In America latina si muore per difendere la terra e l’ambiente

“A quale prezzo?”, il rapporto annuale pubblicato da Global Witness, segnala che Brasile, Colombia, Messico e Honduras sono i paesi dove avviene il maggior numero di omicidi contro coloro che si battono per la tutela delle risorse naturali

di David Lifodi

 

 

 

 

“A quale prezzo?” è  il titolo del rapporto pubblicato nel corso dell’estate da Global Witness, organizzazione non governativa inglese che ogni anno stila la classifica dei paesi dove maggiori sono i rischi per i lottatori sociali impegnati nella difesa dell’ambiente e della terra. La relazione di Global Witness, riferita al 2017 (la ong analizza sempre l’anno precedente a quello in cui viene divulgato il rapporto), non solo segnala un totale di 207 morti, ben maggiore del 2016, ma evidenzia che il 60% degli omicidi questo tipo si verifica America latina, soprattutto in Brasile, Colombia,  Messico e Honduras.

Nel 2017, nel solo Brasile, sono state uccise  57 persone. Le grandi imprese private, l’agrobusiness, la presenza di gruppi paramilitari e la conclamata volontà del presidente golpista Michel Temer nel favorire il grilagem (la pratica di falsificazione dei  documenti per impossessarsi illegalmente della terra), costituiscono una responsabilità precisa nella morte di indios, contadini senza terra e piccoli produttori rurali. Nel 2017 l’Incra (Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária), l’organismo statale responsabile della redistribuzione della terra a vantaggio di piccoli agricoltori e afrodiscendenti, si è visto ridurre i fondi stanziati a sua disposizione del 30%. Lo stesso è accaduto al Funai (Fundação Nacional do índio), che si occupa di proteggere i popoli indigeni e della demarcazione delle terre degli indios, costretto a chiudere gran parte dei suoi uffici a causa della riduzione di oltre la metà del budget di solito stanziato dal governo. Anche il Programma nazionale di protezione dei diritti umani ha subito un drastico ridimensionamento e, in uno scenario simile, è facile comprendere come la bancada  ruralista al Congresso, l’agronegozio e le imprese private abbiano gioco facile nello sbarazzarsi senza problemi di contadini senza terra, indios e difensori dell’ambiente e dei diritti umani.

Inoltre, è allo studio del governo un progetto di legge che faciliterà gli investitori stranieri ad acquistare enormi appezzamenti di terra, da cui scaturiranno, probabilmente, una serie di nuovi conflitti con le comunità impegnate a scongiurare l’estrazione mineraria su larga scala, la monocoltura della soia e il taglio dei boschi e il conseguente commercio illegale del legname. I ruralistas, che possono contare su un’ ampia maggioranza al Congresso, se Temer riuscirà a mantenere il potere almeno fino alle elezioni presidenziali di ottobre, avranno carta bianca.

Un altro paese fortemente a rischio per i defensores de la tierra  y del medio ambiente è il Messico. La storia di Isidro Baldenegro è significativa. Impegnato a difendere i boschi della cordigliera della Sierra Tarahumara da narcotrafficanti e tagliatori illegali di boschi, già vincitore del Premio Goldman per l’ambiente nel 2005 (lo stesso attribuito anche a Berta Cáceres poco prima che venisse uccisa), Isidro era stato costretto ad abbandonare la sua comunità dopo aver subito innumerevoli minacce. Ad essergli fatale fu il suo ritorno nella Sierra: il 15 gennaio 2017 fu colpito a morte dai colpi di pistola sparati da un sicario ancora rimasto senza nome. Zona montagnosa al confine con gli Stati uniti, la Sierra Tarahumara è minacciata dall’estrazione mineraria e dal furto delle risorse naturali contro cui si era battuto anche il padre di Isidro, anch’esso ucciso nel 1987.

In Messico il 98% dei crimini rimangono impuniti, a maggior ragione quelli contro i lottatori sociali, anche perché lo Stato non ha fatto niente, finora, per prendere le loro difese. Sperando che con Obrador cambi qualcosa, per il momento il governo messicano è rimasto sordo anche di fronte ai richiami del  Sistema interamericano di protezione dei diritti umani, come dimostra il caso di Juan Ontiveros Ramos, ucciso nel febbraio 2017 dopo aver chiesto più al governo di attivarsi per proteggere lui e la sua comunità.

Quanto all’Honduras, è il conflitto intorno alla centrale idroelettrica di Agua Zarca a generare il maggior numero di morti per la difesa della terra, come dimostra l’omicidio di Berta Cáceres, sul quale hanno enormi responsabilità il governo e l’impresa Desa (Desarrollo Enérgetico), che vorrebbe costruire la diga sul fiume Gualcarque, ritenuto sacro dagli indigeni lenca. Nonostante Desa garantisca che l’edificazione della diga stia avvenendo nel pieno rispetto della legge honduregna, sono emerse molteplici prove dei legami tra governo e imprese a cui poi sono stati appaltati i lavori per Agua Zarca e altre dighe. Peraltro, la stessa Desa continua a minacciare legalmente coloro che si battono contro la centrale idroelettrica, come ha già sperimentato Suyapa Martínez, accusata di aver diffuso informazioni false su Desa, e il Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras), l’organizzazione a cui apparteneva la stessa  Berta Cáceres. Per la sua morte, nel marzo 2016, finora, è stato arrestato il direttore di Desa, David Castillo, ma l’Honduras resta comunque uno dei paesi più pericolosi al mondo per difendere l’ambiente.

Secondo Global Witness, in America latina e non solo, “governi e imprese privilegiano il lucro rispetto alla vita umana e all’ambiente: è il momento di dire basta”.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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