, si sente libero di massacrare, e poi fa l’anima candida se un altro si comporta male.

Il mondo, nella sua vasta maggioranza, vorrebbe che i problemi comuni dell’umanità, il riscaldamento climatico, le pandemie, la povertà, fossero affrontati in comune, con decisioni prese in comune. Vorrebbe che le Nazioni Unite contassero dii più. L’Occidente blocca questa collaborazione, si sente in diritto di comandare, perché ha le armi dalla sua, la violenza dalla sua.

Ora l’Occidente si sente inquieto perché la Cina sta diventando ricca, per questo la stuzzica, la provoca, la accusa di ogni cosa accusabile (e ce ne sono: scagli la prima pietra chi è senza colpe). L’Occidente cerca lo scontro con la Cina. Vorrebbe umiliarla militarmente prima che cresca troppo e questo diventi impossibile. La classe dominante occidentale ci sta portando verso la terza guerra mondiale. I problemi dell’Ukraina si potrebbero risolvere come alla fine l’Occidente ha voluto risolvere la Yugoslavia: una guerra civile che si trascina da tempo, con interventi militari esterni, che ha portato a una separazione in parti diverse. Ma Occidente non vuole una soluzione, vuole fare male alla Russia. Non fa che ripeterlo.

Alla televisione sfilano le facce felici delle riunioni dei leaders occidentali, felici delle loro portaerei, le loro bombe atomiche, le loro armi innumerevoli, trilioni di euro usati per fare armi, con cui si potrebbero risolvere i problemi del mondo, e invece sono usati per rafforzare un predomino violento sul mondo.

E tutto questo colorato delle belle parole: democrazia, libertà, rispetto delle nazioni, pace, rispetto della legalità internazionale, rispetto della legge. Dietro, come zombi, i giornalisti e gli editorialisti a ripetere. Sepolcri imbiancati. Su una scia di sangue di milioni di morti straziati negli ultimi decenni dalle nostre bombe. Da Hiroshima a Kabul. E continueranno.

da qui

 

 

Europe for Peace: “Fermare le armi in Ucraina! Giornata nazionale di azione il 23 luglio per una conferenza internazionale di Pace”

Continua l’impegno delle organizzazioni della società civile italiana per chiedere il cessate il fuoco e l’inizio di un percorso di pacificazione in Ucraina. Dopo le manifestazioni, le carovane di pace, le iniziative di solidarietà e gli appelli alla politica delle ultime settimane viene ora promossa una nuova mobilitazione, diffusa su tutto il territorio nazionale, per il prossimo sabato 23 luglio.

L’invito ad organizzare iniziative di varia natura è esteso a tutte le associazioni, sindacati, gruppi che già sono attivi da mesi, per far convergere gli sforzi in una giornata nazionale che possa rilanciare una forte di richiesta di cessate il fuoco affinché si giunga ad una conferenza internazionale di Pace.

L’appello è promosso da Europe for Peace l’iniziativa congiunta avviata già dallo scorso marzo con le mobilitazioni contro l’aggressione russa in Ucraina e che raccoglie l’adesione di un ampio arco di reti, campagne, associazioni, sindacati. Dunque è questa coalizione a lanciare l’iniziativa del 23 luglio con numerose prime adesioni già ricevute (vedi allegato) a partire dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, dalla Campagne Sbilanciamoci! e della coalizione “Stop the War Now”.

Nel testo diffuso oggi si legge come “l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata” portando conseguenze nefaste “anche per l’accesso al cibo e all’energia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per l’economia europea e globale”. Ribadendo la vicinanza alle popolazioni colpite dalla guerra si ricorda poi come occorra cercare “una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali” sottolineando come invece sia necessario “che il nostro paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro”.

Il documento ripropone poi il punto fondamentale ribadito dal movimento pacifista italiano fin dall’inizio del conflitto: “Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace” e per tale motivo viene proposta (a 150 giorni dall’inizio della guerra) la giornata nazionale di mobilitazione per la pace del 23 luglio con iniziative in tutta Italia, con uno slogan chiaro: “TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!”

Le iniziative che verranno definite e programmate nei prossimo saranno comunicate e rilanciate da tutte le organizzazioni promotrici dell’appello, il cui testo e le prime adesioni è disponibile qui sotto.

TACCIANO LE ARMI NEGOZIATO SUBITO!

Verso una conferenza internazionale di pace

23 luglio giornata nazionale di mobilitazione per la Pace in tutte le città italiane

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata con drammatiche conseguenze per la vita e il futuro delle popolazioni ucraine, ma anche per l’accesso al cibo e all’energia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per l’economia europea e globale.

Siamo e saremo sempre dalla parte della popolazione civile, delle vittime della guerra in Ucraina e dei pacifisti russi che si battono per porre fine all’aggressione militare.

Questa guerra va fermata subito e va cercata una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali che dimostrino la volontà di cercare una soluzione politica alla crisi.

Occorre invece che il nostro paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro.

Bisogna fermare l’escalation militare. Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace, facendo tacere le armi e portando al tavolo del negoziato i rappresentanti del governo ucraino, di quello russo, delle istituzioni internazionali.

La popolazione italiana, nonostante sia sottoposta a una massiccia propaganda, continua ad essere contraria al coinvolgimento italiano nella guerra e a chiedere che si facciano passi concreti da parte del nostro governo e dell’Unione Europea perché sia ripresa con urgenza la strada dei negoziati.

Questo sentimento maggioritario nel paese è offuscato dai media mainstream ed è non rappresentato nel Parlamento. Occorre dargli voce perché possa aiutare il Governo a cambiare politica ed imboccare una strada diversa da quella attuale.

Per questo – a 150 giorni dall’inizio della guerra –  promuoviamo per il 23 luglio una giornata nazionale di mobilitazione per la pace con iniziative in tutto il paese per ribadire: TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!

Per  adesioni:  segreteria@retepacedisarmo.org

Per comunicare le iniziative:  https://sbilanciamoci.info/europe-for-peace/

continua qui

 

Decalogo dell’Impero padrone del mondo – Giulietto Chiesa

 

Come tenere in pugno il mondo. E’ «il decalogo che ha creato l’Impero e che ci ha portato alla guerra, anzi alla Superguerra», dice Giulietto Chiesa, rispolverando le pagine scritte nel 2002 per il profetico “La guerra infinita”, edito da Feltrinelli. Dieci regole d’oro, anzi: di ferro.

La prima: “Fai in modo che la tua moneta sia l’insostituibile moneta di riserva per tutti, o quasi tutti, gli altri paesi”.

La seconda: “Non tollerare alcun controllo esterno sulla tua creazione di moneta. Potrai così finanziare i tuoi deficit commerciali con il resto del mondo, rendendoli praticamente illimitati”.

La terza: “Definisci la tua politica monetaria in base, esclusivamente, ai tuoi interessi nazionali e mantieni gli altri paesi in condizioni di dipendenza dalla tua politica monetaria”. ….Ancora sulla moneta

la quarta regola: “Imponi un sistema internazionale di prestiti a tassi d’interesse variabile espressi nella tua valuta. I paesi debitori in crisi dovranno ripagarti di più proprio quando la loro capacità di pagare è minore. Li avrai in pugno”. …E così –

Regola numero 5 – sarà possibile mantenere nelle proprie mani “le leve per determinate, all’occorrenza, situazioni di crisi e d’incertezza in altre aree del mondo”. Risultato: “Stroncherai sul nascere ogni eventuale aspirante competitore”.

Regola numero 6: Già, la competizione esasperata dalla globalizzazione neoliberista: “Imponi, con ogni mezzo, la massima competizione tra esportatori del resto del mondo. Avrai un afflusso d’importazioni a prezzi decrescenti rispetto a quelli delle tue esportazioni”, Edward Snowdenrecita
la regola numero 6, strettamente collegata con la successiva,

Regola numero 7: “Intrattieni i migliori rapporti con le élite e le classi medie degli altri paesi, a prescindere dalle loro credenziali democratiche, perché esse sono decisive per sostenere la tua architettura”. Le élite, ovviamente, perché cospirino contro i loro popoli: “E’ essenziale che le élite e le masse di quei paesi non si uniscano attorno a idee di sviluppo nazionale, o comunque ostili al tuo dominio e alla tua egemonia”. Per questo –

Regola numero 8 – è fondare promuovere con ogni mezzo “una totale mobilità dei capitali, insieme alla libertà d’investimento internazionale”. In questo modo i capitali, nelle condizioni sopra delineate, “verranno al tuo indirizzo”, semplicemente “perché è il luogo migliore, il più sicuro e il più redditizio”.

Quanto agli investimenti esteri, “assicurati che le tue corporations possano liberamente soccorrere le élites nazionali nella gestione delle loro proprietà finanziarie, dell’educazione privata e pubblica, della tutela della salute, dei sistemi pensionistici”.

Regola numero 9: “Promuovi con ogni mezzo il libero commercio. Esso varrà per tutti, cioè per gli altri, che non potranno sottrarvisi, mentre tu lo applicherai se e quando ti converrà”. E infine, decimo comandamento: “Per controllare che tutto ciò si realizzi ordinatamente, senza conflitti troppo evidenti, ti occorre una struttura di istituzioni sovranazionali che all’apparenza si presentino come riunioni di membri a pare diritto. Darai l’impressione di rispettare un certo pluralismo, mantenendo il loro Giulietto Chiesafinanziamento e il loro controllo nelle tue mani”. Giulietto Chiesa aggiungeva una nota: tutto questo si può fare con la persuasione, con l’aiuto dei media, e anche con la coercizione, con l’uso della forza.

Regola numero 10; “I piani si formano camminando, nella pratica, ma ci vogliono gli intellettuali per dar loro una forma, per magnificarli agli occhi del pubblico, per nobilitarli e spiegarli”, recita la nota del 2002. “Bisogna formarli, questi propagandisti, convincerli e, se necessario, comprarli, corromperli. E poi bisogna togliere di mezzo gli ostacoli, i testardi, gli increduli, i cacasenno. Con le buone, se è possibile, altrimenti con le cattive”. All’epoca, annota oggi Chiesa sul “Fatto Quotidiano”, Edward Snowden non era ancora apparso all’orizzonte. Dunque, «non sapevamo che “loro” potevano sapere tutto quello che facciamo prima ancora che cominciamo a farlo, basta che ne sospiriamo. Vale anche per la signora Merkel e per il nostro Matteo». Ma, se non ci fossero stati i giornalisti e gli economisti, tutti perfettamente allineati e compiacenti, come avrebbe potuto realizzarsi un simile sogno? «Infatti si è realizzato. Adesso, però bisogna andarlo a spiegare agli altri sei miliardi».
da qui

 

 

Quando il dito indica i padroni del mondo tutti guardano i loro vassalli – Francesco Masala

 

Bisognerebbe riuscire a dare un nome ai padroni del mondo, al complesso militare-industriale e politico.

Joe Biden, Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Mario Draghi, Jens Stoltenberg, fra gli altri, sono solo vassalli, spesso impresentabili, di sicuro mediocri, dirà la storia, ma possiamo già anticiparlo.

La qualità dei valvassini e dei valvassori (ministri parlamentari dirigenti vari, comunicatori sono quasi sempre figurine di un gioco a perdere, cinghie di trasmissione di ordini che arrivano dall’alto, spesso senza coerenza).

E poi ci sono i servi della gleba, quasi tutti noi, le ultime ruote del carro, che ci lamentiamo, e proviamo a essere rappresentati senza riuscirci, ai piani bassi di un grattacielo i cui ultimi piani neanche vediamo, spesso invisibili per la nebbia.

