Oscar Arnulfo Romero. Beato fra i poveri

Recensione al libro di Geraldina Colotti (Edizioni Clichy)

di David Lifodi

“Perché per il povero contadino c’è lavoro soltanto nel periodo della raccolta del caffè, del cotone e della canna da zucchero? Perché questa società ha bisogno di contadini senza lavoro, di operai malpagati, di persone senza giusto salario? Questi meccanismi vanno scoperti non come fa chi studia sociologia o economia, ma da cristiani, per non essere complici di questa macchinazione che produce persone sempre più povere, emarginate, indigenti…”. Con questa omelia del 16 dicembre 1979, monsignor Romero denunciava non solo la crescente esclusione sociale di gran parte del salvadoregni, ma metteva sotto accusa le poche famiglie di latifondisti che tenevano in scacco l’intero paese.

Geraldina Colotti, nel suo libro Oscar Arnulfo Romero. Beato tra i poveri, racconta bene l’evoluzione della vita del sacerdote, definendolo una “figura complessa, fragile e visionaria come i poeti e i profeti, capace di spingersi al limite”. Complessa e fragile perché inizialmente, come tutti sanno, Romero era più vicino all’estabilishment che alle comunità di base. Se San Romero d’America non fa parte dei tanti preti e suore che in America Latina hanno scelto apertamente la guerriglia o comunque sostenuto le ragioni della lotta armata, la sua puntuale denuncia dei crimini compiuti dal potere rappresentava ogni giorno di più una spina nel fianco per il regime, nominando i carnefici nelle sue omelie e indicando anche i corpi di sicurezza a cui appartenevano, a partire dai fascisti dell’organizzazione paramilitare Orden (Organización Democrática Nacionalista). Fu così che, con disprezzo, la dittatura lo aveva ribattezzato Marxulfo al posto di Arnulfo. In realtà le riflessioni di monsignor Romero assomigliano molto a quelle del vescovo brasiliano Helder Camara, soprattutto quando quest’ultimo sottolineava come tutti gli dessero ragione se denunciava le ingiustizie sociali presenti in Brasile, per poi essere bollato come comunista non appena metteva si chiedeva il motivo dell’esclusione di cui era vittima gran parte della società brasiliana. “Sarebbe triste”, disse Romero in un’altra omelia, quella del 15 luglio 1979, “che in una patria dove si assassina in maniera così orrenda non annoverassimo tra le vittime anche i sacerdoti”. In realtà, purtroppo, come evidenzia Geraldina Colotti, fu proprio una parte della Chiesa a voltargli le spalle, una volta compreso che Romero non era più l’uomo dell’Opus Dei come molti speravano. Si trattava dei settori più reazionari e oltranzisti della gerarchia ecclesiastica, quelli che allora lasciarono da soli Romero, Rutilio Grande, Ernesto Cardenal e tanti altri religiosi progressisti in tutto il continente latinoamericano (a partire da papa Giovanni Paolo II, che invitò il sacerdote salvadoregno ad andare d’accordo con il regime e umiliò pubblicamente lo stesso Cardenal, “colpevole” di essere ministro nel governo sandinista) e oggi si adoperano  per rovesciare il presidente venezuelano Maduro, hanno inneggiato alla farsa che ha fatto cadere Fernando Lugo in Paraguay e si sono dati da fare per la cacciata di Manuel Zelaya dalla presidenza dell’Honduras, ad esempio il cardinale Rodriguez Maradiaga, responsabile inoltre di aver smantellato la Pastorale sociale di appoggio ai poveri e ai diritti umani del suo predecessore, monsignor José Carranza. Non è un caso, evidenzia Geraldina Colotti, che alla canonizzazione di Romero, arrivata dopo un iter lunghissimo e assai complesso, sia seguita la santificazione di tre religiosi uccisi dai guerriglieri peruviani di Sendero Luminoso nel 1991 in un tentativo di compensare quella, avvenuta di recente, del cosiddetto “vescovo rosso”.  Per l’eliminazione di Ignacio Ellacuria, Rutilio Grande e le torture inflitte al gesuita Jorge Sarsaneda, solo per fare alcuni esempi, la Chiesa non si è mai attivata e anzi, ai giorni nostri, ha sempre visto con sconcerto l’orgoglio con cui alcuni presidenti che governano per il “socialismo del XXI secolo” (da Correa al defunto Hugo Chávez) si sono dichiarati cristiani. Per fortuna, scrive Geraldina Colotti, “quando il gesuita Bergoglio viene eletto papa, si rafforza la necessità di ricordare una figura di resistenza come quella di Romero. E la battaglia per la verità portata avanti in Guatemala da chi non dimentica il vescovo Juan Gerardi (ucciso dai militari il 26 aprile 1998), si unisce a quella di chi non si rassegna a pacificare nei medesimi meccanismi di dominio l’eredità della resistenza alle dittature degli anni ’70 e ’80”.

Monsignor Romero viene ucciso il 24 marzo 1980 in chiesa, durante la messa. Il mandante morale è Roberto D’Aubuisson, comandante degli squadroni della morte e a cui l’attuale sindaco di San Salvador ha deciso di intitolargli una via. Il regime era sicuro, con l’omicidio del sacerdote, di mettere a tacere una delle voci profetiche del popolo salvadoregno, ma per fortuna non è andata così. In occasione delle ultime due elezioni presidenziali, che finalmente hanno visto trionfare la coalizione efemelista, la gente è scesa in strada cantando Se ve, se siente, Romero està presente! E questo slogan, insieme al ricordo dei tanti preti e suore uccisi dalle dittature di tutta l’America Latina, ma ancora presenti nella mistica e nelle pratiche politiche dei movimenti sociali, fanno capire che per la Chiesa conservatrice del continente la strada per fare proseliti sarà ancora molto lunga e difficile. Per fortuna.

 

Oscar Arnulfo Romero. Beato fra i poveri

di Geraldina Colotti

Edizioni Clichy – Firenze, 2015

Pagg. 115, € 7,90

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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