Kurdistan e confederalismo democratico

Riflessioni (a partire da un testo di Riza Altun) sulla prosecuzione della lotta per il socialismo con altri mezzi

di Gianni Sartori

Si potranno applicare tutti i “distinguo” ma l’intervista di Riza Altun, membro del Consiglio esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) – dove spazia, da persona competente, dal marxismo al femminismo, dall’ecologismo all’anarchismo – costituisce un termine di paragone ineludibile (*).

Non ritengo sia né irriverente né fuori luogo citare, per analogia, quanto scrissero i compagni del MIL (Puig Antich, Oriol Solé….) in riferimento agli eventi del 1936-1937: «A partire dai fatti di Barcellona del maggio ’37 ogni tentativo rivoluzionario che non sappia essere fedele a questa esperienza è condannato alla pura e semplice inesistenza». Se non proprio all’inesistenza, qualsiasi progetto o tentativo di liberazione, autodeterminazione, superamento del sistema gerarchico e di sfruttamento che ben conosciamo, rischia perlomeno di nascere malformato, già superato dagli eventi e dal livello di consapevolezza raggiunto e messo in campo attualmente dal movimento curdo.

Sembra averlo compreso anche il settimanale anarchico «Umanità Nova». Sul giornale fondato da Errico Malatesta si poteva leggere (il 26 novembre 2017): «assai interessante questa intervista perché offre notevoli spunti di riflessione sui processi in corso nelle regioni medio-orientali e sulle questioni inerenti l’anticapitalismo e la trasformazione sociale in senso rivoluzionario».

Hanno trovato finalmente chi è in grado, con i fatti e non solo a parole, di levare le castagne dal fuoco. Cioè ad aiutarli, i nostri anarchici – sempre che lo vogliano – a superare l’empasse ormai cronica in cui versano da tempo in Occidente. Anche se forse potevano risparmiarsi l’inutile precisazione: «di là della condivisione o meno della linea politica totale dell’organizzazione di cui l’intervistato è esponente».

Quanto a certi sedicenti “antimperialisti” nostrani che criticano duramente le scelte del movimento curdo (sia i filo che gli anti Assad) vadano a leggersi quanto ha dichiarato Altun: «Il rapporto tra la coalizione guidata dagli Stati Uniti e quella dell’Ypg è stato considerato legittimo e necessario come l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica contro il fascismo di Hitler durante la seconda guerra mondiale. Come Stati Uniti e sovietici avevano bisogno, in quel momento, di quel tipo di rapporti, così da noi è stato sviluppato un rapporto tattico con gli Stati Uniti contro l’Isis». Mi permetto di consigliare la rilettura dell’intervista anche a qualche rivoluzionario (senza virgolette, massimo rispetto) turco forse inconsapevolmente nostalgico di Ataturk. Penso a coloro che tacciano il Pkk di «separatismo etnico» e le Ypg di essersi arruolate «a fianco dell’imperialismo statunitense». Stupidaggini prive di senso, nella migliore delle ipotesi.

Nell’intervista a Riza Altun viene ricostruito e analizzato in dettaglio quanto è avvenuto in Kurdistan. Un utile ripasso. «Quando è sorta l’ultima crisi del Medio Oriente – spiega l’esponente curdo – il Pkk aveva già una storia di lotta di 40 anni. Questa lotta è essenzialmente contro il sistema imperialista-capitalista all’interno degli Stati colonialisti che controllano le quattro parti del Kurdistan per conto del sistema capitalista e imperialista. Per quarant’anni questi Stati sostennero i poteri colonialisti, imperialisti e capitalisti e provarono in ogni modo a sopprimere il movimento per la libertà. Il recente complotto contro il nostro leader (Abdullah Ocalan) è il risultato degli sforzi di questi poteri».

Senza mezzi termini Altun definisce la cattura e detenzione di Ocalan come il risultato di «un approccio sistematico per eliminare il nostro movimento. L’obiettivo dell’imperialismo e del capitalismo».

Appare infatti evidente che all’inizio dell’attuale ampia crisi del Medio Oriente, l’obiettivo dell’imperialismo era di «escludere il nostro movimento, di sopprimerlo e infine di distruggerlo. Quest’approccio si basava sull’alleanza dei poteri imperialisti e colonialisti».

