La sua storia che…

è anche la mia, anche la vostra: intervista a Gabriella Ghermandi
«Motore della mia narrazione è l’emozione». Gabriella Ghermandi lo ripete spesso ma quel che è più importante lo fa capire attraverso le pagine scritte, il raccontare, il canto. Come il 6 maggio, vicino Bologna nell’affollatissimo teatro di San Giovanni in Persiceto dove ha messo in scena «
Regina di fiori e di perle, racconti e musiche dall’Etiopia». Con lei c’erano Stefano Benni che leggeva pagine del libro omonimo e il musicista Gabin Dabirè, nato in Burkina Faso ma da 30 anni in Italia dove, fra l’altro, ha aperto il primo centro di cultura africana.

Per una curiosa coincidenza – che Ghermandi ha ricordato… ma fuori dalla scena – poche ore prima ad Addis Abeba si è commemorato, con una grande sfilata, il ritorno dell’imperatore Haile Sellasiè, dopo 5 anni di occupazione italiana. Se Mussolini annunciò il 5 maggio 1936 la presa dell’Etiopia, con annessa retorica sull’impero millenario, esattamente 5 anni dopo Sellasiè rientrò nel suo Paese su un mulo bianco in sfregio al famoso cavallo immacolato dell’uomo che volle farsi imperatore e durò neanche 60 mesi.

Lo spettacolo viene presentato con queste parole: «Non si parla più del colonialismo italiano, è un pezzo di storia scolorita sino a diventare invisibile. Di quel periodo restano due concetti. Il primo sostiene “noi italiani colonialisti? Ma va là…” e il secondo “siamo stati bestie, abbiamo usato i gas nervini”. Ma questi concetti non sono la “storia” del colonialismo italiano perchè quella storia è costituita dalle tante, infinite storie personali che l’hanno plasmata». Una è la sua. «Imprevedibile come la vita» affonda le radici in un piccolo villaggio dell’Eritrea che gli italiani occupano da 35 anni, strategicamente importante perché vicino all’Etiopia. Così arrivano i militari e… nasce un amore. Le leggi razziali ancora non sono varate ma comunque non è buona cosa per un italico ufficiale “elevare” un’africana al rango di sposa. E così il nonno di Gabriella viene cacciato. E sparisce. La figlia di quell’amore faticherà a trovare un’identità: crescerà fra gli italiani senza essere mai pienamente accettata.

Lo spettacolo racconta anche della piccola Gabriella che, tanti anni dopo, sbarcherà nella Bologna del padre: «una città dove gli alberi non devono avere radici troppo grandi, se no rovinano l’asfalto» annota con ironia e dove le case sono così vicine che tutti sanno quel che accade di fronte ma poi, in strada, fanno finta di non conoscerti. «Qui ho capito che non ero italiana». E’ a questo punto dello spettacolo che la Ghermandi si cambia d’abito, indossa le sue radici africane.

Ricorda che la madre, quando venne in Italia, si stupì che i fiumi non fossero di latte (come le avevano raccontato le suore della scuola in cui era cresciuta) proprio la stessa illusione dei poveri migranti siciliani sulla ricca «Ammmerica» raccontata da Emanuele Crialese nel film «Il mondo nuovo». Anche la madre in Italia rischia di perdersi ed è solo tornando in Africa, dopo tanti anni, che si sente di nuovo nascere e finalmente scioglie il dolore di un incerto collocarsi fra due mondi. «Ora finalmente posso narrare la sua storia, che è la mia e anche la vostra» dice Gabriella Ghermandi. Ma prima di chiudere lo spettacolo offre al pubblico l’immagine di un grande albero, con salde e profonde radici: eppure in chi lo guarda – dice con un misto di dolore e dolcezza – a volte si affaccia il terrore per «gli uccelli migratori» che si posano su rami così fragili che potrebbero spezzarsi.

 

Nella sua famiglia ancora sanguinavano vecchie ferite, per questo il suo libro non poteva essere una biografia. Quando il dolore si è trasformato in desiderio di comunicare e lei ha potuto scrivere con serenità?

«Solo quando mia madre è tornata in Eritrea e ha trovato pace con se stessa, io ho potuto pensare di scrivere della mia famiglia e dunque del colonialismo. Per molti eritrei come per tanti italiani, ancora oggi la sofferenza è così grande da paralizzare. Poco tempo fa ero negli Stati Uniti per una conferenza e un vecchio italiano, credo fosse il rappresentante locale dell’Udc, mi ha contestato dicendo “noi non siamo stati colonizzatori ma amici”. Ovviamente io sono un’artista non una studiosa di storia e dunque non saprei raccontare quel periodo che attraverso il racconto, lo spettacolo; ma in ogni caso il blocco è così potente che credo lavorare sulle emozioni personali sia davvero l’unica strada per uscirne».

