Marcinelle: i nostri morti e lo schifo che ci fate

Perchè è giusto «voltare le spalle agli sciacalli», perchè serve un internazionalismo vero. Articoli di Franco Astengo e di Bifo. Con una nota della “bottega” sui numeri truccati.

UN GESTO INTERNAZIONALISTA

di Franco Astengo

il rifiuto della presenza del vice-presidente del Senato italiano da parte dei sindacalisti belgi è stato un gesto internazionalista che potrà essere giudicato politicamente inopportuno ma come gesto internazionalista deve essere prima di tutto valutato.

Tanto più che questo gesto è stato compiuto nel corso della cerimonia di ricordo della più grande strage perpetrata nella storia europea dalla volontà capitalistica di sfruttamento dell’uomo, del suo lavoro, della sua fatica: questa, infatti, è stata la strage di Marcinelle.

Del resto è mancato completamente un minimo di afflato internazionalista da parte dei partiti della sinistra europea verso il governo spagnolo nell’occasione della proditoria provocazione avvenuta a Ceuta e Melilla e rispetto alla ritorsione del governo italiano con la chiusura di Schengen.

Deve essere chiaro che la ritorsione del governo italiano è stata dettata non certo da ragioni di sicurezza ma di semplice intrusione negli affari interni della Spagna allo scopo di favorire l’estrema destra di Vox.

Tutto questo si verifica in una fase storica contrassegnata da una pericolosa ripresa del nazionalismo, dalla crisi dell’UE e dalla presenza di fatti bellici che avvengono anche nel cuore del Vecchio Continente.

Altro che le conferenze di Zimmerwald e Kienthal durante la prima guerra mondiale, o la formazione della Brigate Internazionali in Spagna.

I partiti della sinistra europea non stanno dimostrando nessuna capacità di organizzare una iniziativa transnazionale per la pace, nessuna idea complessiva per il tema scottante dei migranti mentre per l’aiuto a Gaza si è dovuto attendere l’iniziativa del volontariato sociale. Così come sono interamente a carico dei movimenti le critiche e le opposizioni della gestione capitalistica della transizione ecologica e quella digitale follemente condotta dalle big-tech di Silicon Valley che rappresentano il vero “cuore” dell’assalto alla democrazia e allo scivolamento verso una politica imperniata sull’autoritarismo padronale.

 I drammi cui assistiamo e che possono essere definiti come epocali ci imporrebbero di rilanciare subito il concetto di internazionalismo, vero fondamento della storia del movimento operaio.

Un internazionalismo da rilanciare proprio adesso che si stanno acuendo grandi tragedie in tutti gli scenari geopolitici, mentre il Sud America sta sprofondando e -paradossalmente ma non troppo – è dalla sinistra USA che vengono segnali di risveglio.

Il concetto d’internazionalismo sottende l’esistenza di un principio comune : quello dell’impossibilità di concepire l’aspirazione alla libertà e all’eguaglianza entro i confini di una singola realtà statuale o, anche, sovranazionale come nel caso dell’Unione Europea

I valori di solidarietà ed eguaglianza sono connaturati con un necessario orientamento all’universalità che deve trascendere i nazionalismi ed estendersi a tutto il mondo in nome della solidarietà tra i popoli e le classi.

Nell’internazionalismo socialista, il concetto si basa sul carattere universale dei principi di emancipazione sociale e porta a individuare nell’abolizione delle società divise in classi il presupposto per il superamento dei conflitti tra le nazioni.

Bisogna ritrovare il senso e il gusto della battaglia politica fuori dalle convenienze contingenti elettorali e di potere.

L’internazionalismo deve trovare alimento nella necessità di coordinare le diverse organizzazioni nazionali all’interno di soggetti sovranazionali nella lotta comune in una fase storica che con il nazionalismo e il populismo applica ovunque la logica dello sfruttamento del lavoro, del territorio, delle differenze usate per dividere.

In questo momento manca completamente la voce della sinistra storica, mentre i movimenti al massimo si muovono (meritoriamente) sul difficile terreno dell’emergenza umanitaria.

Ad esempio: nell’idea di perdere voti rispetto a un Front National , alla Lega Nord, ad Afd, a Vox, a Futuro Nazionale.i gruppi presenti nel Parlamento Europeo, sia facenti capo al PSE sia alla Left, non riescono a fare della massima assise continentale il centro del dibattito politico, arrendendosi al prevalere formale della Commissione e del Consiglio.

