«Mercanti di dubbi»

Bruno Lai sull’importante libro di Naomi Oreskes ed Erik Conway

 

Naomi Oreskes, Erik M. Conway,

Mercanti di dubbi.

Come un manipolo di scienziati ha oscurato la verità, dal fumo al riscaldamento globale

Edizioni Ambiente, Milano 2019

Naomi Oreskes ed Erik Conway sono due stimati storici della scienza statunitensi. Insieme hanno raccolto e esaminato una quantità impressionante di documenti, per capire come sia stato possibile che un gruppo ristretto di scienziati sia riuscito a portare avanti diverse campagne di disinformazione vincenti. Gli argomenti su cui questi pochi scienziati, al soldo delle multinazionali del tabacco e del petrolio, hanno seminato dubbi sono stati: i danni del fumo (anche passivo) e quelli del Ddt, le piogge acide, il buco dell’ozono, infine il riscaldamento globale. Si tratta di scienziati, per lo più fisici, che non hanno dato alcun contributo sui temi sui quali intervenivano ma hanno attaccato sul piano personale altri scienziati, esperti riconosciuti degli stessi argomenti. Questi “mercanti di dubbi” «non erano interessati ai fatti. Erano interessati a combatterli».

Ciononostante hanno ottenuto grande visibilità sugli organi di informazione di maggior diffusione, sono stati trattati come esperti e hanno continuato a ripetere per anni affermazioni di cui era stata dimostrata la falsità. Il loro scopo infatti non era certo la ricerca della verità ma creare dubbi e confusione nell’opinione pubblica, dando la falsa impressione che sui temi suddetti la comunità scientifica si trovasse ancora divisa. «La strategia chiave delle campagne di disinformazione consisteva nello spacciare i propri proclami per affermazioni scientifiche» mentre non lo erano. L’obiettivo finale era spingere il governo degli Stati Uniti a rimandare qualsiasi intervento su quelle questioni. Ci sono riusciti perché avevano avuto ruoli di primo piano negli apparati militari durante la guerra fredda e vantavano rapporti stretti con i politici che occupavano le stanze del potere.

I danni del fumo

Questa storia comincia quasi un secolo fa. Già negli anni Trenta infatti gli scienziati tedeschi avevano scoperto che il fumo di sigaretta causa il cancro. Negli anni Cinquanta, negli USA, arrivò la scoperta che il catrame contenuto nelle sigarette è cancerogeno. Altre ricerche dimostravano che il fumo uccide. «Il cancro al polmone era una malattia rarissima prima della diffusione massiccia delle sigarette». Allora, invece, stava aumentando di frequenza in modo allarmante. I colossi del settore, che avevano utili stellari, investirono per diminuire la pericolosità dei propri prodotti? In parte. Per ridurre i danni anche del fumo passivo, allora e nei decenni successivi, i produttori cercarono di «ridurre gli effetti collaterali migliorando i filtri, cambiando la carta delle sigarette o aggiungendo componenti per far bruciare le sigarette a temperature più elevate. I ricercatori dell’industria tentarono inoltre di creare sigarette il cui fumo non fosse meno dannoso ma semplicemente meno visibile». Però l’azione principale andava in un’altra direzione; i «responsabili dell’industria del tabacco presero una decisione terribile»: decisero di «reclutare una società di pubbliche relazioni per sfidare l’evidenza scientifica sui danni del fumo». Decisero di ingannare il pubblico seminando dubbi su questioni su cui la scienza aveva raggiunto risultati consolidati. A proposito delle ricerche scientifiche che dimostravano che il fumo causa il cancro, i dirigenti dell’industria del tabacco «in privato […] ammettevano che queste ricerche erano valide» ma non volevano veder diminuire i profitti delle loro industrie.

Crearono «il Tobacco Industry Research Committee per contrastare la marea di prove scientifiche sui danni del tabacco». Nel nome dell’ente, creato per inquinare il dibattito pubblico con la disinformazione sistematica, venne inserito il termine “research” (ricerca) per dare una parvenza di scientificità alle centinaia di migliaia di opuscoli e altre pubblicazioni che sarebbero state diffuse in modo capillare. I produttori di sigarette promossero una massiccia “campagna per l’equilibrio”: fecero pressione affinché gli organi di informazione dessero spazio sia alla scienza che sosteneva i danni del fumo, sia a chi invece li negava. «L’industria non voleva che i giornalisti cercassero “tutti i fatti”, al contrario faceva di tutto per fornirglieli. La cosiddetta campagna per l’ “equilibrio” iniziò a far arrivare agli editori tutta una serie di “informazioni” a supporto dell’industria del tabacco». Inoltre finanziarono generosamente tutte le ricerche mediche che tendessero a individuare cause del cancro diverse dal fumo. Si sapeva già che il fumo non era l’unica causa del cancro ai polmoni e di altre gravi patologie correlate. Ma in questo modo, concentrando l’attenzione del pubblico su altre cause patogenetiche, si dava l’erronea impressione che il fumo non fosse pericoloso.

