“La sporca guerra contro la Siria” di Tim Anderson

Una recensione di Karim Metref

In uscita – a giorni – presso Zambon Editore e tradotto da Cristiano Screm, il libro di Tim Anderson, “La sporca guerra contro la Siria“, è un lavoro sul conflitto siriano molto diverso da quello che finora girava sul mercato italiano.

La copertina dell’edizione originale in lingua inglese

In giro, per lo più si incontrano reportage giornalistici, instant-book falsamente neutrali e pamphlet più o meno schierati con una parte o l’altra, ma quasi sempre poveri in riferimenti e fonti. Quella di Tim Anderson è una ricerca di stampo universitario, anche se poi narrata con uno stile di facile lettura alla portata di tutti.

Nonostante il rigore nel citare le fonti di ogni affermazione e il metodo chiaro con cui sono selezionate le fonti, non si può dire che il libro o l’autore siano neutri. Anzi. “La sporca guerra contro la Siria” è un libro molto schierato e il suo autore non fa nessuno sforzo per nascondere le sue simpatie e antipatie. E questo io lo considero rassicurante.

Un giorno, a Vilnius, il formatore di un workshop su giornalismo e stereotipi, un responsabile in Irlanda di radio BBC, mi chiese: – Lei, in un articolo, come chiamerebbe la guerra tra l’Ira irlandese e le forze britanniche?

– Io rispondo dal profondo della mia storia personale: guerra di liberazione nazionale.

– Al che lui rispose: e in questo caso, io ho già capito chi è lei e come la pensa.

– E io: Lei non mi ha ancora detto come la chiamerebbe. Ma anche io ho capito chi è lei e come la pensa.

Da troppo tempo, a mio avviso, schierarsi con i potenti si maschera dietro a una pseudo oggettività dei mezzi di informazione. E questa ormai prassi mediatica, che considera attendibile e oggettivo solo quello che va nel senso voluto dai potenti, si verifica con una forza particolarmente sentita nella narrazione della situazione in Medio Oriente. Tendenzialmente, in Siria oggi, come era il caso per l’Iraq e la Libia ieri, considerare che il regime di Assad è un regime criminale che va cambiato a tutti i costi è normale, obiettivo. Al punto che vengono in continuazione citate come neutre alcune fonti che sono in realtà palesemente di parte.

Invece viene citata la non-neutralità delle sole fonti pro-governo o che semplicemente non sono pro-opposizione armata. Tutto quello che non segue l’adesione dominante viene guardato con diffidenza o con scherno e sistematicamente collocato nello scaffale riservato alla galassia complotistica, da quelli che credono nella resurrezione di Elvis Presley a quelli che credono che il mondo è governato da rettili provenienti dal pianeta invisibile. Se invece credi e riprendi come verità Colin Powell che mostra una boccetta di acqua di rubinetto dicendo “ecco le prove che Saddam Hussein tiene armi di distruzione di distruzione di massa” allora sei solo un professionista serio e oggettivo. E anche oggi che sappiamo che quella e tante altre erano menzogne spudorate, si continua a considerare attendibile ogni dichiarazione di quei bugiardi patentati e inattendibile qualsiasi versione contraria alla loro.

Tim Anderson non finge nessuna neutralità. Parte da un paradigma semplice (e qualche volta anche semplificatore): il governo siriano può essere considerato autoritario e corrotto ma gode della stessa legittimità internazionale di cui godono decine di altri regimi autoritari e corrotti che siedono all’ONU e sono spesso protetti dalle stesse potenze che vogliono rovesciare quello siriano. Il cambiamento di regime in Siria è quindi una questione interna che va affrontata internamente dal popolo siriano, senza interventi stranieri. Un paradigma che mi trova completamente d’accordo. Ma che porta l’autore a classificare automaticamente tutto quello che sta dalla parte del governo come forze pro-siriane e tutte quelle contro come forze anti-siriane. Una semplificazione questa che non ci voleva e che è secondo me il punto debole di questo libro. La situazione è molto più complessa di così e le semplificazioni da una parte o dall’altra non aiutano di certo a fare chiarezza.