Il nonno italiano di cui lei racconta aveva «un pezzo di cielo negli occhi», era «troppo diverso» per molti eritrei. Oggi l’esotico è anche erotico, dice un gioco di parole. In una società sempre più meticcia a far prevalere desiderio o paura è la scelta personale o invece … il clima che creano i media?

«Io sono ottimista, credo che i desideri prevalgano sulle pure; forse è l’istinto di sopravvivenza che ci porta a mescolarci senza timore. Vedo che accade ovunque. Sono stata da poco in Etiopia e ho trovato cinesi e indiani dappertutto. Il mondo si muove, sarebbe ora che tanti italiani capissero che è un fenomeno mondiale non un problema del loro quartiere. Per sopravvivere dobbiamo contaminarci. Di solito sulla scelta personale prevale l’ambiente o la comunità di appartenenza. In Italia più che altrove: conosco

una cosiddetta “coppia mista” italiana e so che pensano di andare negli Usa per stare più tranquilli perché, come dice, un mio amico etiope “nel Wisconsin nessuno si gira a guardarmi come fossi una bestia rara”. Per tanti versi l’Italia è più indietro, peccato perchè di razzismo ce n’era poco; è il coro dei media e la speculazione politica che ci portano indietro. Tanti eritrei hanno amato Bologna perché, quando eravamo in esilio, qui si faceva la nostra festa ed eravamo accolti come fossimo una brigata internazionale, tutti compagni. Oggi a Bologna si fa quasi la guerra ai lavavetri, che tristezza».

Nel suo spettacolo lei racconta delle stragi seguite all’attentato a Graziani, poi intona una canzone. Cos’è?

«Un canto tradizionale etiope, secondo la scala pentatonica si chiama Bati. E’ una metafora in cui si chiede alla coscienza di svegliare gli animi dormienti. Non è usata solo in situazioni tragiche ma è un modulo su cui spesso si improvvisa; in questo caso io ho aggiunto pochissimo. Per esempio dice: “Chi sei tu che vieni a svegliare il cuore della gente che dorme? A te piace stare sopra le colline con i nostri figli…”. Spesso la voce del popolo arriva attraverso i più giovani che ci svegliano dal torpore o ci raccontano, attraverso il loro modo di fare, ciò che stiamo trasmettendo loro».

 

Lei spiega di non aver scritto un romanzo, il giardino è fiorito da solo… e la protagonista viene come «sommersa». Ora stanno fiorendo altre perle? C’è chi racconta a lei storie perché poi possa scriverle o cantarle?

«Vorrei scrivere un altro romanzo, l’ho in mente ma … ho un po’ paura. Forse ho bisogno ancora di tempo. Però nell’ultimo viaggio in Etiopia sono stata riempita, infarcita addirittura, di storie: le nostre donne sono toste. Scriverò ancora perché lo devo a loro e saranno ancora storie dentro storie perché questo è il nostro modo di raccontare, in ogni vicenda ne spuntano sempre altre».

 

Ha scritto: «solitudine e individualismo sono le malattie dell’Occidente». Ne aggiungiamo altre? Rassegnazione e paura? Oppure ignoranza e autismo? Oppure schizofrenia e l’essere «posseduti» dal denaro, dalle merci?

«Quest’ultimo è sicuramente un morbo terribile, sempre più diffuso. Tutte quelle citate ci fanno vivere male ma fra le peggiori malattie c’è la mancanza di memoria, nessuno ricorda più chi era a livello di singoli e di popoli. Così si diventa presuntuosi proprio mentre servirebbe avere i piedi per terra. Per esempio in Italia ricordando che, non molti anni fa, tante persone sono morte in piazza per ottenere i diritti minimi. Non penso solo alla Resistenza ma agli operai che lottavano per rendere migliore tutta la società».

 

In scena lei si cambia: quello che indossa è solo un tipico vestito del suo Paese o c’è qualcosa in più?

«E’ un tipico abito eritreo, delle donne musulmane. Ho scelto proprio quello per due motivi: il vestito è bellissimo e … oggi si ripete che le musulmane sono costrette a coprirsi per nascondersi mentre quei colori così sgargianti dicono il contrario. Il mondo è ben più complicato di come i manichei vorrebbero».

 

Lo spettacolo si chiude con la frase: «Amicizia e amore possono farci diventare parenti e così dividere lo stesso cibo» e infatti lei offre il pane al pubblico. Prossimi appuntamenti per chi vuole assaggiare questo pane-amico?

«Sarò a Catania il 26 maggio, sempre con Gabin Dabirè. Poi a Bentivoglio il 24 giugno con Rana, una musicista iraniana. In certe occasioni leggerò i testi con amici, come Ascanio Celestini a Roma, altre volte sarò in scena da sola. Anche se lo spettacolo può cambiare un poco, per me l’importante è quel che comunica, la voglia dell’incontro».