I negazionisti riuscirono a ingannare l’opinione pubblica per un fatto semplice: gli scienziati che continuavano ad accumulare prove sui danni del fumo pubblicavano i loro risultati su riviste specialistiche soggette a peer review. Significa che ciascun articolo, prima della pubblicazione, era letto da altri studiosi del settore e ne doveva ricevere l’approvazione. Ma questi periodici erano rivolti prevalentemente ad altri ricercatori, a un pubblico competente ma ristretto. La campagna di disinformazione finanziata dai produttori di tabacco, invece, raggiungeva direttamente gli organi di informazione di grande diffusione. Giornalisti e pubblico, quindi, erano pressoché all’oscuro dei risultati della scienza ufficiale e potevano credere che la questione dei danni del fumo fosse ancora aperta, oggetto di controversie, incerta.

Una delle tecniche di disinformazione usata fu quella di formulare domande sulle cause del cancro, per dare ad intendere che il fumo non fosse responsabile del cancro ai polmoni. Si trattava di mescolare verità e dubbi, in modo da confondere le idee del pubblico. Alcune domande tendenziose erano di questo tipo: perché le cavie di laboratorio si ammalano a contatto diretto con il catrame di sigaretta, ma non se lasciate in camere piene di fumo? Perché la casistica del cancro varia da una città all’altra? L’inquinamento atmosferico può causare il cancro? Perché si ammalano di più gli uomini se il fumo è in crescita fra le donne? Perché gli inglesi si ammalano più degli americani? Il clima influisce? E l’aumento dell’aspettativa di vita? «Nessuna di queste domande era di per sé illegittima, ma erano tutte in malafede perché le risposte erano note». Continuare a ripeterle alimentava i dubbi dell’opinione pubblica. «L’industria lavorava senza sosta per trasformare il crescente consenso in un “dibattito scientifico” ancora in corso».

Nel 1964 il Surgeon General, il portavoce del governo federale USA sulle questioni di salute pubblica, rese noto il rapporto Smoking and Health (Fumo e salute) che esaminava più di 7.000 studi scientifici e concludeva che «nel XX secolo il cancro ai polmoni aveva raggiunto le dimensioni di un’epidemia, e la causa principale non erano l’inquinamento dell’aria, la radioattività o l’esposizione all’asbesto [i “distrattori” su cui aveva puntato la disinformazione dell’industria delle sigarette]. Era il fumo del tabacco. I fumatori avevano una probabilità di sviluppare il cancro ai polmoni da 10 a 20 volte superiore a quella dei non fumatori. Inoltre avevano molte più probabilità di soffrire di enfisema, bronchite, e disturbi cardiaci». Come risposero i produttori di sigarette? Raddoppiarono gli investimenti per combattere la scienza e decisero di diventare sempre più aggressivi. Avevano già investito più di 7 milioni di dollari: stabilirono di «spendere ancora di più». I morti per fumo aumentavano, i fumatori diminuivano, ma i profitti dell’industria continuavano a crescere. La strategia della disinformazione dava i suoi frutti. A metà degli anni Ottanta la cifra investita dai produttori di tabacco superò i 100 milioni di dollari, per continuare a crescere ulteriormente.

Investire somme ingentissime, in tutte quelle ricerche che individuavano cause del cancro diverse dal fumo, serviva a individuare “esperti” che potessero testimoniare nei tribunali a favore degli industriali. Per non destare sospetti, spesso i finanziamenti non arrivavano direttamente dai giganti del tabacco, ma passavano attraverso studi legali compiacenti. A un certo punto, però, qualche nodo venne al pettine. Nel 2006 i principali produttori di sigarette finirono in tribunale e furono dichiarati colpevoli per aver «ideato ed eseguito un piano per frodare i consumatori, anche quelli potenziali» sui rischi del fumo. I danni erano noti da oltre mezzo secolo ma gli industriali avevano vinto molte cause e accumulato profitti miliardari. Questa clamorosa condanna non li danneggiò più di tanto.

