Il compagno Azzario è vivo e folleggia insieme a noi

Il libro di Lunardelli e Pellegatta sulla straordinaria e dimenticata storia di uno dei fondatori del PCdI.

di Benigno Moi

“L’uomo fisico può pervenire alla consapevolezza del suo essere integrale soltanto nella misura in cui riesce a pensarsi, a penetrarsi e a superarsi psicologicamente  e  ideologicamente,  inserendosi,  come  relazione

ideante, tra sé e il Tutto, trasportando la sua facoltà concettuale dalla propria persona alle cose, ai fatti, a tutta la natura esteriore, fino a comprendervi i fatti cosmici ed universali che, pure trascendendolo, lo circondano e lo compenetrano delle loro emanazioni dirette ed indirette, ponderabili o meno, fino a fare di essi, pensandoli, idea: e per tale via, conoscenza.” 

Isidoro Azzario passeggia solitario nelle Isole Tremiti, dove è stato confinato dopo esserlo stato a Ponza, passeggia e pensa. Studia, pensa, elabora e scrive. Fa principalmente questo da quando, dopo l’arresto in Colombia nel giugno del 1927 e l’estradizione in Italia, viene sbattuto fra carceri, manicomi, ospedale militare e confino. Sta pensando di mettere ordine alle sue riflessioni sull’origine del cosmo in un libro che potrebbe titolare “Assalto alla Luna“.  Continua a studiare ed elaborare le sue originali e ardite teorie; come aveva già fatto a Ponza e, ancora prima, nel manicomio di Racconigi, dopo essere passato per quelli di Aversa e di Collegno, divorando quanto trovava nelle biblioteche degli istituti.

Il fascismo si servì efficacemente dei manicomi come minaccioso strumento di repressione e spietata arma politica” (Angela Piccolomo, Storia dei manicomi in Italia). “Le diagnosi si sono adeguate ai tempi, alle più classiche come la paranoia, l’isterismo, la schizofrenia, la depressione o l’alcolismo, si sono aggiunte la mania politica, la follia bolscevica, l’altruismo morboso.”

Il comunista che morì due, tre volte. O forse ancora vive…

Isidoro Azzario, sulla Terra e sulla Luna, il libro di Massimo Lunardelli e Alessandro Pellegatta uscito a luglio nella collana Pagine marxiste dell’Associazione uguaglianza e solidarietà (Isbn 978-88-31960-12-0, euro 14’00), racconta la straordinaria e dimenticata storia di uno dei fondatori del PCdI, in cui fu eletto dal secondo Congresso nel Comitato Centrale. Organizzatore instancabile nel Sindacato Ferrovieri Italiani; delegato a Mosca al IV Congresso dell’Internazionale e al II Congresso dell’Internazionale sindacale rossa. Arrestato più volte, in Italia e in Sudamerica; imputato (dopo le retate  del febbraio e marzo 1923 che portarono all’arresto di migliaia di militanti e funzionari del neonato PCdI) nel primo grande processo ai dirigenti comunisti assieme a Gramsci, Bordiga, Terracini; passa quasi 13 anni fra carcere, manicomio e confino; infine viene di fatto cancellato dalla memoria storica del suo partito, e dalla storia tout court. Tanto che persino Wikipedia e il Dizionario biografico degli italiani della Treccani indicano la sua presunta data di morte nel 1929 o nel 1930.

La ricerca di Lunardelli e Pellegatta scioglie questo e tanti altri misteri, imprecisioni, mistificazioni, ricostruendo in maniera quasi maniacale tutta la vita di questo ferroviere e capostazione dalle molte vite (lui stesso nei libri che scrive nel dopoguerra si firmerà 5 Ex). La lettura del libro, delle sue 373 pagine, rivela tutto il lavoro di ricerca fatto dagli autori. Le ricostruzioni sono ricche di dettagli, testimonianze e documenti. Vengono descritti e illustrati sia i contesti geografici dove si svolgono gli avvenimenti, sia i contesti sociale, politico e storico in cui si inseriscono. La ricchezza di dettagli, il racconto delle passioni dei protagonisti e la descrizione dei caratteri delle varie personalità incontrate, dà al libro quasi il respiro di un soggetto cinematografico.