BIO-BOX

«Per i bianchi non ero bianca e per i neri non ero nera. La nostra era una vita mista, fatta di 4 lingue: amarico e italiano tutti i giorni, bolognese e tigrino nei giorni di festa». Gabriella Ghermandi è nata ad Addis Abeba nel ’65, è in Italia dal ’79 e vive a Bologna, la città d’origine del padre. Da anni scrive e interpreta spettacoli, anima laboratori e festival alla ricerca della «identità unica di ciascun individuo». Il suo primo romanzo «Regina di fiori e di perle» (Donzelli) ha venduto oltre tremila copie ed è diventato uno spettacolo. La si può incontrare su www.gabriella-ghermandi.it o sul sito della rivista «El Ghibli». Da piccola le avevano predetto che sarebbe stata «una cantora».

UNA BREVE NOTA

In questi giorni (visto che sarò lontano dal computer) ho recuperato per il blog qualche mio vecchio articolo che mi pare ancora interessante. Questa intervista a esempio è uscita sul quotidiano «Liberazione» (mi pare il 9 maggio 2008 ma potrei sbagliare). Di recente, qui in blog, Gabriella Ghermandi ha raccontato di un suo nuovo progetto musicale e di memoria. Se vi capiterà di incontrarla in scena scoprirete una raccontatrice strega e fata ma anche una voce che graffia, scuote e innamora. Se avete una buona biblioteca vicino casa (o un po’ di soldini da investire in bei libri) intanto recuperate «Regina di fiori e di perle». (db)

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Francesco Cecchini

    Ho una simpatia militante, ma non acritica, per l’ Eritrea del compagno Isaias Afelwki. Ultimamente ho pubblicato una nota sulla morte del cane da guardia dell’ occidente Meles Zenawi, il primo ministro etiope, pubblicata su un’ agenzia di notizie eritrea Tesfa/News e su una etiope Ethiopian News. Sto per pubblicare, sempre nelle stesse agenzie una nota sui crimini del fascismo e del colonialismo specificatamente in Eritrea. C’ e’ un opinione che in Libia ed Etiopia ne abbiamo combinato di tutti i colori, ma in Eritrea ci siamo comportati bene. Balle, altro che amici. Spero di viaggiare ad Asmara a fine novembre per assistere un’ iniziativa dell’ Ambasciata Italiana per commemorare un italiano, non ricordo il nome, considerato un’ eroe sia dal popolo eritreo che da quello italiano. Evento che sembra importante per rafforzare l’ amicizia tra i due popoli Non ho il problema di essere bianco o nero o di essere riconosciuto come tale, sono rosso comunista. Visiterò subito il sito della scrittrice, musicista e maga Gabriella Ghermandi e domani ceerchero’ in libreria Regina di fiori e di perle, per comprarlo od ordinarlo. Grazie Gabriele per la tua nota ed intervista alla scrittrice Ghermandi.

  • Francesco Cecchini

    Daniele scusami, ti ho chiamato Gabriele. Mille scuse!

    • vedendo anche un successivo commento di Francesco (a proposito della “fiaba atroce” nigeriana di Gianluca Ricciato) torno qui perchè mi pare giusto precisare che io non ho la stessa positiva opinione – tutt’altro – di Francesco su Isaias Afelwki. Mi identifico assai più, a esempio, con le dure parole di Hamid Barole (che potete trovare anche in qui in blog) o con le motivate condanne di Amnesty International. Se ne riparlerà. (db)

      • Francesco Cecchini

        Ciao Daniele. La rivoluzione eritrea non e’ priva di contraddizioni o limiti ed il compagno Isaias non e’ perfetto. L’ Eritrea non e’ solo oggetto di critiche e denunce da parte di Amnesty , ma anche di un ingiusto embargo dell’ Onu su pressioni degli Stati Uniti. Viaggio ad Asmara a novembre per un’ iniziativa dell’ Ambasciata italiana e del Ministero delle Comunicazioni. Al ritorno smcrivero una nota e te la inviero’. Se mi dai un indirizzo e- mail ti invierò, per lettura, quello che ho scritto sui crimini coloniali e fascisti in quel paese. Conosco un po’ anche l’ Etiopia dove per ragioni di lavoro ( studio di un progetto per conto di un’impresa francese) non molti anni fa sono venuto a contatto con un progetto idroelettrico dove il finanziamento internazionale , ministero degli esteri e cooperazione italiana) e corruzione del governo etiope, autori della costruzione assieme ad un’ impresa italiana, hanno contribuito a compromettere la valle dell’ Omu. Non ho scritto niente a riguardo perché vi e’ in giro un’ ampia letteratura che analizza e denuncia quello che si può definire un crimine nei confronti di uomini, animali ed ambiente fisico. Ma e’ interessante analizzare le differenze, in generale,mtra la tanto lodata Etiopia e la tanto vituperata Eritrea. Tra il defunto e non rimpianto Meles Zenawi ( ho scritto una nota su di lui, pubblicata lo scorso agosto, da Tesfa/News, agenzia di notizie Eritrea) ed il compagno Isaias Afelwki.

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