Quando in Siria prese avvio il conflitto, molti gruppi dell’opposizione si affrettarono a potenziare o avviare, a seconda, stretti rapporti sia con le forze imperialiste che con i potentati regionali. Tutti o quasi tutti; tranne i curdi. All’epoca «nessun potere li sosteneva» certifica Altun.

E’ COSI’ CHE TUTTO E’ COMINCIATO…”

Ben presto, direttamente o per interposta persona, alcune potenze regionali (Turchia, Arabia saudita…) andarono all’attacco dei curdi. Ma quando le diverse milizie mercenarie (Isis, Al Nusra, Ahrar al-Sham…) assalirono le regioni curde incontrarono una strenua resistenza organizzata sulla base delle idee elaborate da Ocalan. Come ricorda il militante curdo «Kobane fu il punto di svolta. Qui è iniziata una resistenza, è così che tutto è cominciato».

Nel corso di questo conflitto Turchia, Iran, Siria e altri hanno sostanzialmente sostenuto l’attacco ai curdi dei gruppi salafiti in Siria. Contemporaneamente «altri poteri, in particolare gli Stati Uniti e Israele, hanno a loro volta sostenuto questi gruppi. Hanno sviluppato progetti e hanno costretto questi gruppi ad agire in conformità con i loro interessi. Grazie a questo supporto i gruppi salafiti hanno attaccato i curdi e questo continuò fino alla resistenza di Kobane. Kobane fu un punto di svolta. Fino a quel momento non esisteva alcun potere regionale o internazionale a sostegno del movimento di liberazione dei curdi in Siria. Nessun potere aveva ancora sviluppato una relazione tattica con i curdi. Anzi, hanno compiuto collettivamente tutto il possibile per eliminare il movimento. L’Iran ha agito insieme al regime siriano per schiacciare la resistenza curda. D’altra parte, USA e Israele hanno cercato di sopprimere la resistenza sostenendo i gruppi salafiti, con diverse politiche sulla Turchia e sull’Arabia Saudita».

Questo appunto accadeva fino alla svolta di Kobane.

Chi voleva scardinare, per dominarlo ulteriormente, il Medio Oriente utilizzando anche le bande dell’Isis, non ha avuto scrupoli nell’alimentare una violenza illimitata e selvaggia. «Quando l’Isis – spiega Altun – ha decapitato centinaia di persone davanti alle telecamere e ha inviato il materiale alla stampa, non fu per incoscienza. Era il risultato della sua strategia volta a creare un clima di terrore e di paura per costringere le persone ad arrendersi. Dopo i primi massacri, la paura dell’arrivo dell’ISIS si diffuse tanto che le città si arresero senza alcuna resistenza. La prima resistenza contro l’ISIS è stata a Shengal portata avanti dai guerriglieri del Pkk e i combattenti del YPG-YPJ quando l’Isis ha attaccato il popolo Ezidi». Anche se dotati di un enorme apparato militare «gli Stati Uniti, la Russia e i Paesi dell’Ue hanno assistito al massacro. I guerriglieri HPG e YJA Star insieme ai combattenti YPG-YPJ salvarono centinaia di migliaia di Ezidi, cristiani e musulmani dal genocidio».

Anche se i media sembrano averlo dimenticato, fu dalla resistenza di Shengal che le popolazioni, oppresse e calpestate, ripresero coraggio e vigore per resistere. Rimettendo in discussione il ruolo sia delle grandi potenze (come USA e Unione europea) che di quelle regionali. Avendo dovuto constatare sulla propria pelle come tutte fossero rimaste sostanzialmente a guardare le innumerevoli atrocità che venivano perpetrate sotto il loro sguardo indifferente.

Al contrario, cresceva il rispetto nei confronti del Pkk e di Ocalan.

Ma a questo punto, di fronte alle efferatezze compiute da Isis, quei Paesi che si autodefiniscono “Stati democratici” hanno dovuto cominciare a pensare a come riorganizzare il loro ruolo nella regione. Proseguiva invece la politica di appoggio ai gruppi salafiti da parte di alcune potenze regionali che infatti “dirottarono” l’Isis su Kobane, con l’evidente obiettivo di annichilire le conquiste dei curdi in Rojava. E non solo. Si intendeva egualmente stroncare sul nascere ogni possibile percorso di liberazione e autodeterminazione in tutto Medio Oriente.