A conferma dell’attitudine alla ricerca e all’approfondimento di Massimo Lunardelli (che già conosciamo qui in Bottega per i suoi libri e per i suoi articoli)[i] e, evidentemente, di Alessandro Pellegatta. I due “sono venuti casualmente in contatto” conducendo ricerche su Azzario (o magari è stato lo stesso Azzario a farli incontrare…), ed hanno felicemente deciso di proseguire insieme il loro lavoro, sino alla pubblicazione della “storia di un uomo che guardava al futuro, a un mondo senza classi sociali né confini. Anzi, non ad un mondo e neppure ad un universo, ma ad infiniti universi popolati da liberi e uguali”, come loro stessi affermano.

Sulla Terra

La storia di questo rivoluzionario della prima metà del Novecento (ferroviere, alto e con un bel sorriso, colto e affabulatore, immagine da futuro mito pop) è del resto singolare e affascinante. Inizia a lavorare come ferroviere a vent’anni, in un momento di forti innovazioni nel settore, quando lo Stato sta per accentrare le varie concessioni private che gestivano il trasporto su rotaia, e Azzario si dimostra subito grande oratore e trascinatore, impegnandosi da subito nel sindacato e dimostrando anche non comuni conoscenze tecniche sulla materia.

L’attenzione dei carabinieri sulle sue attività “sovversive” si accentua durante la Prima Guerra Mondiale, per la quale non viene arruolato in quanto figlio unico e ferroviere: “I carabinieri si accorgono di lui il 3 luglio 1917, lo notano a Milano in un’assemblea di ferrovieri che si svolge nel salone di via San Gregorio e lo segnalano come uno degli oratori più violenti. Precisano nel loro rapporto d’averlo sentito inneggiare al socialismo e alla lotta di classe; lo descrivono come un uomo robusto, alto all’incirca un metro e settanta, con i capelli neri alla mascagna, i baffi arricciati e il naso aquilino. Scoprono da ulteriori accertamenti che dal 20 aprile 1916 lavora come capostazione aggiunto allo scalo merci di Porta Garibaldi, che è iscritto al PSI da diversi anni e che ha un forte ascendente sui colleghi, ai quali insiste col dire che il sindacato non deve occuparsi soltanto di questioni economiche ma anche di politica. Ai carabinieri appare inoltre evidente che nella sua attività propagandistica Azzario manifesta spiccate tendenze neutraliste” (…) “sospettano sia opera sua la distribuzione tra i ragazzi in partenza per il fronte di  un  giornale  clandestino  antimilitarista  chiamato  «La  Recluta»; l’articolo che leggono non usa giri di parole e viene ritenuto pericolosissimo  in  un  momento  in  cui  è  sempre  più  difficile  nascondere all’opinione pubblica le fallimentari offensive di Cadorna sull’Isonzo e sul Carso: Voi dovete imparare l’uso delle armi e diventare dei buoni soldati ma non per combattere contro i lavoratori degli altri Paesi, bensì per essere dei buoni soldati della rivoluzione. Quando vi chiederanno di marciare contro il nemico straniero, dovrete andare in guerra col pensiero di trasformarla al più presto in guerra civile contro il vostro vero nemico: la borghesia capitalista che vi sfrutta e vi opprime.”

Da allora in poi sarà un crescendo nell’impegno sindacale e nel Partito Socialista, si reca spesso col compagno Giovanni Germanetto alle riunioni dell’Ordine Nuovo a Torino, condividendo i discorsi di Gramsci e le posizioni di Bordiga, che porteranno poi alla scissione di Livorno e alla nascita del PCdI.

