Sabina, “i rossi” e i vel-Eni

L’editore si chiama Coniglio ma decisamente dovrebbe cambiare il nome in Leone. Questo è un libro coraggioso. Ma nell’Italia attuale gira poco coraggio: a esempio nelle redazioni non se ne trova quel minimo per “dispiacere” l’Eni, qualunque cosa faccia qui nel “bel Paese” o fuori. Controprova: da settembre a oggi giornaliste/i hanno mantenuto un silenzio quasi totale sul libro di una collega che pure, si ammette sottovoce, nel suo lavoro è documentata, pignola, insomma inattaccabile.

Ma cosa rivela di così sconvolgente Sabina Morandi nel suo «C’è un problema con l’Eni» (208 pagine per 14,50 euri) ovvero «Il cane nero si è pappato i rossi – come insabbiare un’inchiesta e liberarsi del giornalista» da giustificare quel doppio, allarmante sotto-titolo? E’ subito evidente dalla copertina chi è il “cane nero” (a 6 zampe) ma chi sono “i rossi”?

Occorre sottolineare due questioni generali. La prima – scrive nella introduzione Morandi – è che «nell’arco di 5 anni quello che prima scrivevi tranquillamente per Donna Moderna o Le scienze potevi sperare di vederlo pubblicato soltanto su il manifesto o su Liberazione. I veti incrociati hanno stretto le maglie fino all’inverosimile e sono pochissime le storie che possono passare […] Niente guerra, poco petrolio, esteri contingentati e sottoposti alla supervisione delle alte sfere». La libertà di informare resiste soltanto in teoria o se preferite è un viziaccio praticato da pochi maniaci mentre i (presunti) grandi giornalisti italiani fanno «ooooooh» quando Wikileas “rivela” quello che quasi tutti sanno… solo leggendo la migliore stampa estera.

Il secondo passaggio rilevante è a circa metà del libro: «Senza rendermene conto, seguendo anzi un percorso legato alla mia formazione – approccio scientifico, dati e crudi numeri – avevo varcato il confine invisibile che separa quello che si può da quel che non si può scrivere». E i “rossi” – il quotidiano «Liberazione» (citato prima dalla Morandi, ricordate?, come eccezione al coro dei “silenziati”) – emarginano e poi fanno fuori la giornalista non gradita all’Eni.

Il primo articolo che il libro ripropone è del 2 ottobre 2003: sul quasi ignoto progetto del mega-oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyan, che «fa comodo a Bush» e viene costruito «con i nostri soldi». Poi la giornalista torna sui pericolosi «giochi caucasici» in cui l’Eni è impantanata. Nel 2004 uno degli obiettivi di Bush è «Attaccare l’Iraq per colpire l’Europa», come titola la Morandi che sostiene la sua tesi con il rigore dei numeri ma anche intervistando Benito Li Vigni, stretto collaboratore di Enrico Mattei e dirigente Agip. A questo punto chi, anche dentro l’Eni, apprezza il lavoro della Morandi inizia ad aiutarla – sotto banco – fornendo «statistiche secretate, copie di documenti interni, contratti» cioè informazioni che in democrazia dovrebbero essere disponibili. D-o-v-r-e-b-b-e-r-o.

Anche sulla politica dell’Eni in Nigeria (su codesto blog se ne è già parlato visto che molti prevedono che sarà lì “il prossimo Golfo”) la giornalista incalza; ricordando fra l’altro «la jeep con il noto cane a 6 zampe sulla fiancata e la mitragliatrice sul tetto», prestata all’esercito per sparare sulle proteste popolari.

Seguendo per «Liberazione» (ora diretta da Piero Sansonetti) le vicende energetiche, Morandi racconta le truppe italiane che a Nassirya difendono i pozzi dell’Eni e non la democrazia, le proteste in Italia di gruppi ecologisti dell’Ecuador, la «finta crisi del gas» e i falsi a cascata del 2006.A questo punto l’azienda la contatta: prima amichevolmente, poi meno. Lei prosegue il suo lavoro e anzi indaga sui cittadini (a Rovigo e a Livorno per esempio) «trasformati in cavie». E’ qui forse il confine invisibile: «strilla quanto ti pare su quello che succede all’estero ma non rompere le scatole in casa». Sarà per questo che dalla memoria dei giornalisti italiani scompaiono rapidamente i morti, le tragedie e i vel-ENI di casa nostra: dall’Enichem di Manfredonia alla Gres di Crotone (se non sapete di cosa sto parlando recuperate il lungo articolo di Silvio Messinetti su «il manifesto» del 25 novembre 2010).