Ma avevano fatto male i loro calcoli, evidentemente. L’esempio di Kobane era stato contagioso e veniva adottato nelle quattro parti del Kurdistan. Tutti i curdi – anche del Kurdistan settentrionale, del Sud e dell’Est – hanno mostrato di aver appreso la splendida lezione di Kobanê. Dopo mesi di eroica resistenza, la città curda era sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale e anche le potenze regionali e mondiali hanno dovuto tenerne conto riesaminando le loro opzioni politiche e militari.

Possiamo quindi sottoscrivere quanto ha dichiarato Altun: «La resistenza curda a Shengal e Kobanê ha smosso la coscienza della comunità internazionale» determinando nuove circostanze e nuovi scenari, forse imprevisti e non sempre di facile lettura.

Infatti «la comunità internazionale e l’opinione pubblica hanno fatto pressione su Stati Uniti e altre potenze internazionali per intervenire. La resistenza è aumentata a Shengal, e poi a Kobanê, smuovendo la coscienza della comunità internazionale. Il rapporto tra la coalizione guidata dagli Stati Uniti e quella dell’YPG è stata considerato legittimo e necessario come l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica contro il fascismo di Hitler durante la seconda guerra mondiale. Come Stati Uniti e Sovietici avevano bisogno, in quel momento, di quel tipo di rapporti, così da noi è stato sviluppato un rapporto tattico con gli Stati Uniti contro l’Isis».

Va ricordato che da quarant’anni gli Stati Uniti combattono contro il Pkk e che il Pkk sta combattendo contro il sistema imperialista stando all’interno del colonialismo. Ma – sottolinea Altun – «ora c’è una nuova situazione di caos in Medio Oriente che riguarda il sistema mondiale. Non c’è solo la lotta dei popoli oppressi e dei movimenti socialisti contro le potenze imperialiste in questa situazione caotica. Ci sono anche lotte tra le potenze imperialiste stesse, o tra le potenze imperialiste e le potenze regionali e il reazionarismo locale. Questa lotta crea opportunità in cui tutte le parti possono entrare in relazioni tattiche mentre avanzano per raggiungere i loro obiettivi. Tutte le parti cercano di farlo in quanto beneficiano del potere e delle capacità degli altri».
Tre erano le possibili scelte rimaste in quel momento agli Usa: andarsene semplicemente dalla Siria, potenziare ulteriormente il fallimentare sostegno a Turchia e Arabia Saudita (e quindi ai gruppi salafiti), stabilire rapporti con le forze curde in quel momento vittoriose.

Si trattava, se vogliamo di «un astuto approccio imperialista che prevedeva di attribuire a sé stessi i risultati di successo. Con questo calcolo ragionato, hanno deciso di sviluppare una relazione tattica. Quindi, hanno avviato un processo basato sul sostegno della resistenza delle forze YPG come approccio della coalizione internazionale contro l’ISIS». Pura tattica, nessuna convergenza ideologica. E soprattutto: nessun cedimento al neoliberismo da parte dei curdi la cui lotta in Rojava «si fonda sulla libertà e sull’uguaglianza su base socialista. È l’espressione di un percorso politico che si è sviluppato dalla fraternità e dall’unità dei popoli. D’altra parte, gli imperialisti stanno lottando per imporre la loro egemonia sul Medio Oriente. Queste posizioni strategiche e ideologiche molto diverse sono entrate in un rapporto tattico solo a partire da Kobane. Gli eventi che seguirono possono essere considerati come una continuazione di questa relazione tattica».

Una relazione che «in sé, è molto dolorosa. Da un lato, il movimento per la libertà cerca di estendere il suo territorio e di lottare per creare un Medio Oriente libero attraverso lo sviluppo di soluzioni democratiche, mentre dall’altra parte si cerca di estendere l’egemonia sul Medio Oriente. Questo non è un rapporto in cui le parti si sostengono a vicenda, al contrario sono in costante conflitto».

BREVE STORIA DI UN MOVIMENTO DI LIBERAZIONE: IL PKK

A questo punto potrebbe essere utile tracciare una breve storia del Pkk lasciando emergere la sua innegabile natura di movimento di sinistra e antimperialista.

