Qatar 2022: aggiornamenti / 9

Riproponiamo un articolo di Alessandro Ghebreigziabiher sui “mondiali d’acqua” e la recensione di David Lifod al libro di Riccardo Noury. A seguire tre link e la rubrica di Valori.it.

La “bottega” continua a denunciare i mondiali della vergogna partiti sulla base di 64 partite e 6500 morti.

Qatar 2022: i Mondiali dello sfruttamento

di David Lifodi

Il libro di Riccardo Noury denuncia il dramma dei lavoratori migranti ridotti in schiavitù nel Qatar che ospita l’edizione 2022 della Coppa del Mondo di calcio. Turni di lavoro massacranti in condizioni climatiche impossibili sono la causa di gran parte delle morti degli operai giunti nel ricco Stato del Golfo Persico nel disinteresse della Fifa e di gran parte delle istituzioni internazionali.

Dal 21 novembre, in Qatar, una delle edizioni più controverse della “Coppa del Mondo” di calcio.

Da un lato il gran numero di operai morti nei cantieri per la costruzione degli stadi e, dall’altro, le violazioni dei diritti umani che avvengono quotidianamente nel piccolo e ricchissimo stato del Golfo persico non sono servite a far recedere i vertici del calcio mondiale dall’organizzare i mondiali nel paese governato dalla famiglia al-Thani.

Nel suo libro Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento, Riccardo Noury ha indagato in particolare sugli aspetti legati allo sportwashing e al whitewashing, il sistema utilizzato da molti regimi autoritari per ripulire la loro immagine a livello internazionale, a partire da un dato incontrovertibile: il calcio professionistico è vorace.

A sottolinearlo è il giornalista e radiocronista sportivo Riccardo Cucchi che, nella sua prefazione, sottolinea che lo sport dovrebbe essere esportatore di valori e ricorda come in un’edizione di Radio Anch’io sport, curata per Radio 1, già diversi anni fa, avesse denunciato le morti di operai provenienti dall’Asia e impiegati nei cantieri per la costruzione degli stadi in condizioni di vera e propria schiavitù.

Sempre Cucchi evidenzia le contraddizioni tra il lavoro del settore della Responsabilità sociale del calcio istituito dall’Uefa per il periodo 2021-2030, all’insegna dell’uguaglianza, della lotta al razzismo, del benessere e salute, solidarietà e diritti e quella che, innegabilmente, si appresta ad essere una Coppa del Mondo decisamente sanguinosa.

Definito da Noury come la «casa assai precaria di oltre due milioni di lavoratori e lavoratrici migranti, provenienti dall’Asia e dall’Africa, che hanno pagato grandi somme alle agenzie di impiego – spesso illegali – per trovare lavoro nel settore delle costruzioni, dell’ospitalità, della logistica e dell’assistenza domestica», il Qatar ha aggirato con facilità l’articolo 2 del Programma di cooperazione sottoscritto nel 2017 con l’International Labour Organization, in base alla quale, in favore dei lavoratori, avrebbe dovuto essere applicata una politica di sicurezza e salute, un registro degli incidenti sul lavoro e delle malattie occupazionali.

Astutamente, gran parte dei decessi sono stati stati classificati come “cause naturali”, “sconosciute” o “arresto cardiaco”, senza alcun riferimento alle condizioni di lavoro. Eppure, nota Noury, se così facendo il Qatar ha evitato di farle passare come “morti sul lavoro”, possono essere senza dubbio definite come “morti di lavoro”.

E così, di fronte agli operai costretti a lavorare con temperature altissime, sette giorni su sette per dodici ore, la Fifa si è voltata dall’altra parte, mentre grazie a questo stratagemma le famiglie dei lavoratori deceduti non hanno potuto nemmeno chiedere un risarcimento. È stata Amnesty International a invitare la Fifa a risarcire con almeno 440 milioni di dollari le famiglie degli operai.