Ove mai su codesto blog fossero di passaggio aspiranti giornaliste/i vivamente consiglierei le riflessioni di Morandi sul «segreto di Pulcinella» e su come si viene espulsi «gradualmente» (pagg 10-11), sul «rumore» all’epoca di Internet (pag 13), su «i più vicini alla verità» (17), sulla «strada per l’autocensura» (38) e su Lucia Annunziata (pagina 126). Ci sono poi parole che, da sole, valgono un libro: segnalo il «quindi» a pagina 142.

C’è anche – nelle prime pagine – un ragionamento di lungo respiro sul «grande gioco» del petrolio. Morandi nota che siamo fermi al 1999 (quando «D’Alema bombardava la Jugoslavia per conto degli americani») o al 2001, «quando gli Usa litigavano con i talebani sulle royalties per il passaggio dell’oleodotto Unocal, che è tuttora il motivo per cui siamo in Afghanistan con i nostri soldati». Se si deve credere ai politologi «il mondo non sarebbe più stato lo stesso» e invece – scrive Sabina Morandi – «dal punto di vista della politica energetica l’11 settembre è stato appena uno spostamento d’aria» verso «la ricolonizzazione dei Paesi petroliferi per l’assalto finale al petrolio in via di esaurimento. Non è una teoria politica, è storia». Si poteva portare avanti una politica energetica nuova e invece l’Occidente si ritrova «altri decenni di odio e un mostruoso ritardo (…) avrebbe potuto sfruttare al meglio il proprio benessere per riconvertirsi prima degli altri – se solo, allora come ora, non avessero comandato i petrolieri».

Mi fermo perchè lo spazio d’una recensione è minimo e comunque le analisi e i retroscena di «C’è un problema con l’Eni» vanno letti per intero non sintetizzati in poche righe. Sabina Morandi intreccia le sue vicende personali con la politica energetica italiana non per narcisismo ma per mostrare, passo passo, che una giornalista come lei che fa bene il mestiere venga censurata, strumentalizzata (per procacciare pubblicità in cambio della “museruola”) e poi cacciata dal giornale di un partito che, per inciso, si dice di estrema sinistra e dunque dovrebbe avere un minimo di autonomia dal capitale privato e/o para-statale.

Ben spiega l’autrice nella introduzione che è meglio evitare ogni «auto-commiserazione», pensando a cosa hanno pagato molte persone – come Anna Politkovskaia – per fare giornalismo vero. E’ bene sapere che in Italia negli ultimi anni si sono spesi pochi soldi in pallottole per far tacere le voci libere ma invece a molte/i è stato imposto, con metodio meno eclatanti, il bavaglio nei grandi (o sedicenti tali) come nei piccoli media.

Un libro importante oltre che coraggioso. Forse le domande vanno oltre la stessa Eni e la sua politica. Ha circolato, nel secolo scorso, l’idea che una «dittatura del proletariato» fosse buona cosa ma furono disastri; intanto a livello mondiale continuava imperterrita la silenziosa «dittatura del petrolierato». Della prima non si parla più, pur se il proletariato c’è sempre; dell’altra dittatura paghiamo invece i costi ogni giorno…. anche se paradossalmente il petrolio sta finendo.

Redazione
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12 commenti

  • ma tu la conosci? la Morandi, intendo…. perchè io vorrei sapere di più (sarebbe il mio prossimo articolo de le afriche) sul prossimo oleodotto che dal kivu porta a kinshasa o dintorni. eni è forse parte del gioco. cerco ancora conferme…. evviva, scordiamoci la bellezza dei gandi laghi e spieghiamoci qualcosina in più degli utlimi 10 anni di guerra (ops non si può scrivere di guerra se non è santa)

  • Filmati da Nassirya interessantissimi che supportano le tesi del libro…

  • Ti ringrazio per l’analisi approfondita e per il tifo, ma soprattutto per avere interrotto il proverbiale “assordante silenzio” con vengono accolti libri fastidiosi e inchieste scomode in questo paese. Insomma, se le informazioni arrivano a qualcuno malgrado l’ostracismo, e il meccanismo della critica e della sana diffidenza democratica viene messo in moto, allora il gioco ha un senso. Perchè, dopo un po’, da soli a ringhiare contro una megaimpresa onnipresente, si rischia di sentirsi un po’ folli, come la barzelletta sul matto che imbocca l’autostrada al contrario chiedendosi perchè vanno tutti contromano…
    Quanto a Coniglio sono penamente d’accordo. E va detto che il suo coraggio si fonda su un’indipendenza costruita e mantenuta faticosamente giorno per giorno. Aproffitto per segnalare il suo prossimo – e mio – ruggito: “La guerra dei droni”, tanto per dormire sonni tranquilli…
    besos
    sabina

  • PS: per Donataf
    sull’oleodotto kivu kinshasa vai nel sito della Campagna per la riforma della banca mondiale, Crbm.org, lì trovi molto materiale sull’africa