Quando Azzario parte per il Congresso di Livorno del Partito Socialista, nel gennaio del 1921 “la prefettura di Cuneo segnala che Isidoro Azzario e Giovanni Germanetto sono partiti per Livorno per partecipare, quali rappresentanti della frazione comunista pura, al Congresso  nazionale  socialista.  Su  Azzario  la  nota  della  prefettura  aggiunge che “nella sua opera di attiva propaganda è seguito dalla quasi totalità della massa ferroviaria e dalla maggior parte degli elementi giovanili”.

Delegato al IV congresso dell’Internazionale a Mosca del 1922 (proprio nei giorni in cui Mussolini prende il potere in Italia) si ritrova al tavolo della presidenza come segretario verbalizzante e potrà stringere la mano a Lenin. Dopo il rientro nell’Italia ormai fascista dei delegati da Mosca, con l’impegno preso al congresso di lavorare alla riunificazione fra comunisti e socialisti, tanto più ora col fascismo al potere, anche Azzario dovrà barcamenarsi fra impegno pubblico, primi arresti e processi, battaglie legali e semi clandestinità, come buona parte dei dirigenti dei partiti antifascisti che si rifiutano di venire a compromessi col regime.

Dopo il III Congresso del PCdI a Lione, nel 1926 (in cui si schiera apertamente con Gramsci contro Bordiga, con cui pure aveva simpatizzato in precedenza) e un nuovo viaggio a Mosca, Azzario viene inviato in Sudamerica dall’Internazionale Sindacale Rossa col compito di cooptare i partiti socialisti dell’America Latina nell’Internazionale.

E qui, probabilmente, che  cambia tutto, o comunque succede qualcosa.

Il militante di ferro, che in Italia ha dovuto lasciare la compagna Ester e la figlia Gina, nel giugno del 1927 viene arrestato, in Colombia “Lo fermano mentre, mezzo nudo in un prato nei pressi della stazione, sta bruciando vestiti e documenti; si giustifica dicendo che si sta sbarazzando d’ogni cosa in quanto “affetta da sifilide borghese”. Non ha bagagli, solo una borsa contenente una macchina da scrivere e un taccuino sul quale sono appuntate delle distribuzioni di denaro con i nomi dei beneficiari cancellati; in tasca gli trovano 1.557 dollari, un certificato di una vaccinazione contro il vaiolo fatta a Buenos Aires e i due documenti intestati a Ivo Anselmi e ad Alberto Isler. Dal passaporto risultano spostamenti compiuti in quasi tutto il continente.”

foto segnaletiche in Sudamerica

Nei mesi passati in carcere fra la Colombia e Panama (da dove dovrà essere imbarcato per l’Italia) comincia a percepire “una sorta di fluido che gli attraversa il cervello.“ E comincia a scrivere, 1, 2… 4 quaderni.

Poi il disastroso rientro in Italia, col piroscafo italiano Leme. Dopo un inizio tranquillo il viaggio diventa un incubo: “approfittando di un momento di solitudine, con della vernice rossa disegna sul parapetto di prua falce e martello e scrive: Viva  il  comunismo!  Abbasso  il  fascismo!  A  morte  la  borghesia!  A morte Mussolini! Ufficiali ed equipaggio appena se ne accorgono lo riempiono di botte”

Continuerà il viaggio chiuso in una latrina giorno e notte. Girerà la voce che fosse stato pure buttato in acqua legato ad una fune e trainato per ore.

La Internacional, 24 marzo 1928

 

Arriva a Genova, il 27 ottobre 1927, in condizioni pietose, irriconoscibile. Tanto che lo stesso giudice militare Macis che lo interroga (Azzario è imputato nel processo messo in piedi dal neonato Tribunale Speciale contro il gruppo dirigente comunista), dubita della sua identità. Per accertarsene lo faranno vedere dal poliziotto di Cuneo che lo teneva sotto controllo e, fugacemente, dalla compagna Ester.

