David Lifodi e il femmininicidio silenzioso in CentroAmerica

Il meglio del blog-bottega /122…. andando a ritroso nel tempo (*)

Sono partite il 4 giugno 2011 da Cuernavaca (stato di Morelos, Messico) per arrivare dopo nove giorni di cammino a Ciudad Juárez e hanno percorso chilometri guadagnandosi solidarietà e rispetto: decine di donne hanno aderito alla Caravana de Consuelo, la marcia della consolazione, per denunciare il silenzio e l’impunità che coprono il femminicidio nella capitale di Chihuahua, ma anche nel triángulo norte del CentroAmerica ed oltre. El Salvador, Honduras, Guatemala e Nicaragua hanno registrato un preoccupante aumento di omicidi contro le donne negli ultimi anni. Ciudad Juárez è salita agli onori della cronaca almeno dal 1993, ma i numeri di questa enorme città, non lontana dagli Stati Uniti e trasformatasi in una gigantesca maquiladora a cielo aperto, mettono i brividi ogni anno che passa. Solo nel 2010 nello stato di Chihuahua si sono verificati ben 446 omicidi, denuncia l’organizzazione Justicia para nuestras hijas, mentre da gennaio ad aprile di quest’anno siamo già a quota 140: in entrambi i casi a guidare questa macabra classifica si trova la capitale dello stato, Ciudad Juárez. Durante la marcia, le caravanistas hanno chiesto al governo messicano di seguire le indicazioni della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, che più volte ha esortato i vari presidenti succedutisi al palazzo presidenziale di Los Pinos a mettere in atto misure di prevenzione volte a proteggere le potenziali vittime del femminicidio. Purtroppo tutti gli inviti alle istituzioni messicane sono caduti nel vuoto e, proprio per questo, la società civile ha deciso di autoorganizzarsi: alla Caravana de Consuelo hanno aderito circa 400 associazioni e realtà di base. Miguel Concha è un sacerdote domenicano che ha denunciato in numerose circostanze le caratteristiche più odiose del femminicidio, dalla ben radicata cultura machista assai presente in Messico alla minimizzazione dei reati commessi contro le donne, passando per la mancanza di volontà politica ad agire da parte delle istituzioni. Discriminazione di genere e corruzione delle autorità preposte ad indagare sono una piaga difficile da estirpare nel Messico di oggi, per cui le richieste del sacerdote domenicano per un rapido svolgimento delle autopsie, la creazione di una banca genetica delle vittime, il rispetto per le donne uccise indipendentemente dal loro modo di vestire o dall’eventuale relazione con il carnefice non sono mai state prese in considerazione. Inoltre, Ciudad Juárez rappresenta solo la punta di un iceberg: negli stati di Jalisco, Tamaulipas, Sinaloa, lo stesso D.F. (il distretto federale di Città del Messico), le cose non vanno meglio, anzi. Proseguendo verso sud si arriva in Guatemala e negli altri stati del Centroamerica, dove la prosperosa economia criminale coinvolge migliaia di donne nel mercato della prostituzione e le utilizza alla stregua di oggetti in casi di necessità, dal trasporto della droga ai servizi per conto delle pandillas, le bande che imperversano in tutta la regione. In una recente lettera aperta inviata al segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon e firmata dal Centro de Derechos de las Mujeres de Honduras, dal Colectiva Feminista de El Salvador e dall’Asociación de Mujeres de Guatemala, si evidenzia che il femminicidio è un crimine di stato favorito dalla posizione geostrategica del CentroAmerica, territorio in cui il disordine neoliberale ha ampliato notevolmente le forme di violenza contro le donne. Lo hanno provato sulla propria pelle las mujeras de Guatemala, paese dove un governo infiltrato dalla criminalità e incapace di controllare la frontiera nord con il Messico ha permesso ai cartelli del narcotraffico del più potente vicino di stabilirsi nel piccolo paese centroamericano. L’unica risposta che le istituzioni hanno saputo dare è stata quella di inviare in forze l’esercito, già responsabile dei peggiori crimini durante il conflitto armato che per trent’anni ha insanguinato il paese. Allora, come oggi, a farne le spese sono state principalmente le donne indigene. Il fatto che si rinunci ad investigare e a punire i colpevoli degli omicidi commessi ai danni di oltre 600 donne guatemalteche nel solo 2010, ha contribuito a creare un clima di impunità in cui le violenze, invece di diminuire, si moltiplicano pericolosamente. “Mujer, violencia y silenzio” è il titolo di una recente relazione curata dalla Commissione Onu per i Diritti Umani molto assomigliante ad un film dell’orrore: si racconta di torture, abusi sessuali ad opera dell’esercito, aborti e sterilizzazioni forzate. A soffrire di tutto questo in maggioranza sono state le donne maya, considerate dallo stato ad un livello inferiore a quello animale. Quanto successo all’epoca del conflitto armato e della repressione si è perpetuato negli ultimi quindici anni, ufficialmente “democratici” dopo gli accordi di pace del Dicembre 1996 tra governo e forze rivoluzionarie, ma di fatto la violenza poliziesca di stato prosegue ancora oggi per le strade. A Città del Guatemala vige il coprifuoco e le operazioni di limpieza social ai danni dei giovani (in particolare delle donne che vivono per strada) sono in costante aumento. Il disprezzo nei confronti del genere femminile è tale che su 158 deputati al Congresso solo 18 sono donne. Le cose non vanno meglio in Honduras, El Salvador e Nicaragua. Secondo i dati in possesso del Parlacen (il Parlamento Centroamericano) in El Salvador nel 2010 sono state uccise ben 580 donne, di cui il 31% minori di 25 anni. Nei paesi del triángulo norte ai problemi strutturali già descritti si somma la violenza politica. Un esempio calzante è l’Honduras, dove il femminicidio si è trasformato in un crimine di stato in seguito al golpe del 2009: da allora le uccisioni delle donne sono aumentate del 160%, la maggior parte delle quali avvenute tramite l’utilizzo di armi da fuoco. Eppure le donne della carovana che ha attraversato ben nove stati del Messico per dire no al femminicidio di stato e gridare ni una más proseguono a lottare per la giustizia e contro l’impunità smascherando i fallimenti del governo. Hanno denunciato l’assassinio sistematico delle donne di Ciudad Juárez e l’inefficacia delle commissioni speciali create dalla Camera dei Deputati e dal Senato, con effimere commissioni speciali i cui provvedimenti presi per fermare la violenza di genere si sono rivelati inefficaci o comunque inutili: se gli Stati non garantiscono i diritti umani fondamentali dovranno farlo da sole, ed il coraggio che hanno dimostrato organizzando questa marcia testimonia che sono perfettamente in grado.

NOTA REDAZIONALE

Ogni domenica in “bottega” come sa chi passa spesso da qui – David Lifodi propone una “finestra latinoamericana” (ma se l’attualità incalza interviene anche in altri giorni). Non sono molti i giornalisti “maschi” che hanno saputo raccontare le vecchie e nuove forme del patriarcato, della violenza maschile, della resistenza e dei femminismi. A scorrere l’elenco dei suoi articoli si scopre che David è stato capace di farlo. Ed è anche per questo che ci piace continuare ad averlo qui dal 2011… anzi no, ormai da 10 anni circa. [db]

(*) Anche quest’anno ad agosto la “bottega” recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché circa 12mila articoli (avete letto bene: 12 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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