 

 

 

Good morning Italia – Toni Capuozzo

Good morning Vietnam: così Robin Williams salutava in radio I ragazzi che stavano perdendo la guerra in Vietnam. Era una storia vera ispirata allo speaker Adrian Cronauer, alle sue conduzioni ironiche, alle sue battute, ai suoi paradossi più veri dei comunicati degli stati maggiori. Sarebbe crudele salutare allo stesso modo gli ucraini che si sono battuti e si stanno battendo, ma cedono terreno. E sarebbe inutile farlo con i russi che prima o poi cercheranno, con Kramatorsk, di prendersi per intero il Donbass, e dunque non stanno perdendo, anche se tutto questo gli costa. Bisognerebbe dire Good morning a tutti quelli che hanno fatto proclami, e sparso illusioni. Non Zelensky (cos’altro poteva fare, dopo il 24 febbraio ? Prima sì, qualcosa di diverso da ritenere irrinunciabile la Nato avrebbe potuto farlo, ma forse non glielo hanno concesso) ma gli altri sì. A cominciare da Von der Leyen (L’Ucraina deve vincere) e Josip Borrell (E’ una guerra che si vince sul terreno) e tutti quelli che parlando a nome dell’Europa ne hanno fatto una battaglia delle democrazie contro i regimi autoritari, molto di più di una guerra civile nell’Ucraina orientale che ha provocato gli istinti coloniali di Mosca. Bisognerebbe augurare buongiorno a tutta l’orchestra della propaganda, trombe e tamburini, analisti e odiatori. Talk show ed emozioni stanno chiudendo per ferie, si riapre a settembre, come una bottega di centro città. Ci avevano spiegato, prima di abbassare le serrande, che è diventata guerra di attrito, e logoramento, quasi un Carso di trincee e sortite alterne. Invece no, è stata un’avanzata lenta e metodica dei russi. Allora hanno sostituito la parola logoramento (perché, all’andreottiana, la guerra logora chi la perde) alla parola “cronicizzazione”: la guerra è diventata cronica, non è colpa nostra se vi ci siamo abituati e ci occupiamo di Marmolada o di Giappone o di Sharm El Sheikh. E’ colpa della guerra, che non ha più colpi di scena. No, mi spiace, ma non è così. I russi, per quando sbagliati li si possa ritenere, hanno piani abbastanza chiari, adesso: riprendersi il Donbass, e dichiarare un cessate il fuoco unilaterale: se non ci attaccate, non vi attacchiamo. E’ Kiev, e dietro a Kiev tutto l’occidente che li ha spinti e adesso fa il democratico e dice “E’ Kiev che deve decidere”, è l’Occidente che non sa più che fare, e perfino le armi, sempre più armi, sembrano il mantra di un gruppo di monaci incantati e distanti dal mondo. Come si può vincere ? Cosa vuol dire vincere ? Come si può almeno non perdere ? Buongiorno, mister Draghi, Lei aveva detto “Putin deve perdere”, no ? Come ? E’ vero, esattamente come Draghi un tempo aveva definito Erdogan un dittatore e adesso gli stringe la mano sul feretro delle invasioni in Siria e dei diritti dei curdi, quelli che un tempo ci avevano spiegato che la Russia stava esaurendo le scorte, che Putin aveva mesi di vita, adesso si dedicano solo alla cronaca della cronica guerra. Solo a metà, però. La guerra sta facendo, come ogni guerra, orrori. Muoiono civili nei bombardamenti delle città ucraine, e muoiono civili nei bombardamenti delle città che ucraine non vogliono più esserlo, come Donetsk. Muoiono bambini, per Grad russi e proietti 155 Nato come quelli sparati dai nostri cannoni. Tutto può cambiare, le guerre non vanno avanti per inerzia. Ma cronici come malattie sono solo certi conflitti avvitati nel mappamondo, come in Kashmir o a Hebron. Questa può solo finire presto e male -Ucraina a pezzi- o andare avanti e peggio. La letteratura si è rovesciata: sono arrivati i tartari e hanno trovato la fortezza Bastiani vuota, senza più idee, chiusa per ferie.

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Guerra e ambiente: un nuovo appello ai Friday for Future e a tutti i veri ambientalisti

Sono passati quasi 80 anni e ancora vengono allo scoperto bombe, proiettili, armi del Secondo Conflitto Mondiale. Guerre di ogni dimensione territoriale e di ogni intensità si susseguono, e sappiamo come ognuna di esse porta al massimo livello tutte le contraddizioni politiche e sociali, falcia intere generazioni di giovani, avvelena la terra e i suoi elementi naturali per decenni e decenni, non risparmia nulla alle generazioni che l’hanno vissuta e a quelle che vengono dopo di esse. Non si può restare in silenzio su questo aspetto del disastro ambientale, e invece l’ambientalismo nostrano sembra essere all’improvviso scomparso.

In una precedente lettera aperta (*) avevamo chiesto espressamente che la manifestazione del 30 ottobre dell’anno scorso non restasse fine a se stessa, non fosse un misto di passerelle e folklore, un’altra occasione sprecata. Oggi vi rinnoviamo l’appello ad unire la vostra protesta alle lotte dei proletari e degli strati sociali più colpiti dalla crisi politica ed economica del capitalismo perché è sempre più evidente che è lì la radice, l’origine, la causa principale dell’aggressione alla natura ed al lavoro vivo.

Questo sistema economico, questo modo di produzione non ha ancora deposto le armi in Ucraina e già pensa a come sfruttare la grande distruzione che esso stesso ha prodotto, a come lucrare sulla ricostruzione in Ucraina, in Russia, in tutte le parti del mondo più o meno coinvolte nella guerra. La tanto sbandierata transizione ecologica, nemmeno progettata, già viene negata anche nei paesi non colpiti direttamente dalla guerra. E’ stata proprio questa la prima decisione che i governi di tutti i paesi hanno preso. I piani di transizione ecologica, a cominciare da quello del governo italiano, erano già stati giudicati da noi come un cumulo di falsità. Oggi sono tornati nei cassetti dei ministeri e sostituiti da piani di estrazione di gas nell’Adriatico, da progetti di nuove trivellazioni, da proposte di riprendere l’uso del carbon fossile e la costruzione delle centrali nucleari, dall’importazione di gas liquefatto dagli Stati Uniti, insomma da tutto il peggio della devastazione climatica. Il Parlamento Europeo non ha perso tempo e ieri stesso ha dato via libera agli investimenti per estrazione ed impiego di metano e per l’estensione del nucleare, messi entrambi in una lista degli investimenti “green” opportunamente rifatta. Uno schiaffo a tutto il movimento ed alle lotte di donne e uomini di molti paesi che negli scorsi decenni si sono mossi per la tutela dell’ambiente.

E’ talmente evidente l’ipocrisia e la falsità dei propositi della green economy di stampo capitalista che non stupisce più di tanto il silenzio totale dei partiti che siedono nel parlamento italiano davanti a questo spettacolare, ancorché solo formale, voltafaccia: non una parola né dalla falsa sinistra patriottarda né da quella belante che ogni tanto chiede l’elemosina di qualche provvedimento legislativo in difesa dei “più deboli” e dell’ambiente, salvo ritirare subito le sue iniziative per non sembrare anti-patriottica, per non urtare le esigenze dei più ricchi, degli speculatori professionali, delle corporazioni. Si dimostra ancora una volta quanto inutile e controproducente sia il chiedere giustizia ai tribunali e ai parlamenti anziché rivendicarla nelle piazze e nelle strade, anziché unirsi al proletariato internazionale, al suo movimento, alle sue lotte anche se queste sono ancora parziali, anche se la classe operaia è ancora esitante e su questi temi appare, ed è, ancora in grande ritardo!

In Italia e più ancora in molti altri paesi, nella stessa Amerika, si stanno facendo i primi passi, stanno sorgendo le prime proteste specifiche contro il “mondo dell’economia”. Sono nati comitati contro la guerra, momenti assembleari e discussioni, dibattiti ed iniziative che tentano di riprendere il filo di una opposizione generale al modo di produzione e di distruzione del capitale. In nessuno di questi momenti abbiamo notato la presenza dei movimenti ambientalisti. Le loro tematiche sono state riprese, spesso con incisività, da singole persone, da comitati sorti per l’occasione, da elementi spontanei, o in luoghi di contro-informazione decisamente efficaci. Ma il movimento ambientalista organizzato sembra essersi dissolto: è nell’imbarazzo perché non può di nuovo proporre i soliti fallaci percorsi “istituzionali”. Eppure, ecco spuntare l’ennesimo cartello “rosso-verde” tra SI e Verdi ‘storici’, che – quale che sia la percentuale elettorale – sarà comunque una bolla di sapone nella contesa con interessi del grande capitale che procedono più cingolati che mai.

Noi insistiamo nel riproporre a voi, ai militanti di Fridays for Future e a quanti si sono impegnati in difesa dell’ambiente, a tornare in piazza unendo le vostre istanze, i vostri temi a quelli dell’opposizione militante alla guerra. Chiediamo di ritornare nelle piazze globali contro i governi, gli stati e le multinazionali delle guerre del capitale e della devastazione ambientale. La lotta per la difesa dell’ambiente deve essere parte integrante delle lotte dei proletari, delle lotte delle donne per i loro diritti di autodeterminazione. Non si tratta di istanze di “settore”, non si tratta di obiettivi da specialisti o da tecnici della rivoluzione ambientale: la battaglia è una sola, ed è per l’autonomia delle classi proletarie dalla borghesia e dai suoi scopi, è per l’emancipazione definitiva dal modo di produzione capitalistico.

(*) https://pungolorosso.wordpress.com/2021/10/29/lettera-aperta-ai-militanti-di-fridays-for-future/ –

 

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COSA COMPORTA L’ADESIONE ALLA NATO DELLA FINLANDIA E SVEZIA ? – Umberto Franchi

COSA FARE PER FERMARE LA GUERRA ?

Ha fatto molto discutere  il recente  summit NATO di Madrid , dove la Nato ottiene il via libera dalla Turchia per l’ingresso di  Svezia e Finlandia nell’Organismo Atlantico … in quanto l’accordo memorandum ,  siglato da Turchia, Svezia, Finlandia e Nato,  accoglie  le richieste di Ankara sulla lotta al Pkk e la fine dell’embargo alle forniture militari,  questo avviene con la benedizione   di Stoltenberg, Biden , Draghi,  alla guerra illegale di sterminio effettuata da   Erdogan contro i curdi.

Non c’è dubbio che davanti alle televisioni  di tutto il mondo , sono state tradite le eroiche speranze dei combattenti curdi/e , che furono anche protagoniste nel Rojava dell’esperienza più avanzata di autogoverno e convivenza civile del Medio Oriente.

Ma penso che la portata della gravità di quell’accordo vada oltre il tradimento dei Curdi… e sia ancora molto più ampia.

Infatti,  in relazione alla adesione alla Nato della Finlandia e Svezia, la Cina sostiene che la Nato è una sfida permanente alla pace ed alla stabilità mondiale…

Penso che abbia ragione,  in quanto a nessuno può sfuggire il fatto che se    la Russia si sentiva accerchiata da una possibile adesione dell’Ucraina alla Nato e per impedirlo ha intrapreso una guerra contro l’Ucraina che ha causato oltre 50.000 morti da ambo le parti ed è  ancora in atto…  non c’è dubbio che l’adesione alla Nato della Finlandia e Svezia diventa  un fatto destabilizzante, con un ulteriore e più grave accerchiamento della Nato alle frontiere Russe .