Commissione e Consigli europei appaiono permeati entrambi dal prevalere del mediocre conservatorismo che anima i singoli governi.

Così sta avvenendo sul grande tema della guerra ridotto al dilemma: armi sì o no all’Ucraina senza l’elaborazione di un qualche piano di pace e soggiacendo all’imposizione della Germania che intende riconvertire parte della propria industria in industria bellica senza che SPD e Linke riescano a organizzare una efficace opposizione.

Lo svuotamento dei partiti, in tutte le dimensioni ha ormai reso quasi impossibile un collegamento, una presa di posizione, una iniziativa di protesta e di proposta sul piano transnazionale.

Lanciamo così l’ennesimo allarme. Un messaggio di vera preoccupazione, a nostro giudizio, necessario e ampiamente giustificato.

foto di FGTB Charleroi & Sud-Hainaut 

Disertare: contro gli sciacalli

riprendiamo da «Comune info» l’articolo di Bifo cioè Franco Berardi


Vincent Pestiau, segretario regionale del sindacato belga Fgtb di Charleroi ha rivendicato l’azione compiuta da un gruppo di lavoratori belgi in occasione della presenza di un fascista di nome Ignazio La Russa. “Tutti i compagni dell’Fgtb si sono girati, perché noi siamo contro la presenza di partiti fascisti, e per noi Fratelli d’Italia è un partito di estrema destra. Noi siamo contro la presenza di tutti i partiti fascisti. La loro presenza non è bella, soprattutto in un luogo molto importante per l’immigrazione italiana”, ha detto il compagno Pestiau.

Se mi fossi trovato al Bois du Cazier, dove si commemorava l’eccidio di settanta anni fa, avrei voltato le spalle a quell’individuo la cui sola presenza è un insulto alla memoria dei minatori di allora e un insulto al sacrificio di migliaia di lavoratori migranti che ogni giorno, in Italia, rischiano la loro vita per salari di merda. Come disertore (Disertate è il titolo di uno degli ultimi libri di Bifo, “Il disertore” è anche il nome della sua newsletter su Substack, dove è apparso questo articolo, NDR) volto le spalle ai fascisti che oggi come nel 1956, sono al servizio degli sfruttatori e oggi come allora portano la responsabilità della sofferenza e della morte dei lavoratori migranti, che allora erano italiani, oggi sono africani, afghani o bengali.

Nel 2025 in Italia sono morte sul lavoro 1093 persone, secondo i dati ufficiali elaborati dall’Inail (VEDI IN CODA LA NOTA DELLA “BOTTEGA”). Quest’anno ne sono morte 482 fino al mese di giugno, ma negli ultimi due mesi di canicola infernale ogni giorno nei campi e nei cantieri muore qualche lavoratore: la maggior parte di loro sono stranieri.

Come possiamo definire i fascisti che respingono gli stranieri, li costringono a traversare il mare in condizioni pericolose, e infine li mantengono in condizioni di clandestinità per sfruttare al massimo il loro lavoro, se non sciacalli? Questi sciacalli stanno oggi speculando su un episodio che, a Ceuta, è costato la vita a centocinquanta marocchini ed africani che cercavano di raggiungere la costa spagnola (leggi anche Capire Ceuta).

 

Il regista di Ceuta si chiama Donald Trump

Qui sotto un testo di Gustavo Zagrebelski pubblicato dal quotidiano «il manifesto» qualche giorno fa.

Cara Giorgia, a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio. Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri. Menti sapendo di mentire. Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina. Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto. I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra. Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità.

Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump. Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca. Te lo dico in breve: 1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale. 2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci. 3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini.

Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari. Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri. Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X. Questo non è governare. Questo è sciacallaggio. Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea. Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco. Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione. Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre. I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia. Loro no. È l’unica differenza. Una madre lo sa. Da cristiana non ne parliamo neanche. Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera. Non quella retorica dei tuoi tweet.

Ti chiediamo una cosa sola: smettila. Smettila di mentire agli italiani sulle cause. Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump. Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali. E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre. E sei cristiana.

La grande migrazione e la sconfitta dell’internazionalismo

Mentre i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno, mentre il fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione della Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi internazionalisti brancoliamo nel buio.

Quando l’autonomia degli operai rendeva possibile la democrazia sociale, non abbiamo compiuto (e neppure pensato) la ricomposizione del lavoro migrante con la classe operaia. Siamo riusciti a svolgere soltanto, talvolta, una funzione di tipo assistenziale.