«Verso la fine degli anni sessanta, complice il clima di rivolta che si aggirava per l’intero pianeta, l’allora studente in scienze politiche all’università di Ankara, il curdo Abdullah Ocalan e alcuni studenti turchi decisero di prepararsi alla lotta armata, con un programma politico di sinistra che però non contemplava la questione curda. Un colpo di Stato nel 1971 stroncò sul nascere le loro velleità: arresti quotidiani e uccisioni in massa (molti saranno impiccati) ridussero ai minimi termini l’area legata alla sinistra radicale turca. Anche Abdullah Ocalan viene arrestato; trascorre in carcere sette mesi durante i quali valorizza la sua identità curda approfondendo la storia della sua nazione. Quando esce, insieme a due turchi, Haki Karer e Kemal Pir, promuove una conferenza ad Ankara, propedeutica ad un successivo seminario ed esordisce affermando che, all’interno dello Stato nazione turco, sono presenti due nazionalità: la turca e la curda.
 I tre danno vita a un movimento che fino al ‘75 si impegna nello studio della storia curda, nella formazione politica dei militanti e del loro inquadramento nell’organizzazione. Le autorità turche seguono con attenzione il movimento; di contro, le organizzazioni di sinistra turche negano ogni sostegno politico e finanziario al nuovo movimento, nell’errata convinzione che i curdi avessero ormai perso coscienza della loro specificità etno-culturale. Così, nel 1975, fra i 40 e i 50 studenti decidono di rientrare in Kurdistan sparpagliandosi in 2-3 per città e paesi. I risultati non si fanno attendere e dopo circa tre anni, nel ‘78, la popolazione già li sosteneva apertamente. Nel ‘77, preoccupato per quello che stava avvenendo, il governo turco fa assassinare dai servizi segreti un esponente turco del movimento. Il messaggio è evidente: tutti i militanti sono in pericolo di morte. Il ‘78 vede la nascita del PKK e la repressione si fa più brutale: molti civili vengono massacrati dagli squadroni della morte. È storicamente confermato che il colpo di Stato del 1980 venne attuato per colpire innanzitutto i curdi e tangenzialmente le organizzazioni della sinistra turca. Le autorità sono a conoscenza del fatto che il PKK sta allestendo basi per praticare la guerriglia e migliaia di militanti del PKK vengono arrestati.
 Nel 1982 la lotta si estende nelle carceri, condotta da 7-8mila prigionieri politici. Solo 200 militanti, fra cui Ocalan, sfuggono alla repressione spostandosi in Libano per addestrarsi e organizzare la lotta armata. Intanto nel Kurdistan la repressione prosegue ad alti livelli di intensità. Libri scritti in curdo vengono bruciati, la popolazione è sottoposta quotidianamente a minacce e vessazioni; ma è sui numerosi prigionieri che si concentra la brutalità del governo che cerca, invano, di innescare dinamiche di “pentimento” e delazione.
 Alcuni fondatori del partito vengono rinchiusi nel famigerato carcere di Diyarbakir.

Durante il capodanno curdo – Newroz – che cade il 21 marzo e che è stato vietato negli anni Venti dalla repubblica turca, Haki Karer si dà fuoco per lanciare un segnale alla popolazione. Il medesimo gesto estremo verrà compiuto, in maggio, da altri quattro dirigenti. Un mese dopo, sempre nel carcere di Diyarbakir, Kemal Pir muore dopo 65 giorni di sciopero della fame, seguito da altri quattro militanti.
 Per tutto il 1982 continua la preparazione alla guerriglia presso i campi palestinesi che offrono ai 200 militanti del PKK la possibilità di addestrarsi. Il PKK contraccambia partecipando alla guerra contro gli israeliani nella quale rimangono uccisi 20 curdi. Nel 1983 Ocalan indice la prima conferenza con la quale annuncia l’intenzione di tornare nel Kurdistan insieme a 200 guerriglieri per intraprendere la lotta armata, considerata come l’unica possibilità contro la politica etnocida del governo turco.
 Il rientro in patria si accompagna a un’azione spettacolare: un’intera cittadina viene conquistata e l’esercito turco, sconfitto, è costretto ad abbandonare il campo. Negli anni ‘84-’85 si avverte la necessità di creare un fronte che organizzi la popolazione e renda politicamente più efficace l’azione del PKK. Nasce così l’ERNK (Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan, il Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan) organizzazione interclassista di intellettuali, studenti, operai, rappresentativa di ogni settore della società curda, un fronte ampio che gode di un notevole sostegno di massa e che opera anche fuori dai confini del Kurdistan per far conoscere la lotta di autodeterminazione del popolo curdo.
 Molti militanti si stabiliscono temporaneamente all’estero dove, imparando la lingua del posto, fanno da cassa di risonanza a quanto avviene in Kurdistan; in questo modo la cortina del silenzio imposta dal governo turco viene contrastata e le notizie date quasi in tempo reale.