Oreskes e Conway sono netti: «Nei fatti, è stata una cospirazione criminale finalizzata a commettere una frode». I mezzi utilizzati a favore delle sigarette erano i più fantasiosi, ma sapevano tenere conto della psicologia dei consumatori. Verso l’inizio degli anni Ottanta «Sylvester Stallone ricevette 500.000 dollari per usare prodotti della Brown&Williamson in almeno cinque film, in modo da collegare il fumo con la forza fisica e il vigore anziché con la malattia e la morte».

Le considerazioni dei nostri autori riguardano però anche un punto assai importante quando si parla di scienza. Abbiamo visto che l’efficacia della strategia di disinformazione poggiava sulla richiesta che stampa, radio e televisione dessero lo stesso rilievo (spazio nella stampa, tempo in radio e televisione) sia ai sostenitori dei danni del fumo, sia ai negazionisti. «Dare a tutti lo stesso tempo per esporre opinioni diverse è una cosa che ha senso in un sistema bipartitico, ma non funziona nel caso della scienza, perché la scienza non è un’opinione. Si basa sulle evidenze, e progredisce attraverso affermazioni che possono e debbono essere verificate sperimentalmente, mettendole a confronto con le osservazioni».

Nonostante la condanna del 2006, la nuova campagna di disinformazione diede i suoi frutti per l’industria del tabacco, consentendole quegli utili miliardari che proseguono ancora oggi. La strategia vincente era stata ben definita fin dal 1969. In un memorandum, un documento interno oggi consultabile, «un dirigente dell’industria del tabacco sottolineava che “il dubbio è il nostro prodotto, dato che è il modo migliore per competere con il ʻcorpus di fatti’ che esistono nella mente della pubblica opinione”». Il mantra ripetuto infinite volte dai difensori del fumo è stato «non ci sono prove». Le prove c’erano ma erano difficilmente accessibili a giornalisti e pubblico, mentre la comunicazione dei negazionisti raggiungeva tutti in modo reiterato e massiccio. “Non ci sono prove «è diventato uno dei mantra di tutte le campagne di disinformazione dell’ultimo quarto di secolo». La disinformazione in difesa del fumo è proseguita ininterrottamente fino agli anni Novanta, quando l’attenzione si spostò sui danni del fumo passivo. «Negli anni successivi, diversi gruppi hanno cominciato a sfidare le evidenze scientifiche che minacciavano i loro interessi commerciali e le loro credenze ideologiche. Lo hanno fatto usando le stesse strategie che erano state sviluppate dall’industria del tabacco, e in alcuni casi i protagonisti sono stati gli stessi».

Il riscaldamento globale

«La nostra generazione ha modificato la composizione dell’atmosfera su scala globale attraverso […] il continuo incremento dell’anidride carbonica causato dall’uso dei combustibili fossili». Credete che siano parole di Greta Thunberg? O di qualche ambientalista “allarmista”? No. Sono parole di un compassato Lyndon Johnson, rivolte al Congresso degli Stati Uniti nel lontano 8 febbraio 1965. All’epoca la scienza del clima era già giunta alla consapevolezza che i gas serra, dovuti all’uso umano di combustibili fossili, stavano alterando il clima in modo pericoloso. Peccato che poi non sia stato fatto quasi niente per fermare il riscaldamento globale. Come mai?

Nel 2010 Naomi Oreskes ed Erik Conway scrivevano: «Attualmente tutti gli scienziati del clima, fatta eccezione per una sparuta minoranza, sono convinti che il clima della Terra stia diventando più caldo e che le attività umane ne siano la causa dominante». Eppure, allora come oggi, gli statunitensi erano convinti che fra gli scienziati il dibattito fosse ancora aperto, che non si fossero ancora raggiunte ragionevoli certezze sul riscaldamento globale e sulle sue cause. Come mai?

Da un punto di vista storico la cosa è sorprendente perché gli studi sull’anidride carbonica (CO2) come gas serra risalgono addirittura al diciannovesimo secolo! Fu il fisico irlandese John Tyndall il primo a dimostrare sperimentalmente l’effetto serra. Alla fine dello stesso secolo, nel 1896, tre anni dopo la morte di Tyndall, il geochimico svedese Svante Arrhenius comprese che la CO2 prodotta dall’uomo e introdotta in atmosfera avrebbe potuto alterare il clima del nostro pianeta. Tre decenni dopo l’ingegnere Guy Callendar dimostrò che l’effetto serra era già rilevabile. Come mai non si fece niente per impedire la catastrofe climatica?