E ancora, è stato grazie al rapporto di Amnesty International “Verifica 2021: a un anno dai Mondiali di calcio 2022”, che è emersa la storia di sei lavoratori partiti da Bangladesh e Nepal verso il Qatar deceduti in circostanze mai chiarite.

Noury descrive bene il sistema di schiavitù che costringe i lavoratori a tacere denunciando il sistema della kafala, un meccanismo capestro che obbliga gli operai giunti in Qatar a dover accettare la confisca del passaporto e l’autorizzazione, vincolante, a lasciare il paese, attraverso un “certificato di non obiezione”.

A questo proposito, è significativo quanto accaduto in relazione alla costruzione e alla consegna dello stadio “al-Bayt”, di cui era responsabile Aspire Zone Foundation (Aspire), un’organizzazione finanziata dal governo del Qatar. Affidata l’edificazione a Gsic-Joint Venture, che nel 2017 ha subappaltato a Qatar Meta Coast la costruzione di alcune parti dell’impianto, quest’ultima si è adoperata per assumere un centinaio di operai migranti che, da agosto 2019 a marzo 2020 non sono stati più pagati.

In questo caso, evidenzia Noury, al termine dei Mondiali lo stadio diventerà una struttura di Aspetar, società di servizi di medicina sportiva che ha una partnership con il Paris Saint-Germain.

Qui emerge un altro aspetto poco edificante legato alle proprietà di grandi club e non solo. Qual è il tifoso che non sogna di vedere la sua squadra del cuore acquistata da uno sceicco del Qatar o dell’Arabia saudita per vederla ai vertici del calcio? Il rovescio della medaglia, in questo caso, è rappresentato dai crescenti profitti sulla pelle dei lavoratori. Da due anni, anche la nostra finale di Supercoppa italiana si gioca in Arabia saudita per volere della Lega Calcio con l’accondiscendenza delle squadre italiane che la disputano.

Il compito del giornalista è quello di svolgere il ruolo di sentinella, ha ricordato Riccardo Cucchi: sarebbe bello se la stampa sportiva (e non solo), oltre a raccontare l’esito delle partite e le gesta dei calciatori, parlasse di questi Mondiali insanguinati. Lo deve ai lavoratori migranti e alle loro famiglie.

Qatar 2022, i mondiali dello sfruttamento

di Riccardo Noury

Infinito Edizioni, 2022

Pagg. 84 12

Campionato del mondo dell’acqua

di Alessandro Ghebreigziabiher (*)

