Intervista a Horacio Verzi

A colloquio con Horacio Verzi, giornalista e scrittore uruguayano, che ringrazio per la sua disponibilità

di David Lifodi

 

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D. Il tuo lavoro di giornalista e scrittore ti ha portato a viaggiare molto in America latina. Quali saranno gli scenari politici futuri di un continente che ha sempre suscitato grandi speranze, anche qui in Italia, per la forza delle organizzazioni popolari, e quale contributi potranno venire dal mondo della letteratura, del giornalismo e degli intellettuali?

R. Negli ultimi decenni i governi di sinistra (non solo di sinistra, ma anche di centro-sinistra) dell’America latina sono stati costantemente perseguitati e minacciati da un’opposizione costante, sistematica, perfettamente organizzata e coordinata da parte del grande capitale, dalle forze politiche di destra e dalla stampa di opposizione (l’esempio più evidente è il Brasile di Dilma Rousseff). Nel mio paese (l’Uruguay ndt), l’opposizione non ha smesso un solo giorno dell’anno di attaccare, a partire dal primo governo Vázquez del 2005 (il primo presidente progressista del paese, ndt), cercando in ogni modo di impedirgli di governare in pace, provocando confusione e destabilizzazione, travisando i grandi risultati ottenuti nell’ambito della giustizia sociale.

D. Grazie alla presidenza di un uomo semplice e, allo stesso tempo, carismatico come Pepe Mujica, l’Uruguay negli ultimi anni ha rappresentato un esempio da seguire per molti paesi e, anche in Italia, molti sono stati i libri scritti su di lui. Qual è il tuo parere sull’ex presidente uruguayano e quale la percezione del mondo della cultura a proposito del suo mandato?

R. Mujica è un politico pragmatico, è stato un presidente pragmatico, che ha cercato una strada per neutralizzare l’offensiva della destra e dell’opposizione contro il suo governo, così come alcune contraddizioni interne. Ha ottenuto dei successi e commesso degli errori.

D. In gioventù hai partecipato alle attività dei movimenti studenteschi e poi sei stato costretto a scegliere la strada dell’esilio. Qual è la tua opinione su quanto accadde in Uruguay il 20 maggio 2011, quando la Ley de Caducidad rimase in vigore grazie al voto di un deputato del Frente Amplio che non si sentì di esprimersi contro la volontà popolare, favorevole a maggioranza al mantenimento della legge nelle due consultazioni del 1989 e del 2009. In Uruguay è stata seguita la strada dell’Argentina kirchnerista, che ha punito i repressori, oppure è prevalso lo spirito pacificatore di Pepe Mujica, che ha sempre preferito una strategia conciliante per evitare nuove sofferenze al paese?

R. Non mi sembra che Mujica abbia cercato una via d’uscita conciliante con coloro che sono stati accusati di violazioni dei diritti umani e di crimini di lesa umanità. Il processo è, e sarà, lungo, caratterizzato da alti e bassi per quanto riguarda i risultati (a causa della difficoltà nell’ottenere i documenti e i testimoni necessari) nel contesto di una giustizia democratica e di uno stato di diritto che offre tutte le garanzie costituzionali agli imputati, proprio ciò che questi ultimi non fecero durante gli anni della dittatura (il regime militare in Uruguay si protrasse dal 1973 al 1985).

D. Puoi raccontare l’esperienza della tua rivista Graffiti che, tra il 1996 e il 1999, dette la scossa al panorama letterario e culturale uruguayano?

R. L’esperienza editoriale della casa editrice Graffiti e la sua rivista culturale rappresentarono una splendida avventura con momenti indimenticabili. Si trattò di quasi dieci anni, dalla fine del 1989 alla metà del 1999. La sua chiusura è dovuta principalmente ad un’errata politica economica dei governi dei partiti tradizionali, che danneggiò seriamente le piccole imprese. La casa editrice pubblicò quasi 100 titoli tra romanzi, poesie e saggi e 100 numeri della rivista.

D. La scrittura può rappresentare una modalità di fare politica ed essere socialmente impegnata? Qual è, secondo te, il ruolo che può rivestire oggi la letteratura in Uruguay e in America Latina?

R. Potrei rispondere in una maniera non condivisa dai lettori, però il compito fondamentale della letteratura è quello di produrre arte, non di fare politica. L’opera d’arte si può rendere portatrice di politica e ideologia, però entrambe devono essere subordinate alla qualità estetica, in caso contrario ci troviamo di fronte ad un pamphlets e non ad un’opera d’arte. Tutto è ideologia in Dante, Boccaccio, Cervantes e in tutte i dipinti di Leonardo da Vinci, in Tolstoi, in Faulkner, Camus, Sor Juana Inés de la Cruz, García Márquez, Carlos Fuentes, Vargas Llosa e in uno dei più grandi poeti, se non il più grande in lingua castigliana del XX secolo, César Vallejo. E adesso che mi trovo in Italia, con uno sguardo a volo d’uccello: Montale, Gadda, Merini, Pavese, Svevo, Manzoni, Sciascia, Eco, Magris, Levi, Moravia, Pasolini, Malaparte, fino a quella meraviglia che è il Pinocchio di Collodi ci sono politica e ideologia, li ho letti tutti, e non mi dimentico dei romantici. La lista sarebbe interminabile e mi rendo conto che non ne menziono molti altri e che può essere ingiusto, ma ho citato i primi che mi sono venuti in mente. In tutti loro sono presenti politica e ideologia, ma sotto il governo della parola e della sintassi. L’impegno dell’artista è con la sua arte, si tratta di un’ovvietà ed è un luogo comune dirlo, ma è così.

 

 

 

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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