Ora con l’entrata di Finlandia e Svezia nella Nato, la sostanza geopolitica, non è legata alla questione, della difesa della Finlandia e Svezia da ipotetiche invasione di quei Paesi da parte della Russia, ma quella di volere stabilire il primato dell’Occidente sul resto del Mondo.

Quindi la verità di ciò che è avvenuto, sta nel fatto   che la NATO , tramite una interpretazione estensiva l’art. 5 , dimostra di essere una organizzazione armata dell’imperialismo occidentale a guida USA…  ed essa   non ha mai avuto tra i suoi obiettivi la democrazia , i diritti umani… ma (come sostiene la Cina)  la volontà di  supremazia unipolare sul pianeta …

Oggi agli USA, oltre che  fomentare la guerra per procura contro la Russia da parte dell’Ucraina,  interessa anche sviluppare una    nuova guerra fredda con la Cina , come di fatto è stata anche   ufficialmente dichiarata dal summit di Ankara  .

Perché la crisi dell’ “ordine”, ossia  l’equilibrio tra le potenze Mondiali, è  provocata soprattutto  dal colossale mutamento dei rapporti di forza, in virtù dell’irruzione della Cina in qualità di prima potenza economica… da qui  si sviluppa quindi una nuova stagione dell’interventismo,   con la guerra per procura dell’Ucraina, voluta dagli USA/Nato e dei Paesi occidentali ,  tra cui l’Europa.

In questo contesto ogni giorno ascoltiamo Charles Michel Presidente del Consiglio Europeo, Ursula Von der   Leyen Presidente della Commissione Europea, il Presidente degli Usa Biden,  il primo Ministro Britannico Boris Johnson  il Segretario della  Nato Stoltenberg, il responsabile Esteri della UE Josep Borrell … che continuano a fare i falchi  dando assicurazioni a Zelensky,   dicendogli che vincerà la guerra, ricacciando la Russia fuori dal Donbass e dalla Crimea, mentre Draghi sostiene che la guerra continuerà fino a quando lo vorrà l’Ucraina.  Boris Johnson è arrivato a sostenere che la Gran Bretagna  è pronta a difendere anche l’integrità territoriale di Taiwan che invece  la Cina considera come proprio territorio.

Oggi la posizione  dell’Italia e dell’UE i, è quella di accantonare  le divergenze di interessi esistenti, con l’imperialismo americano,  per portare a compimento l’opera di contrasto non solo nei confronti della Russia  ma anche della Cina.

Cosi gli USA tramite la Nato non si fermano a  questo fatto destabilizzante dell’ingresso di Finlandia e Svezia in Nato,  ma  l’Atto, viene fatto subito accompagnare  da nuove armi “di ultima generazione” all’Ucraina , da 60.000 soldati in più che dagli USA arriveranno in Europa ed  Italia , dal piazzamento di missili USA anti-aeri  che verranno piazzati in Italia , in quanto  l’Italia  con le sue 98 Basi USA/NATO  (di cui 8 con armi atomiche)  è considerata una  base strategica sul mediterraneo… per cui gli armamenti italiani , i cui costi in più  di 14 miliardi l’anno, (2%del PIL)  ricadranno sui cittadini.

Verranno  soprattutto incrementati gli armamenti ,   con nuovi missili ed aerei F35 con portata atomica , piazzati in direzione Russia, e con nuovi missili atomici supersonici che verranno installati in Europa   per attacchi di precisione con guida a sistema  satellitare, anche contro la Cina e con una Task force che oltre che in Europa, sarà presente anche nel Pacifico , come ha confermato anche la “Darpa “ Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della Difesa USA.

Infine la Nato e l’Europa hanno definito ulteriori sanzioni economiche contro la Russia , che porterà alla chiusura definitiva dei rubinetti del gas Russo verso L’Italia e l’Europa, con gravi danni alle popolazioni dovuto al mastodontico aumento dei prezzi ma non dei salari e pensioni.   Le sanzioni economiche che riguardano non solo le merci ma anche la finanza,  si stanno già ritorcendo  contro chi le attua.

A questo modo disonesto  di ampliare la Nato e  continuare ad armare l’Ucraina facendole fare una guerra per procura, non tanto a difesa dei territori invasi dai russi, ma per cercare di indebolire economicamente e militarmente a Russia , emarginandola sul Piano mondiale ma guardando soprattutto alla Cina… la Russia e la Cina stano già rispondendo con :

  • L’unità dei Paesi che a partire dalla Cina ,rifiutano la sudditanza alle regole imposte dagli USA  e l’attuale globalizzazione liberista, tanto da spingere la Russia, l’India, il Brasile, la Cina, il Sudafrica , a creare il “BRICS”, costruendo un nuovo modello commerciale e di sviluppo Mondiale, attraverso accordi bilaterali che non avranno alla basa degli scambi il dollaro USA , ma un “paniere” di monete alternative al dollaro… con un Ordine Mondiale Multipolare e non più guidato degli USA/NATO;
  • La Russia inoltre agisce in accordo con la Cina e L’India per lo sviluppo di nuovi armamenti micidiali… ed in risposta a come si stanno armando gli USA, stanno realizzando missili supersonici, con un aggio di 11.000 Km, che in caso di attacco Usa/Nato alla Russia i primi ad essere colpiti entro 5/10 minuti sarebbero i Paesi Europei tra cui l’Italia…facendo avvicinare la lancetta dell’ora X in cui scoppierà la guerra atomica mondiale senza vinti né vincitori !

Putin ha detto : “provi   l’occidente a  fare la guerra alla Russia e troverà la risposta che si merita” … ha anche aggiunto che la guerra andrà avanti…  e quanto più l’occidente armerà l’Ucraina,  sarà tanto più difficile trovare la strada per un accordo di pace. Insomma il nuovo  riposizionamento della Nato , sta surriscaldando la pentola a pressione che potrebbe esplodere in ogni momento.

Non bastano più le timide voci di Macron e Scholz con gli inviti a trovare una soluzione diplomatica … serve ben altro … E’ necessario :

  • dare un ruolo alle incisivo  Nazioni Unite, le quali  dovrebbero proporre la cessazione del fuoco, e favorire l’avvio di trattative per stabilire un sistema di reciproca sicurezza tra Ucraina e Russia, con Il riconoscimento da parte dell’Ucraina dell’autonomia del Donbass prevista dagli accordi di Minsk del 2014 ma mai attuata, nonché  lo scioglimento di tutte le milizie Ucraine di matrice nazista;
  • L’Onu dovrebbe anche  proporre una conferenza Mondiale con al centro la delimitarizzazione e disarmo.. quindi le parti coinvolte dovrebbero negoziare un nuovo trattato per smilitarizzare l’Europa con precisi ispezioni su  come procede con il disarmo;
  • Il trattato dovrebbe vedere l’accordo per non schierare missili a lungo e medio raggio sia in Europa che nella Russia occidentale;
  • Gli USA dovrebbero riattivare il trattato di non proliferazione delle armi nucleari annullato dall’ex presidente USA Trump  e concordare con i Russi,  anche il taglio delle armi nucleari strategiche e non strategiche attraverso verifiche continue;
  • Gli Stati Uniti dovrebbero ritirare tutte le loro armi nucleari collocati nei Paesi membri della Nato e la Russia le sue basi ed armi nucleari collocate al suo confine occidentale ;
  • Tutti i Paesi della Nato e la Russia dovrebbero aderire ad un nuovo trattato sull’abolizione delle armi nucleari .

 

 

scrive Andrea Zhok

Quando l’Ucraina sarà un deserto di rovine, smembrato tra Russia e Polonia, con milioni di profughi, mentre la recessione distruggerà quel che resta del welfare europeo e la nuova cortina di ferro sul mar Baltico ci costringerà a tempo indefinito a spendere le ultime risorse in armamenti, quel giorno e in tutti gli anni a venire, per piacere, ricordatevi di tutta la compagine di politici, opinionisti e giornalisti che nel febbraio scorso vi spiegavano come fosse un affronto inaccettabile per l’Ucraina sovrana rinunciare all’adesione alla Nato e accettare gli accordi di Minsk, che aveva sottoscritto.

Ricordatevi di quelli che hanno lavorato indefessamente giorno dopo giorno per rendere ogni trattativa impossibile, che hanno nutrito ad arte un’ondata russofobica, che vi hanno descritto con tinte lugubri la pazzia / malattia di Putin, che vi hanno spiegato come l’Europa ne sarebbe uscita più forte di prima, che vi hanno raccontato che la via della pace passava attraverso la consegna di tutte le armi disponibili, che hanno incensato un servo di scena costruito in studio come un prode condottiero del suo popolo.

Se 5 mesi fa non avessero avuto la meglio queste voci miserabili, se l’Ucraina non fosse stata incoraggiata in ogni modo a “tenere il punto” con la Russia (che tanto garantivamo noi, l’Occidente democratico), l’Ucraina oggi sarebbe un paese cuscinetto, neutrale, tra Nato e Russia – con tutti i vantaggi dei paesi neutrali che sono contesi commercialmente da tutte le direzioni – un paese pacifico dove si starebbe raccogliendo il grano, e che non piangerebbe decine di migliaia di morti (né piangerebbero i loro morti le madri russe).

Ma, mosso dal consueto amore per un bene superiore, dai propri celebri principi non negoziabili e incorruttibili, il blocco politico-mediatico occidentale ha condotto la popolazione ucraina al macello e i popoli europei all’immiserimento e ad una subordinazione terminale.

Non si pretende che reagiate, figuriamoci, ma almeno, per piacere, non dimenticate.

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La Nato ha completamente fagocitato l’Unione Europea, trasformandola in una sua colonia – Alessandro Orsini

L’Unione Europea celebra tutti i giorni la sua unità per nascondere che è un’organizzazione politicamente fallita.

È una tecnica per manipolare l’opinione pubblica e ingannare i cittadini.

L’Unione Europea non è unita in Ucraina; è sottomessa.

Ursula von der Leyen non è un leader politico; è una nullità politica.

Questo è emerso dall’ultimo vertice della Nato che ha deciso che il futuro dell’Europa sarà un futuro di guerra.

Grazie von der Leyen di non contare niente.

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Le 10 ragioni sul perché l’Ucraina non può vincere contro la Russia – Roberto Buffagni

 

Che cosa vuole dire che “l’Ucraina non può vincere contro la Russia”?

 

Vuole dire che:

 

  1. Le risorse strategiche russe (popolazione, “potenza latente” economica, “potenza manifesta” militare, ossia truppe mobilitate e mobilitabili + armamenti e materiali + arsenale atomico tattico e strategico) sono di gran lunga superiori alle risorse strategiche ucraine, nonostante gli aiuti militari e finanziari occidentali.

 

  1. Il contesto delle ostilità in Ucraina è la strategia statunitense: prolungamento della guerra a tempo indeterminato, dissanguamento e destabilizzazione politica della Russia, regime change, frammentazione politica della Federazione russa, in vista del contenimento del nemico principale, la Cina. In sintesi, i dirigenti ucraini hanno noleggiato la loro popolazione, il loro Stato, le loro FFA per il perseguimento di questa strategia statunitense.

 

  1. La strategia statunitense rappresenta una chiara minaccia esistenziale per la Federazione russa, che non può permettersi di perdere il confronto militare con l’Ucraina, che è una sineddoche del confronto Russia/USA-NATO.

 

  1. Ciò implica che l’Ucraina non può fare ricorso all’unica strategia politico-militare possibile per il debole nei confronti del forte: rendere sfavorevole, per il forte, il rapporto costi/benefici del conflitto con il debole. “Tu mi puoi sconfiggere e conquistare, ma ti costerà più di quel che ti rende.” È il criterio ordinatore della strategia di “dissuasion du faible au fort” elaborata dal gen. Gallois per l’istituzione della force de frappe nucleare francese voluta da de Gaulle.

