Un giardino, non un deserto

diKara Andrade e Ruth Warner (tratto da “Guatemala women defenders defy Canadian mines and plead for help” marzo 2012; traduzione e adattamento di Maria G. Di Rienzo nel blog “lunanuvola”)

Canzone delle donne di San Miguel Ixtahuacan

Violano il ventre di Madre Terra.

Prendono l’oro, distruggono le colline.

Ma un grammo di sangue vale più di tonnellate d’oro.

Che sta accadendo alla mia gente?

E tu, mio Dio, dove ti stai nascondendo?

Siamo paralizzati dalla paura.

La mia gente viene venduta e non lo sa.

L’acqua sta diventando scarsa e ha il colore dell’inferno.

I fumi inquinanti arrivano sino al cielo.

Siamo alla fine e cerchiamo i miracoli,

cerchiamo di guarire i malati e il danno mortale.

La povera gente si compra facilmente.

Regali, silenzi, sospetti e dubbi.

I salari finiscono nei bar della città,

lasciandosi dietro case oscurate e la mia gente divisa.

Tu hai creato un giardino, non un deserto.

Vogliamo progresso nel rispetto dell’ambiente.

La fame di oro mangia sempre più terra.

E tu, mio Dio, devi chiederti:

Cosa sta facendo la mia gente?”

http://www.youtube.com/watch?v=LCXgBvxqpkU

Luoghi come San Miguel Ixtahuacán e Sipacapa hanno subito cambiamenti drastici a partire dal 2004, con l’arrivo della compagnia mineraria Montana Exploradora, una sussidiaria del gruppo canadese Goldcorp. Avendo ricevuto le testimonianze delle residenti, siamo qui per raccogliere informazioni per conto di Nobel Women’s Initiative (Nwi). L’organizzazione, con sede ad Ottawa, è stata fondata da sei donne Premio Nobel per la Pace ed è presieduta da Jody Williams, che vinse il Nobel nel 1997 per il suo lavoro contro le mine antiuomo. (…) Nella luminosa sala comune della piccola città di San Miguel Ixtahuacán, le donne siedono in un largo cerchio mentre il suono della marimba riempie la stanza. Sul pavimento c’è un altro cerchio fatto di foglie secche di granoturco, con le punte rivolte verso l’interno, e altre foglie che puntano nelle quattro direzioni. Ci sono candele ancora spente, e il silenzio dell’attesa. Quando anche noi siamo sedute, le donne cominciano a cantare: «Violano il ventre di Madre Terra. Prendono l’oro, distruggono le colline…»; al termine del canto ci inginocchiamo con loro condividendo una preghiera e una benedizione Maya. Poi cominciano a raccontarci le loro storie.

«La compagnia mineraria» dice Maria Elena «è la nostra peggior ferita. Ha sventrato nostra Madre Terra, che ci nutre, e noi sentiamo il suo dolore. Non abbiamo pace. Le nostre comunità sono divise e distrutte».

«Non vogliamo che l’acqua scompaia e che gli alberi inaridiscano» dice Francisca Pastoran in tono disperato: «Noi donne vogliamo essere ascoltate. Non vogliamo rapimenti, violenza e odio. I nostri antenati ci hanno lasciato un’eredità che era completa. Cosa lasceremo noi ai nostri discendenti, la schiavitù?».

Ci descrivono nel dettaglio i rapimenti, le violenze contro le loro famiglie, la morte delle coltivazioni, le strane malattie che colpiscono i bambini, l’acqua contaminata. Ci dicono come le antiche comunità si stiano frantumando. Per la maggior parte delle donne lo spagnolo è la seconda lingua e molte ci parlano in Mam, la lingua indigena, che altre traducono per noi. Nessuna emozione va perduta. Un intero libro potrebbe essere riempito delle loro storie. Le ringraziamo e promettiamo che le porteremo nel mondo e che non ritorneremo da loro a mani vuote. (…)

Hernández Cinto, a San José Nueva Esperanza, è stata contraria alla miniera sin dall’inizio. Oggi vive praticamente assediata da essa. Nel luglio 2010 due assalitori le hanno sparato in faccia. E’ stata in ospedale per tre mesi ed è sopravvissuta, ma ha perduto un occhio. Ci sono state indagini, ma nessun arresto. Successivamente Hernández Cinto è stata aggredita da un uomo armato di machete e intimidita da colpi d’arma da fuoco diretti alla sua casa. Ma rifiuta di vendere la terra alla compagnia mineraria, perché lei, i suoi figli e i suoi nipoti non hanno altro luogo dove andare. «Penso sempre, perché la compagnia mineraria non mi lascia stare? Io sono in pace, qui. Siamo stati in pace qui per lungo tempo» dice Hernández Cinto fra le lacrime: «Ma ora non più. Vogliono mandarci via». (…)

A San Marcos incontriamo Crisanta Pérez, sulla cui testa pende l’ennesimo mandato d’arresto per le attività anti-miniera. Era stata aggredita così spesso da lasciare la sua comunità per sei mesi, ma non appena è tornata è stata arrestata di nuovo. Vive fra minacce continue, ma quando le chiediamo perché continua a rischiare la vita e la prigione ci risponde con un timido sorriso. Poi dice: «Abbiamo bisogno che voi portiate le nostre voci in altri luoghi, in altri Paesi, dove ci ascolti chi può darci sostegno. Siamo molto vessati da questa situazione. Speriamo, attraverso di voi, che altra gente ascolti le nostre storie e ci aiuti».


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