Un mito duro a morire…

«Italiani, brava gente?» di Angelo Del Boca (*)

«La nostra venuta, dal lato dello scopo umanitario, è stata perfettamente inutile. Ormai è chiaro che tutta la storia della guerra è stata gonfiata (…) i massacri quasi di sana pianta inventati». Ancora: «Ho sentito dire di una grande missione di civiltà, renderci amiche quelle popolazioni, rispettarne la religione, la proprietà e la famiglia, far loro apprendere i benefici della civiltà ma io vedo dappertutto l’ombra della forca».

Di quale recente guerra umanitaria parlano queste accorate denunce? Far apprendere i benefici della civiltà o guerre per scopi umanitari non sono pretesti nuovi. Infatti la prima citazione è del 2 ottobre 1900 in una lettera del tenente medico Giuseppe Messerotti Benvenuti e si riferisce alla partecipazione italiana nella cosiddetta “guerra contro i boxer” in Cina; la seconda frase è di Filippo Turati il quale nella seduta parlamentare del 18 dicembre 1913 si scagliava contro le infamie italiane in Libia.

Questi esempi sono ripresi dall’ultimo libro dello storico Angelo Del Boca, «Italiani, brava gente?» (Neri Pozza, 320 pagine, 16 euro) con il sottotitolo “Un mito duro a morire” che però l’editore ha omesso nella copertina.

Un libro da leggere, da regalare… non solo ai più giovani ma a chi vuol dimenticare e ai tanti che non hanno mai saputo. Dal punto di vista storico c’è ben poco di nuovo: a cercare nelle biblioteche si trova tutto ma è un patrimonio condiviso da relativamente poche persone, nonostante le molte pubblicazioni di Del Boca (con buone vendite) o di qualche altro storico e di rari giornalisti contro-corrente. Il principale merito di questo nuovo libro è nella sintesi accompagnata, come sempre, dall’efficacia del raccontare, dalla forza delle fonti, dall’onestà intellettuale di chi non accetta di registrare solo quel che torna a puntello di tesi precostituite.

«Pagine buie della nostra storia» sintetizza la quarta di copertina. Il libro apre con alcune riflessioni sulla identità (e sulla “reputazione”) degli italiani e prima di chiudersi sull’oggi, con considerazioni tutto sommato ottimistiche, squarcia il velo che avvolge 11 momenti della nostra storia. Eccoli in sintesi: il cosiddetto brigantaggio; l’isola-lager di Nocra davanti a Massaua; la tragicomica partecipazione italiana alla campagna contro i boxer in Cina; stragi, sconfitte e deportazioni nella prima “impresa” libica; le infamie di Cadorna (e non solo) durante la prima guerra mondiale; i molti misfatti africani del fascismo (in Somalia, poi nella ri-occupazione della Libia, e in due capitoli sull’aggressione all’Etiopia); il tentativo di «bonifica etnica» in Slovenia; infine la «resa dei conti» cioè il crollo del fascismo e la lotta di Liberazione (ma fu anche guerra civile) fino all’epurazione mancata contro i criminali fascisti con una permanente amnesia.

In questa lunga vicenda vi sono evidentemente sia elementi di continuità che di rottura; in particolare fra l’Italia del fascismo e quelle subito precedente o successiva. Mussolini insisteva sulla necessità che gli italiani si mostrassero feroci ma padre Agostino Gemelli aveva sostenuto, durante il massacro del ‘15-18, che «la miglior qualità del soldato nella guerra di massa e di lunga durata è appunto l’assenza di ogni qualità: l’essere rozzo, ignorante, passivo. Solo così è possibile appieno quella trasformazione della sua personalità (…) che fa di lui un perfetto pezzo della macchina bellica (…) il soldato cessa di essere padre, marito, cittadino per essere solo soldato». Quanto all’Italia repubblicana e democratica annota fra l’altro Del Boca che «la frustrazione e l’indignazione dei partigiani sarebbero stati anche maggiori se soltanto avessero saputo ciò che oggi noi sappiamo da quando sono stati desecretati i documenti dell’Office of Strategic Services»: per esempio che già «nell’ottobre 1945 ufficiali della Decima flottiglia Mas erano utilizzati presso una base sperimentale alleata a Venezia» o che nel novembre 1945 gli alleati cercavano di «sottrarre il principe Valerio Borghese alla giustizia italiana».

Il capitolo più sorprendente è forse quello sul brigantaggio, sulla censura che – dopo 150 anni – ancora avvolge un fenomeno complesso quanto poco esplorato: repressioni del tutto ingiustificate, campi di concentramento per meridionali, censure che resistono dopo un secolo e mezzo. Così commenta Del Boca: «Quante sono le vittime di questa insulsa guerra fratricida? Le statistiche sono scarse e sicuramente incomplete». Eppure oggi sarebbe possibile tracciare un quadro più veritiero anche perché «sono finalmente disponibili gli inventari dei documenti conservati negli Archivi di Stato e sono di più facile accesso l’Archivio segreto Vaticano e alcuni archivi spagnoli». Ma quando qualcuno prova a riaprire questa pagina ancor oggi fioccano (da destra e non solo) le accuse di “lesa patria”.