Infatti qualche volta Anderson cade da solo nella trappola delle sue semplificazioni. Come nel caso in cui parla dell’Egitto. Anderson parte dal punto di vista che i Fratelli Musulmani siano una forza negativa, antinazionale e complice dell’imperialismo occidentale e dei suoi sgherri nella regione (monarchie del Golfo in primo piano), settari, violenti, anzi “sgozzatori” e anti democratici. E questo va ad applicarsi ovviamente anche al caso dell’Egitto.

“L’Egitto, ritornato nelle mani dei militari dopo un effimero governo dei Fratelli Musulmani, sta ora affrontando un problema interno di terrorismo confessionale, messo in atto dagli stessi Fratelli Musulmani.” scrive a pagina 266.

Le cose sembrano semplici. Invece non lo sono. I militari egiziani non sono il Partito Baath siriano o iracheno. Subito dopo la morte di Gamal Abdennasser nel 1970, cambiano posizione e portano l’Egitto da leader dei Paesi non allineati a alleato servile delle potenze della Nato e di Israele. I trattati di Camp David firmati da Anouar Sadat sono una capitolazione vera e propria… Ma l’arrivo di Moubarak voluto dalla Cia, porta il Paese a essere uno dei più fidati alleati della Nato nella regione. E il generalissimo Al Sisi altro non è che uno dei più fedeli guardiani di questa sottomissione. La logica manichea, di buoni contro cattivi qui non funziona: sono tutti amici degli Usa e dell’Arabia Saudita, tutti ricevono armi e soldi sia dall’una che dall’altra. E se c’è da stabilire però una legittimità istituzionale, come nel caso della Siria, possiamo dire che in Egitto sono i Fratelli Musulmani ad essere dalla parte della legalità. Hanno giocato il gioco, hanno vinto le elezioni… poi non è stato loro permesso di governare. Con un colpo di stato sono tornati a governare i militari… con il sostegno dell’Arabia Saudita.

Ovviamente il libro non parla dell’Egitto e non poteva quindi approfondire questo aspetto: era solo per dire che in Egitto come in Siria non aiuta in niente classificare le varie parti in buoni e cattivi. Il governo siriano non è buono. Non è giusto. Non è il grande paladino dell’uguaglianza e della giustizia che descrive certa letteratura di nostalgici della guerra fredda. Assad non è Fidel Castro. Il Paese conosceva un grandissimo divario tra ricchi e poveri. La famiglia Assad e i loro alleati erano alla testa di vere fortune e gestivano con una specie di monopolio gli affari più succosi. Il regime è non solo corrotto ma anche molto violento e ha agito sempre fuori da ogni trasparenza e condivisione del potere.

Bisogna anche dire che l’Esercito Arabo Siriano e quello russo con i loro rispettivi servizi segreti non sono proprio delle associazioni caritatevoli. E i miliziani Alaouiti che li fiancheggiano insieme a quelli sciiti arruolati in Libano, Iraq e in Iran non sono chierichetti: non hanno niente da invidiare in materia di estremismo, settarismo e violenza ai gruppi di Al qaeda & co.

L’opposizione invece – anche quella che, ahimè, si è illusa di poter rovesciare il regime con le armi – non è tutta fatta da sgozzatori, estremisti, agenti della Cia e “attivisti anti-siriani” come lascia intendere qualche volta il libro. C’è di tutto. Del buono e del meno buono. E’ vero però, che come è stato ben spiegato in questo libro, sul terreno della lotta armata, gli integralisti, settari, razzisti e estremisti la fanno da padrona e controllano tutto. Se esistono forze laiche (altre che quelle curde) sono del tutto invisibili da fuori. Purtroppo molte forze laiche per il cambiamento democratico si sono lasciate trascinare in questa trappola sanguinosa. Illudendosi forse all’inizio di poter utilizzare la potenza di fuoco degli integralisti e i soldi degli Emiri del Golfo per arrivare al loro obiettivo. Invece oggi sono loro a essere prigionieri dei guerrafondai. Sanno che non contano più niente. E se alcuni continuano a farsi sentire e a sostenere le milizie armate è perchè a muoverli ancora non è più il sogno di un cambiamento democratico ma solo l’odio per il regime e per il suo principale simbolo: Bashar al Assad.  