Nel 1979, su incarico del consigliere scientifico del presidente USA Jimmy Carter, un gruppo di climatologi coordinato da Jule Charney, fondatore della moderna modellistica numerica, redasse un rapporto sul clima piuttosto allarmante. La scienza del clima è complessa perché i fattori che incidono sui cambiamenti sono numerosi. Lo studio teneva conto anche di fenomeni, come il rimescolamento oceanico, che possono mitigare, o mascherare, gli effetti del riscaldamento globale. Nella prefazione Verner Suomi, altro eminente climatologo, avvertiva: «L’oceano, il grande e poderoso volano del sistema climatico globale, è in grado di mascherare, rallentandolo, il cambiamento climatico. Una politica del tipo ʻaspettiamo e vediamo’ potrebbe indurci ad aspettare fino a quando sarà troppo tardi». Gli scienziati erano consapevoli che i risultati da loro raggiunti avrebbero infastidito i politici.

Prima ancora che questo rapporto fosse pubblicato, un piccolo gruppo di economisti pubblicò una lettera che, pur non contenendo una valutazione scientifica completa, ebbe l’effetto che gli autori speravano. Vi si sosteneva una tesi non del tutto inedita. Si diceva che le incertezze erano ancora tante, che alcuni cambiamenti climatici sarebbero stati probabilmente compensati da risposte spontanee dei popoli e dei mercati: migrazioni e cambiamento dei prezzi dei combustibili fossili, con presumibile adozione di fonti di energia alternative non inquinanti. Era meglio non agire subito, non alterare l’andamento del libero mercato con interventi regolatori, ma soltanto finanziare ulteriori ricerche scientifiche. Proprio l’aspettiamo e vediamo paventato da Suomi! Il principale autore di questa famigerata lettera era un economista, non un esperto di clima! Si chiamava Thomas Schelling. Il succo della lettera era: «Non sappiamo abbastanza», anche se i climatologi erano convinti di saperne a sufficienza per valutare che fosse urgente agire! La considerazione di Oreskes e Conway è amara: «Considerando tutte le incertezze sottolineate da Schelling, la sua fiducia nel libero mercato sarebbe dovuta risultare sorprendente, e infatti le sue previsioni si sono rivelate completamente sbagliate: l’uso dei combustibili fossili ha continuato a crescere e il riscaldamento globale ha subito un’accelerazione». Altro aspetto sorprendente: mentre i climatologi che sostenevano fosse urgente agire portavano prove a sostegno delle proprie tesi,con i risultati di tantissimi studi che si andavano accumulando sul tema dall’altra parte gli economisti che invitavano a non intervenire e aspettare l’evoluzione degli eventi non presentavano alcuna prova a favore delle proprie tesi! La posizione di questi economisti, scettici sul riscaldamento globale, fu adottata negli USA dai politici repubblicani, da sempre schierati in difesa degli interessi delle grandi imprese e dell’industria del petrolio. «Non sappiamo abbastanza», «occorrono altri studi», furono slogan ripetuti infinite volte, nonostante l’opposto parere dei climatologi.

Nel 1988 fu creato l’IPCC, Intergovernmental Planel on Climate Change, in seno alle Nazioni Unite. Proprio quell’anno fu «uno degli anni più caldi e aridi della storia degli Stati Uniti». Sempre nel 1988 il senatore democratico Tim Wirth invitò il climatologo James E. Hansen a ben due successive audizioni. La prima fu ignorata dai media, ma la seconda ne ottenne l’attenzione. «Il New York Times mise la testimonianza di Hansen in prima pagina». Il riscaldamento globale non era più motivo di semplice preoccupazione, ma di vero e proprio allarme! Occorreva agire subito! «Hansen aveva catturato l’attenzione dei media come nessuno prima di lui». Il clamore mediatico fu tale che perfino il candidato repubblicano alla presidenza, George Bush padre, promise che avrebbe usato i poteri presidenziali per contrastare «l’effetto serra con l’effetto Casa Bianca»! La formula retorica era sicuramente efficace ma, ovviamente, poi Bush non fece granché.