 

  1. Mi spiego meglio. Il debole, in questo caso l’Ucraina, può infliggere gravi perdite umane, materiali e politiche al forte, la Russia. Se la posta in gioco fosse limitata, ad esempio una controversia territoriale, patendo l’accanita resistenza del debole il forte potrebbe, in base a un calcolo costi/benefici, accettare un compromesso, riducendo le sue esigenze politiche a quanto ritiene strettamente necessario; o addirittura rinunciare a combattere e ritirarsi, come fecero gli Stati Uniti in Vietnam…

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L’Occidente serra i ranghi per la battaglia – Manlio Dinucci

Due vertici l’uno di seguito all’altro, quelli del G7 e della NATO, dimostrano che l’Occidente sta mettendo in campo tutte le sue armi – militari, politiche, economiche – per mantenere il predominio che sta perdendo in un mondo che diviene sempre più multipolare, come dimostra il crescente sviluppo dei BRICS: l’organizzazione economica che riunisce Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, cui vogliono aderire Iran, Argentina e altri paesi.

In Ucraina, mentre il G7 fornisce a Kiev 30 miliardi di dollari, la NATO gli fornisce crescenti quantità di armi contro la Russia. Il ruolo della NATO non è però solo questo: funzionari del Pentagono, intervistati dal New York Times, confermano per la prima volta, con precisi fatti, che il comando e la gestione delle operazioni militari in Ucraina sono in mano al Pentagono e alla NATO [1]

Il Summit NATO ha approvato il nuovo Concetto Strategico [2]., in cui si definisce la Russia “la minaccia più significativa alla sicurezza degli Alleati” e si afferma che “la competizione strategica sta aumentando in tutto il mondo.”

Nel nuovo Concetto Strategico la NATO parla per la prima volta esplicitamente della Cina, dichiarando che “le politiche coercitive della Cina sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori”.

Siamo di fronte a un’unica strategia di guerra che l’Occidente attua dall’Europa all’Asia Orientale. Mentre in Europa la NATO sotto comando USA si allarga da 30 a 32 paesi, includendo Svezia e Finlandia, ancora più a ridosso della Russia, in Asia e nel Pacifico cresce il dispiegamento militare degli Stati Uniti, sostenuti principalmente da Australia e Giappone [3]. Si sta svolgendo nel Pacifico contro la Cina la più grande esercitazione navale del mondo sotto comando USA.

Tutto questo costa e siamo sempre noi a pagare. Secondo i dati ufficiali della NATO, la spesa militare italiana sale nel 2022 a circa 29 miliardi di euro, equivalenti a 80 milioni di euro al giorno. L’aumento più forte si è verificato nel periodo dei lockdown: da 21 miliardi nel 2019 è salita a oltre 26 miliardi nel 2020 e a oltre 28 miliardi nel 2021. La NATO però avverte: “Fare di più costerà di più”.


Note

[1] « Allied Commandos in Ukraine Secretly Funnel Aid to Troops », Eric Schmitt & Julian E. Barnes & Helene Cooper, The New York Times, June 16, 2022.

[2« OTAN 2022 Concept Stratégique », Réseau Voltaire, 29 juin 2022.

[3La NATO vuole diventare Alleanza atlantico-pacifica”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 dicembre 2019.

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Draghi da Erdogan: oggi le comiche – Alberto Negri

Svenduto il destino dei curdi a Erdogan, oggi Draghi va ad Ankara con il cappello in mano per chiedere appoggio sul gas (Tap e Tanap), sulle concessioni offshore a Cipro e in Israele, sulla Libia nel caos dove in Tripolitania la Turchia conduce le danze tra le fazioni. In cambio possiamo offrire armi alla Turchia e chiudere gli occhi sulle malefatte di Erdogan contro curdi e oppositori interni. Però smettiamola di vaneggiare sui “valori occidentali”.

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Il cielo di Donetsk questa sera è nuovamente nero – Vittorio Rangeloni

Per tutto il giorno la città ha fatto i conti con un’interminabile serie di esplosioni. L’artiglieria ucraina – ancora una volta mi sento in dovere di sottolineare che sono state impiegate prevalentemente armi e munizioni inviate dai paesi NATO – ha colpito diversi distretti di Donetsk. Il mercato della stazione è stato distrutto dalle fiamme, un uomo è rimasto ucciso. I vigili del fuoco non hanno potuto fare altro che osservare a distanza per via delle continue esplosioni. Sono stati anche colpiti tre asili e un liceo.

Nel corso della mattinata è stata colpita Alexandrovka, un villaggio nella periferia a sud-ovest di Donetsk, dove una donna è rimasta uccisa mentre, insieme al marito, a bordo della loro auto, stava abbandonando il villaggio bombardato. Altre sue persone sono rimaste ferite.

Più a nord di Donetsk nel frattempo, nella periferia di Gorlovka, un’altra donna moriva a causa dell’esplosione di uno dei 40 razzi grad caduti nel cuore del villaggio Golmovsky, dove ero stato settimana scorsa, finendo a mia volta sotto un simile bombardamento. Altri cinque civili sono rimasti feriti (tre anziani e due vigili del fuoco).

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Missione nel Golfo Persico – Antonio Mazzeo

A fine estate l’Italia sarà a capo dell’operazione militare europea nello Stretto di Hormuz a “difesa” degli interessi delle transnazionali dell’energia e per il “contenimento” della presenza iraniana. Ad annunciare la provocatoria missione nel conflittuale corridoio marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman è il ministero della Difesa, a conclusione della visita in Pakistan del Capo di Stato Maggiore, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. “Tra gli argomenti trattati durante gli incontri con i vertici delle forze armate pakistane – si legge nella nota emessa il 24 giugno – il Capo di Stato Maggiore italiano ha sottolineato l’accresciuto impegno del nostro Paese nell’area con l’assunzione del Comando della Missione NATO in Iraq e con la prossima assunzione del Comando della missione di coalizione Europea EMASOH”. (1).

Acronimo di European Maritime Awareness in the Strait of HormuzEMASOH è la “missione di sorveglianza marittima” promossa nel gennaio 2020 – in modo autonomo – dai governi di Danimarca, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo e Italia, dopo una serie di attacchi contro le unità utilizzate per il trasporto di gas e petrolio negli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb (tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden) e ai terminali petroliferi di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita. Principali responsabili delle incursioni a petroliere e navi metaniere, secondo Stati Uniti, Unione europea e petroregimi arabi, i pasdaran, i guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran.

“La crescente insicurezza e instabilità nel Golfo e nello Stretto di Hormuz a partire del 2019 con numerosi incidenti marittimi e non, è il risultato delle crescenti tensioni regionali e ha influenzato negativamente la libertà di navigazione e la sicurezza delle unità europee ed extraeuropee nell’area”, riportano i paesi membri di EMASOH. (2) Nonostante l’apertura di nuove rotte commerciali e l’espansione del mercato globale, dallo Stretto di Hormuz continua  a transitare il 21% delle risorse petrolifere (circa 21 milioni di barili al giorno). Attraverso questo tratto di mare lungo 150 Km. e largo 33, l’Arabia Saudita fa passare 6,4 milioni di barili di petrolio al giorno, l’Iraq 3,4, gli Emirati Arabi Uniti 2,7, il Kuwait 2, mentre il Qatar, il più grande produttore mondiale di gas naturale liquefatto (LNG), quasi tutto il suo gas destinato all’esportazione. (3) Da qui l’esigenza di alcuni dei principali clienti europei di concorrere alla rimilitarizzazione della regione anche in concorrenza con gli stessi Stati Uniti d’America e i partner del Golfo.

Quartier generale di EMASOH è la base navale francese di Camp de la Paix ad Abu Dhabi (la Francia di Macron è il paese che più ha spinto per il lancio della missione aeronavale). La componente militare (Operation Agénor, nome di matrice classica, sinonimo di molto virilecoraggiosocondottiero dei prodi) include sette unità da guerra e un pattugliatore aereo delle forze armate degli stati promotori più la Norvegia. “Nei primi due anni di vita, EMASOH-Agénor ha visto operare complessivamente tredici fregate e dodici differenti velivoli di pattugliamento e riconoscimento marittimo”, riporta la nota emessa dal Comando il 25 febbraio 2022. “In totale gli assetti aerei hanno condotto più di 1.000 ore di volo mentre le imbarcazioni hanno navigato per 750 giorni, attraversando lo Stretto di Hormuz oltre 170 volte. Tuttavia la sicurezza nel Golfo e nello Stretto rimane volatile. Nonostante il rafforzamento della collaborazione con il Consiglio di Cooperazione del Golfo (paesi membri Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Kuwait, Oman e Qatar, Nda), persistono le tensioni regionali pre-esistenti e il rischio di escalation e di potenziali nuovi incidenti. (…) Riconoscendo l’effetto preventivo duraturo della presenza di EMASOH, cercheremo adesso di migliorarne l’efficienza sviluppando sinergie con differenti iniziative europee nell’Oceano indiano nord-occidentale”. (4) Una missione destinata dunque a rafforzare la propria componente militare e il raggio operativo geo-strategico e che sarà a guida italiana molto presumibilmente dal semestre 2022 fino al febbraio 2023.

La nuova avventura militare nelle acque del Golfo non prenderà il via di certo con i migliori auspiciVoluta dall’allora governo Conte bis (Pd-LeU-M5S) sull’onda del rinnovato asse diplomatico-economico-militare tra Roma e Parigi, la partecipazione italiana ad EMASOH è stata inaspettatamente bloccata per tutto il corso del primo anno di attività. Il 30 maggio 2020, prima dell’approvazione del decreto di finanziamento delle operazioni all’estero delle forze armate italiane, il governo decideva l’annullamento della partecipazione di un’unità della Marina ad EMASOH, così come era stato previsto a gennaio. L’allora premier Giuseppe Conte e il (riconfermato) ministro della difesa Lorenzo Guerini non vollero spiegare la ragione della decisione; Analisi Difesa puntò il dito contro una supposta “pressione” esercitata dal Ministero degli Affari Esteri (allora come adesso, responsabile del dicastero l’on. Luigi Di Maio), “non nuovo a entrare a gamba tesa nel campo delle missioni militari all’estero, finanziate da un decreto annuale che stanzia anche i fondi per la cooperazione e sviluppo della Farnesina”. (5)

Dopo la falsa partenza, indigesta per ampi settori politici e delle forze armate, il via alla partecipazione italiana a EMASOH fu annunciato dal ministro Guerini in un’audizione nelle commissioni Difesa di Camera e Senato, nel marzo 2021. (6) Il successivo 5 agosto, con l’approvazione in Parlamento del documento di proroga delle missioni internazionali, veniva predisposta una copertura finanziaria di 9.032.736 euro (di cui 2 milioni esigibili nell’anno 2022) per l’operazione navale nello Stretto di Hormuz. “La missione prevede l’impiego di un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nella regione che comprende il Golfo dell’Oman e l’intero Golfo Persico, un’area storicamente caratterizzata da interessi vitali per l’economia nazionale e dei paesi europei”, scrive lo Stato Maggiore della Difesa. “Essa è finalizzata a tutelare il naviglio mercantile nazionale, supportare il naviglio mercantile non nazionale, rafforzare la cooperazione con le altre iniziative nell’area e contribuire alla maritime situational awareness dello spazio aeromarittimo al fine di garantire la libertà di navigazione e il libero flusso del commercio globale”. “L’Italia – enfatizza la Difesa – alla luce del ruolo strategico di quest’area per gli interessi nazionali, intende dispiegare un sistema di sicurezza, mantenendo una posizione neutrale nei confronti degli Stati regionali, nel rispetto del diritto internazionale, al fine di contribuire alla stabilità dell’area”. (7) Il decreto fissa un tetto massimo nell’impiego del dispositivo militare: 193 unità di personale, una unità navale, due mezzi aerei e un non meglio specificato supporto ISR Intelligence, Surveillance and Reconnaissance, che è stato identificato dalla stampa estera specializzata in un drone MQ-9 Reaper dell’Aeronautica militare, precedentemente schierato in Kuwait per la “sorveglianza” dello scacchiere iracheno. (8)

