Intervista a Sheila Sisulu

Sheila Sisulu è vice direttrice esecutiva del dipartimento Hunger Solutions per l’agenzia delle Nazioni Unite “Programma alimentare mondiale” (WFP). E’ stata ambasciatrice negli Usa per il suo Paese, il Sudafrica. Precedentemente lavorava come insegnante di scuola superiore ed era attiva nella lotta contro l’apartheid. A cura di WFP, 2012: autore/autrice non menzionato/a. La traduzione è di Maria G. Di Rienzo.

Parlaci del tuo ruolo nel Programma alimentare mondiale. Come spieghi all’esterno quel che stai tentando di ottenere?

Il mondo è cambiato da quando il Programma nacque (1962, ndt.). All’inizio offriva soluzioni a situazioni specifiche basandosi su una prospettiva di eliminazione della fame a lungo termine. Ora l’intera architettura dell’aiuto umanitario richiede il coinvolgimento dei governi. Il mio ruolo è lavorare con i governi affinché la lotta alla fame sia parte delle loro strategie economiche e di sviluppo, affinché si muovano dalla nozione che stabilire la sicurezza alimentare per le persone estremamente povere sia solo una spesa e comprendano che in realtà è un investimento, e che darà ritorno all’economia.

Quando vado nei Paesi africani uso molto una brochure: quella precedente mostrava una donna che se ne veniva via da un centro di distribuzione con una borsa di cibo. Ora, nell’opuscolo, la donna ha in mano del denaro. Non glielo abbiamo dato noi come aiuto umanitario: abbiamo comprato cibo da lei in Malawi ed ora lei ha molto più potere tenendo in mano quei soldi che tenendo la borsa degli alimenti. Il suo danaro viene dal cibo che lei fa crescere nei campi e negli orti. Nel processo, impara come preservare meglio i prodotti, come migliorarne la qualità e come ottenere il prezzo migliore. Analizza fertilizzanti e sementi, si avvantaggia delle stagioni migliori e in quelle peggiori ha comunque dei soldi per vivere, ma la cosa più importante è che prende decisioni. Decide che questi soldi serviranno per le rette scolastiche dei bambini, questi altri per le bollette, questi per l’acquisto di sementi, ed è finalmente lei la “capa” nella propria vita.

Tu hai sposato il figlio di un attivista anti-apartheid molto famoso. Parlaci della tua vita coniugale e familiare.

Mia suocera, Albertina Sisulu, è mancata da poco. Era veramente una seconda madre per me. Tradizionalmente, quando partorisci per la prima volta vai a farlo da tua madre, perché solo tua madre può capire pienamente le tue gioie e le tue fatiche quando dai alla luce il tuo primo figlio. Mia suocera era infermiera e levatrice. Discusse con mia madre, che non poteva prendere permessi al lavoro, e disse: “Ascolta, io posso prendere delle ferie, lo farò. Questo è il mio primo nipote che nasce in Sudafrica. Sarò io la levatrice per Sheila.”

E’ stata una cosa davvero straordinaria. Si prese due settimane di ferie ed ebbe cura di me. Ma ancora di più si prese cura di me successivamente, quando io dovevo tornare ai miei studi. Avevo appena stabilito il legame con il mio bambino e cominciavo a pensare: Be’, ora sono una madre, e una moglie, e sono felice, non importa se lascio gli studi in questo momento, li riprenderò più avanti. Mia suocera era una donna molto forte e mi disse no, tu vai e finisci i tuoi studi, devi avere un’istruzione, ed io ho promesso ai tuoi genitori che avrei avuto cura di te e lo farò. Infatti, si occupò di mio figlio sino a che io non ebbi terminato l’università. Ho passato quarant’anni nella sua famiglia e l’ho vista attraversare difficoltà incredibili. Era lei che sosteneva economicamente tutti gli altri, perché anche mio marito studiava e lavorava quando poteva, e mio suocero, Walter Sisulu, era completamente preso dalla lotta contro l’apartheid.

L’attivismo politico ebbe un effetto profondo su tutta la famiglia.