La guerra ha le sue logiche ed è difficile uscire puliti da un conflitto armato. Ma questa è una guerra particolarmente sporca come indica il titolo del libro: non per colpa esclusiva di una sola parte ma perchè tutte le parti – esclusa ovviamente la popolazione inerme presa in mezzo – sono veramente impresentabili.
Per il resto, il libro è sicuramente una ricerca accurata e precisa, con un metodo chiaro ben illustrato all’inizio e un archivio di riferimenti: testi, articoli, ricerche, documenti ufficiali, interviste, testimonianze, anche in video e audio. Un lavoro da certosino che vale assolutamente la pena leggere in questi tempi in cui molti, troppi, parlano della questione da esperti usando esclusivamente materiale proveniente da quelle agenzie e da quei network che sono parte del problema.

La sporca guerra contro la Siria di Tim Anderson. Zambon editore 2017. Traduzione dall‘inglese di Cristiano Screm

Karim Metref
Sono nato sul fianco nord della catena del Giurgiura, nel nord dell’Algeria.

30 anni di vita spesi a cercare di affermare una identità culturale (quella della maggioranza minorizzata dei berberi in Nord Africa) mi ha portato a non capire più chi sono. E mi va benissimo.

A 30 anni ho mollato le mie montagne per sbarcare a Rapallo in Liguria. Passare dalla montagna al mare fu un grande spaesamento. Attraversare il mediterraneo da sud verso nord invece no.

Lavoro (quando ci riesco), passeggio tanto, leggo tanto, cerco di scrivere. Mi impiccio di tutto. Sopra tutto di ciò che non mi riguarda e/o che non capisco bene.

2 commenti

  • Vincenzo Brandi

    Non sono molto d’accordo con i commenti di Metref. Ad esempio, non possiamo ignorare che il governo legato ai militari in Egitto difende la laicità del paese dalle mire della Fratellanza Musulmana che rimane una forza bigotta e totalizzante che stende i suoi tentacoli su gran parte del mondo arabo. Non possiamo ignorare che il governo Al Sissi sostiene il governo laico libico di Tobruck (pur con tutti i suoi limiti) dai jihadisti rappresentati dalle orribili milizie assassine di Misurata e altre formazioni simili. L’Egitto inoltre ha rotto con l’Arabia Saudita; si rifiuta di partecipare alla guerra ed al blocco dello Yemen e ora sostiene il governo di Damasco. Si sta riaccostando alla Russia come in passato. Qualcosa del nasserismo ancora è rimasto nell’ideologia di questi militari, nonostante alcuni passati giri di valzer con USA e sionisti.
    Discorso analogo vale per il Baath siriano, che non è certo perfetto, ma incarna comunque ancora alcuni ideali del nazionalismo e del socialismo laico arabo, e mantiene una linea autonoma nei confronti degli imperialismi occidentali.
    Il discorso sarebbe lungo e qui non c’è spazio per condurlo a fondo. Comunque leggerà il libro e poi sarò in grado di fare un commento più completo.

    • Buongiorno Vincenzo. Non pretendo di tenere la verità assoluta. Io dico che è troppo complicata la situazione per liquidarla con un semplice manicheismo.
      Quello che dico viene anche dal mio vissuto. Regimi come quelli di Assad li conosco. So quanto sono corrotti e so quanto, anche se si riempiono la bocca con la parola “patria”, non gliene frega niente del paese, dell’interesse pubblico, della laicità. I generali egiziani se ne fregano altamente della laicità e della nazione. A loro interessa mantenere i loro interessi miliardari. E se il paese è nello stato in cui è, è responsabilità loro in primo piano. Per cui non vedo come possono essere la soluzione. Loro producono povertà e ignoranza. Povertà e ignoranza producono estremismi vari. Quindi i fratelli musulmani, che non piacciono nemmeno a me, non sono la causa ma la conseguenza. E un ritorno alla dittatura militare vuol dire seolo che fra 10 anni, nelle prossime rivolte l’Egitto peggio di oggi.

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