  • Poco fa ho sentito un amico che mi ha fatto notare due imprecisioni (a me pare linguistiche più che di contenuto) nella mia recensione.
    La prima è che usando la parola “ora” (dove scrivo “ora diretta da Piero Sansonetti) posso far pensare che mi riferisca all’oggi. Sono i guai del “presente storico” e della (mia) fretta. Ovviamente il direttore di “Liberazione” non è più Sansonetti… (che è in tutt’altre acque immerso); se sostituite “ora” con “allora” tutto è più chiaro.
    La seconda imprecisione è legata alle espressioni “fanno fuori” prima e “cacciata dal giornale di un partito…”: il mio amico lamenta che scrivendo così faccio capire che Sabina Morandi è stata licenziata e a lui non risulta così, “se n’è andata lei” mi dice. Ovviamente ci sono molti modi di cacciare le persone e/o di costringerle a licenziarsi. Può darsi che quelle due mie frasi “forzino” ciò che scrive Morandi ma, in tutta sincerità, a me pare la sostanza dei fatti sia quella. A fine libro Sabina Morandi scrive: “mentre il petrolio galoppava verso i 100 dollari al barile e la Nigeria precipitava nella guerra civile, io mi occupavo di Coca Cola, di fabbriche cinesi e di vertenze il più lontane possibili dall’Italia”. E il libro si chiude con la choccante frase – “lo dissi tutto d’un fiato, praticamente senza passare per il cervello” – di Sabina Morandi alla funzionaria dell’Eni che le chiede “come va?” e alla quale risponde: “Come vuoi che vada? Male, visto che vi siete comprati il mio giornale”.
    So bene che ci sono sempre un mucchio di problemi e non uno o due per volta: nel caso di “Liberazione” e di Sabina Morandi sicuramente avrà pesato il dissidio politico che spaccò il partito della Rifondazione comunista.
    Restano aperte due questioni.
    La più importante riguarda i “vel-ENI” (materiali, simbolici e informativi) che “la dittatura del PETROLierato” ci impone e sui quali il libro di Sabina Morandi ci dà preziose notizie e un intelligente ragionare.
    La seconda concerne “Liberazione” (un quotidiano al quale oltretutto collaboro): se il libro di Morandi tocca ferite dolorose del recente passato è umanamente comprensibile che si preferisca lasciar perdere ma politicamente (e giornalisticamente) è un grave errore. A mio parere proprio la redazione di “Liberazione” dovrebbe volere che “C’è un problema con l’Eni” sia recensito: o per contestarne le inesattezze – poche o molte? di forma o di sostanza? – oppure partendo dal libro per fare una sorta di autocritica e spiegare che quel tipo di errori (riassumo rozzamente: imbavagliare una giornalista scomoda in cambio di pubblicità) non si ripeterà. In vicende simili il silenzio è sempre una brutta scelta. Grazie a chi vorrà intervenire. A me pare che comunque la questione non riguardi solo “Liberazione” ma la libertò di essere informate/i. (db)

  • per precisare:
    non sono stata cacciata da Liberazione perchè davo fastidio all’Eni, mi hanno solo fatto smettere di scrivere di petrolio (come racconto nel libro). Quello che è successo, come hai intuito, è che quando c’è stato lo scontro Ferrero-Vendola, malgrado DODICI anni di lavoro indefesso, non ero sulla “lista dei buoni” di nessuno…
    Chi ti ha detto che me ne sono andata di mia spontanea volontà e che nessuno mi ha licenziata ha perfettamente ragione, anche perchè nessuno mi aveva mai assunta. Me ne sono andata perchè hanno semplicemente smesso di pagarmi e, dopo quattro mesi che non arrivava lo stipendio e che nessuno rispondeva alle mie sollecitazioni, non
    mi restava altra scelta. Resta il fatto che l’editore non ha mai ritenuto necessario beneficiarmi di un contratto di lavoro – malgrado le promesse a riguardo di tutti i direttori, compreso Sansonetti.
    In sostanza, dopo DODICI anni di collaborazione quotidiana pagata “a pezzo” – anche quando ne scrivevo due al giorno – non ho ricevuto nemmeno una
    telefonata di commiato, non parliamo poi di ammortizzatori sociali, liquidazioni o quant’alttro. Va detto che sono stati incredibilmente stupidi, oltre che spietati: per ottenere i pagamenti pregressi mi hanno costretta ad andare
    dall’avvocato e lì, finalmente, ho capito quanto mi avevano spremuto. Per questo ora saranno i giudici del lavoro a decidere se il comportamento dei “compagni” è stato corretto…
    ciao ciao
    sabina

  • Già, li conosciamo questi “compagni” che scrivono di Marchionne e poi si comportano alla stessa maniera …

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