Fu a questo punto che entrò in scena il George C. Marshall Institute, che era stato creato negli anni della presidenza Reagan per difendere la SDI, Strategic Defence Initiative, le cosiddette “Guerre Stellari”. Adesso la SDI – costosissima, impraticabile e pericolosa – era tramontata: il Marshall Institute non aveva più un nemico. Ne scelse uno nuovo: gli ambientalisti “allarmisti”. L’intervento fu pesante e fu portato avanti da tre fisici. Fisici, non climatologi! Uno era già stato protagonista della difesa degli interessi dell’industria del tabacco a discapito della salute dei fumatori e di chi gli stava vicino; tutti e tre avevano combattuto tenacemente a favore delle “Guerre Stellari” di Reagan. Adesso si scagliarono uniti contro la scienza del clima. Il primo passo non fu di negare il riscaldamento globale ma di attribuirlo all’effetto del Sole, ovvero a una causa sulla quale non possiamo agire. I dati portati a sostegno delle loro tesi non erano completi: avevano sistematicamente omesso tutti i risultati delle ricerche non compatibili con il loro punto di vista.

Le tesi del Marshall Institute furono prese in considerazione e rigettate dal primo rapporto dell’IPCC, del 1990. L’IPCC sosteneva, sulla scorta di sempre maggiori prove, che il riscaldamento globale nel secolo successivo, il nostro, «avrebbe prodotto cambiamenti ai quali l’uomo non aveva mai assistito prima». Il Marshall Institute ribadì le proprie infondate tesi in ulteriori pubblicazioni e interventi pubblici. Anche il Cato Institute, altro think tank conservatore e liberista, rilanciò il rapporto Marshall, nonostante ne fosse già stata dimostrata l’infondatezza. «Al Marshall erano orgogliosi dei loro risultati». In una lettera si vantavano che «la comunità scientifica sa che il rapporto Marshall è alla base dell’opposizione della amministrazione alla carbon tax e alle limitazioni dell’uso dei combustibili fossili». Inoltre affermavano che il Marshall Instistute «controlla ancora la Casa Bianca».

Uno degli episodi più squallidi della guerra alla scienza del clima fu l’attacco contro Roger Revelle. Oceanografo e tra i primi a studiare il riscaldamento globale, nel 1990 Revelle pubblicava un paper in cui si domandava che cosa potessimo fare sul cambiamento climatico. In particolare, studiò la possibilità che le foreste boreali, espandendosi in conseguenza del riscaldamento globale, potessero assorbire enormi quantità di CO2, la metà di quella immessa in atmosfera con l’uso dei combustibili fossili. Uno dei soliti fisici, che già avevano preso parte a precedenti battaglie contro la scienza, propose a Revelle di pubblicare un articolo insieme. Revelle era in condizioni di salute precarie, accettò ma poi ebbe un infarto. Nell’articolo si riprendevano ancora una volta le false tesi del Marshall Institute, si sottolineava l’esistenza di un disaccordo fra scienziati. In realtà, non c’era alcun disaccordo fra i climatologi ma soltanto tra questi e il Marshall Institute. Quando il fisico negazionista gli sottopose una bozza dell’articolo, Revelle corresse la cifra relativa alla previsione dell’innalzamento della temperatura se si fosse continuato a bruciare combustibili fossili. Non si sa se sorsero altri punti di disaccordo. Il fisico omise le cifre, che però erano fondamentali in quel contesto. L’articolo fu pubblicato su Cosmos, ma poco tempo dopo Revelle morì per un nuovo infarto. Sappiamo che Revelle fece in tempo a vedere pubblicato l’articolo, in cui compariva come secondo autore, e che mostrò imbarazzo perché Cosmos non era una rivista scientifica, non era soggetta alla peer review.

L’articolo serviva ai negazionisti perché si avvicinava la campagna elettorale del 1992. Il candidato democratico alla vicepresidenza, Al Gore, era stato allievo di Revelle. Nel suo libro Earth in the Balance criticava l’immobilismo dell’amministrazione Bush. Fu accusato, su diversi organi di stampa dell’area repubblicana più aggressiva, di non aver tenuto conto delle incertezze mostrate da Revelle nell’articolo su Cosmos. Ma quelle incertezze Revelle non le aveva mai avute e la frase “incriminata” era del fisico che l’aveva convinto a pubblicare insieme. Ne nacque una accesa polemica. Alcuni scienziati, che conoscevano bene Revelle e le sue posizioni sul riscaldamento globale, scrissero una lettera a Cosmos affermando che «la visione di Revelle era stata stravolta». La rivista, però, rifiutò di pubblicarla. La ospitò invece la testata scientifica Oceanography. «Ancora una volta le affermazioni non scientifiche erano circolate abbondantemente, mentre le contestazioni degli scienziati erano state divulgate solamente su media che normalmente venivano letti solo dagli stessi scienziati».