Non manca tanto, amici. Resistete, vi prego.
Tra poco più di un mese il grande spettacolo avrà inizio.
Ma chi l’avrebbe detto che sarebbe stata l’occasione per fare qualcosa di
giusto, solidale, in una sola parola, umano?
A quanto pare, nonostante
l’impatto ambientale sia considerevole e i costi esorbitanti, forse per una volta il fine giustificherà i mezzi.
Perché, udite udite, dall’inizio del torneo, per circa tre settimane ben
140 campi riceveranno almeno 10.000 litri di acqua al giorno. Acqua dolce, chiaro? Preventivamente desalinizzata, con tutti gli sforzi economici e industriali del caso, oltre a quelli ambientali, come già detto. Ma questa è l’occasione di chiudere un occhio, perché è in gioco la sopravvivenza dei nostri simili maggiormente in difficoltà.
Adesso non li ho contati tutti, ma
140 campi è un numero importante, caspita, e 10.000 litri di acqua da bere al giorno rappresentano una vera manna dal cielo, anzi dal mare.
Sto pensando ovviamente ai
campi con il maggior numero di abitanti, come quello di Bidi Bidi, in Uganda, con i suoi 270.000 rifugiati in fuga dalla guerra civile in Sud Sudan, e quello di Kutupalong, nel Bangladesh, il quale ospita rifugiati Rohingya, e compete al precedente il triste primato di presenze.
Diecimila litri d’acqua al giorno sarebbero un’incredibile benedizione, lì dove anche solo un sorso è in grado di influire sulla possibilità di sopravvivere all’indomani.
Ma l’elenco è lungo ed è davvero bello poter annunciare tale magnifica notizia.
Immagino la gioia negli altri campi africani, come ovviamente quello di
Dadaab, in Kenia, per la maggior parte abitato da rifugiati somali a causa pure stavolta di una maledetta guerracivile”, anche se mi sfugge il motivo per il quale ci ostiniamo a chiamarla ancora così. Cosa c’è di civile nello sterminare intere generazioni? Mah…
Certo, sappiamo tutti da dove proviene una
parte essenziale delle responsabilità di tali tragedie e non è di certo roba locale, o almeno dovremmo saperlo.
Nondimeno, questo non è il momento delle condanne, bensì degli applausi e dei ringraziamenti. Quando i
ricchi dello sport e del petrolio si uniscono per fare qualcosa di buono gli va riconosciuto, punto.
È cosa c’è di maggiormente buono dell’acqua? Lo sanno meglio di ciascuno di noi, in disperato ordine più che sparso, i
rifugiati siriani nel campo profughi di Zaatari, in Giordania e i cittadini migranti in quello di Traiskirchen, in Austria, i rifugiati Tamil nel campo di Mandapam, in India, o di nuovo quelli sudanesi nel campo di Pugnido, uno dei molti in Etiopia.
Ma, come ricordato, la lista è davvero imponente tra Africa, Asia e in particolare il Medio Oriente, dai campi in Pakistan a quelli nel Burundi, in Algeria e Thailandia, Yemen e Ruanda.
Un vero e proprio campionato del mondo tra comunità che si fanno squadra in ogni istante, corpo unico tra chi ha bisogno d’aiuto e chi attraversa il confine o il mondo intero per dare una mano.
Un tabellone di sfide contro la sete e anche la fame i cui giocatori e le loro azioni più coraggiose dovrebbero appassionarci tutti, anche perché l’esito favorevole è
la vittoria che si chiama sopravvivenza.
Be’, non rappresentano la risoluzione di ogni problema e non offrono di certo garanzie assolute per il successo finale, ma con
10.000 litri d’acqua si aiuta vincere un po’ tutti, e non è questo il significato più nobile dello sport?

Ecco, chiedo scusa… ma mi sono fatto prendere dall’entusiasmo.
O l’eccesso di fiducia, fate voi, ma ho frainteso come talvolta mi accade, con l’età che avanza. A quanto pare quella montagna d’acqua che aiuterebbe a prolungare la vita di milioni di esseri umani, per la maggior parte donne e bambini, servirà a rinfrescare un altro di tipo di
campi.
10.000 litri d’acqua al giorno per 140 campi di calcio in vista delle partite ufficiali dei prossimi Mondiali in Quatar e altrettanto perfino per i 130 dedicati agli allenamenti.
A voi le moltiplicazioni, le debite somme e le inevitabili sottrazioni…

(*) ripreso da Storie e Notizie (numero 2067) che la “bottega” ospita a ogni uscita; chi vuole trovarle deve scorrere il colonnino di sinistra.

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NOTA DELLA “BOTTEGA”

Da quando la FIFA ha assegnato al Qatar i mondiali almeno 6500 lavoratori sono morti mentre costruivano le infrastrutture per le gare.

In Qatar i diritti umani sono quotidianamente calpestati. Ma il Qatar è così schifosamente ricco che i grandi media italiani (schifosamente servi) vedono solo tiri, parate, gol. Problemi? Sangue? Giustizia? Dignità umana?

Lo spettacolo a ogni costo.

Questo piccolo blog ha scelto di stare contro ogni fascismo e questi Mondiali ne sono parte. Abbiamo scritto Boicottare (ogni giorno) i mondiali di calcio in Qatar e così faremo fino al 18 dicembre. Grazie a chi ci segnalerà riflessioni, notizie e iniziative ma anche le punte massime dello “schifezzario” che passa per giornalismo.

 

 

 

Redazione
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