Oltre al velivolo senza pilota, la presenza militare italiana nelle acque del Golfo è stata limitata al dispiegamento dal 1° ottobre al 15 dicembre 2021 della fregata missilistica “Federico Martinengo”, assegnata nei mesi precedenti all’Operazione Atalanta dell’Unione europea contro la pirateria a largo delle coste somale e nel Mar Rosso, nell’ambito della European Union Naval Force for Somalia (EU-NavFor Somalia). Nel corso della sua partecipazione a EMASOH, la fregata ha effettuato soste tecniche nei porti di Mascate (Oman), Doha (Qatar) e Manama (Bahrein), sapientemente utilizzate dalle autorità nazionali per propagandare il Sistema Italia (armi e tecnologie belliche) e rafforzare le relazioni diplomatico-militari con i paesi ospiti. Ciò è comunque bastato per irritare Teheran. “La Repubblica Islamica dell’Iran ha protestato contro la presenza di forze straniere nella regione, in particolar modo europee, che non può che creare le condizioni per esacerbare le tensioni già esistenti”, riportava il 14 ottobre 2021 l’agenzia di stampa iraniana Fars. “E’ stato altresì sottolineato che la sicurezza della zona del Golfo dovrebbe essere assicurata soltanto dai Paesi vicini”.  (9)

Il regime iraniano aveva già espresso disappunto e risentimento per la decisione del Comando centrale delle forze armate USA di dar vita, nel luglio 2019, alla “missione internazionale di sicurezza marittima” – sempre nello Stretto di Hormuz e nelle acque del Golfo Persico – denominata IMSC – International Maritime Security Construct“IMSC è nata in risposta alla crescita delle minacce alla libertà di navigazione e al libero flusso del commercio per le legittime marinerie nelle acque internazionali della regione mediorientale”, spiega il Dipartimento della difesa USA. “La task force multinazionale Sentinel, braccio operativo di IMSC, è stata istituita il 7 novembre 2019 con lo scopo di scoraggiare le attività maligne sponsorizzate dallo stato in tutta l’area operativa in modo da ridare sicurezza all’industria navale commerciale”. A IMSC-Sentinel oltre agli Stati Uniti contribuiscono Albania, Bahrain, Estonia, Lituania, Romania, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Regno Unito, mentre hanno espresso l’intenzione di offrire una forma di cooperazione Corea del Sud, Qatar e Kuwait. Il 6 agosto 2019, nella sessione di chiusura della Knesset, l’allora ministro degli esteri di Israele, Israel Katz, aveva espresso la volontà di fornire intelligence alla missione a guida USA. Alle dichiarazioni di Tel Aviv è seguita una dura presa di posizione dell’ammiraglio Alireza Tangsiri, comandante delle Guardie del Corpo Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran. “Ogni illegittima presenza di Israele nel Golfo Persico potrebbe sfociare in un confronto militare nella regione e la responsabilità per quanto accadrà sarà di Stati Uniti e Regno Unito”. (10)

Inutile dire come le politiche delle cannoniere promosse in prima istanza da Washington e Parigi (con scarsa coordinazione tra le parti, nonostante le identiche finalità anti-Iran), congiuntamente al dirompente attivismo di Israele nel “controllo” delle rotte petrolifere e del gas dell’intero Medio Oriente, abbiano esacerbato gli animi contribuendo ad aggravare le tensioni, specie tra Teheran e Tel Aviv. “L’attacco mortale ai danni di una petroliera a largo delle coste dell’Oman alla fine del luglio 2021 rappresenta un ulteriore sviluppo sia del rischio generale per la navigazione nel Golfo, dello Stretto di Hormuz e del mare Arabico, sia per la ribollente guerra ombra che viene condotta da Iran e Israele”, scrivono gli analisti militari Hugo Decis e Charlotte Le Breton dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra. “L’attacco è stato condotto con un velivolo senza pilota apparentemente decollato dall’Iran, che ha colpito la nave cisterna MV Mercer Street, gestita da una società israeliana. Questo evento segna un’indubbia escalation. L’Iran ha minacciato ripetutamente di chiudere lo Stretto di Hormuz in passato. Finora non è riuscito a portare a termine queste minacce parzialmente per preservare i propri interessi economici, ma ha anche continuato ad accumulare strumenti ed assetti finalizzati a questo obiettivo. Ciò indica che permane il rischio di escalation”. (11)…

Fonte: Pagine Esteri

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Moloch senza umanità – Enrico Euli

La valenza etica del difendere l’aggredito si svela ora nella sua finzione in una serie di atti non conseguenti.

Svezia e Finlandia, pur di entrare nella Nato, accettano di consegnare ad Erdogan qualche decina di curdi che si erano rifugiati in quei luoghi freddi e non certo per scelta.

La Nato, a sua volta, approfitta della paura e fa espandere ancora una volta, come durante la guerra fredda, la presenza di militari statunitensi in Europa, in chiave anti-russa, ma soprattutto anti-cinese (ed in contrasto con l’espansione commerciale e politica di quest’ultima in Africa e Medio Oriente).

L’Ucraina viene sacrificata e sarà costretta a trattare a breve (dalle vittorie russe, ma anche dai suoi stessi sedicenti alleati): la si continua ad illudere che potrà vincere la guerra (pur di proseguire a spacciarle le nostre armi), mentre in Occidente già si leccano i baffi sui guadagni della ricostruzione (che la trasformeranno in un vero e proprio protettorato occidentale a tutti gli effetti).

Gli Usa si preparano a coinvolgere l’Europa nella Terza guerra mondiale contro i tre imperi asiatici (Russia, Cina e India): un’Europa totalmente succuba verso l’esterno e che cerca di rivalersi al suo interno su Stati nazionali in coma profondo: governi debolissimi, votati da minoranze di elettori (le maggioranze ormai si astengono ovunque e in massa, decine e decine di milioni di cittadini che smettono di esistere politicamente), con parlamenti divisi e litigiosi e partiti che curano solo i loro interessi di parte e a brevissimo termine.

Una politica che si trova finalmente di fronte ai problemi che ha creato e che ha sempre preferito affrontare solo attraverso compromessi, mistificazioni e ritardi.

E continua a farlo: l’abbandono del fossile viene continuamente spostato e rinviato, procede il greenwashing fra le aziende, si continuano a propagandare pil e crescita come valori e chi manifesta contro il cambiamento climatico con azioni dirette (e non più solo con petizioni e cortei) viene rimosso e represso dalle forze di polizia, quando non dagli stessi camionisti ed automobilisti infuriati.

Il sistema occidentale si sta ulteriormente chiudendo su se stesso e si prepara -come già in passato, ma con mezzi e potenziali ben più distruttivi – a divorare l’umanità intera con il pretesto di proteggerla e difenderla, realizzando su scala globale esattamente quel che sta già di fatto accadendo negli ultimi mesi a spese dei poveri ucraini, avamposto tragico e profetico delle sorti prossime di tutti noi.

É uno scenario di brutalizzazione e violenza che non riusciamo neppure ad immaginare, così come -al di là dello spettacolino televisivo- già ora non riusciamo con quel che sta accadendo ogni stanco e terribile giorno di guerra in quelle terre, solo retoricamente vicine, ma in realtà ancora lontanissime e profondamente straniere.

Il distacco e la separazione tra chi vive già ora la guerra e chi, come noi, si sente ancora ‘in pace’, permane e si rafforza nella sua insuperabile consistenza.

La nostra angoscia crescente, che pur proviamo -sapendo di loro-, non è commensurabile al terrore ed alla disperazione che quelli vivono, e che ci attende, come un Moloch che ora già ci ghigna addosso, spietato e inesorabile.

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Il carattere imperialista della guerra in Ucraina in due scatti (di avvoltoi)

L’imperialismo occidentale, mentre è intenzionato a prolungare la guerra per sfiancare il Cremlino, prepara già “la ricostruzione” che darà il colpo di grazia ai lavoratori ucraini.

16 giugno – A Kiev i tre messaggeri di guerra dell’UE Scholz, Macron e Draghi (in realtà tre più uno – il presidente rumeno Iohannis, che nelle cronache viene abitualmente cancellato) si incontrano con Zelensky. Sono lì a dare il loro volonteroso aiuto in armi all’Ucraina perché si auto-distrugga il più possibile (“fino all’ultimo ucraino”) nell’interesse dell’Occidente tutto, e perché produca, sempre nell’interesse dell’Occidente, il massimo danno possibile alla Russia che l’ha invasa. Sono lì, anche, a dettare le loro condizioni per l’armistizio e la futura “pace” – onde assicurarsi che i profitti dell’UE nella eventuale “ricostruzione”, e dei singoli stati usurai dell’UE l’uno in competizione con l’altro, non siano da meno di quelli garantiti agli Usa e al Regno Unito.

Tutti insieme a succhiare sangue dal corpo straziato delle masse lavoratrici ucraine.

Supposizioni da malfidati anticapitalisti? La risposta è nella foto qui sotto, di appena quattro giorni dopo.

20 giugno – il presidente di Confindustria, Bonomi, va a Kiev e ottiene da Zelensky la seguente rassicurazione:

“Appoggiamo la presenza italiana in Ucraina. Con l’Italia, si è aperta una nuova pagina nei rapporti fra i nostri paesi. Si è creata la fiducia nei nostri rapporti e vorrei che la produzione italiana e le aziende fossero rappresentati ancor di più sul mercato ucraino soprattutto nel programma di ricostruzione dell’Ucraina, il programma che verrà attivata dopo la fine della guerra. Ma già ora – sottolinea Zelensky – bisogna cominciare ad avviarla”. Per questo, rileva, “è necessario che i produttori italiani entrino come forza nel nostro mercato e noi per questo siamo completamente aperti”.

Vi ricordate i palazzinari intercettati al telefono, che ridevano pensando ai lucrosi affari che avrebbero fatto grazie al terremoto dell’Aquila? Erano solo un paio di scellerati? Niente affatto!  Queste foto in sequenza mostrano con ogni evidenza che l’affarismo più cinico è l’essenza stessa del modo di essere del capitalismo e dei capitalisti: distruggere vite umane e beni materiali perché il capitale, un sistema sociale ormai moribondo, possa riprodursi e continuare a prosperare.

L’imperialismo occidentale, mentre è intenzionato a prolungare la guerra per sfiancare il concorrente potere del Cremlino, prepara già con i suoi emissari “la ricostruzione”, che darà il colpo di grazia ai lavoratori ucraini. Saranno loro, infatti, a dover ripagare con un surplus di sfruttamento e sottomissione i “generosi aiuti” di guerra di Washington, Roma e Bruxelles. Come affermano in un recente post i compagni di Iskra: la guerra “è solo questione di affari per i padroni”, mentre è miseria, morte e povertà per gli sfruttati.

GUERRA ALLA GUERRA IMPERIALISTA!