Il 24 giugno 1993 decine di militanti del PKK attaccano e occupano contemporaneamente i consolati turchi in Germania: a Monaco (dove tengono in ostaggio una ventina di persone), Essen, Munster, Stoccarda e Hannover. A Berlino, Colonia, Francoforte e Dortmund colpiscono sedi di banche, uffici turistici e la Turkisch Airlines. La sede della compagnia aerea turca viene attaccata anche a Lione, mentre un gruppo di curdi irrompe nel consolato turco di Marsiglia. Altre azioni del PKK avvengono in Svezia e Danimarca contro uffici turistici. In Svizzera, dopo che l’ambasciata turca di Berna è stata circondata da una folla di curdi, un funzionario apre il fuoco uccidendo un manifestante. Dalle pagine del Corriere della sera, in un’intervista Abdullah Ocalan minaccia di «colpire in Turchia, nelle località turistiche; colpiremo anche gli obiettivi turchi nel cuore dell’Europa».

Nell’estate del 1993 vengono sequestrati dai guerriglieri alcuni turisti europei (inglesi, francesi, tedeschi, neozelandesi, italiani, svizzeri, austriaci…) trovati in territorio curdo «senza lasciapassare del PKK». Verranno presto tutti rilasciati, tranne un austriaco di cui non si avranno più notizie. Il 4 novembre 1993 nuova serie di attacchi agli obiettivi turchi in Germania. Viene colpito anche un centro commerciale di Wiesbaden e una persona perde la vita nell’incendio provocato da una molotov. Contemporaneamente vengono assaliti i consolati turchi di Hannover, Stoccarda, Dusseldorf, Colonia e Karlsruhe. Colpita anche una sede del giornale turco Hurriyet a Neu Isenburg. Altre manifestazioni vengono organizzate a Copenaghen, Londra, Vienna, Zurigo, Ginevra, Francoforte, Strasburgo… Immediate le ritorsioni del primo ministro turco Tansu Ciller che invia nuovamente l’esercito nelle zone curde.

Nel dicembre 1996 l’ERNK poteva affermare senza timore di smentite che «la guerra dura ormai da 12 anni (cioè dall’inizio della lotta armata nel 1984 – Nda) smentendo tutte le previsioni fatte dai vari governi turchi che, confondendo il desiderio con la realtà, ci danno regolarmente per spacciati nell’arco di un paio di mesi, quando non di settimane. L’ARGK (Esercito Popolare di Liberazione del Kurdistan) – continuava il comunicato – può contare su 50mila uomini e donne e un sostegno enorme fra la popolazione; controlla le montagne e anche alcune città dove l’esercito turco non può mettere piede ed è riuscito a fermare, con un contrattacco, un’offensiva di 10mila soldati turchi, ai primi di novembre 1996, sul confine turco-irakeno».

Sempre secondo l’ERNK «la lotta armata, oltre a svolgere un ruolo insostituibile di autodifesa, serve a mantenere viva la coscienza identitaria ed è uno strumento per aprire il dialogo e arrivare a una soluzione negoziata del conflitto. È dovere di ogni popolo combattere, anche con le armi se necessario, per difendere i propri diritti e la democrazia. 
Accanto all’esercito abbiamo creato tutte le strutture di cui uno Stato ha bisogno per rappresentare gli interessi del popolo. Non è stato un lavoro facile, ostacolato dalla repressione turca e dalla società feudale che non ha potuto modernizzarsi, come per altre popolazioni, proprio a causa della mancanza di autodeterminazione che ha caratterizzato gran parte della storia curda. Ora il popolo è pronto; il PKK ha lavorato perché l’obsoleta logica feudale fosse superata anche sul piano – altrettanto fondamentale – della mentalità. Grossi passi avanti sono stati fatti».