Mio suocero smise di lavorare per occuparsi a tempo pieno dell’ African National Congress (ANC) come segretario generale, per costruire l’organizzazione. Ed uno dei successi che ebbe fu il reclutare Nelson Mandela nell’ANC, ed incoraggiarlo ad usare il suo potenziale. Queste cose prendevano interamente il suo tempo e l’ANC non aveva soldi per pagarlo. Mia suocera continuava ad occuparsi di tutti noi. Ci sono stati momenti veramente duri, devo dire. Non c’era un giorno in cui il cibo non scarseggiasse in casa nostra, ma mia suocera riusciva sempre a risolvere la questione. Noi ci lamentavamo: Abbiamo fame. E lei rispondeva: Va bene, va bene, allora mangiatemi se non ce la fate più! Ma poi andava in cucina e metteva insieme qualcosa, briciole e avanzi, e voilà, ne usciva una vera cena.

Mio suocero, una volta che fu uscito di prigione, spesso ci diceva: “Non sarei mai riuscito a fare quello che mia moglie ha fatto se i nostri ruoli fossero stati scambiati.” Lui era un uomo che credeva profondamente nelle donne, nelle loro capacità e potenzialità, sia nella lotta politica sia nelle relazioni umane.

UNA BREVE NOTA

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni– dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Francesco Cecchini

    Un modello alternativo in Africa in materia di autosufficienza alimentare e’ costituito dall’ Eritrea.

  • L’Eritrea è questo :
    Il popolo, dopo 21 anni di dittatura, è stremato. La gente scompare, viene torturata, uccisa, incarcerata senza processo. Nel silenzio del mondo. L’Eritrea è una prigione a cielo aperto. Secondo Amnesty International, il paese ha il maggior numero (314) di prigioni e di prigionieri al mondo. Secondo Human Rights Watch, nelle carceri eritree sarebbero rinchiuse tra le 5 e le 10mila persone. Almeno 32 giornalisti (secondo Reporters senza frontiere) sono detenuti senza ragione e senza processo. Alcuni da più di 10 anni. L’ufficio immigrazione non concede passaporti e visti d’uscita a uomini sotto i 50 anni e alle donne sotto i 45. Non è impossibile per gli altri uscire.

    Lo stipendio medio di un maestro è di circa 1.000 nakfa (circa 53 euro) quando un chilogrammo di pasta costa 130-140 nakfa.
    Nel paese-caserma il servizio militare sembra non finire mai. Migliaia di giovani tentano di scappare attraversando i confini con il Sudan e l’Etiopia. Traffico di esseri umani – e commercio illegale, in genere – controllato dai vertici militari. Secondo l’Acnur, l’agenzia Onu per i rifugiati, l’eritrea ha il più alto numero di richiedenti asilo nel mondo: più di 200mila.

    In queste condizioni tutti scappano con tutte le conseguenze, morti in sahara, morti per attraversare il mare Mediterraneo e infine morti uccisi dai rapitori in Sinai.

    Gli eritrei della diaspora, un milione e 200mila, sono costretti a versare, presso il consolato eritreo del paese in cui si trovano, il 2% del proprio reddito. Altrimenti il governo pone un sacco di bastoni nelle ruote: da intoppi burocratici nella concessione dei visti, a mancate licenze in patria, a proprietà sequestrate…

    Da un Eritreo…

    • Francesco Cecchini

      Erit,

      Conosco l’ Eritrea fin dalla lotta di liberazione prima contro l’Etiopia imperiale poi contro i fascisti rossi del DERG. Un popolo coraggioso di eroi, quello eritreo.
      L’ Eritrea oltre ad essere oggetto di una campagna di calunnie è anche oggetto di sanzioni ingiuste da parte dell’ ONU su pressione degli Stati Uniti. Ricordo Cuba e ricordo anche che è diverso il giudizio sul paese e sulla realtà politico sociale di chi ha abbandonato il poaese e del popolo cubano e di chi conosce la realtà di Cuba. A fine mese sono in Eritrea potremmo trovarci ad Asmara e verificare assieme alcune cose che affermi. Chiarisco anche che conosco le contraddizioni della rivoluzione eritrea.
      Scrivo anche sull’ Eritrea su TESFA/NEWS e su ETHIOPIAN REVIEW ho ultimamente scritto una breve nota sulla morte di Meles Zenawi. Sto traducendo in inglese qualcosa che ho scritto su crimini del colonialismo e fascismo italiano in Eritrea. E opinione, anche in certi ambienti democratici o di sinistra che mentre in Libia ed in Etiopia ne abbiamo combinate di tutti i colori, in Eritrea ci siamo comportati bene. Balle, anche in Eritrea abbiamo commesso dei crimini, basti pensare al campo di concentramento di Nocra, un lager tropicale ed una vicenda non molo conosciuta.

      Buona serata,

      Un simpatizzante della rivoluzione eritrea…

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