Questa incapacità di fare i conti con la storia è confermata – oggi, cioè nell’Italia democratica – da molti episodi: la permanente censura contro un film hollywoodiano («Il leone del deserto») colpevole solo di raccontare i misfatti italiani in Libia; il racconto a senso unico delle “foibe”; le reticenze sugli “armadi della vergogna” (cioè i documenti occultati sui crimini di guerra nazifascisti); la Rai che acquista dalla Bbc e traduce… per non trasmetterlo, «Fascist Legacy», un prezioso documentario inglese (di Ken Kirby) del 1989. Ed è in questa amnesia collettiva che può confermarsi, e forse rinascere, il ritornello dell’italiano comunque «buono e bravo» del quale il ministro Fini, in chiusura del 2005, ci ha cantato una nuova strofa. Il 28 dicembre infatti, rivolgendosi al contingente militare italiano nei Balcani, il ministro Gianfranco Fini ha detto: «Gli italiani per la loro storia non saranno mai percepiti come truppe d’occupazione ma di liberazione dalla guerra civile, dalla miseria e dalla povertà». Senza dubbio Fini va bocciato in storia: sia che si riferisse genericamente alle truppe italiane fuori dai confini sia che pensasse ai soli Balcani. Può verificarlo acquistando appunto, con soli 16 euro, «Italiani, brava gente?». Bisogna per onestà ammettere che il ministro Fini resta in larga compagnia: contrariamente alla Germania, l’Italia non ha saputo fare i conti con le ombre del suo passato. Così il mito dell’italiano «bravo», persino in guerra e addirittura nelle avventure coloniali, può resistere perché a scuola come nei media la maggior parte degli italiani è privata di decisive informazioni e alla voce degli storici scomodi (in testa Del Boca) vien messa la sordina. «L’Italia è ripetente, spesso promossa in latino, sempre bocciata in storia, all’ombra del tricolor» come suggeriva un cantautore ribelle degli anni ’60.

Anche per questo fare i conti con “guerre umanitarie” di oggi (Iraq ma anche Kossovo, per citare le ultime due dove sventola il tricolore) è difficile: i governi attuali dipingono di nuovo le imprese armate come portatrici di civiltà e pochi vanno a verificare. Mentre persino il presidente Ciampi resuscita un ambiguo concetto di patria. Per questo spiace che, quasi in chiusura dell’ultimo capitolo Del Boca, dopo tantissime affermazioni giuste (anche sull’Italia di oggi: «tutti ricchi, tutti felici, tutti anticomunisti» è l’ironico titolo), si lasci scappare questa frase sulle missioni di peace-keeping: «Dovendo fare confronti, si può persino sostenere che i militari italiani si sono comportati meglio dei colleghi degli altri contingenti. E non è poco, se pensa al passato». Non è poco a confronto degli orrori precedenti, d’accordo; ma appare riduttivo quanto si legge nell’ultima nota del libro, appunto a proposito del peacekeeping: «Un solo neo: durante la missione Restore Hope nel ’93 in Somalia (…) furono denunciati alcuni casi di violenza su prigionieri somali». Non fu l’unico caso, non è il solo “neo”: dal Kossovo come dall’Irak filtrano molte notizie vergognose anche se il coro mediatico preferisce parlare d’altro, negare, invocare assoluzioni senza processi. Davvero “un mito duro a morire” quello di noi «italiani, brava gente».

(*) care e cari

la piccola redazione del blog si riposa un pochino: dal 23 dicembre al 6 gennaio (date forse un po’ banali) non sono previsti i soliti tre “pezzi” al giorno. Ma ovviamente chi di noi vorrà potrà postare qualcosa che appare urgente. Forse lo farò anche io. Ma intanto, per non lasciare troppo bianco in blog, ho recuperato dal mio archivio una quindicina di miei articoli (del 2006-7-8) che non mi sembrano troppo invecchiati e li posto, uno al giorno senza un particolare ordine di data o di argomento: questa recensione per esempio è uscita sull’allora settimanale «Carta» nel gennaio 2006 o forse sul sito (non ho modo di verificare, mi perdonerà Severo De Pignolis).

Dal 7 gennaio in blog si torna allo schema abituale. Restano gli appuntamenti fissi: il lunedì Mark Adin (ore 12); martedì fantascienza (io e Fabrizio Melodia); il mercoledì appaltato a Miglieruolo; il giovedì le finestre di David; venerdì Rom Vunner, in possibile alternanza con Maia Cosmica; sabato «narrativa e dintorni» con un racconto o una poesia, le vigne(-tte) di Energu e qualcos’altro; domenica la neuro-poesia di Pabuda ma anche Alexik. Tutti i giorni troverete molto altro, a partire dalla (da noi amatissima) Maria G. Di Rienzo, dagli imprevisti e dalle urgenze.

C’è una novità nella quale vorremmo coinvolgere… chi se la sente. L’idea è di partire dall’11 gennaio con una «scor-data» al giorno; speriamo di farcela. Se siete da poco nel blog e non sapete cosa sono le «scor-date» … fate prima a leggerne qualcuna che io a spiegarlo. Oppure prendete un libro meraviglioso come pochi: «I figli dei giorni» di Eduardo Galeano, tradotto da Sperling & Kuperf pochi mesi fa (e recensito in blog). Ovviamente una «scor-data» al giorno (e ben fatta) è davvero un impegno gravoso. Perciò cercheremo di dividerci i post fra la redazione e un po’ di esterne/esterni. Se qualcuna/o si candida ad aiutarci e/o ha proposte GRAZIE in anticipo e si faccia sentire (su pkdick@fastmail.it) così ne parliamo.

Mi fermo qui.

Abrazos y rebeldia per un 2013 di intelligenza, dignità e sovversione. (db)

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