Solo in alcuni casi (come quello delle lotte nel settore della logistica) i migranti si sono riconosciuti nelle lotte del movimento operaio.

La migrazione non è un fenomeno recente. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche dell’auto inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi assunsero lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le fabbriche del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi. In molti casi quei migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la solidarietà di classe spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a Mirafiori, gli arabi del Mouvement des travailleurs arabes condussero le lotte alla Renault, e i giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e sociale della periferia londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e movimento operaio trasformò la migrazione in un processo di trasformazione culturale.

Ma nel nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è rovesciato. Dopo gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha disintegrato la solidarietà di classe e usato i flussi migranti come fattore di precarizzazione, provocando reazioni razziste in vasti settori della popolazione. Non abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca ondata di migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo stati capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza razzista. È meglio che niente, ma non basta.

L’effetto politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante la vediamo bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e fascismo, fine della democrazia.

Fin dalla sua origine il pensiero marxista non comprese il senso della colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia). Nel secondo dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali contro il processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la guerra d’Algeria. Al tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero spesso intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso. Su questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il fronte operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha usato l’emarginazione e la clandestinizzazione per far lavorare i migranti a salari sempre più bassi. Il capitalismo europeo ha usato la migrazione per distruggere l’organizzazione operaia, e abbassare il salario, mentre i governi razzisti d’Europa intrappolavano la migrazione nella clandestinità e nello schiavismo, oppure nel respingimento: morti in mare, campi di concentramento. La gigantesca onda migrante ha cambiato la vita sociale e il panorama urbano, ma non siamo riusciti a integrarla nel fronte del lavoro.

Non basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che il colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione migratoria. Neppure basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun essere umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la stessa libertà con cui si muovono i capitali. Né la comprensione storica né la reazione etica sono bastati a fare del lavoro migrante componente della composizione di classe operaia. Un processo di soggettivazione autonoma e solidale delle diverse componenti culturali religiose ed etniche del flusso migrante è stato quasi sempre impossibile: di conseguenza la migrazione ha avuto un effetto dirompente sulla solidarietà sociale, spingendo a destra gran parte dei lavoratori.

La ragione principale della nostra sconfitta, la ragione principale del ritorno della barbarie razzista e fascista sta in questa nostra incapacità di integrare il lavoro migrante (non nell’Occidente multiculturale), ma nella composizione solidale del lavoro dipendente. Poteva andare altrimenti? Potrà andare altrimenti in futuro? Non ho risposta a questa domanda, ma occorre porsela, non solo per ragioni storiche. Dalla risposta a questa domanda dipende il futuro di tutto: della democrazia, della pace, della solidarietà sociale.

 

NOTA DELLA BOTTEGA

I dati INAIL sono truccati al ribasso. Purtroppo le morti sul lavoro – cioè del lavoro – sono di più, come da anni documenta – nome per nome, giorno su giorno – Carlo Soricelli con il suo Osservatorio. Preghiamo perciò anche Bifo, compagne/i di Comune-info e tutte/i di prenderne atto. La guerra del lavoro si conduce anche con le bugie, le statistiche truccate, l’ignoranza e naturalmente i media che selezionano persino le notizie più tragiche con gli osceni criteri della “governabilità” … e di non nuocere ai profitti padronali.

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3 commenti

  • caro Franco Astengo, sono d’accordo con la tua analisi sull’internazionalismo… ma allora perchè scrivi di un gesto «che potrà essere giudicato politicamente inopportuno» ? Non capisco. Secondo me ha ragione Franco Berardi, hanno ragione compagne/i del sindacato belga: bisogna voltare le spalle agli sciacalli, non dobbiamo mischiarci in nessuna occasione con Fdi, gente nata in Italia ma FASCISTI D’ITALIA, nemici nostri dunque. Forse mi sfuggono le tue motivazioni e ti sarò grato se me le spiegherai . – db

  • Franco Astengo

    Si tratta di una figura retorica per sottolineare il valore del gesto: sicuramente ci sarà che avrà giudicato quel gesto politicamente “disturbante” (vedi dichiarazione di Landini): allora era il caso di partire da quella posizione per rovesciarla e definirne il valore internazionalista che è quello vero di quel gesto.

  • Mi spiace ma l’articolo di Bifo è zeppo di imprecisioni o svarioni o inesattezze … evidentemente conosce poco la storia delle migrazioni e così finisce per proporre considerazioni poco credibili …

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