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LA TERZA ALLEANZA – Costituente Terra

il 29 giugno scorso nel vertice di Madrid la NATO ha prenotato la III guerra mondiale, con l’idea che possa essere non nucleare, ripristinando la Russia come Nemico e per la prima volta assumendo la Cina come il Nemico potenziale di oggi e il Nemico finale di domani. Si spezza pertanto l’unità del mondo, acquisita a fine secolo dal capitalismo ed esaltata nella globalizzazione, e si riproduce la cortina di ferro che la rivista “Limes” definisce oggi come “cortina d’acciaio”. Da questa parte di essa accorrono anche Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, presenti al vertice su invito. Si includono nell’Alleanza Svezia e Finlandia con l’assenso della Turchia di Erdogan pagato con la vendita dei Curdi, e si conferma l’uso dell’Ucraina come vittima, approfittando dell’offerta fattane da Zelensky per innescare il conflitto ieri e prolungarne poi il sacrificio  per tutto il corso della crisi fino ad ora.
La guerra, cominciata con l’aggressione russa e personalizzata per il volgo come l’aggressione di Putin, si ritorce dunque contro di lui: come ha detto Biden, egli  “puntava al modello Finlandia per l’Europa e invece ottiene il modello Nato”. Tanto meno essa potrà servirgli per l’annessione dell’Europa all’Impero di Pietro il Grande, che perseguiva come nuovo Zar, secondo le intenzioni attribuitegli dalla stampa occidentale,
Quanto all’esercizio vero e proprio della guerra esso viene assicurato dalla NATO con le armi largamente fornite all’Ucraina (che ne denuncia il fabbisogno di 5 miliardi di dollari al mese)  per sostituire e integrare quelle ex sovietiche con le armi “atlantiche”, e viene predisposto con lo schieramento annunciato da Stoltenberg di 300.000 uomini (come si diceva una volta quando non si teneva conto delle donne) lungo la frontiera europea della Russia.
Come già era accaduto nel 1998 quando aveva intrapreso in proprio la guerra contro la Jugoslavia la NATO si attribuisce pertanto quello “ius ad bellum” che era stato finora prerogativa ed espressione degli Stati sovrani. Essa si presenta perciò come un soggetto a se stante, come un nuovo Leviatano nel concerto delle Nazioni, più che come una alleanza tra Stati stipulata dai governi e ratificata, quando si dà democrazia. dai rispettivi  Parlamenti.
Si tratta dunque di una Terza alleanza. La Prima Alleanza fu quella scaturita dal Patto Atlantico del 4 agosto 1949 per gestire la guerra fredda. Nel novembre 1991 dopo la guerra  del Golfo essa, nonostante lo scioglimento del Patto di Varsavia e il raggiungimento del suo scopo sociale, fu confermata dal vertice di Roma, che tuttavia  ribadì  la sua natura difensiva e la sua area di  competenza geograficamente limitata: perfino con enfasi i documenti di Roma affermavano  che “nessuna delle sue armi sarà mai usata se non per autodifesa, né essa si considera avversario di alcuno”.
Tuttavia ciò viene meno quando, nell’aprile 1999 nel pieno della guerra jugoslava il vertice di Washington dà alla luce una seconda Alleanza, che introduce un nuovo “concetto strategico” e abbandona il vecchio limite di competenza territoriale per abbracciare tutta “l’area euro-atlantica” compresa la Russia e l’Ucraina, venendo a coincidere così di fatto con l’emisfero Nord del mondo. Al compito di preservare l’equilibrio in Europa, si sostituisce quello della “risposta alle crisi” e di “gestione delle crisi”, anche sul piano militare. La riserva della natura esclusivamente difensiva dell’impiego della forza armata, stabilita dall’ONU e ribadita dalla risoluzione del ‘91 viene lasciata cadere, e vengono contemplate espressamente operazioni fuori area non coperte dagli art. 5 e 6 del Trattato istitutivo. La questione non è più la difesa dell’Europa  ma è il mondo, è il governo del mondo.
La ragione è che il mondo è diventato troppo pericoloso, e ciò viene ben presto dimostrato l’11 settembre 2001 con l’attacco alle Torri gemelle. Un anno dopo, nel settembre 2002, gli Stati Uniti rendono nota la nuova “Strategia della sicurezza nazionale”  che viene fatta consistere in un dominio esteso a tutta la Terra; nessuna Potenza (nemmeno l’Europa) dovrà mai eguagliare la forza militare degli Stati Uniti, la prevenzione non basta più, “la miglior difesa è l’attacco” prima ancora che la minaccia si riveli. . Questa dottrina viene estesa alla NATO; del resto quando Putin e Clinton avevano nel 2000 a Mosca discusso un eventuale ingresso della Russia postsovietica nella NATO, la delegazione americana presente ai colloqui si era opposta perché un’alleanza (come uno Stato) non può  sussistere senza nemici. Anzi il nemico, inteso hegelianamente come l’estraneo, lo straniero, è secondo la dottrina schmittiana corrente in Occidente, il criterio stesso del politico.
Il nuovo “concetto strategico” adottato a Madrid segna ora l’avvento della Terza Alleanza.
Quale risposta può essere data all’altezza di questa sfida? Essa non può essere né quella di un’alleanza contro l’altra (i Paesi del BRICS, Brasile, Russia, Cina, Sudafrica, contro quelli della NATO) né di un’uscita unilaterale dall’Alleanza, che sarebbe catastrofica e inefficace. In un’assemblea popolare che, per una fortuita coincidenza, si è tenuta a Messina il giorno successivo al vertice di Madrid, si è condivisa una proposta che avevamo formulato anche noi, quella di una risposta propriamente politica. Occorre che almeno uno Stato sovrano si faccia promotore di una visione del mondo diversa, di una politica internazionale inclusiva, di una casa comune abitata non da nemici ma da una stessa umanità.  Questo Paese sovrano può essere l’Italia, per la sua stessa vocazione costituzionale; la proposta perciò è di promuovere una legge costituzionale di iniziativa popolare per aggiungere alla Costituzione una norma transitoria e finale per la quale l’Italia operi perché il ripudio della guerra in tutte le sue forme, comprese le sanzioni e le altre modalità di genocidio, sia fatto proprio da tutti gli Stati, siano ridotte consensualmente le armi e le spese militari, siano sciolte le alleanze di parte, sia salvaguardata la Terra e si persegua il fine di una Costituzione mondiale che garantisca giusti ordinamenti e il godimento universale dei diritti e dei beni fondamentali per tutti, nessuno escluso. Alle alleanze di guerra imposte dai poteri, può far seguito una Nuova Alleanza voluta dai popoli.

FINE GUERRA MAI – Domenico Gallo

Nelle schede che il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (Dap) compila per ogni detenuto è obbligatoriamente indicata la data in cui deve cessare la carcerazione. Se il detenuto è stato condannato all’ergastolo sulla scheda è indicato: fine pena mai.

Se volessimo realizzare una scheda sulle conclusioni del G7 di Elmau, dovremmo intitolarla: fine guerra mai. Del resto questa è l’unica interpretazione possibile del documento G7 Statement on Support for Ukraine. In questo documento, infatti, non è indicata nessuna prospettiva che possa portare alla cessazione delle ostilità. Al contrario si promettono aiuti, armi e rifornimenti per tutto il tempo che sarà necessario (cioè a tempo indeterminato), perché spetta all’Ucraina di decidere un futuro accordo di pace “libera da ogni pressione o influenza esterna”. Quindi se il Governo ucraino non vuole trattare, se prima non avrà ribaltato sul campo l’offensiva militare russa, la guerra può continuare all’infinito perché i Paesi del G7 continueranno a fornire all’infinito all’Ucraina i mezzi per continuare a combattere. Peccato che questi grandi amici dell’Ucraina si dimostrino così indifferenti ai costi umani che paga il popolo ucraino per il prosieguo della guerra, per il fiume di sangue (da 200 a 1.000 morti) e lacrime per ogni giorno di guerra in più.
In definitiva le campane di Elmau suonano a morto e ci annunciano che la guerra durerà a lungo, mesi o forse anni, come ci ha già avvistato Stoltenberg, e noi saremo sempre più coinvolti.
Le conclusioni del G7 sono state ribadite e rilanciate nel summit della Nato che si è aperto a Madrid il 29 giugno. Un vertice “storico” come qualificato da un segretario generale che assomiglia sempre di più al dottor Stranamore del film di Kubrick. Per Stoltenberg/Stranamore: «Il vertice di Madrid sarà trasformativo per la Nato perché verranno prese decisioni importanti, incluso il nuovo Strategic Concept per nuova realtà della sicurezza verso il 2030, che descriverà la Russia come la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza dell’alleanza atlantica e citerà la Cina per la prima volta come una delle sfide future della Nato». Sarà un vertice storico anche perché la Nato approverà il più importante rafforzamento delle proprie capacità dalla fine della Guerra fredda portando le sue forze di reazione rapida schierate in Europa da 40.000 a oltre 300 mila unità e darà via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia.
È ormai del tutto evidente che i Paesi del G7 e tutti i membri della Nato continueranno a sostenere senza esitazione alcuna l’Ucraina e ad alimentare la guerra fin quando il suo governo lo richiederà. Tuttavia, proprio quando è forte il fragore delle armi, occorre pensare come uscire dalla miserabile condizione di guerra, come costruire la pace, su quali basi, con quali prospettive. Dal vertice del G7 emerge in modo palese l’ottusa incapacità di guardare al futuro, di concepire un dopoguerra che non sia una semplice tregua d’armi in vista di un regolamento di conti definitivo (che – ci permettiamo di obiettare – porrebbe fine alla civiltà sulla Terra), oppure in vista della prosecuzione della guerra con altri mezzi.
È significativo che su questo terreno sia stato lanciato un grido d’allarme da chi è stato uno dei massimi interpreti della Guerra fredda e delle sue asprezze. In un’intervista al Corriere della Sera del 28 giugno Henry Kissinger ci avverte che bisogna guardare a come porre fine al conflitto: «Stiamo arrivando a un momento – afferma – in cui bisogna affrontare la questione della fine della guerra in termini di obiettivi politici altrettanto che militari: non si può semplicemente continuare a combattere senza un obiettivo». Sarebbe curioso sapere qual è l’obiettivo che hanno in testa i grandi della Terra intruppati al seguito di Biden e Johnson. Per Kissinger l’unico obiettivo realistico che può garantire la pace è reintegrare la Russia nell’Europa, non certo spingerla a Est nelle braccia della Cina. Perché questo è il punto centrale del suo ragionamento: va sconfitta l’invasione dell’Ucraina, «non la Russia come Stato e come entità storica». E dunque, quando le armi alla fine taceranno, «la questione del rapporto fra Russia ed Europa andrà presa molto seriamente». Il presupposto, sottolinea Kissinger, è che la Russia è stata parte della storia europea per 500 anni, è stata coinvolta in tutte le grandi crisi e «in alcuni dei grandi trionfi della storia europea» e pertanto «dovrebbe essere la missione della diplomazia occidentale e di quella russa di tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante».
Dal summit della Nato, invece, sembra emergere l’obiettivo di proseguire la guerra a oltranza, anche dopo la fine della guerra in Ucraina, assegnando per sempre alla Russia il ruolo del nemico.
C’è da stare poco tranquilli se il nostro destino dovesse restare nelle mani di Stoltenberg/Stranamore.

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Quanto durerà la guerra in Ucraina? – Fabio Mini

…Nel recente summit di Madrid appena conclusosi, la Nato ha aperto le porte formalmente a Svezia e Finlandia, con il rischio concreto di aprire un nuovo fronte con la Russia. Mosca ha, infatti, già annunciato ritorsioni in caso di basi Nato nei due paesi scandinavi. Quali sono i rischi concreti che corre l’Italia nella sua partecipazione alla Nato nel prossimo futuro? E, come sottolineato recentemente dal Prof. Andrea Zhok, più che essere sotto l’ombrello della Nato non rischiamo di essere noi l’ombrello della Nato?