Un secondo, durissimo attacco alla scienza del clima fu sferrato contro Benjamin Santer, che aveva accettato l’incarico di “autore coordinatore principale” del nuovo rapporto che l’IPCC avrebbe pubblicato sul riscaldamento globale. Santer riunì «36 dei migliori scienziati del clima al mondo» e insieme portarono avanti un lavoro importantissimo. Che il riscaldamento globale fosse in atto era una certezza condivisa praticamente da tutti i climatologi. Che la causa principale fosse l’inquinamento umano era opinione comune degli scienziati, ma non era stato ancora provato. Il gruppo coordinato da Santer giunse a tale prova! Il rapporto, di cui aveva cominciato a circolare una bozza, sarebbe stato presentato il 27 novembre 1995 alla riunione plenaria dell’IPCC. Due settimane prima «la maggioranza repubblicana al Congresso degli Stati uniti lanciò un attacco preventivo». A una serie di audizioni venne invitato Patrick J. Michaels, noto scettico sui cambiamenti climatici. Michaels era un climatologo, esperto dell’influenza dei cambiamenti climatici sull’agricoltura. Da qualche anno si era accodato al gruppuscolo di fisici che attaccavano la scienza del clima, pubblicando un periodico, intitolato World Climatic Review, «finanziato almeno in parte dall’ambiente dei combustibili fossili». Michaels affermò che i risultati raggiunti dall’IPCC non fossero attendibili, ovviamente senza produrre prove della sua grave accusa.

All’apertura della sessione plenaria dell’IPCC a Madrid, Ben Santer presentò il rapporto, contenente il famoso capitolo 8, quello che individuava nell’uso dei combustibili fossili la causa principale del riscaldamento globale. «I delegati di Arabia Saudita e Kuwait si opposero immediatamente al capitolo 8. Il reporter del New York Times scrisse che gli Stati petroliferi avevano fatto causa comune con i lobbisti dell’industria americana per minare le conclusioni che emergevano dal capitolo 8. Il delegato unico del Kenia, ricorda Santer, “addirittura riteneva che non dovesse esserci un capitolo di rilevamento e attribuzione”».

I fisici che lavoravano per le industrie fossili lanciarono una serie di attacchi contro Santer e i risultati riportati nel suo rapporto. Asserirono che i dati fossero sbagliati, perché non consideravano i dati dai satelliti che invece erano stati valutati. Sostennero che l’IPCC non avesse tenuto conto di un rapporto governativo, senza specificare quale. Gli attacchi furono sferrati sia su riviste scientifiche, come Science, sia su quotidiani come il Wall Street Journal. Le accuse erano infondate ma venivano ripetute con veemenza, inducendo gli scienziati del clima a doversi difendere. Una per una, le accuse venivano smontate con repliche puntigliose, ma i negazionisti continuavano a reiterarle anche dopo che ne veniva mostrata la falsità.

«Si potrebbe essere tentati di ignorare l’intera storia, rubricandola come una guerra intestina alla comunità scientifica. Purtroppo, le affermazioni del Marshall Institute furono prese sul serio dalla Casa Bianca di Bush e vennero pubblicate dal Wall Street Journal, dove furono lette da milioni di persone di un certo livello culturale. Anche un certo numero di membri del Congresso le presero seriamente. Uno di loro, Dana Rohrabacher, nel 1995 propose una legge per tagliare di oltre un terzo i fondi per la ricerca sul clima, definita “scienza alla moda sostenuta da politici liberal-di sinistra, piuttosto che buona scienza”. Nel luglio 2003, il senatore James Inhofe definì il riscaldamento globale “la più grande truffa commessa ai danni del popolo americano”». Le reiterate e sempre più aggressive campagne di disinformazione avevano ottenuto il loro scopo. «Come fu possibile che un gruppo così esiguo di persone [i negazionisti] riuscisse ad avere così tanto peso?

