Kurdistan-Turchia : se tutto è ancora possibile fra …

.. fra catastrofi e speranze. Un comunicato del «Movimento ecologico della Mesopotamia»; un articolo di Chiara Cruciati; Francesco Masala sui film del regista Altay; il compleanno di Zehra Dogan raccontato da un “ex collega” di prigione; un libro importante … e alcuni link

 

Il «Movimento ecologico della Mesopotamia» ha rilasciato una dichiarazione scritta sulle politiche di deforestazione, richiamando l’attenzione sui massacri ecologici nella regione e in Turchia.

La Mesopotamia è un luogo di tappe importanti, a cominciare dalla ricerca della vita e dando forma alle prime forme di organizzazione sociale, come il bisogno di cibo e di riparo. La sua struttura naturale, che permette di realizzare la socializzazione ai massimi livelli, ne ha fatto un territorio importante dove sono venute alla luce molte etnie, lingue, culture e strutture religiose. La modernità capitalista, d’altra parte, e il suo apparato ideologico, lo stato-nazione, hanno trasformato la Mesopotamia in un campo di battaglia. In Mesopotamia, l’ambiente si è trasformato in un terreno di morte e annientamento. Conflitti senza fine provocano pulizia etnica, stupri e torture sistematiche di centinaia di migliaia di persone, in particolare donne e bambini, nonché danni irreparabili e la distruzione dell’intero spazio vitale. La Mesopotamia sta affrontando un’apocalisse”.

L’ecosistema idrico viene distrutto

Sottolineando che milioni di persone hanno perso la vita a causa delle guerre create dallo stato-nazione e dalla mentalità imperialista dopo la Guerra del Golfo, la dichiarazione rileva che “migliaia di persone sono trascinate in un processo poco chiaro da ondate di immigrazione che sono a un livello che aprirà la strada alla migrazione tribale. Come risultato della distruzione della guerra, le risorse idriche sono state esaurite, le foreste sono state bruciate e depredate e milioni di ettari di terreni agricoli sono diventati avvelenati e sterili. Le guerre degli stati-nazione nella regione, dove il sistema capitalista globale esercita il potere, si trasformano in conflitti sulla geografia e sulle risorse naturali. Mentre i canneti dell’Iraq/ Bassora vengono distrutti, il lago iraniano di Urmia viene prosciugato e i boschi siriani vengono bombardati. Il flusso dei fiumi, che viene controllato dall’argomentazione che gli stati della regione richiedono elettricità e acqua, è stato alterato.Valli, aree forestali della fascia medio-bassa, aree agricole e insediamenti sono stati allagati quando sono state costruite dighe e centrali idroelettriche sui fiumi Tigri, Eufrate, Aras e Munzur. D’altra parte l’ambiente idrico viene distrutto a causa dell’ostruzione della direzione del flusso”.

Il saccheggio non può essere legittimato

Nella dichiarazione sono state fatte anche le seguenti osservazioni: “Oltre alla devastazione e alla distruzione generate dalle guerre, i calcoli politici quotidiani creano l’illusione che ci sia bisogno di combustibili fossili.Continua lo sviluppo delle centrali termoelettriche, geotermiche e nucleari, nonostante le buone notizie sul gas naturale.In Turchia, il saccheggio della natura si è intensificato, soprattutto con il progredire della pandemia di Covid. Gli alberi vengono tagliati per le cave a İkizdere, mentre a Cudi, Lice e Bingöl vengono tagliati per motivi di sicurezza. Le aree forestali sono concesse a edifici, turisti e società energetiche modificando regolamenti e legislazioni per motivi di “interesse pubblico”. Il provvedimento di conferimento degli ulivi è stato stabilito nel più recente regolamento nel caso in cui le attività estrattive per la produzione di energia elettrica coincidano con le aree designate ad oliveto nel catasto fondiario. Negli ultimi tre mesi centinaia di ettari di foresta sono stati designati come foresta. In questo secolo in cui il problema climatico è peggiorato, la distruzione degli spazi di vita e dei valori culturali, così come la legittimazione del saccheggio attraverso i regolamenti è inaccettabile”.

Mentre sta succedendo succedendo tutto questo, il Movimento ecologico della Mesopotamia sta lanciando una campagna di semina in tutta la Mesopotamia che durerà fino alla fine di aprile. “Ci appelliamo a tutti i popoli mesopotamici, ai partiti politici, alle organizzazioni non governative, ai lavoratori, alle donne, ai giovani, ai bambini e all’opinione pubblica in generale.Vi incoraggiamo a unirvi a noi nella nostra campagna di rimboschimento, non importa dove vi troviate, dai nostri cortili ai nostri balconi, dalle nostre strade agli orti delle scuole, dai nostri villaggi alle pianure e alle montagne”.