Ma, anche in questi momenti di forza del movimento di liberazione, i curdi non escludono le possibilità di dialogo e soluzione politica, anzi. «È nostra intenzione – proseguiva il comunicato dell’ERNK del dicembre 1996 – aprire il dialogo con Ankara ed è in questa prospettiva che abbiamo per ben due volte proclamato il cessate il fuoco unilaterale. Il primo è durato 83 giorni a partire dal marzo 1993, il secondo quasi 9 mesi dal dicembre 1995 al 15 agosto ‘96. In entrambe le occasioni non c’è stato alcun segnale positivo da parte del governo turco, che ha anzi risposto continuando a bruciare villaggi e a operare massacri tra la popolazione». All’epoca era convinzione di molti osservatori che all’interno dello Stato turco più di un politico fosse favorevole a una soluzione negoziata del conflitto. Ma poi prevalse la paura di incorrere nella vendetta dei militari.
 Dopo la fine del secondo cessate il fuoco (agosto 1996) un attacco in grande stile della guerriglia curda contro l’esercito turco aveva portato alla liberazione di molte zone poi controllate dall’ARGK. Inoltre la lotta si andava estendendo alle metropoli turche. Con manifestazioni e propaganda politica fra la popolazione, nelle strade e nelle piazze grazie anche alla collaborazione di una parte della sinistra turca e di organizzazioni pro curde.

Il PKK dichiarava di lottare «per costituire una federazione democratica garante dell’unità del popolo curdo e dei diritti delle minoranze presenti sul territorio; fautori di un socialismo democratico e popolare, auspichiamo un modello di democrazia partecipativa dove non sia negata la libertà personale ma tutti abbiano la possibilità di intervenire nelle scelte che più direttamente li riguardano.
 Siamo anticapitalisti, ma anche contrari al socialismo reale così come si è realizzato nell’ex URSS». Sull’argomento lo stesso Abdullah Ocalan aveva scritto un libro in cui criticava profondamente un sistema che «aveva dimenticato le necessità della popolazione impedendo la realizzazione di un’autentica democrazia popolare».
 Quanto all’analisi marxista, riteneva che «può essere efficace in determinate circostanze ma deve essere sempre verificata nella realtà che spesso smentisce perfette analisi ideologiche». Affermazioni queste che risalgono alla prima metà degli anni Novanta.

Sempre negli anni Novanta, Ocalan aveva mostrato vivo interesse per il pensiero libertario di Murray Bookchin. In seguito, anche se segregato in una cella, il “Mandela curdo” ha voluto approfondire le teorie dell’autore di L’ecologia della libertà e consigliarne la lettura e la messa in pratica ai militanti del PKK. La sua richiesta di un incontro con il pensatore anarchico non si è purtroppo realizzata. Sia per gli ostacoli messi in campo dall’amministrazione carceraria che per le precarie condizioni di salute di Bookchin (deceduto qualche tempo dopo) che aveva espresso pubblicamente la sua ammirazione per il leader curdo imprigionato.

