Messico: gli indocumentados divorati da “La Bestia”

di David Lifodi (*)

Alcuni mesi fa  Las Patronas hanno festeggiato i venti anni di attività: era il 5 febbraio 1995 quando un gruppo di donne dell’omonimo villaggio messicano di La Patrona (municipio di Amatlán, stato di Veracruz) decise di prestare soccorso e assistenza alle migliaia di indocumentados che ogni giorno osservavano viaggiare su “La Bestia”, il treno merci carico di migranti in cerca di fortuna negli Stati Uniti.

Gli indocumentados provenivano, e provengono tuttora, da tutto il Centroamerica: il viaggio è tutt’altro che di prima classe, anzi, il nome de “La Bestia”, o anche “Treno della morte”, deriva dalle drammatiche condizioni in cui affrontano il tragitto che separa i migranti dal sud del Messico agli Stati Uniti: viaggiano sui tetti dei vagoni, esposti ad ogni tipo di pericolo, e con il terrore di imbattersi nella polizia migratoria. Quel 5 febbraio 1995 Norma Romero, la fondatrice del gruppo, ricorda le richieste di aiuto dei migranti  provenienti dal treno che, in prossimità de La Patrona, aveva rallentato la sua velocità. Madre, tenemos hambre, regálanos un pan, supplicavano i migranti, sempre in viaggio anche con condizioni meteo avverse, dal freddo al caldo torrido. Norma e le sue sorelle, Rosa e Bernarda, lanciarono sul treno ciò che avevano, e da allora iniziarono un difficile lavoro di sensibilizzazione sociale nel loro pueblito per aiutare gli indocumentados, sfidando razzismo e indifferenza. Cominciarono preparando il pranzo per una trentina di persone e adesso, grazie alla crescita numerica del gruppo, riescono a rifocillare, per quanto possono, i migranti che sfidano la sorte viaggiando su “La Bestia”, nonostante il Plan Frontera Sur abbia dato un’ulteriore stretta all’immigrazione criminalizzando gli indocumentados in seguito agli input criminali del governo messicano. Passare dalla parola all’azione, per Las Patronas, ha significato sfidare i luoghi comuni sull’immigrazione dei loro stessi concittadini: spesso le donne, oltre a preparare il cibo per gli indocumentados, ospitano i migranti in condizioni di salute critiche dopo giorni e giorni di viaggio esposti alle intemperie. Dal governo, nessun aiuto: il comedor messo in piede da Norma e dalle sue sorelle è stato costruito su un terreno di proprietà del padre, senza alcun aiuto municipale o statale. Nel 2013 per Las Patronas è arrivato il Premio Nacional de Derechos Humanos en México, ma questo non è servito a sminuire le malignità sul loro conto: alcuni hanno messo in giro al voce che le donne vivano delle rimesse inviate loro dai migranti che riescono a raggiungere gli Stati Uniti, altri sostengono che il loro comedor è un negozio come tutti gli altri. Per fortuna, le donne godono della solidarietà di personalità da sempre impegnate a sostegno dei diritti dei migranti, da fray Tomás González a padre Alejandro Solalinde, dal vescovo di Saltillo Raúl Vera al sacerdote Pedro Pantoja, che lavora alla Posada del Migrante, sempre a Saltillo.  La voce de Las Patronas è una delle poche che si è sempre impegnata a fianco dei migranti ed ha contestato, fin dall’inizio, il Plan Frontera Sur, che li obbliga a cercare altre vie, che non siano il treno, per attraversare il Messico, con il rischio concreto di essere esposti agli attacchi delle bande criminali. Il rafforzamento della polizia di frontiera ha diminuito il numero dei temerari che utilizzano il “Treno della morte” per abbandonare il paese e raggiungere gli Stati Uniti, ma in compenso è cresciuto quello di coloro che attraversano il Messico per giorni e giorni, a piedi, senza acqua né cibo, costretti a guardarsi da una doppia criminalità: quella della malavita e quella di stato.  Inoltre, al Plan Frontera Sur messicano si è unito l’insuccesso della riforma migratoria Usa, seppellita definitivamente da un Congresso a maggioranza repubblicana. Addirittura, le deportazioni dei migranti sono aumentate e i licenziamenti dovuti a problemi burocratici sono cresciuti,  mentre il presidente Obama non si è impegnato a fondo per tutelare la comunità degli indocumentados. Solo el pueblo defiende el pueblo, hanno urlato nelle manifestazioni svoltesi in tutti gli Stati Uniti migranti regolari, attivisti, e indocumentados, che hanno fortemente contestato la Casa Bianca. La riforma migratoria avrebbe dovuto cancellare almeno alcuni degli aspetti più odiosi legati all’immigrazione, a partire dalla stretta amministrativa contro gli indocumentados (in particolare il rafforzamento della polizia di frontiera), peraltro connessi, in uno sconcertante corto circuito, all’implementazione dei trattati di libero commercio con il Centroamerica e l’America latina, che impoveriscono profondamente i milioni di persone che vivono in questi paesi. Dall’approvazione del Nafta, oltre venti anni fa, oltre otto milioni di messicani sono stati costretti alla migrazione forzata. Eppure, come dimostrava il lungometraggio di Sergio Arau Un día sin mexicanos (2004), se i lavoratori centroamericani sparissero dagli Stati Uniti, il paese si fermerebbe. Attualmente, dei 28,5 milioni di latinoamericani che vivono all’estero, quasi 21 risiedono negli Stati Uniti. Purtroppo la questione migratoria ha una valenza esclusivamente di ordine pubblico non solo  alla frontiera Usa: all’inizio degli anni 2000 i boliviani che raggiungevano l’Argentina venivano descritti come i responsabili di un’invasione silenziosa, ma pericolosa. L’argentino Pablo Ceriani, specializzato in Sociologia delle migrazioni, evidenzia che la polizia migratoria messicana nel solo 2014 ha deportato nei paesi di origine 21.500 minori provenienti da Honduras, Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Inoltre, come avviene a tutte le latitudini, prevalgono gli stessi stereotipi. In Argentina paraguayani e boliviani sono visti come un pericolo perché potrebbero togliere il lavoro agli argentini, mentre in realtà entrambi, pur svolgendo nella maggior parte dei casi lavori umili, contribuiscono alla ricchezza del paese. I media fanno la loro parte nel soffiare sul fuoco, evidenziano i furti commessi da boliviani e paraguayani e danno voce alla peggiore espressione della strada: por qué no volvés a tu país?

Al tempo stesso, in Argentina è in vigore da dieci anni la Ley de Migración 25.871: dal 2006 sono stati regolarizzati 736mila migranti di origine brasiliana, uruguayana, paraguayana, boliviana, colombiana, cilena, peruviana e venezuelana. Un esempio di inclusione a cui potrebbero ispirarsi anche gli Stati Uniti e il presidente Obama, vincitore di un Nobel per la Pace non troppo meritato.

 

(*) Oggi la “bottega” dalle 7 in poi ospita solo post legati alla guerra (non dichiarata) dell’Occidente a migranti e profughi.
Chiediamo  a chi ci legge di aiutarci prossimamente ad approfondire i temi che affrontiamo oggi; anche raccontando le storie di chi viene accolto e di chi viene respinto, di chi è dalla parte dei migranti e dei profughi e per questo viene “intimidito”(esemplare la vicenda di Radio Onda D’urto a Brescia), di chi nelle istituzioni alimenta il razzismo dei
fascioleghisti ma anche le voci di molte/i che si oppongono a ogni
razzismo e fascismo.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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