Femministe criminali: le donne turche trascinate in tribunale

La procura di Istanbul chiede la messa al bando della storica piattaforma We Will Stop Femicide per «atti contro la morale». Domani manifestazione di protesta. Intanto nel paese gli uomini uccidono una donna al giorno e l’Akp di Erdogan progetta riduzioni di pena

di Chiara Cruciati (***)

Solo a marzo in Turchia uomini hanno ucciso 25 donne. Più della metà tra le mura domestiche. Nel 2021 ne hanno ammazzate 339, praticamente una al giorno.

A tenere il conto, da 12 anni, dei femminicidi commessi in Turchia, a denunciare sparizioni forzate, a guidare le donne nei procedimenti penali e a occuparsi delle vittime di abusi e violenze è We Will Stop Femicide Platform.

ASSOCIAZIONE BATTAGLIERA, in prima linea contro le (volute) disfunzioni dello Stato turco in materia, anima delle proteste di piazza e della battaglia seguita all’uscita, nel luglio 2021, di Ankara dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne, ora quella piattaforma rischia di chiudere. Per decisione di un giudice.

La procura di Istanbul, ieri, ha formalmente accusato il movimento femminista di «agire contro la legge e la moralità», trascinandolo in tribunale.

Quell’accusa è il cappello, l’ombrello a una serie di sotto-accuse che vanno da «disintegrazione della struttura familiare ignorando il concetto di famiglia» a «compromissione della famiglia mascherandola per difesa dei diritti delle donne» fino a «forte sospetto di crimine» (sic – dopotutto per la Convenzione di Istanbul il governo turco parlò di «normalizzazione dell’omosessualità»).

NESSUNA PROVA APPARENTE ma tutte buone ragioni, agli occhi della procura, per metterlo al bando. Una guerra alle donne sotto altra forma, a cui la piattaforma ha reagito immediatamente con un comunicato: «Sappiamo che non cammineremo mai da sole di fronte a simili attacchi alla nostra lotta giusta. Facciamo appello a tutte le donne, le persone Lgbtqi+ e ai cittadini che sostengono la battaglia delle donne perché si uniscano a noi contro questa denuncia».

«Abbiamo cominciato il nostro viaggio 12 anni fa – continua la nota – Abbiamo svelato la verità dietro femminicidi sospetti. Abbiamo ottenuto leggi sulle donne. Con i dati pubblicati ogni mese, abbiamo mostrato che combattiamo per la vita. Questa denuncia non è un attacco solo alla nostra lotta, è un attacco all’intero sistema democratico». Sui social la risposta è arrivata, in tanti – tra loro politici e intellettuali – hanno preso parola a difesa di We Will Stop Femicide.

E domani (il 15 aprile NDR) a Istanbul si scenderà in piazza a Kadikoy, una protesta che – visti i precedenti – si immagina già tesa: da anni le manifestazioni femministe sono occasione di sfoggio della violenza della polizia, con barricate, manganelli e cannoni ad acqua.

A DARNE RIPROVA è stata la notizia (del 13 aprile – NDR) che 40 donne, detenute l’8 marzo proprio a Kadikoy dove stavano per imbarcarsi in direzione di Taksim e la marcia femminista, sono state incriminate per «partecipazione a manifestazione illegale disarmata» e per «mancata dispersione nonostante gli avvisi».

Secondo quanto riportato da Women’s Defence Network, nell’incriminazione si scrive che la marcia (40 donne che stavano raggiungendo un battello) avrebbe bloccato veicoli e pedoni.

Nel mirino anche i contenuti dei loro cartelli: «Creiamo un mondo femminista», «Resisti con la rivolta femminista», «Non stare in silenzio, le lesbiche esistono». Agenti antisommossa, ha aggiunto l’associazione, «hanno circondato le donne e non le hanno nemmeno fatte salire a bordo».

È in tale contesto di repressione che cade il tentativo di silenziare la piattaforma femminista. Che intanto continua a pubblicare i numeri che imbarazzano il governo: nel 2021 sono state uccise in Turchia almeno 339 donne, 96 sono state stuprate (dati relativi alle sole denunce sporte), 772 costrette a prostituirsi. In 20 casi di femminicidio, l’uomo era sottoposto a ordini restrittivi.

A MARZO IL PARTITO del presidente Erdogan, Akp, ha inviato al parlamento un disegno di legge contro la violenza sulle donne, aspramente criticato dai movimenti femministi.

Tra le proposte, una riduzione della sentenza per l’uomo che mostra rimorso e un incremento nel caso sia il coniuge, senza prevedere lo stesso nel caso di fidanzati o ex.

Nessuna solida riforma né riferimenti all’eguaglianza di genere, aveva commentato Fidan Ataselim di We Will Stop Femicide: «Di recente, una donna è stata accoltellata a morte per non aver accettato una proposta di matrimonio. La Corte suprema ha ridotto la sentenza di primo grado dicendo che se avesse accettato sarebbe ancora viva. I giudici stanno già riducendo le sentenze, è inaccettabile».