Schierato su decise posizioni anti-imperialiste, il PKK non ha mai fatto mistero della sua ostilità nei confronti della Nato. Anche se «non è questa la nostra preoccupazione principale, visto che l’imperialismo aiuterebbe ugualmente la Turchia per tutelare i propri interessi che in quest’area strategica sono decisamente rilevanti». Per poter aderire all’Alleanza atlantica, la Turchia aveva dovuto sottostare ad alcune condizioni fra le quali quella di partecipare alla guerra di Corea: ma in realtà il governo turco inviò solo curdi che in migliaia persero la vita. Con la fine della guerra fredda, la Turchia assumeva una posizione strategica per gli Stati Uniti e i loro alleati; escludendo Israele, infatti, la presenza statunitense nella regione era osteggiata da vari Paesi, anche da quelli nemici tra loro, come l’Iraq e l’Iran.
 Quindi è facilmente intuibile che «se non intervenisse la Nato, interverrebbero direttamente gli Stati Uniti o la Germania». Appare evidente come negli ultimi anni la Turchia abbia sostituito il ruolo ricoperto in passato da Saddam, quello di “cane da guardia dell’Occidente”. La Nato ha rappresentato un fondamentale sostegno finanziario per la Turchia: nel solo anno 1995 venivano stanziati 7 miliardi di dollari americani per spese militari (poi utilizzati quasi interamente in funzione anti PKK) arrivando nel 1996 a 10 miliardi. Una vera escalation, con gran parte della somma coperta dall’organizzazione atlantica. Ma il fatto che gli Stati Uniti usino la Turchia non significa che la Turchia sia automaticamente più forte per questo. Talvolta l’appartenenza alla Nato ha comportato anche qualche problema per Ankara. Il 17 novembre 1996, a Parigi, i delegati turchi alla riunione annuale della Delegazione interparlamentare della Nato avevano avuto una brutta sorpresa. La delegazione italiana (in particolare il presidente della commissione Esteri del Senato, Giangiacomo Migone) poneva la questione della vicenda curda e imponeva di discuterne nella riunione nonostante le proteste di Cahit Kavak, deputato del partito turco Anap. Alle sue dichiarazioni – «i curdi non esistono, esiste il terrorismo del PKK» – si rispondeva che «il PKK è comunque parte del popolo curdo». La conclusione è stata che una delegazione della Nato sarebbe partita quanto prima per verificare la situazione della popolazione curda in Turchia. Da parte sua il PKK aveva più volte messo in guardia i Paesi aderenti alla Nato per la loro politica di sostegno al regime repressivo.

Nel decennio precedente alla cattura di Ocalan (1999) nei territori liberati si realizzarono, pur fra mille difficoltà, forme di autogoverno della popolazione curda. «A partire dal 1990» – spiega Ahmet Yaman – «quando abbiamo preso il controllo delle montagne, i tribunali si sono svuotati perché la partecipazione popolare, ampia in ogni settore, riduceva al minimo i contrasti, venendo ogni controversia chiarita all’origine.
 La milizia popolare che abbiamo costituito, sostituendo le vecchie strutture di repressione turche, è composta da milioni di curdi e opera attivamente sul territorio pronta ad aiutare la popolazione e a raccoglierne le istanze» (**).

Tornando ai giorni nostri e alla dolorosa questione dei rapporti fra Ygp e Stati Uniti, va comunque ribadito che se questo genere di situazione (comunque legata a una situazione contingente) è quasi inedita in Medio Oriente, non è però priva di precedenti. Basti pensare appunto alla seconda guerra mondiale e alla comune lotta di USA e Unione sovietica contro il nazifascismo.

Si chiede Altun: «Diremo per questa relazione con gli Stati Uniti e l’Inghilterra che l’Unione Sovietica ha collaborato con l’imperialismo? Sarebbe un approccio molto superficiale e dogmatico». E prosegue: «Ci sono diversi esempi nella rivoluzione d’ottobre. Dopo la rivoluzione di ottobre, si sono verificati accordi economici e politici con i capitalisti e gli imperialisti. Se consideriamo la natura di questi accordi, nella parte sovietica non esiste negazione del socialismo. Non c’è negazione del socialismo quando Lenin ha sviluppato relazioni con gli imperialisti. Lo stesso vale per gli accordi conclusi durante la seconda guerra mondiale. Possiamo parlare della necessità di sviluppare relazioni tattiche e strategiche e accordi per la rivoluzione d’ottobre. Tuttavia, la lotta contro il fascismo durante la seconda guerra mondiale richiedeva la creazione di un fronte comune antifascista».

Dovrebbe bastare, penso. Se poi qualcuno che si considera di sinistra volesse continuare a “sparare sui curdi” (per quanto metaforicamente) cerchi di rendersi conto che in realtà sta “sparando” sulle lotte di liberazione degli oppressi.

Non credo si possa chiedere di più a un popolo che da anni subisce repressione, massacri, pulizie etniche (al limite del genocidio vero e proprio) e tentativi di assimilazione che rasentano l’etnocidio.

(*) http://www.uikionlus.com/altun-il-socialismo-non-puo-essere-costruito-con-gli-strumenti-del-capitalismo/

(**) dall’opuscolo «Capire il Kurdistan» (2016) di Gianni Sartori

 

Redazione
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