Fossi nei panni della Nato non sarei così sicuro che l’ammissione di Svezia e Finlandia sia un punto di forza aggiuntivo per l’alleanza. I due paesi, come tutti gli altri baltici e scandinavi, hanno intrapreso un percorso avviato già da diversi anni dalla Gran Bretagna che intende assumere il controllo della “Nato del nord” e perfino delle porte dell’Artico. Sempre che le basti perché anche le mire della Nato nell’Indo-Pacifico allettano gli inglesi. Questi due paesi, dopo anni di neutralità, ancorché forzata, hanno sviluppato una forte indipendenza e anche refrattarietà alle imposizioni esterne. Ora sembrano disposte a mettersi sotto l’ombrello della Nato, ma non di certo a diventare obiettivo della Russia. Questa non ha molti problemi a permettere che tali paesi entrino nella Nato purché non ospitino sui propri territori assetti militari che possano minacciarla. Sarà questa condizione a determinare fino a che punto Svezia e Finlandia saranno disposte a sacrificare tutto ciò che hanno soltanto per il gusto di far arrivare ai loro confini orientali la linea rossa della “sicurezza esistenziale” russa. Anche in questo caso si ripropone il quesito fondamentale che ha assillato tutti i paesi della Nato negli ultimi settant’anni: gli Stati Uniti tireranno la corda fino al confronto nucleare strategico? Non l’hanno mai fatto in tutti i conflitti che riguardavano il rapporto diretto con la Russia, perché formalmente non si trattava di paesi membri della Nato, ma hanno dovuto sacrificare tutte le affermazioni riguardanti i paesi” amici”, i clienti, il diritto internazionale e persino le questioni umanitarie. L’osservazione del Prof. Zhock è interessante. Di fatto i paesi europei della Nato sono veramente l’ombrello degli Stati Uniti. La guerra in Europa tiene lontana la minaccia strategica sul continente americano.

Apparentemente, o meglio secondo la narrazione dominante dai media mainstream, l’operazione in Ucraina ha portato all’isolamento della Russia. Ma se si guarda all’insieme della comunità internazionale, non è forse l’Occidente a essere entrato in un vicolo cieco? Il resto del mondo non sta forse seguendo come non mai l’ottica dello “sganciamento” economico e politico proposta molti decenni fa da Samir Amin?

È vero che esiste nel mondo un forte movimento di sganciamento economico dall’egemonia statunitense. E la posizione americana nel conflitto ucraino con gli aiuti militari e le sanzioni contro la Russia è sia la premessa sia la conseguenza del conflitto. Ed è vero che sul piano finanziario molti strumenti di lavoro si sono già sganciati dal dollaro o comunque dai prodotti finanziari occidentali. È un processo che i cinesi per primi hanno individuato di fronte al pericolo di dipendenza finanziaria (in quanto fornitori e creditori) dall’occidente. Lo sganciamento fondamentale è tuttavia quello economico che riguarda le risorse dalle quali dipende il lavoro, per chi ce l’ha, lo stile di vita e le prospettive tecnologiche. Gli Stati Uniti stanno spingendo la Russia verso l’India e la Cina e questa da anni sta spingendo la ricerca di risorse in Asia, in Africa e in America Latina. A prescindere dall’esito del conflitto in Ucraina questo movimento sarà sempre più forte ed è questo che mette paura agli Stati Uniti e li costringe ad usare il solo martello che hanno: la forza militare. La Nato a Madrid ha segnalato a Washington che l’Europa è con gli Stati Uniti in questo tipo di guerra e che coordinerà con essi la propria ricerca di risorse. Resta da vedere quanti, tra i paesi detentori di risorse,sono disposti a svendersi alle ex potenze coloniali (che tali per essi rimangono i paesi europei) e quanto gli Stati Uniti e la Nato riusciranno a sostenere le guerre o le minacce militari necessarie a procurare le risorse.

Il Parlamento di Tobruk in Libia è stato preso d’assalto e dato alle fiamme venerdì. In Libia siamo prossimi ad aprire un nuovo fronte di quella che Papa Francesco aveva correttamente definito la terza guerra mondiale a pezzetti già qualche anno fa. Con una possibile nuova implosione del Mediterraneo e alla luce del conflitto in Ucraina che non sembra arrivare ad una soluzione, qual è il peggior scenario possibile per gli interessi strategici italiani da tenere a mente?

Lo scenario peggiore per i nostri interessi è la destabilizzazione del Mediterraneo che sarà tanto più accelerata e grave quanto più l’attenzione europea e della Nato si allontana dal mare nostrum. E lo scenario peggiore ed è anche il più probabile e abbiamo un precedente importante: nel 2011 è bastato l’annuncio statunitense dell’Asia Pivot (lo spostamento dell’asse strategico in Estremo Oriente) per resuscitare le manie coloniali e nazionaliste dei paesi europei e quelle statunitensi di delegare ad essi la sicurezza mediterranea ed oltre.

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L’inchino di Draghi al Sultano – Alberto Negri

C’ERA UNA VOLTA UN DITTATORE. Show turco-italiano ad Ankara, fra inni e costumi imperiali. Erdogan prende tutto, noi gran poco: prima era un “dittatore” ora è un “amico” di cui siamo complici.

Tutto si risolve con un inchino al Sultano. «Con i dittatori bisogna essere franchi ma cooperare», disse l’anno scorso Draghi riferendosi a Erdogan e aprendo un caso diplomatico. Dal 2021, con in mezzo la guerra in Ucraina, il caos libico e le tensioni nel Mediterraneo orientale, il presidente del consiglio italiano ha fatto un passo avanti: adesso con il dittatore non solo cooperiamo, ne siamo diventati «amici» come ha detto Draghi ieri a Ankara. Quindi anche complici.

L’Italia e la Nato, pur di fare entrare Svezia e Finlandia nell’Alleanza, hanno svenduto il destino dei curdi a Erdogan, e ieri Draghi è andato ad Ankara, in compagnia di cinque ministri, con il cappello in mano per chiedere appoggio sul gas (Tap e Tanap), sulle concessioni offshore a Cipro (ostacolate dalla Turchia) e sulla Libia, dove in Tripolitania Erdogan conduce le danze tra le fazioni e l’Italia con l’Eni non estrae il petrolio e il gas di cui avrebbe bisogno.

In cambio alla Turchia offriamo armamenti – questo significava la presenza ad Ankara del ministro della difesa Guerini _ un aumento dell’interscambio (attualmente a 20 miliardi euro) e ci prepariamo quindi a chiudere gli occhi sulle malefatte di Erdogan contro i curdi e gli oppositori interni. Sarebbe quindi ora di smettere di vaneggiare sui «valori occidentali», visto che forniamo a Erdogan gli elicotteri Agusta per colpire i curdi sia in Siria che in Iraq. Draghi in Turchia ha dimostrato l’ipocrisia occidentale sulla democrazia e i diritti umani e la sua visita, preceduta dall’accordo di Madrid, rafforza il regime nella sua guerra contro i curdi: un drone turco qualche giorno fa ha ammazzato a Raqqa la comandante del Forze democratiche siriane anti-Isis Mizgin Kobane. Tutto questo nel silenzio di quell’Occidente che appena qualche anno fa acclamava i curdi come i «nostri eroi» contro il Califfato e postava sui social le foto delle combattenti curde.

È sullo sfondo di questi eventi e della guerra in Ucraina che Draghi è stato accolto al palazzo presidenziale di Ankara in pompa magna per l’incontro con il presidente turco Erdogan. Il premier italiano è stato preceduto da un corteo a cavallo mentre suonavano gli inni nazionali. Insieme al presidente turco Draghi ha sfilato su un tappeto azzurro scortato dalla guardia presidenziale in alta uniforme fino all’ingresso del palazzo. Ad attendere Draghi ed Erdogan una delegazione nei costumi degli eserciti dei 16 stati turchi fondati prima della repubblica: insomma una grande occasione per uno show improntato alle ambizioni neo-ottomane del leader turco.

Questo apparato scenografico, definito da Draghi in conferenza stampa, un’«accoglienza calorosa e splendida», non è stato certo casuale. Serviva a Erdogan per ribadire il suo ruolo di Sultano della Nato davanti a un interlocutore con cui aveva avuto un’acuta frizione diplomatica che nel corso dell’ultimo anno ha avuto modo di appianare grazie agli interessi comuni dei due Paesi e soprattutto alla remissività dell’Italia. Ecco un esempio di come abbiamo già ceduto alle richieste turche: recentemente abbiamo chiesto il permesso ad Ankara per esercitare con le navi dell’Eni il diritto acquisito di trivellare nella zona greca di Cipro, cosa che naturalmente ha fatto infuriare gli ellenici. E ieri Erdogan non ha perso l’occasione per bollare «la Grecia come una minaccia anche per l’Italia», riferendosi tra l’altro anche al contezioso sui migranti. Affermazione rimasta senza replica da parte italiana.

Figuriamoci quando ci toccherà discutere sulla zona economica esclusiva tracciata tra Turchia e Libia da Erdogan nel 2019, che allora salvò il governo di Tripoli dalle truppe del generale Khalifa Haftar alle porte della capitale. Quella Libia dove le proteste esplose lo scorso «venerdì di rabbia» hanno messo drammaticamente sullo scacchiere internazionale il rischio che il Paese sprofondi nel caos e nell’anarchia mentre riemergono i gheddafiani.

E non è certo un caso che la Turchia sia sempre in mezzo a mediare tra le fazioni di Tripoli, Misurata, Bengasi e Tobruk, dove ormai l’Italia da tempo non tocca palla. Come siamo in balìa dei turchi in questa parte del Mediterraneo che loro considerano la Patria Blu, un concetto strategico che dal Mare Egeo, dove i turchi si scontrano con la Grecia, vogliono ampliare al Nordafrica e ancora più in là, al Golfo, dove hanno i loro militari di stanza in Qatar. Troppe ambizioni? Sì, forse, per un Paese che vive anche una forte crisi economica, ma Erdogan sta giocando una duplice partita anche nella guerra in Ucraina, come mediatore con Putin e sostenitore del governo di Zelenski.

L’Italia al confronto appare assai evanescente anche se andiamo a vedere in concreto cosa è stato firmato ad Ankara: accordi sulle piccole e medie imprese e la protezione reciproca dei dati industriali. E se c’è qualche cosa di strategico – armi, gas e confini marittimi – è stato lasciato nelle pieghe dei protocolli d’intesa. Probabilmente avremo maggiori informazioni nei prossimi giorni ma una cosa è certa: di rimproveri al Sultano della Nato l’Italia di Draghi non ne fa e quell’appellativo di «dittatore» che gli riservò l’anno scorso resterà come una nota ininfluente a piè di pagina.

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VERSO L’UNIONE POPOLARE

9 Luglio, h. 10:00, Hotel The Hive, Via Torino 6, Roma

“Da Sabato inizia il percorso che ci vedrà in tutta Italia per la creazione dell’Unione Popolare!”