(***) ripreso da ilmanifesto.it

Il film «Nujin» (Nuova vita) di Veysi Altay

di Francesco Masala (*)

Avendo letto #ff0000;">qui la segnalazione della proiezione di due film curdi di Veysi Altay sono riuscito a vedere il primo.

È un documentario: una cronaca, di più, una partecipazione e una condivisione di quello che è successo qualche anno fa a Kobane, dove la resistenza di donne e uomini lasciati soli ha fermato i banditi e mercenari, sanguinosi e crudeli, maledetti e assassini, dell’Isis (o Daesh).

Altay condivide alcuni giorni con eroine ed eroi del nostro tempo, che vogliono vivere liberi e sono disposti fino al sacrificio della vita, per non cedere alla violenza e alle oppressioni di terribili e schifosi maschi barbuti.

Tutto il mondo de abajo si è commosso per la resistenza di donne e uomini, in realtà quasi sempre ragazze a ragazzi, che salveranno il mondo.

Anche loro cantano #ff0000;">Bella ciao, la canzone di chi lotta per la libertà, non per il potere.

Il film dura meno di un’ora, non ci sono tempi morti, è intenso e paradossalmente anche sereno, quella serenità di chi tutte le giuste ragioni del mondo, e non si arrende.

Veysi Altay è stato già condannato a due anni e mezzo di prigione per “propaganda terroristica”, in Turchia, per questo film.

Quando uno è condannato per un film significa che dice cose importanti e fastidiose, e lo fa sapendo quello che rischia. Il minimo è che noi guardiamo quei film, sono anche per noi.

Buona visione.

QUI UN VIDEO: https://youtu.be/FRHUaa_6dJo

#ff0000;">QUI un’intervista col regista

(*) ripreso da markx7.blogspot.com

da «Prigione n° 5»

 Auguri Zehra

Il 14 aprile 2022, Zehra Dogan compie 33 anni, e voglio mandarle i miei auguri da questa rubrichetta (**).

Ci accomuna il fatto che ambedue abbiamo realizzato disegni in cella; che anche a me è capitato di doverne far uscire qualcuno in maniera rocambolesca, dopo che li aveva bloccati la censura.

Ma, per quanto l’atrocità delle carceri italiane sia ancora da raccontare, e per quanto l’emergenza securitaria degli anni  70 e 80 sia ugualmente ben lungi dall’essere realmente conosciuta, non voglio paragonarla a quella delle galere turche degli ultimi decenni, tantomeno alle condizioni in cui versano i detenuti curdi.

Auguri Zehra

https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2021/12/mostra-zehra-dogan-prometeo-gallery-milano/

https://www.facebook.com/freezehradogan

Qui in Bottega di Zehra si è parlato spesso, a cominciare dal 2019 qui

sino alla segnalazione della sua mostra a Torino pochi mesi fa Qui

E qui trovate anche le altre volte labottegadelbarbieri: zehradogan

(**) Furundulla 107 – Zehra una volta…

«Jin, Jiyan, Azadî»: UN LIBRO IMPORTANTE

Negli ultimi anni il movimento delle donne in Kurdistan è diventato a livello globale un esempio luminoso di resistenza. Jin, Jiyan, Azadî racconta la rivoluzione curda attraverso le voci delle sue protagoniste ed è il nostro primo libro in uscita quest’anno. Le autrici sono diverse donne che ruotano attorno all’Istituto Andrea Wolf, un centro di ricerca nato nel 2019 e parte dell’Accademia di Jineolojî in Rojava. Traduzione a cura di alcune militanti del Comitato italiano di Jineolojî.

Attraverso memorie private, lettere e pagine di diario il libro propone una profonda riflessione su un percorso che non inizia con la riconquista di Kobane del 2015 ma ha radici ben più lontane. Per la prima volta scopriamo dalla prospettiva delle protagoniste la visione del mondo e le scelte di vita che le hanno portate alla guida di una guerra di liberazione, oltre che di un epocale progetto di trasformazione dei rapporti fra donne e uomini, tra nazioni e tra specie viventi. La loro proposta di una via d’uscita ci cattura e destabilizza i nostri canoni culturali.

Presto una recensione-riflessione in “bottega”… ma intanto leggetelo.

LINK UTILI

Espulsioni di militanti curdi dalla Germania 

Il trentaduenne Muhammed Tunc è stato espulso e rimpatriato in Turchia dove probabilmente subirà l’imprigionamento, forse la tortura. 

 

Rojava senza pace 

Nella serata del 3 aprile un drone turco colpiva un veicolo siriaco a Tell Tamer (Rojava, nord della Siria). 

https://ilmanifesto.it/ad-aleppo-ne-il-pane-ne-le-rose di CHIARA CRUCIATI

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Redazione
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