Azzario si avvicina al processo fra mobilitazioni in suo favore (soprattutto in Sudamerica, che denunciano le gravi condizioni di salute psicofisica determinate dalle torture e dalla detenzione), perizie psichiatriche che dovranno stabilire le sue condizioni mentali, scontri anche feroci con chiunque abbia a che fare nei luoghi di detenzione e in tribunale. La condanna arriva nell’ottobre del 1928: “Tenuto conto del parziale vizio di mente, Azzario viene condannato a dieci anni di reclusione da scontare in un manicomio criminale, oltre a tre anni di libertà vigilata e all’interdizione  perpetua  dai  pubblici  uffici”.

Torna definitivamente libero nel 1940 con l’obbligo di residenza a Cuneo. Nel frattempo la compagna Ester è morta di tumore e la figlia Gina si è sposata con un giovane editore, Amilcare Pollini, che stampa annuari ed almanacchi. Dopo un po’ ottiene di potersi trasferire a Milano a vivere con la figlia e con il genero, nella casa editrice del quale comincia a lavorare.

Azzario non vive più da protagonista gli eventi storici e politici che pure lo circondano, la guerra, la Resistenza (cui partecipa attivamente la figlia Gina), li sente eventi lontani. La sua delusione per come è andata la costruzione del socialismo in Unione Sovietica, il suo sentirsi estraneo al Partito, lo spingono sempre più a cercare e individuare nuove strade per la liberazione dell’umanità. La notizia dell’assassinio di Trotsky in Messico non fa che rafforzare le sue convinzioni. Bisogna cercare altre strade:

Per realizzarsi un essere bimano, l’individuo deve quindi identificare il secondo cervello, il cervello dello spirito, che ci fa dono di un sesto senso; il pensiero al servizio del pensiero. Deve fare anche di questo cervello una coscienza attiva, consapevole, intelligente, una forza collaborante”.

Alla fine della guerra verrà riabilitato e tornerà a lavorare in ferrovia, da cui, come migliaia di altri ferrovieri, era stato licenziato nel ’22, e farà in tempo a impegnarsi nuovamente nel sindacato e a chiedere, inutilmente, l’espulsione dei ferrovieri compromessi col fascismo. Dopo un anno andrà definitivamente in pensione. Qualche vecchio compagno cerca di convincerlo a rientrare attivamente nel Partito, ma inutilmente. Azzario ormai pensa solo ad elaborare e cercare di far conoscere le sue teorie, in cui ha coinvolto definitivamente il genero, anche quando rimangono soli dopo la morte prematura di Gina Azzario.

Negli anni Cinquanta i due vengono visti sempre più spesso in giro per Milano a vendere i loro libri, che scrivono ed editano, e che firmano rispettivamente 5 Ex o Arius (Azzario) e L’Editore o Pinco Pallino (Pollini). Ossessionano vari giornali cercando di convincerli della bontà delle loro teorie, ricavandone sempre un assoluto silenzio quando non scherno. “Aspirano a fondare un nuovo movimento filosofico, scientifico e sociale che indichi la strada verso una più alta e umana civiltà mondiale. Un rinnovamento intellettuale che vada oltre ogni ideologia; capace di conciliare scienza e religione, capitale e lavoro, ricchezza e povertà; di mettere al centro delle relazioni umane la verità e la franchezza eliminando ogni genere di esibizionismo.”

Chiamano il nuovo movimento Medialismo.

Nel 1957 muore anche Amilcare Pollini, investito da un’auto, e Azzario rimane solo. Trascorrerà gli ultimi anni fra ricoveri ospedalieri, ospizi (la casa del genero se la riprendono i Pollini) e sprazzi di rinnovato entusiasmo. Soprattutto quando legge dei lanci dei razzi sovietici nell’orbita terrestre o verso la Luna.

Muore in ospedale il 28 settembre del 1959.

Sulla Luna

Sulla Luna, per piacere,/non mandate un generale:

ne farebbe una caserma/con la tromba e il caporale.