Sabato 9 Luglio alle ore 10, nella sala dell’Hotel “The Hive” a Roma, si darà inizio al percorso “Verso l’Unione Popolare” nato in seguito a un appello sottoscritto in pochissime ore da moltissime personalità della cultura e dei movimenti pacifisti, ambientalisti, femministe, militanti politici e sindacali, costituzionalisti, economisti, storici, urbanisti. Tra le tante firme segnaliamo quelle di Mimmo Lucano, Vauro, Moni Ovadia, Giovanni Impastato, Andrea Costa di Baobab, Haidi Giuliani, Raniero La Valle, i no tav Nicoletta Dosio e Emilio Scalzo, Tiziana Pesce figlia del comandante partigiano Giovanni Pesce, Paolo Maddalena e Enzo Di Salvatore autore dei referendum no triv, consiglieri comunali come la fiorentina Antonella Bundu, Fabio Alberti, Lucio Manisco, Francesca Fornario, Angelo d’Orsi, Piero Bevilacqua, Marina Boscaino, Paolo Berdini, Enzo Scandurra, Paolo Cacciari, Paolo Favilli, Guido Liguori, Raul Mordenti, Franco Russo, Guido Viale,la ex-parlamentare europea Eleonora Forenza, le parlamentari di ManifestA.

L’assemblea romana, coordinata dal giornalista Francesco Piccinini, verrà aperta dall’intervento dell’On. Simona Suriano, deputata della componente ManifestA e vedrà la partecipazione di Manon Aubry, parlamentare europea de La France Insoumise di Jean Luc Melenchon e copresidente del gruppo The LEFT – La Sinistra che riunisce tutte le formazioni della sinistra radicale e rossoverde europea. L’assemblea verrà chiusa dall’intervento dell’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, dopo i contributi di esponenti “della parte più degna del nostro Paese, di chi vuole la pace e si oppone alla guerra in tutte le sue forme. Di chi subisce gli effetti più duri della crisi, ma che allo stesso tempo si impegna ogni giorno per una giustizia sociale e ambientale, per un lavoro dignitoso e un salario minimo. Per i beni comuni, contro il razzismo, la violenza di genere, la mafia e la corruzione. Contro il monopolio della politica in mano alle forze del governo Draghi, che hanno tradito ogni volontà di giustizia, redistribuzione e di difesa dei nostri territori e dei nostri interessi”.

I promotori proseguono: “Il 9 luglio a Roma vogliamo cominciare a percorrere questo cammino. A mobilitarci nella società, nel mondo della cultura e anche nel sistema politico. Dal 9 luglio inizia un percorso che ci vedrà in tutte le piazze da Sud a Nord nel nostro Paese, per costruire passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, un grande movimento popolare.”.

“Aderiamo all’appello con la massima convinzione – dichiara Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista. Da tempo siamo convinti che in Italia bisogna costruire un’alternativa popolare al partito unico della guerra, della precarizzazione del lavoro, delle privatizzazioni e della devastazione ambientale. C’è bisogno di una forza unitaria pacifista e autenticamente di sinistra che dia voce alle classe popolari e lavoratrici e alla volontà di pace della maggioranza delle italiane e degli italiani. C’è bisogno di uno schieramento che si batta per l’attuazione della Costituzione.”

 

LITUANIA E ZELENSKY DECIDONO TUTTO? ANCHE NO – Fulvio Scaglione

 

Nel frenetico scambio di lettere tra la Commissione Europea e il Governo della Lituania, l’ultima proposta pare sia questa: la Ue farebbe un’eccezione alle sanzioni e permetterebbe alla Russia di continuare a rifornire l’exclave di Kaliningrad attraverso i 90 chilometri di territorio lituano tra la Bielorussia e, appunto, Kaliningrad, a patto che la Russia non aumenti il volume delle merci attualmente trasportate verso l’exclave. L’idea è che evitare, in questo modo, che il porto di Kaliningrad diventi lo strumento del Cremlino per importare ed esportare e alleviare il peso della guerra economica decretata da Usa e Ue. Il timore è invece che la Russia a un certo punto si stufi e, d’accordo con la Bielorussia, occupi il cosiddetto “corridoio di Suwalki”, interrompendo il confine di terra dei Paesi Baltici con il resto d’Europa e mettendo la Nato, nell’ipotesi più estrema, nella condizione di scegliere (per dirla brutalmente) se affrontare una guerra mondiale per difendere la Lituania (6 milioni di abitanti).

Al di là delle soluzioni ipotizzate di quelle che verranno eventualmente adottate per risolvere questa crisi, una cosa è chiara: piaccia o no ai saputelli dei neo-atlantismo estremo, è chiaro che l’iniziativa della Lituania di bloccare il 50% delle merci dirette verso Kaliningrad NON era stata concordata con i vertici Ue. Josep Borrell, alto rappresentante Ue per la politica estera e di difesa dell’Unione, la “coprì” subito, com’era politicamente giusto fare dal punto di vista della Ue (soprattutto di questa Ue sempre più succursale della Nato). Ma le trattative e le lettere tra Ue e Lituania (per non parlare dei borbottii della Germania, che ha registrato il suo primo deficit commerciale trimestrale degli ultimi trent’anni) dimostrano che a Bruxelles non hanno gradito, e sono preoccupati.

La domanda quindi è: la Lituania ha deciso da sola? Se così fosse, dovremmo davvero cominciare a tremare: vorrebbe dire che una minuscola porzione umana e politica dell’Unione Europea si sente in diritto di intervenire a piedi uniti (e per me in maniera sconsiderata) in una crisi che già minaccia di far saltare in aria l’Europa. Se non è così, invece, cioè se la Lituania ha agito in base a qualche “suggerimento” (per esempio degli Usa, che sono in crisi per ragioni interne, non certo perché quanto avviene in Europa li preoccupi più di tanto, o del Regno Unito, che accarezza l’idea di minare la Ue e sostituirla con altre alleanze), peggio ancora: vuol dire che nella Ue ci sono Paesi che rispondono a politiche e influenze che non sono quelle di Bruxelles. Per la verità lo sapevamo già, ma quando si gioca alla terza guerra mondiale le cose cambiano un po’.

Tutto questo sta dentro una retorica di finta umanità ma di vera dismissione delle responsabilità che nella Ue impera, anche a proposito dell’invasione russa e della guerra in Ucraina. Ogni giorno ci sentiamo dire che l’Ucraina è Europa e che questa guerra maledetta si svolge in Europa. Giusto. Ma allora perché per otto anni (dal Maidan al Donbass, dal 2014 al 2022) l’Europa non ha saputo far nulla per disinnescare un problema che col tempo poteva solo incancrenire? Perché Francia e Germania, allora spina dorsale della Ue e garanti degli Accordi di Minsk, hanno concluso così poco? Davvero ci raccontiamo che in tutto questo c’entrano solo la cattiva volontà e la perfidia di Vladimir Putin?

Ma non basta. Da mesi, di nuovo con cadenza quotidiana, sentiamo dire che devono essere gli ucraini a decidere se e quando dire basta, che dev’essere il presidente Zelensky a stabilire la condizioni della pace. Vien da chiedersi se i vari leader politici parlino sul serio. Ci diciamo che la guerra in Ucraina sta provocando una crisi mondiale, che rischia di mandare in tilt i Paesi sviluppati e ridurre alla fame quelli in via di sviluppo, parliamo spessissimo di allargamento possibile del conflitto e di bombe atomiche, e davvero pensiamo di affidare le sorti del pianeta a Zelensky e i suoi? L’Ucraina è vittima, d’accordo, ma stiamo pur sempre parlando di un Presidente che, nel caso qualcuno l’avesse dimenticato, prima della guerra aveva in patria un indice di gradimento del 20%? Se noi europei non siamo capaci di prendere in mano il nostro destino, almeno cerchiamo di smetterla con una retorica che sta diventando uno dei più insidiosi fattori di rischio di questo dramma epocale.

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Fratelli d’Italia sostiene Draghi sulle armi all’Ucraina – Franco Ferrari

Lo scoppio della guerra in Ucraina e l’occupazione militare russa del Donbass ha costretto le varie forze politiche a prendere posizione su alcune questioni fondamentali sia sul piano ideologico che su quello geopolitico. Lo stesso vale per Fratelli d’Italia, partito che si trova formalmente all’opposizione in Parlamento (ma alleato ad alcuni dei partiti che invece sostengono il Governo) e il cui posizionamento può essere esaminato a partire da tre diverse questioni: 1) l’atteggiamento sulla guerra in generale; 2) la collocazione atlantista dell’Italia; 3) i rapporti tra le forze politiche nazional-conservatrici in Europa e negli Stati Uniti.

L’ideologia di fondo di Fratelli d’Italia, che si propone come continuatore del Movimento Sociale Italiano e più in generale di una destra conservatrice i cui confini con l’identità neofascista non sono mai nettamente delineati, assume la guerra come strumento potenziale di regolazione del conflitto politico.

In una certa misura, la politica può essere considerata la continuazione della guerra con altri mezzi (rovesciando il concetto di von Clausewitz). D’altra parte Giorgia Meloni conclude la sua biografia scrivendo “io sono un soldato” e “non diserterò”. Sempre nello stesso libro l’idea di Europa che viene affermata non è quella presente spesso nella retorica europeista (a volte sincera a volte meno) che colloca la costruzione dell’Unione Europea nell’orizzonte del superamento dei nazionalismi che hanno prodotto due conflitti mondiali, ma quella che si fonda sulla guerra come marcatore di dientità. Soprattutto contro l’eterno nemico islamico. La battaglia di Poitiers nel 732 d.c. con la quale viene fermata “la marea islamica”, la difesa di Costantinopoli di Costantino XI oppure “i caduti nella battaglia di Lepanto del 1571 per fermare l’avanzata turca”.

Le identità nazionali nascono con le guerre e si cementano col sangue. Questa visione è coerente con l’esaltazione della celebrazione della Prima guerra mondiale (la proposta di sostituire La Canzone del Piave a Bella Ciao il 25 aprile, per superare una ricorrenza ritenuta divisiva degli italiani) mentre si preferisce occultare la Seconda, assai più problematica per l’identità di Fratelli d’Italia. E’ stato Ignazio La Russa, anche se al tempo non era ancora tra i fondatori di FdI, a proporre di affidare parte delle lezioni di storia nelle scuole italiane direttamente agli ufficiali dell’esercito (come riferisce Marianna Bettinelli nella sua tesi di laurea su “La storia infinita di Giorgia Meloni. Aspetti linguistici e retorici dello storytelling politico della leader di Fratelli d’Italia”).

Nello stesso contesto ideologico vanno collocati i numerosi riferimenti alla letteratura “fantasy”, quella che mescola un medioevo immaginario a temi fantascientifici, con il suo repertorio di eroismi, battaglie, conflitti mortali tra Bene e Male. Una delle citazioni preferite della Meloni è tratta dal “Signore degli Anelli” di Tolkien, sempre apprezzato dall’estrema destra italiana anche se per un’interpretazione discutibile, laddove si dice che si “ama ciò che si difende”. Il contenuto di ciò che si ama non è rilevante, l’importante è che esso sia oggetto di un conflitto senza mediazioni. Tra lo schiavista che ama lo schiavismo e lo difende e lo schiavo che ama la propria libertà e si batte per conquistarla ciò che decide può essere solo la forza…

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Redazione
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2 commenti

  • Gian Marco Martignoni

    Ottimi interventi, come al solito, in particolare quello di Carlo Rovelli, a dimostrazione che non tutti gli intellettuali si sono bevuti il cervello. Per quanto mi concerne , per un problema di igiene mentale, mi rifiuto di seguire i nostri telegiornali. La disinformazione è diventata intollerabile .

  • Teresina Caffi

    Grazie per questa raccolta di articoli. Mi fa sentire meno spaesata. Si, come dice Carlo Rovelli, è l’ipocrisia che lascia senza parole e che viene propagandata, a mostrare quanto poco libera è l’informazione.

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