Diamo per scontato che i grandi personaggi – come Gandhi, Kennedy, Martin Luther King – possano avere impatti positivi sul mondo. Ma siamo riluttanti ad ammettere che lo stesso sia vero per gli impatti negativi – tranne nel caso in cui gli individui siano mostri come Hitler o Stalin. In realtà, anche piccoli gruppi di persone possono avere degli impatti negativi assai pesanti, «specie se sono organizzati, determinati e hanno accesso al potere». Ecco come mai, nonostante l’enorme mole di risultati scientifici accumulatisi nei decenni sul riscaldamento globale di origine antropica, ancora all’inizio del millennio i cittadini statunitensi dubitavano, in maggioranza, che non fosse in corso un processo di riscaldamento globale e ritenevano che gli scienziati non fossero d’accordo tra loro né sull’entità di tale processo, né sulle sue cause. Le tesi negazioniste, pur essendo fortemente minoritarie e motivate politicamente, ma infondate scientificamente, avevano ottenuto grande visibilità sui mass media, che si erano attenuti alla regola di concedere spazio bilanciato ad entrambe le parti in causa: «questa forma di informazione “bilanciata” era in realtà un’informazione “deformata”».

«Questo divario tra livello effettivo della conoscenza scientifica e forma nella quale essa viene rappresentata dai principali media aiutò il governo a decidere di non fare nulla sul tema del riscaldamento globale». Quando, nel luglio 1997, due senatori proposero una mozione per bloccare l’adozione del Protocollo di Kyoto, fu approvata con 97 voti a favore e nessuno contro! «Se il riscaldamento globale era al momento un fatto scientificamente accettato, politicamente era morto».

Guerre stellari, piogge acide, buco dell’ozono, Ddt

Qualche passo indietro. Durante la presidenza Reagan alcuni degli scienziati, che avevano animato la battaglia contro la scienza e a favore dei produttori di tabacco, si impegnarono nella difesa dell’impraticabile progetto di Strategic Defense Initiative (SDI). La maggior parte degli scienziati competenti era concorde nel ritenere tale piano destabilizzante e irrealizzabile. I difensori dell’SDI arrivarono a sostenere che gli Stati uniti avrebbero potuto “vincere” una guerra nucleare. Per nostra fortuna le loro affermazioni non sono state sottoposte alla prova dei fatti, altrimenti oggi non saremmo qui.

Fra gli scienziati che spiegavano perché una guerra nucleare non avrebbe avuto vincitori, c’era Carl Sagan, astrofisico autorevole, noto al grande pubblico perché anche ottimo divulgatore. Sagan affermò che uno scambio nucleare anche limitato avrebbe prodotto un “inverno nucleare” minacciando la sopravvivenza della specie umana. Era l’opinione nettamente prevalente all’interno della comunità scientifica. I difensori dell’SDI usarono una strategia simile a quella provata nella battaglia pro fumo: «presentavano come certezze dei fatti completamente privi di riscontro». Questi personaggi, tutti falchi in politica, «avevano compreso l’importanza del linguaggio: era possibile demolire le affermazioni degli avversari insistendo che i loro argomenti non erano certi, e al contrario presentando le proprie tesi come certe». Il loro attacco alla scienza fu molto aggressivo e micidiale.

Seminare dubbi (infondati) fu la strategia utilizzata anche nel dibattito sulle piogge acide. L’inquinamento atmosferico, dovuto soprattutto ad alcune attività industriali, stava aumentando la concentrazione di zolfo nell’aria, uccidendo pesci e alberi in natura e, probabilmente, danneggiando anche l’uomo. Anche qui fra gli esperti c’era ampio consenso, sempre nuove ricerche davano risultati convergenti. Ridurre le emissioni inquinanti era possibile ma le industrie non lo trovavano conveniente, perché avrebbe comportato investimenti che preferivano evitare. La strategia fu di ripetere che non c’erano ancora certezze né sull’esistenza delle piogge acide, né sulle loro cause, né sui possibili effetti di una riduzione delle emissioni inquinanti. In un caso si arrivò persino alla soppressione di un documento scientifico i cui risultati, scientificamente corretti, non erano compatibili con la linea che il governo intendeva portare avanti. «Negli anni che seguirono, fino alla fine del secondo mandato, l’amministrazione Reagan non prese provvedimenti contro il problema delle piogge acide. Continuò a insistere che risolverlo costava troppo». Non era vero, ma funzionava. Le industrie più inquinanti poterono continuare ad avvelenare l’aria e il pianeta indisturbate.