Non mandateci un banchiere/sul satellite d’argento,

o lo mette in cassaforte/per mostrarlo a pagamento.

I quaderni di Panama

Non mandateci un ministro/col suo seguito di uscieri:

riempirebbe di scartoffie/i lunatici crateri.

Ha da essere un poeta/sulla Luna ad allunare:

con la testa nella Luna/lui da un pezzo ci sa stare…

A sognar i più bei sogni/è da un pezzo abituato:

sa sperare l’impossibile/anche quando è disperato.

Or che i sogni e le speranze/si fan veri come fiori,

sulla Luna e sulla Terra/fate largo ai sognatori!

Chissà se scrivendo questa poesia, Sulla Luna, Gianni Rodari pensava un pochino anche a Isidoro Azzario. Quell’Azzario che gli mandava articoli sulle lotte dei ferrovieri, quando il giovane Rodari dirigeva il settimanale varesino del PCI “L’Ordine Nuovo”, e che Rodari non pubblicava, attirandosi le ire del vecchio capostazione verso questi “arroganti e presuntuosi” giovani militanti, che non lo capivano. Lo stesso Azzario che, ancora prima, in una riunione del 1945 della Federazione provinciale del PCI di Varese, di cui verbalizzava proprio Rodari, veniva indicato fra i comunisti internazionalisti che denunciavano la politica interclassista e collaborazionista del partito, e a cui bisognava “rendere impossibile ogni azione”.

La vita di Isidoro Azzario sembra riassumere appieno i tre significati principali della parola folle, sia intesa come plurale di folla, date le sue indubbie capacità di trascinatore; sia intesa come aggettivo per “chi concepisce cose non vere o irrealizzabili, o di chi si accinge sconsideratamente, senza una vera necessità, a impresa molto rischiosa”; o, in meccanica, di organo che “gira a vuoto, senza produrre lavoro utile” (Treccani).

Mentre difficilmente le si potrà attribuire l’origine etimologica del termine dal latino follis, borsa vuota, da cui testa vuota. Proprio no.

 

Se non trovate il libro nella vostra libreria preferita potete chiederlo direttamente all’editore scrivendo a abbonamenti@paginemarxiste.it

 

[i]

https://www.labottegadelbarbieri.org/propagandista-attivissima-e-indefessa/

https://www.labottegadelbarbieri.org/gramsci-mario-un-borghese-piccolo-piccolo/

https://www.labottegadelbarbieri.org/29-maggio-1931-fucilato-michele-schirru/

https://www.labottegadelbarbieri.org/venerdi-11-marzo-1977-la-polizia-uccide-francesco-lorusso/

Benigno Moi on Email
Benigno Moi

2 commenti

  • Mariano Rampini

    Una bella storia. E tragica quella di questo lunatico tradito dalla realtà e dalla storia ma sempre presente al suo imperativo dominante: un mondo diverso da quello in cui è costretto a vivere. Un mondo senza diseguaglianze e in cui a tutti sia dato di esistere pienamente e non solo di sopravvivere fino al giorno successivo. Una testa piena di nuvole? Un malato di “altruismo morboso” o di “follia bolscevica” (questa sì che ha un suono raccapricciante)? Oppure un visionario, un folle caro agli Dei perché attraverso di loro si esprimono? Di sicuro un sognatore. Un uomo di fede (ho sentito da poco una bellissima definizione del termine indicato come “la sostanza di cui è fatta la speranza”) che a essa non ha mai rinunciato. Così come ognuno di noi dovrebbe fare. Senza abbandonarsi nelle mani di chi è pronto ad accogliere gli stanchi, i derelitti, gli sconfitti, illudendoli. Facendo credere che venga loro tolto il fardello del pensiero da affidare alle mani sicuri di un qualsiasi timoniere (o timoniera, nel nostro caso?)…

  • I comunisti sono matti, di Sandro Moiso su Carmilla
    https://www.carmillaonline.com/2023/10/11/i-comunisti-sono-matti/

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