In ogni battaglia contro la scienza, e in difesa di specifici interessi economici, il gruppuscolo di scienziati spacciatori di dubbi era più o meno sempre lo stesso. E simili erano, di volta in volta, le strategie adoperate. Quando si accertò che lo strato di ozono si andava assottigliando, si scatenò la consueta polemica contro le conclusioni della scienza. Si sapeva che la responsabilità principale della distruzione dell’ozono l’avevano i Cfc, i clorofluorocarburi. Ne erano già stati immessi in atmosfera milioni di tonnellate da bombolette spray, condizionatori e frigoriferi. I produttori di aerosol erogarono milioni di dollari in contratti di ricerca a favore di docenti universitari che screditassero gli studi sulla riduzione dello strato dell’ozono. Si sostennero due tesi fra loro in contraddizione: che non esisteva alcun buco dell’ozono, e che la responsabilità del buco fosse dei vulcani e non delle bombolette spray (dei Cfc). Lo scopo, ancora una volta, era seminare dubbi e creare confusione nell’opinione pubblica. Sebbene entrambe le tesi venissero smentite da vecchie e nuove evidenze sperimentali, continuarono ad essere ripetute fino agli anni Novanta. Questa battaglia, però, nel 1979 portò al bando dei Cfc come propellenti negli USA. L’industria si riorganizzò, cambiò alcuni aspetti della propria attività produttiva: i disastrosi danni economici, che erano stati annunciati per evitare il bando, non si verificarono. Un bando a livello mondiale arrivò quasi vent’anni dopo con il protocollo di Montreal.

Queste battaglie per la protezione del pianeta portarono alla formazione di due campi, per così dire. Da una parte gli scienziati seri, che portavano avanti le proprie ricerche per conoscere sempre meglio la natura e i suoi meccanismi. I loro risultati erano ripresi dagli ambientalisti, che gradualmente crescevano di numero. Dall’altra i think tank conservatori e liberisti, schierati a difesa degli interessi delle industrie più grandi, che li finanziavano generosamente. Cato Institute, American Enterprise Institute, Heritage Foundation, Competitive Enterprise Foundation e Marshall Insistute svilupparono posizioni sempre più aggressivamente anti-ambientalistiche.

Un’altra vicenda ricostruita da Oreskes e Conway è la campagna diffamatoria ordita contro Rachel Carson. Carson pubblicò nel 1962 Silent spring (Primavera silenziosa), libro di grande successo che diede un contributo fondamentale alla conoscenza dei danni del Ddt, e al suo successivo bando nel 1972. La disinformazione su Carson, diversi decenni dopo la sua morte, non serve tanto a tentare di reintrodurre l’uso del Ddt, quanto a contrastare qualsiasi regolamentazione su tabacco, Cfc, inquinamento da carbone e gas serra. «Mentre demonizzavano Rachel Carson, i sostenitori del libero mercato avevano capito che, se fossero riusciti a convincere l’opinione pubblica che un caso di successo come il bando governativo del Ddt in realtà era stato un errore, sarebbero stati rafforzati tutti gli argomenti di quanti si opponevano all’introduzione di normative in generale»… «La campagna di disinformazione continua tuttora sul web».

Mercanti di dubbi è un testo avvincente, per chi ama la scienza. Ricostruisce con vivacità le campagne di disinformazione orchestrate da pochi (scienziati e non) che però potevano contare su ingenti finanziamenti da parte di fondazioni e think tank liberisti, nonché su ottime entrature nelle stanze del potere e sui principali media a larga diffusione. Negli USA è stato pubblicato nel 2010. Intervistata da Emanuele Bompan, in occasione dell’edizione italiana del 2019, la storica Naomi Oreskes avverte che «oggi, con il boom orizzontale dei social, dove uno vale uno e l’opinione di un blogger pesa quanto quella non di un ricercatore ma addirittura di un panel di scienziati, il mercato del dubbio è scuramente in forte crescita».

Che cosa si può fare per contrastare la disinformazione? Tre cose, afferma Oreskes: 1) fare attenzione a come si crea confusione. 2) Valutare la strategia utilizzata dall’interlocutore: è finalizzata ad alimentare l’incertezza o a individuare soluzioni? 3) «Persistere. Ogni azione importante richiede uno sforzo continuo».

La Bottega del Barbieri

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